Pubblicato da: giulianolapostata | 20 novembre 2011

Multivisioni – Sabato 19 novembre 2011

Multivisioni

Consigli appassionati su cosa vedere – e non vedere! – in TV

“Il cinema americano ha successo perché loro fanno bene i film. Noi facciamo bene la pizza”

R. Benigni

“Il cinema italiano è deprimente”

Q. Tarantino

“Un qualsiasi stupido film americano contiene sempre un insegnamento, a differenza di un qualsiasi artistico film inglese”

L. Wittgenstein

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Sabato 19 novembre

Buried (R. Cortés, Spagna, 2010), 17.30, DT

Paul Conroy è un contractor americano in Irak. Fa il camionista, trasporta rifornimenti, armi, non sa neppure lui bene cosa. Un giorno il suo convoglio viene attaccato, i suoi compagni uccisi, lui colpito da una sassata alla testa. Quando si risveglia è sotto terra, chiuso in una bara di legno. Ha un coltello, due luci chimiche, una pila, un accendino Zippo, un cellulare. Attraverso il telefono gli insorti irakeni che l’hanno catturato si fanno vivi. Deve cercare di procurare un riscatto di cinque milioni di dollari entro due ore, altrimenti verrà lasciato a morire lì. Paul comincia un’allucinante ricerca di aiuto e di contatto col mondo: la ditta che l’ha assunto, l’FBI, il Dipartimento di Stato, la vecchia madre malata di Alzheimer, la moglie. I minuti passano, mentre lui si sente sempre più isolato e trascurato, rotellina insignificante di una macchina infinitamente più grande di lui, inutile granellino di sabbia, come quella che sta filtrando attraverso le assi, e che poco a poco lo sta soffocando. Non ha molto tempo per trovare il modo di sopravvivere. Buried è un film apparentemente ‘geniale’, che invece si sgonfia subito, dopo pochi minuti, paradossalmente proprio a causa della ‘eccezionalità’ della situazione immaginata. Capiamo tutti immediatamente che due sono le soluzioni possibili: o un happy end, e la sua resurrezione, o un bad end, e la sua orribile morte. Si tratta solo di lasciar passare il tempo, e vedere quale delle due il regista abbia scelto. E il tempo passa, lentamente, con un occhio alla schermo, su cui non succede niente, ed uno all’orologio, sapendo che man mano che le lancette girano inevitabilmente vedremo il coup de théatre che finalmente venga a risolvere la situazione. Tutti i tentativi di trasformare Paul in un ‘simbolo’, quello dell’uomo qualunque vittima di un ingranaggio che lo schiaccia e lo ignora, si risolvono in frasi fatte – “Sono solo un uomo, sono venuto qui per lavorare, per aiutare la mia famiglia” – in un temino scontato e diligentemente svolto, ma noioso e banale. Buried è un film fallito per presunzione, quella di chi ha pensato che bastasse portare al limite una situazione per renderla eccezionale, dimenticando che spesso proprio la ricerca dell’insolito a tutti i costi può portare proprio al risultato opposto, quello dell’ovvio più scontato. Un esordiente che speriamo resti tale, se questa è la sua idea di cinema, un brutto film anzi peggio: un film desolantemente inutile.

Quel treno per Yuma (J. Mangold, USA, 2007), 23.10, DT

Non è vero che i generi muoiono e non possono essere resuscitati. I generi non muoiono mai, ed eventualmente il problema è che a ‘resuscitarli’ sia la mano di un genio, il tocco di un artista. Si veda, per esempio, il bellissimo Gli spietati (USA, 1992), in cui un Maestro come Clint Eastwood, proprio nel momento in cui sembra celebrare, con un film crepuscolare e ‘decadente’, la fine dell’epopea western, al tempo stesso ci dà un film perfetto, che di quell’epopea è una massima esaltazione. Così pure, non c’è nulla di male ad usare gli stereotipi – il Mito ne è pieno! – purché essi sfuggano alla bassa condizione della macchietta da caratterista e diventino simbolo ‘universale’. Tutte considerazioni, queste, evidentemente del tutto estranee, a chi ha concepito e messo in atto questo film (non è che la filmografia di Mangold sia precisamente infarcita di capolavori) in cui l’epos è assente in misura assoluta, e che addirittura irrita per la sua balordaggine. Non si sa da che parte cominciare. O forse sì: certo dalla sceneggiatura, che vola raso terra, tra banalità, stereotipi – appunto! – involontarie cadute nel ridicolo, incongruenze. Il bandito Ben Wade è “Il Bandito”: gentile con le donne, che gli cadono ai piedi come cachi, spietato coi traditori e i nemici, uomo d’onore con gli uomini d’onore; e per chi gli tocca la Mamma sono c**** amari. Dan Evans, l’eroe suo malgrado, è anche lui “L’Eroe-suo-malgrado”: pulito, semplice, onesto, che preferisce farsi ammazzare piuttosto di rubare un cent, che non avrebbe mai voluto essere lì dov’è, ma che ora che ci si trova ha un onore da difendere, e lo fa fino alla morte. Li accompagna nel loro viaggio verso l’appuntamento fatale (l’avrete visto tutti l’originale del 1957 di Delmer Daves, che ora si starà rivoltando nella tomba) un gruppo di comprimari abbastanza normali e prevedibili. Un’eccezione (in negativo) è il figlio di Dan, una figura all’insegna del battistiano “io vorrei, non vorrei, ma se vuoi”, che passa a corrente alternata dall’ammirazione per il Bandito a quella per L’Eroe-suo-malgrado, e non si capisce per quale mai ragione alla fine scelga il secondo, se non per la volontà incomprensibile del regista: “Mi hanno disegnato così” potrebbe ripetere anche lui con Roger Rabbit. Le avventure si susseguono – con una certa fantasia, bisogna ammettere – ma bisogna anche riconoscere che la sfiga di Wade, che cento volte arriva sul punto di riconquistare la libertà e altrettante fallisce per un pelo, è davvero troppa, e quando si arriva alla scena nella tenda degli operai cinesi è difficile soffocare una risata. Come pure è difficile non ridere durante la fuga tra le case di Contention, con questi due che, come un incrocio tra Batman e James Bond, sfuggono ad una inimmaginabile pioggia di pallottole; o ascoltando la frase: “Non durerei due minuti come capo di questa banda se non fossi marcio dentro”, che candidiamo immediatamente all’Oscar per la battuta più artificiosa e falsa che si sia sentita al cinema da decenni. E Wade? Wade che, dopo un assurdo dialogo finale, accetta di andare a farsi impiccare solo per permettere a Evans di dimostrare a suo figlio di essere “un uomo”? E che ammazza tutti appunto perché lui ‘ha capito’? Ma loro, poveri sfigati, come possono capire che lui ha capito?! “Ma mi faccia il piacere!” direbbe Totò. Da questa fiera dell’improbabilità, una sola figura emerge, prepotente, davvero epica, e nemmeno si capisce come sia andata a finire in un film così: l’aiutante di Wade, Charlie, il pistolero gay, l’unico Franti, l’unico vero vilain del gruppo, fatto come Dio comanda: perverso, feroce, spietato, crudele, beffardo, immorale ed amorale, intimamente malvagio. Un autentico ‘eroe negativo’, uno splendido personaggio – sembra scritto da Sergio Leone – per il quale viene immediato e istintivo ‘parteggiare’, splendidamente interpretato da Ben Foster, cui auguriamo miglior fortuna e miglior compagnia. Cosa aggiungere ancora. Russel Crowe e Christian Bale non interpretano i personaggi, ma semplicemente mettono in atto una gara di recitazione, in questo ennesimo ed inutile remake, a proposito del quale ancora una volta invochiamo, dalle Nazioni Unite, una Risoluzione: “E’ severamente proibito fare remakes”. Punto.

