Pubblicato da: giulianolapostata | 26 novembre 2011

Multivisioni – Sabato 26 novembre 2011

Multivisioni

Consigli appassionati su cosa vedere – e non vedere! – in TV

“Il cinema americano ha successo perché loro fanno bene i film. Noi facciamo bene la pizza”

R. Benigni

“Il cinema italiano è deprimente”

Q. Tarantino

“Un qualsiasi stupido film americano contiene sempre un insegnamento, a differenza di un qualsiasi artistico film inglese”

 L. Wittgenstein

* * * * * * * * * * * * * * * * * * * * * * * * * * * *

Sabato 26 novembre

Don’t say a word (G. Fleder, USA, 2001), 21.15, Rete4

Un prestigioso psichiatra newyorchese viene ricattato: gli rapiscono la figlia, e potrà riaverla indietro solo se riuscirà a tirar fuori, dalla mente sconvolta di una ragazza che ha in cura, il segreto per impadronirsi del bottino d’una antica rapina. Inverosimile, prolisso, inutilmente complicato: ma ben fatto. La tensione regge, e il film regge anche più di una visione.

The hunting party (R. Shepard, USA/Croazia/Bosnia-Herzegovina, 2007), 21.00, DT

Simon Hunt è un giornalista di guerra americano che, in coppia col fedele cameramen Duck, è abituato a seguire in tutto il mondo gli eventi bellici più pericolosi. Non lo fa solo per professione: per lui, ‘sentirsi vivo in mezzo alla violenza ed alla morte’ è diventata una droga mentale, che lo spinge a rischiare sempre di più. Ma un giorno del 1995, in Bosnia, la sua sicurezza crolla. Entrando in un villaggio mussulmano la cui popolazione è stata appena sterminata dai serbi, l’orrore cui è costretto ad assistere è troppo anche per lui. In una diretta col suo network si lascia andare a commenti così pesanti sul ruolo degli USA e dell’ONU in quella guerra che la sua carriera viene troncata di colpo. Simon scompare, riducendosi a fare il free lance per piccole ed oscure televisioni, ma quando, cinque anni dopo, nel 2000, a guerra teoricamente finita, Duck – che nel frattempo invece ha scalato i vertici dell’azienda – capita lì nuovamente per un insulso servizio celebrativo della pace, Simon riemerge dal nulla e lo contatta. Ha per le mani una storia fortissima: conosce il nascondiglio della Volpe, uno spietato criminale di guerra serbo, su cui esiste una taglia di cinque milioni di dollari ma che da anni, incredibilmente, nessuno riesce a catturare, e vuole l’aiuto di Duck per intervistarlo e – eventualmente – per impadronirsene. Duck si fa a malavoglia coinvolgere in quella che sembra una pura pazzia, ma che invece sarà un nuovo viaggio nelle atrocità di una guerra mai davvero terminata e, soprattutto, nei meandri della politica internazionale. Si tratta, com’è evidente, di una versione romanzata (ma non tanto: il film è ispirato alla vicenda reale di tre reporter americani) dei tentativi di catturare Radovan Karadzic e Mirko Mladic – il primo, come sappiamo, recentemente ‘venduto’ dalla Serbia alla CE in cambio del passaporto per entrare nella Comunità, e il secondo ancora uccel di bosco – e degli sporchi intrighi in cui USA e ONU sono stati, e probabilmente sono ancora, implicati nella gestione degli equilibri delle guerre balcaniche che essi stessi hanno fomentato. Richard Gere ha detto il vero quando, in una sua intervista di qualche mese fa, ha dichiarato che ora sceglie i suoi ruoli con maggior oculatezza di una volta, e infatti HP, senza essere un capolavoro, è comunque un buon film, hollywoodiano nel ‘miglior’ senso del termine, divertente e interessante, con un’abilmente amalgamata dose di impegno civile ed umanitario. Peccato che, come al solito, la figura dei cattivi ce la facciano sempre i Serbi, ma a questo, ormai, siamo abituati da un pezzo. Notevole Terrence Howard – già prodigioso interprete di Crash (P. Haggis, 2004) – nella parte di Duck. Consigliabile.

