Pubblicato da: giulianolapostata | 12 novembre 2011

Multivisioni – Sabato 12 novembre 2011

Multivisioni

Consigli appassionati su cosa vedere – e non vedere! – in TV

“Il cinema americano ha successo perché loro fanno bene i film. Noi facciamo bene la pizza”

R. Benigni

“Il cinema italiano è deprimente”

Q. Tarantino

“Un qualsiasi stupido film americano contiene sempre un insegnamento, a differenza di un qualsiasi artistico film inglese”

L. Wittgenstein

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Sabato 12 novembre

Four brothers (J. Singleton, USA, 2005), 22.50, DT

Una vecchietta raccoglie dalla strada e rieduca ragazzi sbandati, ma quando viene uccisa in una rapina, i suoi ‘figli’ si scatenano nella vendetta. Pretenderebbe di mostrare analisi e contenuti ‘sociali’, ed invece è solo banale, fracassone e stereotipo. Da perdere.

Stanza 17-17, Palazzo delle Tasse, Ufficio delle Imposte (M. Lupo, Italia, 1971), 11.20. DT

Oberati da tasse che ritengono ingiuste (anticipatori di Berlusconi?!), quattro sprovveduti pensano di vendicarsi e di rifarsi svaligiando proprio l’ufficio che li perseguita. Una commedia, certo, ma niente affatto stupida e non priva di humour e di una satira acida e amara. Il cast, inoltre (Gastone Moschin, Philippe Leroy, Lionel Stander, Ugo Tognazzi) ne rende la visione ancora estremamente piacevole. Raccomandato.

Domenica 13 novembre

The Terminal (S. Spielberg, USA, 2004), 21.30, Rete4

Un’inconcepibile sciocchezza, che va ad allungare la già nutrita lista di fallimenti del povero Spielberg, a fronte di non più di quattro o cinque film da salvare. Favoletta insipida e ridicola, melensa caricatura di ‘buoni sentimenti’ che vorrebbe ispirarsi al grande Frank Capra, totalmente inverosimile (nonostante sia ispirata ad una storia vera!), noiosa, banale e scontata. Tom Hanks è assolutamente fuori parte e non credibile nel personaggio di un turista dell’Est Europa che rimane bloccato per mesi all’aereoporto di New York per disguidi burocratici (e impara l’inglese in una notte sulle guide turistiche!), e C. Zeta-Jones, se non si spoglia, non ha niente da dire.

La Rosa Bianca (M. Rothemund, Germania, 2005), 15.15, DT

Nel febbraio del 1943, a Monaco di Baviera, gli studenti universitari Sophie Scholl, suo fratello Hans ed alcuni loro amici vengono arrestati per aver diffuso volantini contro Hitler e la guerra. In cinque giorni, dopo un processo-farsa, in cui uno pseudogiudice – in realtà burattino del regime – vomita loro addosso squallidi insulti razzisti (è importante sapere che oltre il 90% dei dialoghi sono basati sui verbali originali), vengono condannati per tradimento e ghigliottinati. Sommamente eroica la testimonianza della Rosa Bianca – questo era il nome che i ragazzi si erano dati – soprattutto perché non si trattava di un gruppo politico, legato a qualche organizzazione partitica. Di fede evangelica, i componenti della Rosa Bianca basavano la loro lotta unicamente su motivazioni religiose e sull’obbedienza alla retta coscienza instillata loro dai genitori. Forse un po’ legnoso nella struttura, denunciando così la sua origine ‘giudiziaria’ (meglio ha fatto Peter Weiss con la sua bellissima Istruttoria, ricavata dai verbali di Norimberga), La Rosa Bianca riesce comunque ad essere un film commovente e coinvolgente che finalmente rende giustizia a questo episodio fino a poco tempo fa praticamente sconosciuto della Resistenza tedesca. Il film ha avuto l’Orso d’Argento per la miglior regia e la migliore interprete femminile al Festival di Berlino del 2005. Su un episodio analogo, cioè su una protesta nata non da motivazioni ideologiche o politiche, bensì semplicemente dall’urgere della coscienza, si legga anche lo splendido romanzo Ognuno muore solo di Hans Fallada, recentemente ripubblicato da Sellerio.