 Master & Commander (P. Weir, USA, 2003), 17.10, Sky

Dai romanzi marinari di P. O’Brian, un ottimo film storico e d’avventura, tanto interessante nell’ambientazione e nella sua verosimiglianza quanto appassionante per la vicenda. Durante il contrasto tra Inghilterra e Francia napoleonica per il predominio sui mari, il veliero inglese Surprise ingaggia un lungo duello col francese Acheron che gli è superiore per armamenti ma inferiore quanto a perizia di comando. Interessantissimo e quasi ‘documentaristico’ nelle scene di guerra e di vita marinara, è una lezione di storia al cinema, oltretutto magnificamente fotografata, e raccontata con slancio ed entusiasmo.

Domenica 20 novembre

Mission (R. Joffé, GB, 1986), 17.30, DT

Maestoso racconto sulle comunità ‘comunistiche’ create dai gesuiti nella giungla dell’America Latina alla fine del ‘700 per salvare gli Indios dalla sterminio e dalla guerra condotta contro di loro dall’imperialismo spagnolo e portoghese in nome della libertà di sfruttamento. Splendida fotografia, ritmo solenne e ieratico, De Niro, come sempre, sublime, e bellissima la colonna sonora di Morricone. Imperdibile.

Wall Street (O. Stone, USA, 1987), 21.05, DT

La storia di uno speculatore di borsa che, ad un certo punto della sua folgorante carriera, si rende conto della intima ‘immoralità’ di ciò che sta facendo e si ribella al sistema. Come dice M. Morandini, “non è una critica del capitalismo in quanto tale, ma del capitalismo cattivo” opposto ad un ipotetico ‘capitalismo buono’. Tuttavia i meccanismi della speculazione finanziaria sono descritti con tale limpidezza e freddezza da renderlo un film a suo modo agghiacciante, oltre che ‘istruttivo’. M. Douglas, eccezionalmente, davvero bravo. Da non perdere.