La gabbianella e il gatto (E. D’Alò, Italia, 1998), 05.15, DT

Uno dei criteri principali per valutare la ‘comprensibilità’ di un’opera d’arte – e perciò la sua ‘fruibilità’ a livello artistico, ed emozionale – è la quantità di ‘note in calce’, ovvero di spiegazioni, di cui essa ha bisogno per essere ‘capita’. In altre parole: tanto più essa deve essere ‘spiegata’ – invece di venir ‘intuita’ non-mediatamente – tanto meno è frutto di ispirazione artistica ed è, invece, un prodotto arte-fatto per sfruttare un marchio e/o un mercato favorevole (è chiaro che un tale ragionamento non si può applicare, per esempio, ai simbolisti, i quali a priori  fanno riferimento ad un sistema estetico ‘diverso’, il quale perciò, in quanto tale, deve essere spiegato). È questo il caso del libro di Sepùlveda, scritto evidentemente per sfruttare ad un tempo la gran voga di cui – quasi sempre immeritatamente – gode presso di noi la letteratura latinoamericana (grazie alla quale, per esempio, una solenne idiozia come “L’alchimista” di Paulo Coelho è incredibilmente riuscita a passare per un grande capolavoro denso di chissà quali esoterici significati e a vendere decine di migliaia di copie), la ‘moda’ dell’ecologismo e, naturalmente, il piatto ricco dell’editoria per l’infanzia. Alcuni esempi. “A volte aveva visto anche delle piccole imbarcazioni che si avvicinavano alle petroliere e impedivano loro di svuotare le cisterne. Disgraziatamente quelle barche, ornate dai colori dell’arcobaleno, non sempre arrivavano in tempo per impedire l’avvelenamento dei mari”. Quanti bambini – sia pure bambini ‘multimediatici’ come i nostri – sanno dell’esistenza di Greenpeace, sanno qual è la sua bandiera e sanno riconoscere le sue barche in questa descrizione allusiva e pseudopoetica? Ancora. Il gatto ‘enciclopedista’ si chiama Diderot. A parte la sfrenata fantasia che ci dev’essere voluta a mettergli quel nome, è pensabile che esista al mondo un bambino che sappia di Diderot e D’Alembert e dell’Encyclopédie, e che sia in grado di effettuare il nesso e perciò di cogliere tanta arguzia? E’ chiaro che la risposta è negativa in entrambi i casi. Ma allora bisogna chiedersi: perché questo sfoggio di ‘cultura’ non alla portata dei bambini? La risposta sta, appunto, nell’assoluta artificiosità di un prodotto costruito a tavolino, che nulla ha a che fare né con la poesia né con la psicologia infantile. Tale artificiosità, tale intima ‘falsità’, costituiscono, del resto, la nota dominante di tutto il testo, non solo a livello di contenuto, ma anche di linguaggio. Si veda per esempio, relativamente al linguaggio, l’assoluta banalità di sostituire il verbo ‘parlare’ e i suoi sinonimi con ‘miagolare’. Così, accanto ad espressioni che sfidano intemerate il ridicolo (“ho bisogno di miagolare con Colonnello”, “mi toglie i miagolii di bocca”), ve ne sono altre in cui la macchinosità dell’espediente dev’essere risultata talmente intollerabile perfino all’autore da fargli sentire il bisogno – forse inconscio! – di correggerla appunto spiegandola (“miagolò come saluto”), ed altre ancora in cui proprio vi ha rinunciato, e gli animali, in quanto animali parlanti protagonisti di una storia, finalmente e semplicemente ‘rispondono’, ‘si scusano’, ‘spiegano’ ecc. Un’ultima osservazione riguardo al contenuto. Concetti come “Forse non sa volare con ali d’uccello ma ad ascoltarlo ho sempre pensato che voli con le parole” o “Vola solo chi osa farlo”, a parte il fatto che sembrano presi di peso dai bigliettini dei Baci Perugina, appartengono comunque ad un modo di guardare alla vita e ad una ‘cultura’ propri degli adulti, che non possono assolutamente essere compresi dai bambini e che perciò, conseguentemente, non possono trasmettere loro alcun messaggio. Da quando, nel 1996, Sepùlveda pubblicò questo libro, innumerevoli sono state le classi di bambini ‘torturati’ con l’imposizione delle sue melensaggini e dei suoi didascalici ‘buoni sentimenti’: una specie di versione ‘democratica’ e ‘di sinistra’ del Libro Cuore (il quale, almeno, era scritto bene). Sarebbe tempo che lo rileggessimo per quel che vale, smettendo di far del male ai nostri figli. Che poi, anche a livello educativo: ma volete mettere Franti?! E questo per dire del libro. Il film d’animazione di D’Alò non vi ha aggiunto niente di meglio. Di peggio c’è solo un disegno esteticamente ‘vecchio’ e pesante, per nulla attraente. Insomma, ai vostri bambini fate vedere Biancaneve: molto, ma molto meglio.

