Pubblicato da: giulianolapostata | 5 novembre 2011

“Valhalla Rising” – N.W. Refn, Danimarca/GB, 2009

In un imprecisato ‘medioevo’ barbarico, un guerriero dalla forza disumana, ma orbo e muto, viene tenuto prigioniero da uomini spietati che lo fanno combattere in sanguinari duelli a pagamento. Quando finalmente riesce a liberarsi, OneEye stermina ferocemente i suoi persecutori e fugge verso la libertà. Sulla sua strada incontra una nave di Vichinghi, che lo convincono ad imbarcarsi con loro per Gerusalemme. Ma, complice una nebbia misteriosa, la nave li conduce su tutt’altra spiaggia, dove ognuno compirà finalmente il suo destino. Evidentemente anche il genio funziona a corrente alternata. È l’unico modo per spiegare come, prima di un capolavoro come Drive (USA, 2011), Refn abbia scritto un film come questo. Prima di tutto, noioso in modo mortale e quasi assolutamente indecifrabile. Se già nella prima parte spesso ci mancano gli elementi per spiegare gli eventi, dal momento dello sbarco ogni ‘logica’ viene abbandonata. La comprensione viene affidata ad un’intuizione che dovrebbe, si suppone, derivare dall’impianto eroico-misticoide del film, ma che, essendo appunto il film una ciofeca fallita, manca anch’essa. Perché OneEye tenta di costruire una specie di totem di pietre, che prima non gli riesce e poi invece sì? Perché l’amico del capo vikingo si ripresenta coperto di terra rossa come un ‘selvaggio’, ma senza dire una parola? Perché OneEye si lascia ammazzare? Eccetera. Forse dovrebbero fungere da suggerimento gli espedienti fotografici: improvvisi e balenanti viraggi in rosso (perché?!) e sotto o sovraesposizioni (perché?!), che, lungi dal dare ‘sostanza’ alla storia, la rendono ancor più vuota e improbabile. Nessuno osi, su questo piano, un parallelo col bellissimo 300, il capolavoro di Z. Snyder (USA, 2006). Piuttosto, la mente corre, purtroppo, a quella colossale boiata di Pathfinder (M. Nispel, USA, 2007) In compenso non manca un’inutile antologia di splatter – schizzi, budella e crani scoperchiati – e neppure un’inquadratura, quella del capo vikingo contro il sole nascente, la quale, oltre che incomprensibile come tutto il resto, induce allo sghignazzo per la sua ingenua derivazione New Age. Un film da dimenticare, per il bene di Refn.

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