Somewhere (S. Coppola, USA, 2010), 15.15, DT

Mai, nella mia vita di cinefilo, avrei pensato di dovere un giorno parlar male di un film di Sofia Coppola, ma il troppo è troppo, soprattutto quando, dopo tre capolavori (Il giardino delle vergini suicide, 1999; Lost in translation, 2003; Marie Antoinette, 2006), il suo quarto film è una vuota nullità; soprattutto quando questa nullità viene premiata col Leone d’Oro, per ragioni che, francamente, ci sfuggono. A meno che non si debba dar retta ai pettegolezzi sull’influenza che avrebbe avuto sulla scelta la passata liaison tra il Presidente della Mostra e la regista: ma, sinceramente, a questo non vogliamo nemmeno pensare. Comunque, le cose stanno così. Johnny è un attore divorziato, che trascorre giornate inutili tra alcol, droghe, sigarette e sesso senza volto. Improvvisamente, la ex moglie gli scarica per alcune settimane la figlia Cleo, undicenne: dovrà occuparsene fino alle vacanze estive. La normalità e la semplicità di Cleo e la naturalità del suo affetto scuotono e turbano Johnny, che grazie ad esse viene  poco a poco indotto a riflettere sulla mancanza di senso della propria esistenza. Dopo averla accompagnata alla partenza, Johnny improvvisamente dà un taglio a tutto il suo vivere precedente, lasciando dietro di sé, mentre s’incammina nel deserto, il simbolo più bello della sua vita apparente. Attenzione, però. Quello che vi abbiamo raccontato non è un film: è uno story board, sono note a margine, didascalie, sono le ‘finestre’ che nel cinema muto intervallavano le scene per spiegare (appunto), commentare (appunto) e introdurre. Perché niente, nel film, assolutamente niente di quel che vedete ‘parla da solo’, niente ‘esprime’, niente ‘simbolizza’. Quella che vedete è una serie senza fine di scene lentissime e piatte, quasi a sé stanti, di cui intuite quale dovrebbe essere il significato (come se alla base dello schermo stesse scorrendo il copione), ma che mai, nemmeno una volta, acquistano vita propria, si gonfiano di sentimenti, emozioni e ‘significati’. Si consulta ossessivamente l’orologio, seduti in sala, mentre passano implacabili novantotto minuti di nulla, di rado interrotti da micidiali banalità, cui si stenta perfino a credere (“La mamma non so quando torna, e tu non ci sei mai”. “Mi dispiace di non esserci mai”). Lasciando perdere le incongruenze. Ma chi c**** glie li manda, gli sms: la sua ‘metà oscura’? La CIA nel suv nero? Gli alieni? La performance attoriale, chiamiamola così, è coerente col tutto. Elle Fanning sembra uscita dal set di “Piccole modelle crescono”, inconsistente ed inespressiva; Stephen Dorff sembra sempre appena alzato dal letto, senza saper bene che fare di sé. Dopo il primo minuto (sessanta infiniti secondi: cronometrateli), in cui una Ferrari gira in tondo nel deserto da destra a sinistra, un bello spirito, che evidentemente aveva già capito tutto, ha udibilmente mormorato dal fondo: “Tranquilli, nel secondo tempo gira da sinistra a destra”. Molti hanno sghignazzato, qualcuno lo ha guardato male. Ma anche loro, alla fine, l’hanno cercato per stringergli la mano.

Il Pianista (R. Polanski, GB/Francia/Germania/Polonia, 2002), 21.15, DT

Personalmente ritengo che Polanski sia un regista assolutamente discontinuo. Nella sua carriera ha alternato a capolavori assoluti, che resteranno nella storia del cinema – L’inquilino del terzo piano (1976) e Macbeth (1971) – puttanate ignobili come Pirati (1986), o banalità e palle micidiali come Frantic (1988). Questo Pianista appartiene alla categoria di mezzo, dei film ‘senza infamia e senza lodo’. Non è un capolavoro, diciamolo subito. E’ un discreto film, abbastanza ben raccontato, abbastanza ben recitato (a parte la ‘naturale’ ed insopprimibile antipatia di Adrien Brody), abbastanza ben fotografato. Ma tutto finisce lì. L’emozione, il pathos, il dramma latitano assolutamente, e se questa doveva essere una dolente commemorazione della Shoah, allora sarà bene che qualcuno – non solo lui, ma anche i critici che gli hanno assegnato la Palma d’Oro a Cannes – vada a rivedersi Schindler’s List (S. Spielberg, 1993) per imparare come si fa a raccontare l’orrore e il dolore. Tutto il film si esaurisce fondamentalmente nell’esteriorità della biografia del protagonista, senza che quasi mai si percepisca e si scorga il ‘senso’, il ‘perché’ di questo racconto. Il film finisce e uno si chiede: beh, e allora? Cosa voleva dirmi? Qual è lo scopo di tutto ciò? Non si capisce quasi mai, il perché, e se in qualche rarissimo momento pare che il tono si sollevi – splendido il volto desolato dell’ufficiale nazista che lo ascolta suonare nella casa distrutta – subito ridiscende, schiacciato da un dialogo davvero ovvio e banale (“Non ringrazi me, ringrazi Dio, è a lui che dobbiamo la nostra sopravvivenza, almeno è così che ci hanno insegnato a credere”). Sarebbe bello se anche i critici cinematografici – come pure la commissione che assegna i Nobel per la letteratura: ma questo sarebbe un altro, lungo discorso – la smettessero di conferire premi ‘politici’ e cominciassero a badare veramente ai valori artistici. Ne guadagneremmo tutti: noi, il cinema e l’arte.