 Agora (A. Amenàbar, Spagna/USA, 2009), 22.55, Sky

Morta nell’anno 415 dell’Era Cristiana – ma molto probabilmente lei avrebbe preferito che quell’anno venisse denominato come il 1168esimo dalla fondazione di Roma – Ipazia visse ad Alessandria d’Egitto. Era figlia di Teone, filosofo, matematico e custode del Serapeo, il tempio dedicato a Giove Serapide che era anche sede della famosa e preziosissima biblioteca, che custodiva i tesori del sapere greco. Allevata dal padre negli studi filosofici e matematici, divenne una delle persone più colte del suo tempo, ed uno dei filosofi più prestigiosi, tanto da essere chiamata a dirigere la Scuola Filosofica fondata da Plotino, nella quale teneva regolarmente lezione. Fu anche matematica ed astronoma di immenso valore, prodigiosamente in anticipo sui tempi. Nonostante, come vedremo, delle sue opere nulla sia rimasto, sembra estremamente probabile che essa fosse giunta ad intuire l’esistenza di quello che oggi chiamiamo Sistema Copernicano, e dell’ellitticità delle orbite celesti. Ciò nonostante – anzi, proprio per questo – Ipazia entrò presto in contrasto col clero cristiano, che, dopo le persecuzioni dei primi secoli, con Costantino prima e soprattutto con Teodosio poi (Editto di Tessalonica, 380 d.C.) aveva rialzato la testa, divenendo potentissima gerarchia e sistema di potere. A Tessalonica esso era rappresentato da Cirillo (oggi Santo e Dottore della Chiesa), un fanatico sanguinario che prima perseguitò ferocemente i pagani, poi rivolse il proprio odio contro gli Ebrei: a lui si deve l’invenzione del termine e del concetto di ‘Deicidio’, che tanta ‘fortuna’ conoscerà nei secoli avvenire in ambito cristiano. Quelli che – nei primi pogrom della Storia: Cirillo fu un precursore – non vennero cacciati dalla città, vennero massacrati a migliaia, e i loro cadaveri bruciati in pubblici roghi; anche qui, Cirillo fu fiero antesignano dei futuri orrori che avrebbero segnato i rapporti col mondo ebraico. Ipazia non poteva certo sottrarsi a quella furia. Malvista perché pagana e ‘politeista’, nemica perché assertrice del diritto di pensare liberamente – di contro ad una Chiesa che esigeva la sottomissione cieca ed ottusa alle Scritture (“Inginocchiati!” impone il Vescovo Sinesio al Prefetto Imperiale; ed era vissuto anche prima, nel II° secolo, l’apologeta Tertulliano, cui viene attribuita l’affermazione: “Credo quia absurdum”, ‘Credo in quanto è assurdo’) – odiata perché donna che pretendeva di agire liberamente in una società che, da semplicemente maschile, il Cristianesimo stava trasformando in ferocemente misogina, anch’essa soccombette alla barbarie montante. Rimasta sola dopo l’assassinio di Teone, tradita dai vecchi allievi, tutti ben presto riparatisi sotto l’ala protettrice della nuova Chiesa, alla fine venne arrestata dai Parabolani, una Militia Christi composta di fanatici ignoranti, veri e propri sicari agli ordini di Cirillo. Venne lapidata, le vennero cavati gli occhi mentre ancora respirava, poi venne squartata. Le sue opere vennero bandite e bruciate e di esse oggi, come abbiamo detto, non rimane nemmeno un rigo. Successivamente, la Chiesa operò nei suoi confronti anche una vera e propria damnatio memoriae, se è vero che, prima del film di Amenabàr e di alcune opere a stampa uscite di recente, rarissimamente la storiografia e forse mai la letteratura si erano occupati di lei. Agora – l’Agora delle città greche, lo spazio nel cuore della città ove filosofi e cittadini si recavano liberamente a filosofare – le rende finalmente onore, strappandola dalle nebbie dell’indistinto e narrando pubblicamente il suo genio, la sua storia e la sua tragedia. Non è stato facilissimo nemmeno questa volta, squarciare il velo del silenzio, tant’è vero che, uscito due anni fa in Spagna con grandissimo successo, il film ha incontrato forti quanto misteriose e vaghe resistenze per essere distribuito in Italia. Niente di nuovo, comunque. Perfino i fumettoni di Dan Brown hanno conosciuto la persecuzione e l’ostilità delle gerarchie cattoliche: figuriamoci se non sarebbe accaduto lo stesso per questo film, che non di fantastiche sciocchezze narra, ma di quel fanatismo ed intolleranza che sono stati la cifra della storia del Cristianesimo, e le cui manifestazioni sono ben vive ancor oggi. Eppure sbaglierebbe – ed Amenabàr l’ha pubblicamente ed esplicitamente affermato – chi volesse vedere in Agora un pamphlet anticristiano. Certo: la ‘fondazione del Mito’ cristiano avvenne nel sangue, e se mai è accaduto che il Cristianesimo sia stata una religione d’amore e di pace, certo non lo fu in quei secoli, quando i detentori del potere erano degli assassini seriali impegnati solo a difendere se stessi, mentre le gerarchie ecclesiastiche non avevano altra funzione che di fornir loro il supporto ideologico adatto. Sarebbe tuttavia bastato solo che al film fosse stata allegata una ‘appendice’, che si fosse andati avanti non di molto, di soli due secoli: e si sarebbe arrivati al 642 d.C., Anno 20esimo dall’Egira, quando un altro fanatico, il Califfo Omar, in nome di un’altra fede, l’Islam, bruciò nuovamente la Biblioteca di Alessandria. Si dice che la sua motivazione sia stata che “o in quei libri ci sono cose già presenti nel Corano, o ci sono cose che del Corano non fanno parte: se sono presenti nel Corano sono inutili, se non sono presenti allora sono dannose e vanno distrutte”: se anche fosse leggendaria, come pare, è tuttavia perfettamente verosimile, e illuminante. La questione, infatti, non sta nel cercare di stabilire se esista un cristianesimo ‘buono’ ed uno ‘cattivo’ (falso problema che Amenabar smonta subito mostrando la sostanziale identità tra la posizione di Cirillo e quella di Sinesio) – come per esempio si sta cercando di fare da anni col ‘mito’ del Cristianesimo Postconciliare – né se esista parimenti un Islam ‘estremista’ ed uno ‘moderato’. Il problema è semplicemente e radicalmente un altro, e si chiama religione rivelata. Qualsiasi Rivelazione – giudaica, cristiana, islamica – contiene di per sé l’idea di Verità assoluta, non discutibile perché derivante direttamente da Dio. Il ‘fedele’ (muslim: ‘devoto a Dio, fedele a Dio’) di ognuna di queste Rivelazioni ha, non il diritto, ma il dovere di combattere chiunque la pensi diversamente, che in quanto tale è negatore della Verità, cioè negatore di Dio, naturalmente l’unico. Il ‘Male Assoluto’ è dunque il concetto stesso di Rivelazione. Certo, Ipazia è stata una martire del Paganesimo – e per questo la onoriamo, e libiamo ai suoi Mani – ma prima di tutto è stata una martire del monoteismo e della folle arroganza delle religioni rivelate. E sbaglierebbe anche chi volesse farne una specie di martire laica del Libero Pensiero, una specie di Santa illuminista. Non è il Libero Pensiero, quello che Ipazia rivendica, ma semplicemente la libertà di pensiero, la libertà di poter scegliere la visione del mondo preferita e di praticarla liberamente, senza scomuniche, senza persecuzioni e naturalmente senza chiese. Finché il Dio sarà sopra di noi, invece che dentro di noi, ciò non avverrà mai. Amenabàr racconta questa ‘storia’ con esemplare limpidezza. Tanto la ricostruzione storica è precisa e puntuale – persino il cielo notturno osservato da Ipazia è quello del tempo – quanto la narrazione è sobria e rigorosa, senza nessuna concessione a facili emotività, e l’ovvio romanzare delle vicende, che sempre si accompagna al film ed al romanzo storico, qui viene usato non per caricare ad effetto bensì per alleggerire certe situazioni, che troppo irrazionale orrore avrebbero suscitato nel pubblico se mostrate nella loro verità: per esempio, appunto, la morte della filosofa. Un film, come ho scritto non molte altre volte, ‘da mostrare a scuola’, come lezione sulla libertà e sulla tolleranza, ricordando sempre, come bene ha scritto Ferdinando Menconi su “Il Ribelle” n. 19/2010 (www.ilribelle.com), che “la tolleranza può anche essere una potente arma data in mano a chi tollerante non è, e che essa non può essere applicata agli intolleranti”.

 Domenica 27 novembre

L’avvocato del diavolo (T. Hackford, USA, 1997), 21.10, DT

Un giovane avvocato senza scrupoli – ha appena fatto assolvere un viscido pedofilo – riceve una ricchissima ed inspiegabile offerta per entrare a far parte di un prestigiosissimo studio legale di New York. All’inizio crederà di aver realizzato tutti i suoi sogni, ma ben presto scoprirà di quanto Male sia intessuto il suo lavoro quotidiano, e quale oscuro passato abbia presieduto alla chiamata. Bravo Keanu Reeves, ma eccezionale Charlize Theron nella parte della giovane moglie cui pian piano viene succhiata l’anima, e semplicemente strepitoso – of course – Al Pacino nella parte del Maligno. Con splendidi effetti speciali, ed una bellissima citazione della Tentazione di Cristo dai Vangeli. Imperdibile.