Danny the dog (L. Leterrier, Francia/USA/GB/HK, 2005), 21.00, Sky

Un bambino cinese viene allevato e addestrato alle arti marziali da un crudele padrone, che lo tiene – materialmente – al guinzaglio e se ne serve come cane d’attacco per colpire i suoi nemici. Ma l’incontro con una vera famiglia gli insegnerà i valori dell’amore e dell’amicizia, permettendogli di liberarsi dal condizionamento della violenza. Tentativo ruffiano e maldestro di travestire una banale storia di arti marziali con i toni della favola. Peccato per gli interpeti, quasi tutti bravi: Morgan Freeman, Jet Li, la fresca e simpatica Kerry  Condon.

Spiriti nelle tenebre (S. Hopkins, USA, 1996), 21.10, DT

Una storia vera, un film balordo. Nel 1896, vicino al lago Vittoria, due leoni antropofagi fecero più di cento vittime tra gli operai della ferrovia in costruzione da parte degli inglesi. Retorico e lento, con irrisolte ambizioni da kolossal, ed anche abbastanza noioso, alla fin fine, in un modo o nell’altro non fa altro che esaltare ‘la missione dell’uomo bianco’ nel portare la civiltà ai selvaggi. Potete perderlo tranquillamente.

Saturno contro (F. Ozpetek, Italia/Francia/Turchia, 2007), 23.00, DT

Insopportabile, indigeribile segolina, esempio tipico di quel cinema italiano stupido e inutile (altro grande ‘capolavoro’ del genere, recentemente, è Non ti muovere, 2004, di e con quello sciagurato di Sergio Castellitto) che ha finalmente trovato la sua Musa e il suo Maestro in Federico Moccia e nel suo Tre metri sopra il cielo (attenzione: cancellate immediatamente questo messaggio. Il solo fatto di scrivere il nome del regista e il titolo del film può infettarvi irrimediabilmente il computer). Qui l’italoturco Ozpetek ci somministra un’altra dose micidiale delle sue dolorose istorie maciullacoglioni: nella fattispecie, trattasi di amicizie e amori rotti (appunto …) e ricomposti, con relativo dispiegamento di pianti, baci e abbracci, sentimentini e sentimentoni, sbrodolamenti vari. In altre parole, l’ennesima storia all’italiana inutile ed onanistica, di cui non frega una mazza a nessuno e che rimane rigorosamente chiusa nel suo angusto orizzonte. Vomitevole l’inserto politically correct con l’amore omosessuale. Quanto ad attori, non ne parliamo. Qui il turno dell’incapace lo svolge Stefano Accorsi, e ci si chiede come una grandissima attrice come Milena Vukotic abbia potuto farsi coinvolgere in questa boiata: come si suol dire, avrà avuto le tasse da pagare. Invedibile.

Milano calibro 9 (F. di Leo, Italia, 1972), 22.50, Sky

Nella Milano degli anni Sessanta, quasi “da bere”, i membri di una banda di criminali italoamericani si scannano tra loro per il malloppo di una rapina fregato non si sa da chi. Con la mania che ha la critica italiana di ‘recuperare’ del vecchio cinema italiano anche la spazzatura, forse sarebbe il caso di fare un pensierino anche su molti dei ‘poliziotteschi’ di questi anni. Come questo: ottima sceneggiatura (e vorrei vedere: è tratta da “Stazione Centrale: ammazzare subito”, di Giorgio Scerbanenco, il più grande autore italiano di polar, scrittore malinconico e raffinato), ottimi attori (Gastone Moschin, Mario Adorf, Philippe Leroy, Lionel Stander), dignitosissima regia. Come mi accade di scrivere anche troppo spesso, una lezioncina di cinema che oggi se la sognano. Da non perdere.