Mammuth (B. Delépine/G. de Kervern, Francia, 2010), 19.25, DT

Serge Pilardosse è operaio in una macelleria industriale. Non è un genio, forse è anche un po’ tonto, e più o meno da idiota lo trattano tutti, apparentemente anche Catherine, la moglie, affezionata ma burbera, che dà quasi l’impressione di non saper che fare di quel grosso stupidotto in giro per casa. Gli hanno addirittura affibbiato un soprannome, “Mammuth”, che allude alla sua stazza davvero debordante ma anche al suo vecchio ‘amore’ di gioventù, una gigantesca e bellissima moto Munch Mammuth, che da anni sta abbandonata in garage. Pilardosse, però, è un uomo onesto, ligio al lavoro, con un profondo senso del dovere. Negli ultimi vent’anni passati in macelleria non ha mai fatto un giorno di malattia, e per questo i suoi padroni (che sembrano aver assunto osmoticamente le fattezze degli innumerevoli maiali che hanno ucciso), gli dedicano una grottesca festa di addio. Tuttavia il problema sono i venticinque anni precedenti, che lui ha trascorso vagabondando per la Francia, da un posto di lavoro all’altro. Al momento di mettere insieme le carte per ottenere la sospirata pensione, Serge si accorge che molti dei vecchi datori di lavoro non gli hanno versato i contributi. Non c’è altro da fare che andarli a cercare, dopo tanti anni, uno per uno, e recuperare ciò che gli è dovuto. Ma come viaggiare? La vecchia e scalcagnata auto di famiglia ha il parabrezza rotto – ne circolano pochi, di soldi, a casa Pilardosse – così non resta che riesumare la vecchia moto, e partire con quella. Catherine lo spedisce via trepidante, ma non sa che Serge non parte da solo. Invisibile, viaggia con lui il fantasma di Yasmine, amata molti anni prima, la cui morte tragica è legata proprio a quella moto, e il cui ricordo si è trasformato col tempo in un colpevole incubo, che gli ha impedito perfino di percepire l’affetto sincero della moglie. Ma bisogna andare. Che cos’è, il viaggio di Serge? È un viaggio nel suo passato, prima di tutto, durante il quale farà molte scoperte. Scoprirà che sì, effettivamente è vero, quasi tutti coloro che hanno attraversato la sua vita l’hanno trattato da scemo, ed hanno cercato di farlo fesso. Anzi, è ancora così, e la prostituta con la protesi serve a farlo sentire ancor più stupido, come se ce ne fosse bisogno. Alla loro amoralità, Serge guarda con olimpica e indifferente superiorità, quasi che essa gli stesse servendo da specchio per scoprire, di contro, il valore della sua umanità e della sua sincerità. Perché, infatti, egli scopre anche – impercettibilmente, quasi subliminalmente – la propria ‘forza’, e la propria umanità. Ritrova Paul, il cuginetto con cui aveva scoperto i primi turbamenti sessuali e con cui tenta, pateticamente ed ingenuamente, di ritrovare quello sprazzo di adolescenza. Ri-trova Miss Ming, la nipote sconosciuta, artista folle e lunare, che maieuticamente insegna a Serge la bellezza del creare, cercandone la materia dentro di sé. Poco per volta, Pilardosse si ri-trova, e ritrovandosi si libera. La scena del bagno nello stagno è una sublime e lirica manifestazione del Buon Selvaggio che è in lui. Libero dunque prima di tutto da quel se stesso che lo aveva per una vita intera imprigionato nel cliché dello stupido, liberato finalmente dalla stessa Yasmine, liberatosi della vecchia Mammuth, il cui ruolo di ‘monumento alla memoria’ ora non è più necessario, Serge torna da ciò che veramente ha costruito: l’amore di Catherine, e la incontra in una scena di una tenerezza familiare pudica ed indicibile. Sono molti gli aspetti per cui Mammuth si qualifica come un film di bellezza e poesia sublimi, a partire dagli interpreti. Gerard Depardieu abbandona alla storia ed allo spettatore il suo corpo immenso in un’interpretazione altrettanto immensa quanto ‘naturale’ e vera, quale forse mai gli era riuscita. Yolande Moreau è la moglie, di una bellezza che nasce dall’animo e dal cuore, e che si esprime nei gesti tenerissimi e nello sguardo. Miss Ming è un Pierrot lunaire che spande attorno a sé una sottile polvere magica di poesia e di umana follia. Prodigiosa la scelta stilistica dei registi. Delépine e De Kervern hanno scelto di ‘raccontare’ la vita di Serge con una tecnica quasi documentaristica, servendosi di una pellicola, il Super 16 reversibile, che pochissimi ormai usano, e che coi suoi colori saturi regala la stessa leggerezza e naturalità del vecchio Super 8, e mantenendo pienamente evidente il tremolio della cinepresa, che conferisce alle immagini la semplice evidenza della vita. Mammuth è uno di quei miracoli che a volte accadono al cinema, e che ci fanno amare e capire l’eccezionale bellezza e particolarità di questo mezzo espressivo. In Francia, il film ha avuto 800.000 spettatori: e in Italia?

Lunedì 21 novembre

Man on fire (T. Scott, USA, 2004), 21.05, Rai3

Un ex agente della CIA, alcolizzato per dimenticare tutte le schifezze che ha commesso, diventa la guardia del corpo della figlia di un ricco messicano, e l’affetto della bambina gli ridà fiducia nella vita e stima di se stesso. Quando glie la rapiscono per ottenerne un riscatto, scatena una sua personale e sanguinosissima guerra per liberarla. Forte, violento, sanguigno, ben fotografato: un thrilling che non fa rimpiangere il tempo speso, una delle tappe migliori di Tony Scott verso la sua consacrazione come regista di qualità. Da vedere.