The interpreter (S. Pollack, GB/USA/Francia, 2005), 16.55, DT

Interprete all’ONU, una giovane donna ascolta casualmente una conversazione segreta in cui si parla di un complotto per uccidere il presidente di uno stato africano, e mette in pericolo se stessa per sventarlo. Piatto e senza emozioni, e Nicole ‘Ghiacciolo’ Kidman non migliora certo la situazione. Sean Penn assolutamente sprecato. Il grande Pollack ha fatto di meglio: questo possiamo anche dimenticarcelo.

L’uomo che verrà (G. Diritti, Italia, 2009), 21.00, DT

Nel precedente film di Diritti – Il vento fa il suo giro, sua opera prima e già capolavoro (https://giulianolapostata.wordpress.com/2010/05/29/il-vento-fa-il-suo-giro-g-diritti-italia-2005/) – sotto la lente del regista stava una malvagità, diciamo così, ‘particolare’. Non che, ovviamente, il suo messaggio contro l’intolleranza – o meglio, contro un’interpretazione piccola e meschina del concetto di ‘tolleranza’ – non avesse anche lì un significato universale. Tuttavia, l’aver ambientato la vicenda nel chiuso delle stradine d’un villaggio occitano poteva dare la speranza che, uscendo ‘all’aperto’, in un mondo più vasto e ‘civile’, quella chiusura e quell’ottusità avessero a dissolversi sotto la luce della Ragione (?!). Ne L’uomo che verrà la prospettiva si è allargata. Non sono più due famiglie, ad essere in guerra, ma due popoli, due culture, due mondi. Anche la prospettiva fisica si è allargata, e se là poteva sembrar naturale che in quelle valli anguste la cattiveria dovesse macerarsi a lungo sotto la neve, qui il paesaggio, sia pur ancora di montagna, ci si mostra però molto diverso: quei declivi bagnati di sole dell’Appennino bolognese, quei prati ampi, quei boschi ancora aperti, non ancora fitti e chiusi, pare impossibile che possano nascondere il Male. Eppure invece c’è, è venuto da fuori, e nemmeno si capisce cosa siano venuti a fare qui, questi tedeschi, e perché mai non siano rimasti “con le loro donne e i loro bambini”. Ora che ci sono, uccidono, feriscono, distruggono, e per quanto queste azioni possano essere assurde in sé, tanto più lo risultano in questa società contadina la cui struttura antropologica è invece quella dell’interagire, del costruire, del crescere. Non esiste spiegazione possibile, a questo Male; non esiste nemmeno un possibile commento, non esistono parole, neppure per condannarlo. Così, proprio il mutismo ha scelto Martina, per rapportarsi col mondo, a partire da quando il dolore l’ha conosciuto vedendosi morire tra le braccia il fratellino appena nato. Ora la madre è nuovamente incinta, ma ciò non le ha ridato la parola. Altri orrori le tengono la bocca chiusa: le bombe sulla città lontana, i corpi dei giovani fucilati ricondotti a casa, i rastrellamenti, le stragi. Che si può dire, di tutto questo? E il cerchio del mutismo di Martina par chiudersi in quello di suo padre, muto anch’egli, e perfino reso sordo, davanti a ciò che non è nemmeno pensabile. L’uomo che verrà lo tiene tra le braccia proprio Martina, ma non si sa come sarà: “Siamo ciò che ci hanno insegnato ad essere”, è il tremendo insegnamento dell’ufficiale tedesco, e chissà chi gli farà scuola, a quel bambino, e di che cosa. Ancora una volta, il messaggio di Diritti è tutto meno che moralistico, o didascalico. La sua è una lezione che viene dalle cose, e perciò nel suo film sono le cose a parlare, non l’ ‘arte’. Il fatto è che, dal punto di vista della scrittura fotografica e cinematografica, questo film pare perfino superiore al precedente. Lunghissime inquadrature fisse, lunghi piani sequenza, scene d’azione pacate ed elementari, composte e ferme, colori figli della terra e delle stagioni, volti di chi davvero ha abitato e forse ancora abita il campo. E se nella stalla il cuore ci balza in petto per un istante, quando riconosciamo, nelle schiene di quelle vacche, quelle dipinte tante volte da Giovanni Fattori, non è perché Diritti ‘copi’ l’arte, ma perché l’arte è tale quando, con qualunque mezzo, parla della vita. Ha avuto dei ‘maestri’, Diritti? Certo, è impossibile, vedendo i suoi film non ripensare a Olmi, ma anche a M. Brenta, e F. Piavoli. Tuttavia è fin troppo evidente come, praticamente fin dai suoi esordi, egli sia Maestro da se stesso. Un Maestro che parla una lingua ‘antica’ e pura, quale pochissime volte nel cinema, soprattutto in quello italiano, ci è dato di ascoltare. Assolutissimamente imperdibile.

Lunedì 28 novembre

 Hidalgo (J. Johnston, USA, 2003), 21.05, Rai3

Tipica produzione Disney per ragazzini: melensa, improbabile, stereotipa, ridicola. Secondo la ‘leggenda’, Hopkins era un pony express, mezzo sangue indiano, cui tocca di portare gli ordini per il massacro di Wounded Knee. Disperato e distrutto, prima si imbranca con le pagliacciate del circo di Buffalo Bill, e poi parte per l’Arabia, per partecipare ad una mitica gara di resistenza nel deserto. Dovrà combattere contro beduini arroganti e infidi traditori (frutto di un esotismo da operetta) ma – of course – l’eroe senza macchia e senza paura alla fine vincerà (lasciando dietro di se – of course di nuovo – un cuore infranto) e coi soldi del premio comprerà e libererà dei mustang selvaggi che stanno per essere uccisi. Gli spunti di involontario (?) ridicolo – il cavallo che ‘parla’ col padrone – si mescolano ad una fotografia leccata e artificiosa, che si risolve in una serie di inquadrature-cartolina che sembrano sponsorizzate dalla Pro Loco Sahara. E chi volesse sapere che fine fecero davvero gli ultimi mustang selvaggi, vada a rivedersi quel disperato capolavoro che è Gli spostati (J. Huston, 1961).