Lunedì 14 novembre

Romanzo criminale (M. Placido, Italia, 2005), 21.05, DT

Dall’omonimo romanzo di Giancarlo De Cataldo – noiosissimo, spesso francamente impossibile da reggere – un bel film, teso, rapido, drammatico, che racconta l’ascesa e la sanguinosa caduta della Banda della Magliana, nella Roma degli Anni Settanta, divenuta potente col traffico di droga e lo sfruttamento della prostituzione ma anche con oscure collusioni coi Servizi Segreti. Da vedere.

Indipendence Day (R. Emmerich, USA, 1996), 23.00, Sky

Tutti sanno come io abbia una certa simpatia per Emmerich – lo so, la sconterò nella mia prossima rinascita – ma ciò non mi impedisce di riconoscere che questa è una delle più colossali puttanate della storia del cinema. Attorno alla vicenda di un’invasione aliena si costruisce un minestrone indigeribile di patriottismo parafascista, di machismo del cazzo, di militarismo da latrina.  Jeff Goldblum, altrove molto simpatico e bravo, non si capisce perché si presti a questa macchietta antisemita, Will Smith è ai vertici della sua naturale antipatia. Invedibile.

Martedì 15 novembre

Gattaca (A. Niccol, USA, 1997), 18.45, DT

Splendido esempio di fantascienza filosofica ed etica, forse perfino superiore al capolavoro del genere, il pur bellissimo Blade Runner. In un lontano futuro, il mondo è dominato dai Validi, individui perfetti fabbricati geneticamente in provetta, mentre ai Non Validi – creature imperfette – viene riservata una posizione di sudditanza. Ma uno di loro oserà ribellarsi, in nome del diritto alla dignità che ogni essere umano ha di per sé. Atmosfere di profondo lirismo, sostenute da una scenografia essenziale, quasi simbolica, per un inno purissimo alla libertà ed al rispetto per l’individuo. Assolutissimamente imperdibile.

LadyKillers (J. e E. Coen, USA, 2004), 19.25, Sky

Chi ha visto l’originale La signora omicidi (A. Mackendrick, 1955) conosce già la storia. Un sedicente professore, con quattro complici imbranati, si insedia con una scusa nella cantina di una simpatica vedova di colore per organizzare un colpo al vicino Casinò. Vistisi scoperti, i cinque progettano di eliminare la vecchia, ma finiranno per ammazzarsi tra loro. Questo remake non fa eccezione alla regola per cui, nel 99% dei casi, i remakes sono dei fallimenti. Allineato del resto alla filmografia dei fratelli Coen, è una storia insulsa e sciocca, mortalmente noiosa, dall’umorismo loffio e banale, uno di quei film che ti vien da chiedere: ma perché, invece, non siete andati a pescare?

