Pubblicato da: giulianolapostata | 9 novembre 2011

I negretti dell’Africa

 La lettera pubblicata da Michele Serra a pag. 30 del Venerdì di Repubblica del 28/10/11, senza commento (grave) e senza firma (altrettanto grave), contro gli “animali domestici ipercoccolati”, è espressione di una profonda povertà etica, sostenuta, oltretutto, da miseri argomenti, tanto che quasi manca la voglia di commentarli. Ecco i passi principali: “Una moda affermata da anni, una mania che colpisce allo stomaco chi sconta il prezzo della crisi. (…) Ho ripensato a Gianni Rodari nel suo “Bambini e  Bambole”: Perché ci sono bambole che hanno tutto e bambini che non hanno niente”. Io non ho mai ‘ipercoccolato’ i miei animali. Semmai, ho semplicemente restituito loro una piccola parte di quell’amore che essi mi hanno sempre regalato. Un amore naturale e spontaneo, molto più di quello che spesso noi portiamo loro. Così è stato per il mio splendido gatto Fumo, che per un anno si rannicchiava silenzioso sul letto addosso a me, per sentire la mia presenza, o mi guardava lavorare, accoccolato sullo scanner, per ore intere, sereno e silenzioso. Finché un imbecille me l’ha schiacciato davanti a casa: non si frena per un gatto, è solo un animale. Dalle mie parti si dice “Chi che no ghe vol ben ale bèstie non ghe vol ben gnanca ai cristiani’: la saggezza popolare è sempre un po’ più avanti dell’arrogante antropocentrismo degli intellettuali. Per inferenza, dal pensiero delle scrivente possiamo ricavare che tutti gli animali che non abbiano un ‘padrone’ – il quale, va da sé, non deve ‘ipercoccolarli’ – debbano essere gasati: bocche ‘inutili’, spese superflue per la società. Qualcuno una volta ha detto la stessa cosa dei vecchi, dei malati mentali e degli handicappati, ma questo è un altro discorso che ci porterebbe lontano. Semplicemente spudorata poi la citazione del grande Rodari, che immagino si sia rivoltato nella tomba, nel vedere il suo pensiero ridotto in pillole per poter essere malfidamente distorto. Che vuol dire, in questo contesto, “ci sono bambole che hanno tutto e bambini che non hanno niente”? Che significa? Che invece di darli al gatto, gli avanzi della nostra tavola dovremmo metterli da parte per mandarli ‘ai negretti dell’Africa’, come mi dicevano da bambino quando non volevo mangiare? E questo cambierebbe il mondo? E degli avanzi dei supermercati, che a tonnellate ogni giorno vanno nell’immondizia, che ne facciamo? Li mandiamo ai ‘negretti’ anche quelli? Oppure ai cassintegrati di Melfi? Così risolviamo la crisi? E del mio computer, o di quello con cui l’autore della lettera ha scritto? Li vendiamo e mandiamo un’offerta alle missioni? Forse allora lo cambieremmo così, il mondo? Probabilmente, il punto è che allo scrivente non è molto chiaro che non è la scatoletta che compro per il mio gatto, a togliere tutto ai bambini che non hanno niente, ma un mondo fondato su criminali ingiustizie. Forse dovrebbe rimaneggiare un po’ la sua lettera e mandarla a quel pazzo di Ahmadinejad, che ha speso miliardi di euro per costruire le sue centrali atomiche, e in copia a quell’altro pazzo di Netanyahu, che sta per spenderne altrettanti per distruggergliele. Chissà con quei soldi quanto avrebbero mangiato, i ‘negretti’. Nel frattempo, quando stasera tornerà la mia gatta Ginevra, le metterò nella ciotola gli avanzi del pollo di oggi: ne avrò in cambio ipercoccole – le sue sì, sono davvero esagerate: non me le merito, per così poco – cosciente di non aver tolto quegli avanzi dalla bocca di nessun ‘negretto’. Chissà che le sue fusa possano consolarmi un po’ dalla rabbia che provo guardando il mondo infame che c’è fuori dalla mia finestra.

 

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