Gran Torino (C. Eastwood, USA, 2008), 21.15, DT

E’ perfino difficile parlare di un film come questo, tanto il suo discorso è semplice, elementare, ‘didascalico’ nel senso migliore del termine. Verrebbe voglia di dire: andatevelo a vedere, e basta. O meglio, andatevelo a vedere, e poi quando uscite pensate alle ronde antiimmigrati, pensate ai linciaggi ai rumeni, pensate ai ‘negri’ bruciati vivi, pensate alla barbarie quotidiana che da mesi ed anni ormai respiriamo in questo dannato Paese. E pensate anche che questo film ci viene dall’America del Ku Klux Klan, ma anche da quella che ha appena eletto un nero alla Presidenza. E allora chiedetevi – e non saprete darvi una risposta – chiedetevi perché tutta l’acqua di sentina dell’Occidente pare essersi riversata qui da noi; chiedetevi perché i suoi rivoli scorrano tranquillamente nelle strade e tutti ci sguazzino dentro trovandolo naturale, e, come diceva B. Brecht, “Quello che accade ogni giorno/non trovatelo naturale./Di nulla sia detto: ‘E’ naturale’/in questo tempo di anarchia e di sangue,/di ordinato disordine,/di meditato arbitrio,/di umanità disumanata”. Walt Kowalsky è, come il suo cognome denuncia chiaramente, di origini polacche, ma è americano D.O.C.: negli anni Cinquanta volontario in Corea, poi per trent’anni operaio alla Ford, oggi vive in un modesto ex quartiere di operai: ex, perché gli americani ‘veri’, e bianchi, se ne sono andati tutti, sloggiati dagli Hmong, un’etnia indocinese paracadutata – è proprio il caso di dirlo – negli USA dopo il Viet-Nam. Ma Kowalsky di loro e della loro storia non sa nulla e non vuol sapere nulla: per lui sono solo “musi gialli”, gli stessi che ha ammazzato in Corea e che intende ammazzare di nuovo, se entrano nella sua proprietà, e anche con lo stesso fucile, che conserva perfettamente efficiente. Un altro simbolo della sua esistenza conserva Kowalsky, gelosamente: una splendida Ford Gran Torino del ’72, che lui stesso ha montato, da allora chiusa nuova fiammante in garage. E’ più/meno/altro che razzismo, quello con cui Walt si rapporta col mondo: è che nel mondo non c’è niente che gli vada bene, nemmeno più in America: non i suoi figli, che vendono macchine giapponesi, vogliono rinchiuderlo in ricovero e fregargli quel poco che ha, non sua nipote, che si presenta al funerale della nonna col pancino scoperto, il piercing e il cellulare alla fondina, non il suo quartiere decadente e in rovina, percorso da gangs giovanili, naturalmente non bianche. Ma un incidente – un accidente dell’esistenza – obbliga Walt ad entrare in contatto con gli odiatissimi musi gialli, lo costringe, letteralmente, ad entrare in relazione con loro, nonostante egli si contorca e si divincoli con tutte le sue forze per sottrarsi a quel rapporto. Il risultato sarà sconvolgente, in questi che, come scopriremo presto, sono gli ultimi giorni di Kowalsky. Giorno dopo giorno, egli si scoprirà ‘parente’ di quella gente come mai si è sentito prima nei confronti, per esempio, dei suoi familiari; scoprirà quanto simili fossero lui e la vecchia Hmong che, entrambi senza capirsi, rintanati sotto la loro veranda sibilavano l’uno verso l’altro le stesse parole di odio e di intolleranza; scaverà finalmente, dentro di sé, quel nocciolo oscuro di dolore che lo avvelena da sempre. Non è un’anima malvagia, infatti, quella di Kowalsky: è un’anima che invece dal male e dal rimorso è stata ferita e avvelenata, ed ha tentato di reagire con gli unici mezzi che conosceva: il facile razzismo da bar, troppe birre bevute e troppo poche parole scambiate. Talmente connaturato è, in lui, questo stile di vita, che anche l’affettuosissimo rapporto con l’amico barbiere si trasforma in uno scambio soffocante di insulti etnici e maschilisti. Ma quanto questi nascondano, in realtà, un rapporto intenso, fatto di profonda stima e rispetto, lo rivela poi l’esilarante ‘lezione di parolacce’ che i due impartiscono al giovane Thao, in cui la loro coprolalia scende (o trascende?) a livelli di pura, innocente e ludica infantilità. Perché non è il rifiuto della vita, ad avere avvelenato l’esistenza di Walt, ma l’orrore della morte: quella che egli stesso ha dato in Corea ai famosi “musi gialli”, e la cui stupida inutilità ancora lo perseguita. Col passare delle settimane, questo tumore ardente viene a galla, finalmente, e Walt può riconoscerlo e decidere cosa farne, ora che la resa dei conti si avvicina. Può prendere un’altra volta il fucile, uccidere, ‘fare giustizia’ (vi pare di averla già sentita, questa?), cancellare i cattivi di turno dalla faccia della terra (aspettando che se ne presentino altri, e poi altri ancora); oppure può provare a trarre una ‘morale’, una filosofia di vita dalla propria esperienza, e provare ad insegnarla agli altri, in un modo assolutamente incredibile, che mai ci aspetteremmo. Così scorre, fotogramma dopo fotogramma, un film che è una lezione di vita, ma anche – è cinema, non dimentichiamolo – un’opera di genio. Un film che, perciò, impartisce la sua lezione proprio coi tempi e gli strumenti della costruzione filmica; così, proprio quando noi spettatori per primi siamo lì, assatanati, a desiderare di spazzar via i cattivi a fucilate, un coup de théatre come solo appunto un genio di ottant’anni può immaginare ci fa ringoiare tutta la nostra rabbia, e ci suggerisce che un’altra vita è possibile, altri rapporti, altri valori fondanti. Un film da mostrare a scuola: sempre che insegnanti e genitori non si scandalizzino per le parolacce …

La caccia (A. Penn, USA, 1966), 21.00, Sky

Raro passaggio in tv di questo ottimo film, che oltretutto ci offre la presenza di un giovane e grande Marlon Brando. Un evaso torna nella sua cittadina natale. La ex moglie cerca di convincerlo a costituirsi, ma altri vorrebbero linciarlo, per coprire la loro personale corruzione. Forte e bel film civile, spietato ritratto della provincia americana, storia avvincente e drammatica. Da non perdere.