Mercoledì 16 novembre

Shutter Island (M. Scorsese, USA, 2009), 21.15, DT

Nel 1954 Teddy Daniels è un agente federale, che viene inviato al manicomio criminale di Shutter Island per indagare sulla misteriosa sparizione di una detenuta. La donna, incarcerata per aver annegato i suoi tre figli, è come svanita dalla sua cella, lasciando dietro di sé solo un incomprensibile biglietto. Teddy prova a seguirne le labilissime tracce, trovandosi però di fronte all’incomprensibile ma ferma ostilità sia dei medici che del personale di guardia. A complicare, anche materialmente, le indagini si aggiunge un furibondo uragano, che sconvolge le strutture dell’istituto e impedisce ogni contatto con la terraferma. Daniels inoltre comincia ad essere tormentato da incubi ed allucinazioni sul suo passato di soldato in Europa, quando dovette entrare nel Lager di Dachau appena liberato, e soprattutto dai ricordi della moglie morta tragicamente. A partire da questo plot, a metà tra il thriller e il paranormale – e di cui non sveleremo ovviamente il prosieguo, essendo il ‘vediamo come ca@@o va a finire ‘sta storia’ l’unica consolazione, si fa per dire, che rimane agli spettatori di questo film – Scorsese si intorcola in una vicenda sempre più complicata, gioca al rimpiattino col pubblico mediante continui mutamenti e stravolgimenti di percorso a 180°, si serve indegnamente di ogni possibile trucchetto di ‘genere’: indizi falsi, ambigui suggerimenti, verità apparenti e apparenti colpevoli, obbligando lo spettatore a resettarsi ogni cinque minuti e a ricominciare da capo, vittima di una manipolazione di minuto in minuto sempre più irritante. Lo stile adottato è funzionale a questa intenzione. Barocco, ipertrofico, eccessivo ed inutilmente ‘suggestivo’, procede per ‘accumulo’ visivo, fin quasi a provocare una indigestione di immagini fine a se stesse che, anche questa, irrita lo spettatore, perché è anch’essa senza giustificazione alcuna. A partire dall’immagine iniziale – e speriamo davvero che sia casuale l’evidente somiglianza del profilo di Shutter Island con quello dell’Isola dei morti di Arnold Bocklin (1880) – tutto nel film è ‘grosso’ e ‘tanto’: la pioggia che scende torrenziale, la luce livida degli esterni notturni, gli interni sepolcrali … Tutto ‘troppo’, ma senza sostanza. Ma tutti questi eccessi non producono nessun climax, anzi. Al punto che lo stesso Scorsese ad un certo punto fa precipitare bruscamente ed improvvisamente la tensione – sapete, come quando state facendo all’amore e suona il telefono … – delegando lo scioglimento dei mille capi della vicenda ad una lunga e banale ‘conversazione teatrale’ che col resto del film pare non aver quasi nulla a che fare. Lo spettatore, da parte sua, già da tempo si sta annoiando mortalmente, e quest’ultima trovata gli dà il colpo finale. Shutter Island appare dunque uno dei peggiori film di Scorsese: confuso pseudo thriller senza catarsi finale, inadeguato pseudo film manicomiale che fa acutamente rimpiangere Io ti salverò (A. Hitchcock, 1945). Una vera delusione.

L’Immortale (R. Berry, Francia, 2010), 21.10, Sky

Charles Mattei è un vecchio Padrino di Marsiglia. Con due amici – “insieme oltre la morte” – negli anni Sessanta ha scalato i vertici della criminalità e del traffico di droga, usando ogni possibile ferocia per arrivare. Ma ora è stanco. Una figlia dal primo matrimonio, un figlio piccolo dal secondo, la moglie amatissima lo hanno convinto a ritirarsi nella sua bella casa in collina. Pensa di potersi godere la vecchiaia e la famiglia, ma non è così. La sua presenza è ancora ingombrante, la sua influenza è ancora pericolosa, ed ancor più lo è la sua “doppia morale”: “trafficare in tutto ma non in droga, non si uccidono donne e bambini, non si uccidono i poliziotti”. Pericolosa soprattutto per gli ex amici, che invece nel frattempo hanno saltato ogni fossato, e che decidono di eliminarlo. Un agguato lo riempie di pallottole – ventidue, come dice il sottotitolo – ma Mattei sopravvive. Sa bene da dove è partito il colpo, e tuttavia è restio a vendicarsi: perché capisce che ciò vorrebbe dire scatenare una guerra, e perché gli amici non si tradiscono. Ma la strage continua attorno a lui, e a Mattei non resta via d’uscita: soprattutto quando ad essere minacciata è la sua famiglia. Continuamente massacrato in quel suo corpo che pare voglia resistere a tutto in nome della vendetta da compiere, Mattei comincia a sterminare nemici e, purtroppo, anche amici, per non doversi più “guardare le spalle”. Sarà così? Olivier Marchal ha fatto scuola, naturalmente, ma non tutti possono essere Olivier Marchal, e così Richard Berry ne ha seguito le orme con questo noir sanza infamia e sanza lodo. Non è certo da buttar via questo film, e per molte ragioni. Per la presenza di Jean Reno, per esempio: perché del grandissimo attore francese basta spesso la presenza e il volto ironico e dolente a far grande un film. Anche se poi, come in questo caso, capita che lui stesso si renda conto di non essere precisamente sul set di un capolavoro, e si limiti ad una peraltro dignitosissima prestazione ‘da contratto’. Per la storia, ispirata a fatti realmente accaduti e ad un gangster marsigliese realmente esistito, che Berry ha voluto conoscere e ‘studiare’ prima della lavorazione. Anche se poi, man mano che si procede nella visione, sempre più acuta si fa la sensazione non tanto di déjà vu, quanto di una storia già molte, forse troppe volte raccontata, che avrebbe avuto bisogno di una fantasia e di una ‘genialità’ registica che a Berry sembrano esser mancate. Per la presenza comunque di bravissimi comprimari. Il franco-algerino Kad Mérad, per esempio, che interpreta ottimamente il traditore, il gangster schizzato e paranoico Tony Zacchia, o la brava Marina Fois, Capitano della polizia Maria Goldman, che conduce le indagini scontrandosi, oltre che col silenzio e le complicità del milieu, anche col suo tragico passato, e con la stupidità dei superiori. Ma soprattutto, quel che redime il film e lo rende comunque meritevole di esser ‘salvato’ e di esser visto è la città stessa, è Marsiglia. Una città viva e confusa, sporca e disordinata, fitta di gente, di vita, di violenza. Magnificamente fotografata, con colori spenti e luci ‘cronachistiche’ – tutt’altro stile, e davvero personale, rispetto all’intenso estetismo di Marchal – Marsiglia diventa più che sfondo ‘personaggio’, e conferisce al film quel respiro e quell’epicità che forse il regista non ha saputo dargli. Non sarà un capolavoro, ma ce ne fossero.