Il segreto del Bosco Vecchio (E. Olmi, Italia, 1993), 15.10, DT

Grandissimo Olmi anche in questa versione del bellissimo romanzo di Dino Buzzati. Lirismo, estrema poesia della Natura, senso del magico si uniscono in uno dei suoi film più belli. Semplicemente incredibile la superba interpretazione di Paolo Villaggio (solitamente una delle vergogne del cinema italiano, assieme a Lino Banfi), ad ennesima dimostrazione dell’assioma che non esistono cattivi attori ma cattivi registi. Assolutissimamente imperdibile.

Per grazia ricevuta (N. Manfredi, Italia, 1971), 22.55, DT

Nino Manfredi, una delle icone della volgarità sottoproletaria italiana, dirige se stesso in una commediola stanca. Un ragazzino miracolato entra in convento, ma ne uscirà quando la sua vocazione crollerà sotto il richiamo del sesso. Originale, eh? E colto, poi, non c’è che dire … Il ‘Lato Oscuro’ del cinema italiano, dove quello ‘luminoso’ è rappresentato da Garrone o Diritti …

Lo squalo (S. Spielberg, USA, 1975), 23.05, DT

Già visto cento volte, direte. Proprio tutti? E comunque, una seconda visione – una scoperta, appunto, per chi non lo conoscesse – questo gioiellino la merita senz’altro. Un piccolo capolavoro di costruzione e di tensione, una storia ‘semplice’ in cui la paura è vera e forte, un’ottima e poco considerata interpretazione del sensibilissimo Richard Dreyfuss, e – last but not least – uno squalo di gomma che terrorizza più di qualsiasi effetto di computer grafica, che allora nemmeno si sapeva cosa fosse. Senz’altro uno dei migliori film di Spielberg, che vi resterà nel sangue: ve ne accorgerete quest’estate a Jesolo, quando andrete a fare il bagno di sera …

 Salvate il soldato Ryan (S. Spielberg, USA, 1998), 23.20, Sky

James Francis Ryan è l’ultimo di quattro fratelli americani. Tre sono già morti nei primi giorni della Seconda Guerra Mondiale in Europa, e il quarto è appena stato paracadutato in Normandia: il comando dà ordine che venga ritrovato e congedato, per restituire almeno lui alla famiglia. Splendido, perfetto film antimilitarista di Spielberg. Oltre alle giustamente celebratissima sequenza iniziale, studiatevi con attenzione anche l’ultima parte. Osservate come vengono filmati i carri tedeschi che entrano in paese: non hanno nulla di ‘eroico’, di ‘affascinante’, come hanno sempre le macchine da guerra nei film di guerra, ma sono solo polverose, scrostate, sferraglianti e minacciose macchine di morte. Stupendo e imperdibile.

The Truman show (P. Weir, USA, 1998), 21.00, Sky

Truman vive in una linda e perfetta cittadina americana (avete presente Edward Mani-di-forbice? Ecco, anche peggio). Ha un lavoro normalmente noioso, un matrimonio normale, una madre normale, un amico normale. Ma ha, invece, grandi sogni di evasione e di fuga. Costantemente indeciso, la scelta gli si presenta drammaticamente quando scopre che tutto il suo mondo è artificiale, e lui è solo il personaggio di una soap, che il mondo ‘vero’ guarda in televisione. Avrà il coraggio di lasciare la finzione e di gettarsi nella realtà? Scritto da A. Niccol, che appena l’anno prima, nel bellissimo Gattaca, aveva raccontato un apologo sul diritto-dovere alla libertà individuale contro ogni costrizione, TTS è un altro capolavoro denso di significati, intelligente e profondamente poetico. Ed è anche l’ennesima dimostrazione che non esistono cattivi attori (e qui si tratta di Jim Carrey!) ma solo cattivi registi.

Martedì 29 novembre

The Game (D. Fincher, USA, 1997), 23.15, Rete4

Un ricchissimo manager della finanza, annoiato della sua vita perfetta, riceve come regalo di compleanno l’iscrizione ad un club che organizza specialissimi giochi di ruolo dal vero. Si accorgerà che in gioco ci sarà la sua stessa vita. La fiera dell’inverosimiglianza è tale che, dopo l’avvio, il film diventa ovvio, prevedibile e soprattutto noioso. Io lascerei perdere.

Il mistero delle pagine perdute (J. Turteltaub, USA, 2007), 21.10, Italia1

Piacevole sequel del Mistero dei templari (2004). Stessa squadra di geni svitati ed avventurieri, stessa sceneggiatura alla E.A. Poe, stesso happy end. Nulla di ‘speciale’, dunque, ma quanta professionalità, e quanto divertimento. In Italia ce la sogniamo: l’unica alternativa a Olmi è la premiata ditta Tette&Culi&Rutti&Scoregge.

Ogni cosa è illuminata (L. Schreiber, USA, 2005), 14.35, DT

Jonathan, giovane ebreo americano, stereotipo dell’ebreo succube della famiglia, parte per l’Ucraina in cerca della donna che cinquant’anni prima salvò suo nonno dallo sterminio nazista. E’ accompagnato da un giovane ucraino col nonno, un vecchio che pare aver rifiutato il presente rifugiandosi in una sua personale follia. Tutti e tre concluderanno il viaggio avendo ognuno trovato la propria illuminazione, anche se potrà costare carissimo. Opera prima dell’esordiente Schreiber, il film è un gioiello di poesia e di malinconico umorismo, un racconto apparentemente semplice e lineare quanto invece turgido di sentimento e di umanità. Assolutamente imperdibile.