Martedì 22 novembre

La guerra dei mondi (S. Spielberg, USA, 2005), 21.10, Italia1

Un buon prodotto, un bel B-movie, avremmo detto negli anni Cinquanta, quando oltre tutto il termine non era ancora stato inventato, almeno nell’accezione che gli diamo ai nostri giorni. Sì: l’avremmo detto allora, e ci saremmo anche accontentati. Ma oggi, decisamente, è troppo poco, e tutto si risolve in una rassegnata delusione. Gli ingredienti ci sono tutti, e di non disprezzabile qualità: una buona recitazione – Tom Cruise sempre meno ‘Cruise’ e sempre più attore: davvero ha fatto progressi, dai tempi di Top Gun – buoni (ma certo non eccelsi) effetti speciali, buona sceneggiatura, adeguatamente calibrata e ritmata. Ma il film, quello non c’è. La proiezione si trascina stancamente per due ore, senza infamia e senza lode, senza un briciolo di emozione. E questo non perché sappiamo già ‘come va a finire’ – quante volte il cinema ci ha raccontato ‘la stessa storia’, e sempre facendoci fremere d’ansia e di passione – ma perché pare proprio che a nessuno interessi altro che fare bene il compitino, ed arrivare in fondo senza troppi traumi. In tanta perfezione, non mancano comunque le illogicità e le sbavature. Che cosa sono, quei viticci rossastri che si attaccano dappertutto? Che rapporto hanno – se ne hanno uno – col sangue che viene spruzzato in giro? E se le navi spaziali erano sepolte sotto terra da decine di migliaia di anni, perché diavolo i marziani hanno aspettato i nostri giorni a riattivarle e a cominciare l’invasione? Stavano aspettando che nascesse Spielberg perché ci facesse il film? E poi – santo cielo! – va bene che si tratta di Tom Cruise, ma possibile che in tutti gli USA solo a lui venisse in mente di cambiare quel c**** di solenoide per fare andare la macchina? Lui solo intelligente e tutti gli altri cretini?! Anche i ‘mostri’ non brillano certo per inventiva. Non solo sono, con tutta evidenza, copiati dall’alieno di Alien, ma, tanto per cambiare, sono antropomorfi. Accidenti, che idea nuova ed originale: mai vista, in un film di fantascienza. Il punto è – la ‘tragica’ verità è – che questo è un film nato morto. Questa è una storia che era stupenda quando la scrisse H.G. Wells, nel 1898; lo era ancora negli anni Trenta, quando Orson Welles la propose alla radio, toccando le corde segrete della paura americana per il Nazismo emergente in Europa; lo era perfino nel 1953, nel film di B. Haskin, che invece si inseriva nel fiorentissimo filone del terrore per l’alieno ‘comunista’. Ma oggi, questa non è più fantascienza: è preistoria. Stanca, annoia, delude. Delude, ancora una volta – ormai ci stiamo anche abituando: come con Ridley Scott – il povero Spielberg. E infastidisce ed irrita notevolmente il fervorino antropocentrico finale. Anche questa comincia a non essere più una novità, dopo l’ultimo romanzo ‘antiecologista’ di Crichton. Va bene che sta scritto nella Genesi – “[…] ed abbia [l’uomo] la signoria sopra i pesci del mare, e sopra gli uccelli del cielo, e sopra le bestie, sopra tutta la terra, e sopra ogni rettile che striscia sopra la terra” – e gli americani per la Bibbia hanno un penchant particolare, ma forse sarebbe il caso di ricordarsi che quella ‘signoria’ l’abbiamo presa un po’ troppo sul serio, e che, dati i risultati, sarebbe almeno il caso di non esaltarla troppo. Magari, se vi va di incontrare altri ‘marziani’ ed altre riflessioni, di ben altro livello, dopo averlo visto andate a comprarvi Il quinto giorno, di F. Schatzing, Ed. Nord: una fantascienza ‘diversa’, per pensare ‘alto’.

Arsenico e vecchi merletti (F. Capra, USA, 1942), 16.35, DT

Puro genio, capolavoro di travolgente comicità nera e demenziale: due vecchiette che gestiscono una pensione ‘danno la pace’ ai loro ospiti, avvelenandoli e seppellendoli in cantina. Cary Grant semplicemente magnifico, Peter Lorre inquietante anche in una parte comica, e Frank Capra rimane uno dei più grandi poeti del cinema. Assolutissimamente imperdibile.

Mercoledì 23 novembre

Il papà di Giovanna (P. Avati, Italia, 2008), 15.20, DT

Nella Bologna fascista del 1938, la diciassettenne Giovanna, psicologicamente debole, uccide per amore una compagna di classe. Il padre, insegnante di Liceo, che già l’aveva sempre amata di un amore esclusivo, da quel momento si dedica solo a lei, seguendola fino a quando uscirà dal manicomio criminale, sette anni dopo. Poco più di una favoletta, una specie di soap di lusso, in cui va totalmente sprecato il grande talento di Silvio Orlando.  Anche la sceneggiatura è debole e periclitante, specialmente nel disegnare i rapporti tra il padre e la moglie, che lo ha abbandonato. Quale demone abbia poi spinto Avati a reclutare un non attore come Ezio Greggio, è un mistero assoluto.

Django (S. Corbucci, Italia/Spagna, 1966), 21.00, Sky

Liberatosi finalmente dello pseudonimo (Sidney Corbett) con cui aveva firmato i precedenti film, Corbucci firma qui anche la sceneggiatura per uno dei capolavori minori del western all’italiana. Agli antipodi di Sergio Leone, Corbucci disegna quasi un antieroe, con gli stivali sempre immersi nel fango, e nei cui vestiti par di sentire la puzza di sudore e di stantio. Pur essendo estremamente violento, Django si muove come in una bolla di immaterialità, quasi ai limiti dell’iperrealismo. Fu il capostipite di una fortunatissima e lunghissima serie. Da non perdere.

Giovedì 24 novembre

 88 minuti (J. Avnet, USA, 2007), 21.05, Rai3

Jack Gramm è un fascinoso psichiatra forense e docente universitario, che lavora anche per l’FBI. Proprio nel giorno in cui Jon Forster, un serial killer finito dietro le sbarre grazie alle sue perizie, sta per essere giustiziato, una studentessa di Gramm viene uccisa con uno schema che ricorda quelli di Forster, il quale ne approfitta per attaccare il lavoro dello psichiatra e chiedere la revisione del processo. Anche Gramm riceve un minaccioso e misterioso avvertimento: ha solo 88 minuti di vita, ed in quel brevissimo spazio di tempo deve scoprire chi sta dietro a tutta questa macchinazione. Un thriller improbabile e inverosimile, e oltretutto prevedibile, di cui l’unica cosa che si salva è Al Pacino, grandissimo di suo, sempre, come sappiamo, qui sprecato in un film talmente poco convincente che in molti Paesi la produzione l’ha fatto uscire direttamente in DVD, il che vorrà pur dire qualcosa. Al suo fianco, il deserto, in cui ‘brilla’, per eccezionale incapacità recitativa, la giovane Leelee Sobieski. Invedibile.