Giovedì 17 novembre

The life of David Gale (A. Parker, USA/GB/Germania, 2003), 00.10, Rete4

Film inutile, piatto e noioso, e soprattutto NON un film contro la pena di morte. E’, invece, l’ennesima ‘saga’ sull’eroico giornalista americano che scopre un ingiustizia e in 24, 48 0 36 ore – dipende dal tipo di film – la risolve, smascherando i cattivi e premiando i buoni. Storia già vista, infinite volte, con esiti in passato anche buoni – L’ultima minaccia (R. Brooks,1952), ad esempio – ma che oggi stanca in modo asfissiante: grazie, abbiamo già dato (quando abbiamo sopportato il noioso tonfo di Clint Eastwood nell’analogo Fino a prova contraria: qui le ore erano 12, wow!). Vien da chiedersi perché in America non eliminano il sistema giudiziario e non ne trasferiscono le competenze all’ordine dei giornalisti … A parte questo, il film è solo una storia strampalata, che non riesce nemmeno ad essere sentimentale – nonostante le dosi di melassa abbondantemente versate – e che procede stancamente verso una conclusione tanto improbabile quanto attesa, per poter finalmente andare a letto. Kevin Spacey, che ritengo uno dei più sensibili attori viventi, tenta di fare del suo meglio, profondendo come al solito poesia ed umanità a piene mani, ma si capisce che anche lui sente la fragilità e l’improbabilità del ghiaccio su cui sta camminando. Quanto alla pena di morte – ah già: sembra che il film parli di quello – passeranno anni, se non decenni, prima che su quell’argomento si faccia un film così spaventosamente bello, umano e disperato come Monster’s Ball: rivedetelo, per rifarvi la bocca.