Frequency (G. Hoblit, USA, 2000), 17.20, Sky

John, un giovane poliziotto, vive nel ricordo del padre Frank, un pompiere morto eroicamente nello spegnimento di un incendio. La sera precedente l’anniversario della sua morte – mentre nel cielo si sta sviluppando una tempesta elettromagnetica di eccezionale potenza, con magnifiche aurore boreali – John ritrova, nella vecchia cassetta del padre, il suo apparecchio per radioamatori. Prova ad accenderlo e, incredibilmente, si mette in contatto proprio col padre, che da quella stessa stanza sta trasmettendo, ma trent’anni prima. John parla a lungo con lui, mettendo in quella conversazione tutto l’affetto rimasto inespresso per tanti anni: gli dice anche della sua prossima morte, e gli suggerisce come evitarla. Il padre segue il suo consiglio, e dunque si salva, ma in questo modo cambia non solo la propria esistenza, ma anche tutti gli eventi che a lui sono collegati. Quando se ne rendono conto, i due capiscono che devono al più presto ristabilire l’ordine delle cose, affinché il futuro – il presente, per John – non sia irrimediabilmente sconvolto. Tanti generi mescolati insieme, per un film che, tuttavia, non è affatto da buttare. La fantascienza, col motivo del ‘viaggio nel tempo’ e della possibilità di modificare il passato; il thriller; il melodramma sentimentale, col tema del rimpianto del padre prematuramente scomparso. Potrebbe sembrare troppo, ed invece i tre generi si fondono bene, dando vita ad un film romantico ed appassionante, interpretato più che dignitosamente da Dennis Quaid e da James Caviezel. Da vedere.

Mercoledì 30 novembre

La Rosa Bianca (M. Rothemund, Germania, 2005), 18.05, DT

Nel febbraio del 1943, a Monaco di Baviera, gli studenti universitari Sophie Scholl, suo fratello Hans ed alcuni loro amici vengono arrestati per aver diffuso volantini contro Hitler e la guerra. In cinque giorni, dopo un processo-farsa, in cui uno pseudogiudice – in realtà burattino del regime – vomita loro addosso squallidi insulti razzisti (è importante sapere che oltre il 90% dei dialoghi sono basati sui verbali originali), vengono condannati per tradimento e ghigliottinati. Sommamente eroica la testimonianza della Rosa Bianca – questo era il nome che i ragazzi si erano dati – soprattutto perché non si trattava di un gruppo politico, legato a qualche organizzazione partitica. Di fede evangelica, i componenti della Rosa Bianca basavano la loro lotta unicamente su motivazioni religiose e sull’obbedienza alla retta coscienza instillata loro dai genitori. Forse un po’ legnoso nella struttura, denunciando così la sua origine ‘giudiziaria’ (meglio ha fatto Peter Weiss con la sua bellissima Istruttoria, ricavata dai verbali di Norimberga), La Rosa Bianca riesce comunque ad essere un film commovente e coinvolgente che finalmente rende giustizia a questo episodio fino a poco tempo fa praticamente sconosciuto della Resistenza tedesca. Il film ha avuto l’Orso d’Argento per la miglior regia e la migliore interprete femminile al Festival di Berlino del 2005. Su un episodio analogo, cioè su una protesta nata non da motivazioni ideologiche o politiche, bensì semplicemente dall’urgere della coscienza, si legga anche lo splendido romanzo Ognuno muore solo di Hans Fallada, recentemente ripubblicato da Sellerio.

 Un uomo da marciapiede (J. Schlesinger, USA, 1969), 21.00, DT

Capolavoro del cinema ‘democratico’ degli anni Sessanta, la straziante vicenda dell’amicizia tra un prostituto – alla ricerca del denaro e del successo – e un barbone, che invece dalla società del successo è già stato emarginato e sconfitto, in una New York sporca, fredda e misera. Vero, umanissimo, poetico. Assolutissimamente imperdibile.

Il grande Lebowsky (J. e E. Coen, USA/GB, 1998), 21.00, DT

Jeff Lebowski, per gli amici Drugo (non si capisce perché, chevvordì, e già vi cominciano a vibrare le punte dei baffi) è un disoccupato losangelino negli anni Novanta: pigro, bevitore, ‘fumatore’. Trascorre le sue giornate al bowling assieme ad un gruppo di amici totalmente svitati ed altrettanto fancazzisti. Un giorno scopre di avere un omonimo, un miliardario cui è stata rapita la moglie e che lo incarica di fare da tramite coi rapitori per recuperarla. Da qui si inanellano tutta una serie di complicazioni e di equivoci che coinvolgeranno Drugo e i suoi amici, fino ad una bizzarra conclusione. Capolavoro dei Coen per alcuni, questo è invece molto probabilmente il loro film più irritante, quello in cui più compiutamente ed esplicitamente si svela la sostanza del loro pseudoumorismo: “cinema concettuale”, lo chiama qualcuno Come in tutti i loro film, anche qui i Coen raccontano una storiellina idiota, senza senso e senza nerbo, mascherandola però da chissà qual messaggio anarco-nichilista: se riuscite a coglierlo entrate di diritto a far parte del club e potete sentirvi intelligenti, altrimenti siete anche voi solo dei poveri sfigati. Ma se ascoltate attentamente, sentirete nel fondo i Fratelli Coen che sghignazzano: ‘Li abbiamo fatti fessi un’altra volta, quei cretini’.

Una storia vera (D. Lynch, USA/Francia, 1999), 19.20, DT

Alvin – 73 anni, deambulazione incerta e respirazione difficile, cui è anche stata ritirata la patente – non parla con suo fratello da dieci anni perché ci ha litigato, ma quando viene a sapere che ha avuto un infarto decide di andarlo a trovare, viaggiando su un tosaerba. Film di emozioni intensissime e vere quanto contenute e distillate, di tempi lunghi, sereni e rarefatti, di sentimenti semplici ed essenziali. Un capolavoro di profonda poesia e umanità. Assolutissimamente imperdibile.