Nemico pubblico (M. Mann, USA, 2009), 21.10, Rete4

Film come questo appagano e consolano. Appagano, perché l’emozione – le emozioni – sono tali e tante, così raffinate, così diversificate, che occorrono giorni e settimane, se non mesi, per metabolizzarle tutte, e intanto la meraviglia continua a ripetersi nella mente. Consolano dalla visione del ‘resto’, di un cinema che sì, a volte offre certamente ‘prodotti’ apprezzabili, ma che, a fronte di un’opera d’arte come questa, si allontana immediatamente in uno sfondo indistinto nel quale ogni elemento si perde, senza personalità e senza connotazioni. Mann – è stato detto giustissimamente – è un autore “classico”, e non a sproposito, durante la visione, ci è venuto alla mente il grandissimo John Ford, e il suo Ombre rosse, quel film la cui bellezza e perfezione ancor oggi incantano e ammaestrano, di cui NP condivide molteplici livelli artistici. La ‘fisicità’ delle figure, per esempio, che rende oggetti e persone ‘veri’ e vivi, anche con un uso della macchina da presa che insegue e concretizza uomini e scene (e certo non è stato estraneo alla scrittura di questa dimensione fisica il fatto di aver girato non solo negli stessi paesaggi, ma spesso nelle stesse strade e addirittura nelle stanze in cui Dillinger agì e morì). Per Mann, nessun bisogno di 3D, l’ultimo misero espediente di un cinema ormai privo non solo di idee ma ancor più di ispirazione, che si affida disperatamente ai ‘trucchetti’ per cercare di strappare qualche ‘oooh’ di superficiale meraviglia. L’epicità, ancora. Eroi trionfanti, eroi perdenti, quelli di Ford. Eroe malinconico questo Dillinger di Mann: che vive e brucia la sua esistenza in meno di due anni, che non ‘pensa al futuro’ (non è un caso se un altro americano, Jack Kerouac, pochi decenni dopo scriverà: “Gli unici che contano per me sono i matti, gente che è abbastanza pazza da vivere, da parlare, da lasciarsi salvare, da desiderare tutto e subito, quelli che non sbagliano mai, che non parlano per luoghi comuni, ma bruciano, bruciano, bruciano e sembrano fuochi d’artificio gialli che esplodono, aprendosi come ragni tra le stelle e lasciando intravedere nel mezzo il punto azzurro dello scoppio e tutti fanno: “Ahhh!”); cavaliere con un senso infrangibile dell’onore, che non dimentica mai un amico o un benefattore, che promette, e mantiene fino all’ultimo: ‘Avrò cura di te’; che continua a sfidare la morte faccia a faccia, mentre altri hanno già scoperto le sozze manovre del crimine organizzato e delle sue sporche compromissioni con la politica. Ford ‘scrive’ magnificamente la scena vibrante dell’inseguimento alla diligenza, e qui parallelamente ritroviamo quella che possiamo chiamare la maestria coreografica di Mann (senza confronti, assolutamente, per esempio, la sparatoria nella discoteca in Collateral, o l’inseguimento sulla falesia e il cercarsi dei due innamorati nel cortile del forte nell’Ultimo dei Mohicani): lasciano senza fiato, in NP, le entrate nella banca, armoniose e potenti come grandi scene di ballo. Fisicità anche come ‘realtà’. “La Depressione nel film non c’è”, scrive Natalia Aspesi nella sua recensione sulla Repubblica di sabato 7 novembre (assolutamente da leggere: esempio unico di cecità assoluta di fronte ad un capolavoro). La Depressione c’è eccome, ma Mann, come Baudelaire, pensa che “I poemi lunghi sono la risorsa di coloro che non ne sanno scrivere di brevi”, per cui a lui non servono teorie di miserabili lungo le strade, mense operaie, fabbriche chiuse, caricature di Uomini e topi. Basta l’immagine folgorante di quella donna col suo vestito misero e scolorito, in piedi davanti ad una casa cadente ed altrettanto misera, persa in un deserto di nulla, che dopo avere ospitato la banda dopo la rapina, chiede a Dillinger: “Portami via con te”, con nel cuore la desolazione di nessun futuro, e negli occhi la bellezza di una meteora che ha appena visto passare, e non rivedrà mai più. Lì c’è tutto, e non occorre altro. Con Ford, Mann ‘condivide’ anche, diciamo così, un cast di attori prodigioso. Depp si esprime più per sguardi ed emozioni che per parole, in quella che certo è la sua più matura e profonda interpretazione. Christian Bale è forse – possiamo osare dirlo? – perfino anche più bravo. ‘Attore’ di un ordine che significa solo morte, a quella stessa morte guarda con curiosità da entomologo, finché il suo significato gli giungerà al cuore, conducendolo al suicidio pochi anni dopo la morte di Dillinger. In NP Mann continua quello ‘sperimentalismo fotografico’ già presente in Miami vice ma soprattutto in Collateral. Ne risulta una fotografia anch’essa ‘attrice’ e strumento drammatico, che dalla dimensione della realtà può passare a quella della tragedia. Mirabile, semplicemente mirabile, la scena successiva alla morte di Dillinger, in cui le cose paiono sbriciolarsi, le superfici si sgretolano e si frantumano, le immagini si sfaldano e la luce si sgrana e si impolvera. Pare una fine del mondo (così è per Purvis, che attraversa la scena travolto dalla bufera del suo cuore), ed è un ultimo, incredibile, sprazzo di genio e maestria.

Un lupo mannaro americano a Londra (J. Landis, USA, 1981), 22.30, DT

Capolavoro horror del grande Landis, narrativamente semplice, ma di grande fascino. Magiche le scene nella brughiera, magnifiche quelle della metamorfosi, che solo il recente The Wolfman (J. Johnston, USA/GB, 2009) è riuscito ad eguagliare. Un raro passaggio tv, davvero imperdibile.

Drag me to hell (S. Raimi, USA, 2009), 21.10, Sky

L’orrore ai tempi della crisi? O l’orrore della crisi? No, qui sarebbe inutile cercare nella cronaca di questi mesi una lettura per questo gioiellino horror, anche se, nella saga di Spiderman, il suo autore ci ha abituato a leggere, sotto la ragnatela, lezioni morali ed etiche di ottimo livello. Qui l’orrore è quello quotidiano, ‘banale’, della meschinità, della malvagità, dell’egoismo, che tutti, prima o poi, abbiamo sperimentato, e magari, vergognandocene un po’, anche agito. In questa storia tocca a Christine farsene attrice: ottima ragazza, gentile, felicemente fidanzata con un lui premuroso ed innamoratissimo, una che ‘non farebbe del male ad una mosca’. C’è però, nel suo piccolo mondo di impiegata di banca, un obiettivo che, senza che lei stessa se ne renda conto, vale qualsiasi infamia: il posto di vicedirettore della filiale, per il quale è in lizza un suo giovane collega cinese (un ‘extracomunitario’, di quelli che ‘ci portano via il lavoro’: forse in fondo una lettura politica c’è …). Non esiste ruffianeria cui lei non sia disposta, per far vedere al suo capo che è lei quella meritevole della promozione, e così, quando una vecchia zingara, molto bizzarra ed alquanto disgustosa (vedi sopra …), si presenta alla sua scrivania per chiedere la terza proroga al mutuo, che non riesce più a pagare, Christine non esita un attimo. Non solo glie lo nega, ma la umilia davanti a tutti, facendola trascinar via dalla sicurezza. Ma quella non è una zingara qualunque: la signora Ganush – così si chiama – è una potente strega, e a vendicare l’umiliazione subita chiama in suo aiuto un terribile demone, una Lamia. Christine ha tre giorni di tempo per cercare di placarlo o sconfiggerlo, dopo di che esso la trascinerà all’inferno. Tenterà con ogni mezzo – “ti sorprenderai nello scoprire cosa sarai disposta a fare per sfuggire alla Lamia” – ma imparerà a sue spese che non è possibile imbrogliare il Demonio, e soprattutto che – ahimè – non basta chiedere scusa. Coi trucchi e gli stilemi dei fumetti e del cinema horror anni Cinquanta, Raimi torna per un momento alla sua mitiga saga della Casa, tirando fuori dallo scatolone, tutto l’armamentario classico: suoni inquietanti, ombre sulle pareti, sangue, visceri fuori posto, confezionando un film che terrorizza e angoscia, facendoci riscoprire quella ‘paura’ che al cinema credevamo di aver dimenticato (non fatelo vedere al Dario Argento de La terza Madre: potrebbe tentare il suicidio).

Venerdì 25 novembre

People I know (D. Algrant, USA, 2002), 14.25, DT

Si tratta, prima di tutto, di un’incredibile prova d’attore di Al Pacino, come se ne avessimo avuto bisogno, del resto, per renderci conto che si tratta di uno dei più grandi e sensibili attori che il cinema abbia mai avuto. Qui interpreta la parte di un press agent di New York, costretto a soddisfare, all’occorrenza, anche le voglie e i bisogni più squallidi dei suoi assistiti. Pur in mezzo alla corruzione ed al marciume morale – a cui ‘reagisce’ con la malattia, la decadenza fisica e, quando capita, con la droga – egli ha conservato tuttavia in fondo a sé un’innocenza primigenia, ed un’intima onestà. Attraversa questo mondo malato senza farsene infettare, col miraggio lontano di un ‘ritorno alla natura’ impersonato dalla vedova di suo fratello, suicidatosi per non essere invece riuscito a resistere al male. Quando la misura è colma, ed anche i suoi fedeli collaboratori cominciano ad abbandonarlo (stupenda la battuta del suo segretario, che dimettendosi gli dice: “Torno al nord, ho nostalgia della pioggia”), egli finalmente decide di seguire questo amore, questa palingenesi, ma non gli sarà possibile, e la stupidità dei corrotti lo fermerà prima che possa mettere in atto il suo sogno. Il personaggio della cognata – che da sempre lui aveva amato, e che non aveva avuto il coraggio di sposare, lasciandola al fratello – è interpretato da una dolcissima e quasi irriconoscibile Kim Basinger, ed anche in questo caso si tratta di un’interpretazione magica. Già in L.A. Confidential la Basinger aveva dato vita ad un personaggio femminile immensamente struggente, ma qui supera se stessa. Quanto tempo è passato dalla stupida vuotaggine di Nove settimane e mezzo (quel genio di Tullio Kezic lo recensì su Repubblica definendolo “l’opera fondatrice della filmografia del Paese di Stupilandia”). E’ proprio vero che non bisogna mai condannare nessuno e che bisogna concedere a tutti un’ultima chance: per esempio, può darsi che, un giorno, perfino Valeria Golino smetta di esibire le sue sia pur pregevoli tettine e impari a recitare … Nell’attesa di questo altamente improbabile evento, prendetevi una sera di calma e di riflessione, e godetevi questo gioiello, oltretutto semisconosciuto: scalda il cuore, nonostante tutto.

 

 

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