Zodiac (D. Fincher, USA, 2007), 21.15, DT

Quando fa da solo, Fincher fa bene, se non benissimo. Per esempio, suoi sono l’ottima terza puntata di Alien (1992), il bel Seven (1995), un thriller disperato ed umanissimo, e soprattutto il bellissimo Fight Club (1999), uno dei film più eversivi, anarchici e ribelli del cinema americano. Ma questa volta ha voluto raccontare una storia già ‘scritta’ da altri, cioè una storia vera: quella del serial killer che, dal 1969 agli anni Ottanta, terrorizzò gli USA con una serie di assurdi omicidi, oltretutto sfidando la polizia a prenderlo mediante lettere e messaggi cifrati che inviava regolarmente. Certamente l’ha fatto senza rinunciare al suo gran mestiere, e infatti bisogna ammettere che il film è confezionato molto bene: ben recitato, ben fotografato, ben montato, ben narrato (non era facile mettere insieme una sceneggiatura comprensibile da vent’anni di complicatissime indagini). ‘Troppo’ ben narrato, però: perché è stata proprio l’ossessione di raccontare tutto, in ordine, con chiarezza, di render conto di tutto, di non trascurare nulla, che ha ammazzato il film. Non c’è una sola favilla di passione, o di suspense, in queste due ore e passa, sia nella presentazione dei delitti che nelle vicende personali del giornalista che alla soluzione del caso dedica vent’anni della sua vita, mettendo a rischio il suo stesso matrimonio La storia scorre via silenziosa e diligente, ma senza l’ombra di un’emozione, anzi, con una considerevole dose di noia. E non si dica che è perché ‘sappiamo già come va a finire’: infiniti sono i film di cui ‘sappiamo già come va a finire’, ma la genialità di un regista sta proprio nel riempire di vita nuova una storia arcisaputa, e magari già raccontata cento volte. Qui assistiamo solo ad un lodevolissimo esercizio di bella grafia, ma totalmente vuoto di ‘contenuti’, anzi di vita. Peccato, per tutto quel talento sprecato. Provaci ancora, David.

Venerdì 18 novembre

Mr. Magorium e la bottega delle meraviglie (Z. Helm, USA, 2007), 13.15, DT

Inconcepibile scemenza, una di quelle che vien voglia di consigliare solo per mostrare a che punto può arrivare la povertà di idee. Un vecchio mago gestisce da 243 anni un negozio di giocattoli magici, ma arriva anche per lui il momento di morire. Lascerà l’attività ad una giovane assistente e ad un bambino, che erediteranno anche la magia. Oltretutto, la regola secondo la quale al cinema i bambini nel 99% dei casi non sanno recitare, qui viene confermata al 101%: mai vista una tal massa di infelici tutti insieme. Di Dustin Hoffman (ma chi glie l’ha fatto fare? Doveva pagare le tasse, come si suol dire?) non si può dir meglio di Morando Morandini: “Cerca di essere bizzarro ma è solo patetico”.

The assassination (N. Mueller, USA, 2004), 21.15, DT

Samuel Byke è una specie di Candide volterriano. Il mondo è buono, gli essere umani naturalmente buoni: perché mentirsi l’un l’altro? Perché umiliarsi? Perché insultarsi? Non può essere sempre tutto “una questione di soldi”. Invece sì, lo è: il mondo è infinitamente peggio di come lui lo immagina, e prima di capirlo Samuel perde un lavoro dopo l’altro, la famiglia, la moglie e i figli, gli amici. Man mano che precipita verso il fondo, il suo odio si focalizza sul Presidente Richard Nixon, “il miglior venditore del mondo”, quello che per due volte ha venduto agli americani le stesse bugie, convincendoli che fossero la verità. Samuel progetta dunque di distruggerlo, e prima della fine registra la sua storia in una lunga confessione che spedirà a Leonard Bernstein, il direttore d’orchestra, perché “la sua musica è onesta e pura”. Riflessione tragica, intima ed intensa su come una società fondata sul possesso sia anche una società che uccide gli individui e i sentimenti, TA è uno dei film più belli degli ultimi dieci anni, quasi interamente sorretto da uno Sean Penn per cui non esistono elogi sufficienti, e da una Naomi Watts quasi altrettanto brava. Assolutissimamente imperdibile.

Lezioni di piano (J. Campion, Australia/Nuova Zelanda/Francia, 1993), 21.00, DT

Nel 1825, una giovane scozzese muta fin dalla nascita arriva in Nuova Zelanda, moglie per procura di un coltivatore. Diverrà l’amante di un maori, che l’aiuterà a coltivare la sua passione per il pianoforte. Cult femminista a suo tempo, è uno dei più micidiali spappolamenti di marroni mai visto al cinema, una ‘sinfonia’ di pesanti estetismi fine a se stessi, uno di quei film di cui alla fine ti chiedi: chevvordì? Provare per credere, ma ci vuol coraggio.

 

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