Mulholland drive (D. Lynch, USA/Francia, 2001), 21.15, DT

A pensarci bene, credo che nella mia – ormai, purtroppo, abbastanza lunga – carriera di cinefilo mi sia capitato non più di due volte di aver visto un film che rientra a pieno titolo nella categoria dei film-dove-non-ci-si-capisce-un-beato-c…. La prima fu nel 1965, con Alphaville, di Godard, una incomprensibile storia di fantascienza (forse), in cui un tipo deve combattere contro un gigantesco computer (pare) e non si sa cosa succede e come va a finire. Ma con MD siamo al ‘capolavoro’ puro del genere. Due ore e quaranta di immagini totalmente isolate, di storie completamente slegate le une dalle altre e assolutamente incomprensibili, di simboli del tutto indecifrabili, di atmosfere pseudoinquietanti e di inquadrature pseudoansiogene che però non dicono nulla, di assurdità incomprensibili e senza spiegazione alcuna. Due ore e quaranta di puro nonsense, in cui non prendi a calci la tv solo perché, disperatamente, speri sempre che finalmente arrivi qualcuno a raccogliere i fili e a dare un senso a tutto quell’assurdo casino, e quando ti accorgi che ti hanno solo preso per il c… ormai hai troppo sonno e devi andare a letto. Gli attori . . . ma sono lì per recitare? Naomi Watts è brava, d’accordo, ma nemmeno lei sa cosa ci sta a fare, ma Laura Elena Harring è gelida come una Playmate nel paginone centrale, e non bastano le sue belle tette a renderla sopportabile. Come sia possibile che l’autore di un film ‘perfetto’, delicato, poetico ed al tempo stesso assolutamente ‘vero’, come Una storia vera, abbia potuto dar vita a questa incredibile boiata, è uno dei misteri più insondabili della natura umana.

Solomon Kane (M.J. Basset, Francia/Repubblica Ceca/GB, 2009), 19.10, Sky

Assieme a J.R.R. Tolkien, Robert Ervin Howard (1906-1936) è stato il maggior scrittore di Fantasy del secolo scorso. Di questa branca della letteratura fantastica egli ha esplorato praticamente tutti i sottogeneri, ma soprattutto grandissimo è stato nell’heroic fantasy (o sword & sorcery), ambito nel quale creò – oltre a Solomon Kane, cui è ispirato questo film – anche il celeberrimo Conan il Barbaro. Succube di una madre oppressiva, ma anche delle sue stesse fantasie, Howard visse un’esistenza breve e tormentata, che per alcuni aspetti ricorda quella del suo ‘predecessore’, E.A. Poe – scrittore peraltro ampiamente sopravvalutato – ma soprattutto quella del suo ‘maestro’, il grandissimo H. P. Lovecraft. Nonostante ciò, la sua produzione letteraria fu amplissima, e tutta di ottima qualità, e merita assolutamente di essere riscoperta: gran parte di essa è oggi disponibile in traduzione italiana. Curiosamente, Howard è stato pochissimo frequentato dal cinema. Vien da pensare che sia accaduto a lui ciò che è accaduto a Dumas: scrittori la cui prosa è di per sé talmente ricca e densa, a livello immaginifico e narrativo, da renderne paradossalmente ardua la trasposizione sullo schermo (e infatti i film tratti da Dumas sono, in genere, piuttosto banali). Se non sbaglio, prima di questo due sono state le traduzioni cinematografiche da Howard. La seconda – Conan il Distruttore, R. Fleischer, USA, 1983 – è una ridicola parodia, con una sceneggiatura da dimenticare e il penoso contributo di Grace Jones. Ma il primo – Conan il Barbaro, J. Milius, USA, 1982, con un bravissimo A. Schwarzenegger – è un capolavoro del genere Fantasy, che non sfigura affatto a fianco del recente Signore degli Anelli. La bellezza del film, però, è in gran parte merito del regista, il grande John Milius che, già di suo sensibile ai temi dell’eroe e della regalità, trovò nell’immaginario di Howard e nel suo personaggio un soggetto ideale, scrivendo una storia colma di grandezza, magia ed avventura, stilisticamente ‘elementare’, che fa un uso minimo e ridottissimo di qualsiasi effetto speciale. Purtroppo quei tempi son passati, ed anche quei registi. La nostra è l’era della computer grafica, che consente a chiunque di credersi un genio del cinema e di poter fare qualsiasi cosa. Così è stato per questo signor Basset, che dubitiamo seriamente sia in grado di lasciare nel cinema una gran traccia di sé. Invece di scavare, appunto, nel materiale letterario, culturale e fantastico dello scrittore americano, invece di esplorare il personaggio di Solomon Kane – mortale spadaccino in un’imprecisata Europa del Cinquecento, un blade runner sempre in bilico tra nemici sanguinari ma concreti e ben più pericolosi nemici infernali e soprannaturali – Basset si limita a confezionare la solita orgia di creature virtuali che cominciano ormai a sapere pesantemente di déjà vu. Anche l’ambientazione, a dir la verità più al sapor di cupo Medioevo che di Cinquecento, è risaputa, e soprattutto eccessiva. Raramente il mestiere, se pur c’è, salva dalla sostanziale assenza di ispirazione. Un film vedibile, con l’impegno di correre però subito dopo in libreria, perché, come dice Conan: “Volete vivere in eterno?!”.

Giovedì 1 dicembre

 Miami vice (M. Mann, USA, 2006), 21.10, Rete4

Anche se – diciamolo subito – sarebbe stato difficile ripetere l’exploit di un film puro e disperato come Collateral (in assoluto il più bel film di Mann, assieme all’Ultimo dei Mohicani), tuttavia anche questa volta il maestro ha dato una lezione di cinema, ed anche questa volta l’ha fatto con una storia apparentemente ‘fredda’, perché già vista mille volte, quella di due agenti infiltrati in una grossa organizzazione criminale per smantellarla (ma l’aveva già fatto in The Heat, con lo ‘stereotipo’ della caccia tra il vecchio poliziotto e il vecchio criminale). Anzi, qui si è addirittura preso il lusso di fare quello che potrebbe sembrare un remake della vecchia e (immeritatamente) celebre serie TV. Con la quale questo film non ha nulla in comune, se non il titolo, e lo schema dei due sbirri che vivono pericolosamente. Tutto il resto è Mann, il solito Mann: visionario, entusiasmante, scenografico, col suo incredibile senso del ritmo e della composizione delle scene (ho sempre pensato che, se non avesse fatto il regista, forse avrebbe fatto il coreografo). Il solito Mann, ‘esteta’, se vogliamo, per il quale par quasi che ad essere importante non sia tanto la storia, ma il modo in cui viene raccontata, anzi: mostrata. E’ questo, ancora una volta, che entusiasma e turba, in questo suo nuovo film. Tutto diventa emozione pura: la tensione notturna in una discoteca (par quasi un fissazione per lui: ricordate il sublime ‘balletto’ della sparatoria nella discoteca in Collateral), la scia di un off-shore sul mare, i murales che ‘esplodono’ dai muri scrostati di Haiti, le palme agitate dal vento davanti ad un appartamento vuoto, la violenza macellaia di una sparatoria. Tutto sembra ‘già visto’, in questo film, e tutto è diverso, tutto viene ‘da dentro’ le cose, e si scrive dentro di noi. Come, per esempio, l’inseguimento sull’autostrada, che non è un videogioco alla Fast&Furious, ma una corsa verso la morte. Eppure, non è estetismo puro e fine a se stesso, il suo. Lo dicono i cieli spesso in tempesta, i lampi inquietanti che graffiano il buio, i tuoni, che minacciano distruzione. Lo dice la fotografia, a volte sgranata fino ad entrare nei pori della pelle e negli animi, a volte lucidissima, come l’occhio di uno scienziato. Comunque, ancora una volta, Mann ci da un film ‘culturale’: non un’indagine poliziesca, che ci avrebbe annoiato a morte, ma un’indagine nei nostri luoghi oscuri – quelli del nostro animo e quelli attorno a noi. Forse, a ripensarci, la distanza dal killer nichilista di Collateral non è poi così grande. Assolutissimamente imperdibile.

 Le tre sepolture (T.L. Jones, USA/Francia, 2006), 21.00, DT

Nella bellissima tragedia di Sofocle, Antigone, mettendo in gioco consapevolmente la propria vita, seppellisce il corpo di Polinice, contravvenendo volutamente al crudele editto del tiranno Creonte, che, con assoluta mancanza di pietas, ha decretato che rimanesse insepolto. Qui siamo ai giorni nostri, sul confine USA-Messico. Terra di nessuno, polverosa, triste e inutile. L’unica attività che scandisce il passare dei giorni è la caccia al clandestino, alle migliaia di disperati che dal Messico tentano con ogni mezzo di raggiungere il paradiso americano. Uno di loro è Melquiades Estrada, un cow-boy, che sopravvive col suo piccolo gregge di capre. Mite ed inoffensivo, non da fastidio a nessuno, ma viene ugualmente ucciso, nel più stupido dei modi, da una guarda di confine. Ma Melquiades aveva un amico bianco, un americano: Pete, un cow-boy anche lui, anche lui uomo dai sentimenti elementari ed essenziali. Un giorno, raccontando a Pete con immensa nostalgia della famiglia e del paese che aveva lasciato, si era fatto promettere che, se fosse morto, lui non avrebbe lasciato che venisse sepolto “sotto dei fottuti cartelloni pubblicitari” ma lo avrebbe riportato a casa. Ora Pete vuole mantenere la promessa, ma scopre che Estrada è già stato sepolto, senza rispetto e senza dignità, e soprattutto che a nessuno frega niente di sapere chi è stato. Pete indaga da solo, individua la guardia responsabile dell’omicidio, e a rischio della propria vita la rapisce, la costringe a disseppellire il corpo e a seguirlo in Messico. Qui, lo ‘editto’ contro cui Pete si ribella è la cultura che trasforma questa povera gente in sotto-uomini, in “schifosi immigrati” indegni perfino di uno straccio di cerimonia funebre, non che di giustizia; e la legge morale cui si richiama è quella, suprema, della solidarietà tra uomini: “Era mio amico” ripete a tutti, per spiegare ciò che ha fatto. Il viaggio, a volte grottesco, a volte commovente, porterà Pete a scoprire quanto fragili fossero i sogni di Melquiades, e la guardia a ritrovare incredibilmente, sotto la sua scorza di uomo stupidamente cattivo ed inutile, una traccia di umanità. Con questo suo primo esercizio di regia – coadiuvato, bisogna assolutamente dirlo, dallo sceneggiatore dei bellissimi Amores Perros e 21 grammi, di A.G. Inarritu – Jones ci regala un film semplice e lirico, estraendo da se stesso la malinconia e l’ironia con cui ha sempre arricchito i suoi personaggi, anche i meno importanti. L’Oscar a lui ed allo sceneggiatore sono il degno premio per questo limpido capolavoro.

 Venerdì 2 dicembre

 Non ti muovere (di e con S. Castellitto, Italia/Spagna/GB, 2004), 21.10, DT

E’ difficile non avercela su col cinema italiano vedendo ‘cose’ come questa, che non è un film, ma una soap melensa ed insopportabile, esagerata e retorica, in cui un medico, meditando al capezzale della figlia, in coma per un incidente di moto, rievoca la propria passione per una barbona sottoproletaria. Un perfetto ‘prodotto’ popolare, infarcito di musica pop ruffiana e tonitruante. Castellitto (che gli Dei gli perdonino il suo Maigret in tv) è una delle sciagure del cinema italiano, e Penelope Cruz è una sciagura del cinema in assoluto.

I ponti di Madison County (C. Eastwood, USA, 1995), 21.15, DT

Un fotografo in missione nello Iowa incontra una casalinga di mezza età, la cui famiglia è momentaneamente lontana. Nasce un amore fugace di pochi giorni, che lei racchiuderà per sempre nel suo diario. Noiosissimo fotoromanzo leccato e patinato, un lungo spottone turistico della Pro Loco Iowa, con Clint Eastwood che tenta inutilmente di fare il buono e il romantico – ruoli che, come si vedrà poi in quell’altra ciofeca di Million dollar baby, non sono assolutamente nei suoi registri – e Meryl Streep che tenta inutilmente di uscire da quel blocco di ghiaccio inespressivo in cui ha sempre recitato. Insopportabile.

 Paura e delirio a Las Vegas (T. Gilliam, USA, 1998), 19.15, DT

Viaggio nell’autodistruzione di due amici a Las Vegas, tra alcol, droga e puttane. Non è certo il film migliore di Gilliam (ben altra classe ha sfoggiato nel bellissimo e poeticissimo Tideland, del 2005 che pure raccontava lo stesso milieu). Qui ci si rivoltola nella merda senza mai innalzarsi ad una lettura simbolica che dia un senso alla sporcizia che ci viene sciorinata davanti, ed ogni parallelo con le dolorose peregrinazioni kerouakiane è semplicemente irriverente. Semplicemente un brutto film.

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

Categorie

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: