Pubblicato da: giulianolapostata | 5 novembre 2011

Multivisioni – Sabato 5 novembre 2011

Multivisioni

Consigli appassionati su cosa vedere – e non vedere! – in TV

“Il cinema americano ha successo perché loro fanno bene i film. Noi facciamo bene la pizza”

R. Benigni

“Il cinema italiano è deprimente”

Q. Tarantino

“Un qualsiasi stupido film americano contiene sempre un insegnamento, a differenza di un qualsiasi artistico film inglese”

 L. Wittgenstein

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Sabato 5 novembre

Domenica 6 novembre

Silkwood (M. Nichols, USA, 1983), 17.10, DT

Ottimo esempio di quel cinema ‘civile’ di cui solo gli americani sembra conservino ancora la ricetta (in Italia, c’era una volta Franco Rosi). Ispirato alla storia di Karen Silkwood, operaia in una fabbrica per il ritrattamento del materiale radioattivo, la quale sperimenta ogni giorno le inadeguatezze delle misure di sicurezza e di salvaguardia della salute dei lavoratori. Karen si mette in contatto con un sindacalista e, dopo aver raccolto, di nascosto dalla fabbrica, un bel po’ di prove, parte per consegnargliele, ma muore in uno strano incidente stradale. Tra parentesi, contiene una delle più esilaranti barzellette che io abbia mai sentito (se la raccontano le operaie nello spogliatoio). Imperdibile.

Robin e Marian (R. Lester, GB, 1976), 18.40, DT

Robin Hood, ormai anziano e pieno di acciacchi, torna dalla Crociata e tenta di ricostruire il vecchio amore con Marian, che ormai si è ritirata in convento. Il tutto in una chiave narrativa grottesca e farsesca assolutamente spoetizzante, che rende la vicenda estremamente irritante, e quasi invedibile.

Lunedì 7 novembre

Nessuna verità (R. Scott, USA, 2008), 21.15, DT

Dopo una serie lunghissima di film mediocri, se non decisamente brutti, lontani anni luce dai capolavori coi quali ha esordito molti anni fa, ecco finalmente un film di R. Scott che, senza essere appunto un capolavoro, è comunque un ottimo film, serio, intelligente e ben scritto. Tanto più apprezzabile se lo si confronta – il paragone è inevitabile – con una recente pellicola sullo stesso argomento – le operazioni della CIA in Medio Oriente – quel Syriana di S. Gaghan (USA, 2005) dalla sceneggiatura schizzata e scombiccherata ai limiti della comprensione. Qui invece abbiamo, prima di tutto, un’ottima sceneggiatura, estremamente complessa nello svolgersi degli eventi (le locations cambiano in media ogni dieci minuti e gli eventi sono quasi sempre frenetici), ma ordinata e rigorosa nel raccontare, che permette allo spettatore di seguire con vera passione. Ambientato ai nostri giorni in Giordania, NV narra appunto di un’operazione CIA tesa ad impadronirsi di un terrorista a capo di una cellula molto attiva, che sta martoriando l’Europa con sanguinosi attentati (una metafora di Al Qaeda, la bestia nera degli americani, i quali mai si chiedono chi abbia creato il mare in cui ora nuota agilmente quel pesce velenoso). L’uomo sembra assolutamente inafferrabile, non solo perché accuratissimamente protetto dai suoi, ma anche perché i mezzi di comunicazione che usa sono estremamente ‘primitivi’, e dunque purtroppo non rilevabili dalle incredibili tecnologie dell’intelligence USA. Così, Roger Ferris, l’agente sul campo (un bravo Leonardo di Caprio) propone a Ed Hoffman, suo capo a Langley (un bravissimo Russel Crowe, come sempre) un’operazione di infiltrazione, allo scopo di far uscire allo scoperto il terrorista. Il marchingegno avrà successo, ma Ferris vi rimarrà coinvolto molto più di quanto avesse progettato. A parte un discorso iniziale di Hoffman, ed alcune conversazioni tra lui e Ferris, il film non si schiera, e non propone alcuna ‘morale’ finale. Con grande obiettività, anche a costo di rinunciare a facili tipizzazioni, il giudizio viene lasciato allo spettatore, messo di fronte a due figure psicologicamente molto interessanti. Hoffman è un personaggio non ‘cattivo’, ma visceralmente amorale, nel quale il cinismo è, più che un mezzo, una seconda natura. Indifferente al destino degli uomini sul campo, interessato solo all’esito della missione, non prova passioni o sentimenti per nessuno (“Il ragazzo è andato”). Così pure, Ferris non incarna il suo doppio ‘buono’ (il poliziotto buono e quello cattivo). E’ solo un soldato, fedele, onesto e coraggioso, che ad un certo punto si stanca di essere usato come una pedina. Nessuna conversione politica, ideologica o ideale, in lui: solo la ‘scoperta’ della realtà, dopo tanti amici mandati a morire e una vita personale, la sua, in procinto di sfasciarsi. Insomma, un gran bel film, che vale ampiamente i soldi spesi. Un ultimo consiglio. La prossima volta che vi fermate dietro ad un albero a far pipì, guardate in alto, e se vedete qualcosa che luccica, beh, la CIA vi spia! (Per i maniaci dei ‘contenuti speciali’: le immagini dai Predator non sarebbero ‘trucchi’ cinematografici. Pare che Scott abbia avuto in ‘prestito’ dalla CIA un vero Predator per le riprese, che in effetti hanno un contenuto realistico assolutamente strabiliante).

Mammuth (B. Delépine/G. de Kervern, Francia, 2010), 21.00, DT

Serge Pilardosse è operaio in una macelleria industriale. Non è un genio, forse è anche un po’ tonto, e più o meno da idiota lo trattano tutti, apparentemente anche Catherine, la moglie, affezionata ma burbera, che dà quasi l’impressione di non saper che fare di quel grosso stupidotto in giro per casa. Gli hanno addirittura affibbiato un soprannome, “Mammuth”, che allude alla sua stazza davvero debordante ma anche al suo vecchio ‘amore’ di gioventù, una gigantesca e bellissima moto Munch Mammuth, che da anni sta abbandonata in garage. Pilardosse, però, è un uomo onesto, ligio al lavoro, con un profondo senso del dovere. Negli ultimi vent’anni passati in macelleria non ha mai fatto un giorno di malattia, e per questo i suoi padroni (che sembrano aver assunto osmoticamente le fattezze degli innumerevoli maiali che hanno ucciso), gli dedicano una grottesca festa di addio. Tuttavia il problema sono i venticinque anni precedenti, che lui ha trascorso vagabondando per la Francia, da un posto di lavoro all’altro. Al momento di mettere insieme le carte per ottenere la sospirata pensione, Serge si accorge che molti dei vecchi datori di lavoro non gli hanno versato i contributi. Non c’è altro da fare che andarli a cercare, dopo tanti anni, uno per uno, e recuperare ciò che gli è dovuto. Ma come viaggiare? La vecchia e scalcagnata auto di famiglia ha il parabrezza rotto – ne circolano pochi, di soldi, a casa Pilardosse – così non resta che riesumare la vecchia moto, e partire con quella. Catherine lo spedisce via trepidante, ma non sa che Serge non parte da solo. Invisibile, viaggia con lui il fantasma di Yasmine, amata molti anni prima, la cui morte tragica è legata proprio a quella moto, e il cui ricordo si è trasformato col tempo in un colpevole incubo, che gli ha impedito perfino di percepire l’affetto sincero della moglie. Ma bisogna andare. Che cos’è, il viaggio di Serge? È un viaggio nel suo passato, prima di tutto, durante il quale farà molte scoperte. Scoprirà che sì, effettivamente è vero, quasi tutti coloro che hanno attraversato la sua vita l’hanno trattato da scemo, ed hanno cercato di farlo fesso. Anzi, è ancora così, e la prostituta con la protesi serve a farlo sentire ancor più stupido, come se ce ne fosse bisogno. Alla loro amoralità, Serge guarda con olimpica e indifferente superiorità, quasi che essa gli stesse servendo da specchio per scoprire, di contro, il valore della sua umanità e della sua sincerità. Perché, infatti, egli scopre anche – impercettibilmente, quasi subliminalmente – la propria ‘forza’, e la propria umanità. Ritrova Paul, il cuginetto con cui aveva scoperto i primi turbamenti sessuali e con cui tenta, pateticamente ed ingenuamente, di ritrovare quello sprazzo di adolescenza. Ri-trova Miss Ming, la nipote sconosciuta, artista folle e lunare, che maieuticamente insegna a Serge la bellezza del creare, cercandone la materia dentro di sé. Poco per volta, Pilardosse si ri-trova, e ritrovandosi si libera. La scena del bagno nello stagno è una sublime e lirica manifestazione del Buon Selvaggio che è in lui. Libero dunque prima di tutto da quel se stesso che lo aveva per una vita intera imprigionato nel cliché dello stupido, liberato finalmente dalla stessa Yasmine, liberatosi della vecchia Mammuth, il cui ruolo di ‘monumento alla memoria’ ora non è più necessario, Serge torna da ciò che veramente ha costruito: l’amore di Catherine, e la incontra in una scena di una tenerezza familiare pudica ed indicibile. Sono molti gli aspetti per cui Mammuth si qualifica come un film di bellezza e poesia sublimi, a partire dagli interpreti. Gerard Depardieu abbandona alla storia ed allo spettatore il suo corpo immenso in un’interpretazione altrettanto immensa quanto ‘naturale’ e vera, quale forse mai gli era riuscita. Yolande Moreau è la moglie, di una bellezza che nasce dall’animo e dal cuore, e che si esprime nei gesti tenerissimi e nello sguardo. Miss Ming è un Pierrot lunaire che spande attorno a sé una sottile polvere magica di poesia e di umana follia. Prodigiosa la scelta stilistica dei registi. Delépine e De Kervern hanno scelto di ‘raccontare’ la vita di Serge con una tecnica quasi documentaristica, servendosi di una pellicola, il Super 16 reversibile, che pochissimi ormai usano, e che coi suoi colori saturi regala la stessa leggerezza e naturalità del vecchio Super 8, e mantenendo pienamente evidente il tremolio della cinepresa, che conferisce alle immagini la semplice evidenza della vita. Mammuth è uno di quei miracoli che a volte accadono al cinema, e che ci fanno amare e capire l’eccezionale bellezza e particolarità di questo mezzo espressivo. In Francia, il film ha avuto 800.000 spettatori: e in Italia?

In the electric mist (B. Tavernier, USA/Francia, 2008) ,19.00, Sky

Sono così tanti i film ambientati in tutto o in parte in Louisiana che ci mancherebbe lo spazio anche solo per un elenco sommario. Possiamo citarne solo qualcuno, a cominciare dal magnifico Un tram che si chiama desiderio (E. Kazan, USA, 1951), proseguendo con Angel heart, il capolavoro di A. Parker (USA, 1987) e col bellissimo Il cattivo tenente (W. Herzog, USA, 2009), senza dimenticare il delicato e poetico A love song for Bobby Long (S. Gabel, USA, 2004) o il grande poema libertario Easy rider (D. Hopper, USA, 1969) Tutti risentono del fascino e del ‘clima’ particolare di questa terra ambigua, in cui la natura stessa non è mai esattamente una cosa o l’altra e terra e mare si confondono, in cui la cultura francese ed anglosassone convivono e si compenetrano senza mescolarsi, a fianco di quella degli ex schiavi neri, con la sua magia voodoo, e di quella amerindia (gli indiani Seminole, attori nell’Ottocento di feroci guerre coi bianchi, sono l’unica tribù che non abbia mai firmato un trattato di pace col Governo americano). Sarebbe stato bello che Tavernier, prima di girare questo film, se li fosse almeno rivisti, così ci avrebbe risparmiato un film brutto e noioso come questo, che sfigura pesantemente in una filmografia che pure vanta titoli di qualità (per nominarne uno solo, Che la festa cominci – Francia, 1975 – grande affresco etico-storico sull’Ancien Régime, prima della catastrofe rivoluzionaria). Già è difficile districarsi nella storia, e forse non è un caso che ad adattare per lo schermo il romanzo In The Electric Mist with Confederate Dead (1999), del texano James Lee Burke, siano stati Jerzy Kromolowski e Mary Olson, coautori del pesantissimo La promessa (S. Penn, USA, 2001). A New Iberia, in Louisiana appunto, il detective Dave Robicheaux sta indagando sulla morte di una giovane prostituta, barbaramente seviziata e poi uccisa. Ma i sentieri di Robicheaux si biforcano subito e più volte, quando nell’indagine entrano il cadavere di un ‘negro’ ammazzato dai bianchi quarant’anni prima (ed alla cui morte il detective ha assistito da bambino), un attore alcolizzato che sta girando un film sulla guerra di Secessione, il finanziatore del film, un boss corrotto e maniaco sessuale legato alla criminalità locale e un altro cadavere straziato di un’altra giovane donna: A ciò si aggiunge il passato da alcolista di Dave e gli incubi che ancora lo tormentano: il fantasma del Generale Confederato John Bell Hood, che gli appare guidandolo nella sua ricerca. Tanta, troppa carne al fuoco, ma la cucina è indigesta e pesante. Il film procede faticosamente e senza un’autentica ‘necessità’ narrativa: va così, ma potrebbe andare colà e ancora colà. Si aspetta imbarazzati una conclusione che non arriva mai, e che quando arriva è confusa e imprecisa come tutto il resto della pellicola. Né valgono a chiarirci le idee – anzi, spesso che le confondono ancor di più – i vari sproloqui pseudofilosofici, pseudomoralistici, pseudoletterari, che la voce narrante dello stesso Robicheaux o il Generale Hood spesso ci ammanniscono. Anche la Louisiana par essere lì per caso. Potremmo essere da un’altra parte, e nessuno se ne accorgerebbe, ed anche i richiami alle devastazioni dell’uragano Katrina appaiono falsi, calati dall’alto, quasi ‘indicazioni di lettura’ estranee alla vicenda. Un ‘estraneo’ è anche Tommy Lee Jones, altrove grande e sensibile attore: troppo ‘buono’, troppo tormentato, troppo di tutto. Attorno a lui, un cast di nullità, che si dimenticano un minuto dopo aver spento il lettore DVD. Francamente, un film inutile.

Martedì 8 novembre

Una bionda tutta d’oro (R. Mulcahy, USA, 1993), 14.05, DT

Nonostante il titolo idiota ed ammiccante, è una bella storia, di una rapinatrice che, dopo aver scontato la sua pena, vorrebbe rigare diritto e ricostruirsi un’esistenza, ma non viene lasciata in pace dai suoi ex complici, che vogliono ancora servirsi delle sue abilità. Brava e sensibile come sempre Kim Basinger. Non ve lo perdete.

Mercoledì 9 novembre

Lolita (S. Kubrick, GB, 1962), 23.35, DT

Sinceramente, non ho mai capito cosa renda questo film – oltretutto mortalmente noioso, banale e ‘borghese’ – una ‘opera d’arte’ e non un incitamento alla pedofilia. Identico discorso vale per il romanzo di V. Nabokov da cui è tratto, che anzi è ancor più ‘esplicito’ e malato.

L’ultima legione (D. Lefler, USA/Italia, 2007), 21.10, DT

Dev’esser proprio vero che da un bel romanzo d’avventure è difficilissimo, se non impossibile, tirar fuori un bel film: perché l’aspetto ‘filmico’ della storia è già contenuto nelle pagine – se di grandi pagine si tratta, appunto – e diventa impossibile ‘fare meglio’. Stanno a testimoniarlo gli innumerevoli film tratti da Dumas – tutti delle ignobili ciofeche, noiose esibizioni di cappa e spada – ma soprattutto certe pagine dello stesso Dumas (l’esecuzione di Milady in riva al fiume, nei Tre Moschettieri), già in sé così potentemente visionarie da essere insuperabili. Conviene inventarsela, l’avventura, e così si avranno, per esempio, dei piccoli capolavori come Il prigioniero di Zenda (R. Thorpe, 1952), quasi un archetipo del cappa-e-spada, o il magnifico King Arthur (A. Fuqua, 2004). Sì, perché purtroppo è praticamente impossibile guardare L’ultima legione senza confrontarlo mentalmente col capolavoro di Fuqua – quasi un poema epico sul mito di Artù – ed è altrettanto impossibile non schierarsi incondizionatamente per quello contro questa ridicola storiellina per bambini. Il confronto purtroppo è d’obbligo perché la vicenda che raccontano proviene dallo stesso bacino immaginario: là la nascita della leggenda arturiana, qui addirittura i suoi prodromi, collocati all’epoca di Romolo Augustolo, l’ultimo Imperatore romano deposto da Odoacre nel 476 d.C. Ma, evidentemente, le cose bisogna sentirle dentro, e mentre il film di Fuqua turba, emoziona e commuove per il suo contenuto epico ed eroico, qui evidentemente il tema non era nelle corde del buon Lefler (ma chi c**** è?!), che ci confeziona una storiellina insipida e sciocca, una specie di ‘Fantaghirò Parte Seconda: la Vendetta’, senza il minimo afflato emotivo e senza nessuna parentela ‘culturale’ col materiale che sta trattando. Si ride per non piangere, di fronte all’ambientazione (trucchi di serie z), alle scene di battaglia (non c’è una volta che le spade si macchino di sangue: guardare per credere!), ma soprattutto alle performances attoriali (si fa per dire). Ben Kingsley interpreta un improbabile e assurdo Merlino. Aishwarya Rai può darsi che possa dire qualcosa nuda, senza quella grottesca tunica di castità con cui esce dall’acqua: ma così com’è, col suo bel faccione da Bollywood, truccato e immobile come una maschera di Carnevale, è inesistente. Per non parlare del piccolo T. Sangster, il quale doveva essersi preparato per interpretare Billy Elliot 2: la vendetta, e che ispira tenerezza per la buona volontà, purtroppo non compensata da risultati adeguati. Non ci sarebbe altro da dire, se non che non si capisce la ragione di tanto sfregio inferto ad uno dei migliori romanzi di Valerio Massimo Manfredi, grande e unico scrittore italiano ‘di avventura’, che coi suoi libri, tanto avvincenti quanto colti ed intelligenti, sta rinverdendo una tradizione che ha in Salgari il suo illustre padre fondatore. Ci dispiace davvero per lui, e per l’occasione sprecata.

Sherlock Holmes – Soluzione sette per cento (H. Ross, USA, 1976), 18.35, DT

Ormai pesantemente dipendente dalla cocaina (che assume in una soluzione al 7%), Holmes si fa convincere da Watson ad andare in cura presso un giovane ma già celebre medico viennese, tal Sigmund Freud (che qualche rapporto con la cocaina ce l’ha anche lui …). Qui si troverà a dover risolvere il mistero dell’assassinio di una tossicodipendente, e nell’indagine metodo deduttivo ed analisi freudiana si mescoleranno genialmente. Bellissimo pastiche sul celeberrimo investigatore inglese, che Nicholas Meyer ha tratto dal suo libro omonimo, uscito nel 1973 (da leggere), è anche un film intelligente e convulso, raffinato ed elegante, con un bellissimo inseguimento in treno ed un cast di alta qualità: Robert Duvall, Vanessa Redgrave e Laurence Olivier. Imperdibile.

The wolfman (J. Johnston, USA/GB, 2009), 21.15, DT

Sir Lawrence Talbot, fuggito in giovanissima età dalla dimora paterna per lasciarsi dietro l’incubo dell’atroce morte della madre, vi rientra in età matura, ormai attore affermato, su richiesta della fidanzata del fratello. Quest’ultimo è scomparso da vari giorni, ma quando Lawrence arriva il suo corpo viene trovato, orrendamente straziato e sbranato, nei boschi circostanti la tenuta. La gente del villaggio vocifera di una Bestia demoniaca che si scatena nelle notti di luna piena, e mentre Lawrence la sta cercando, ecco che essa appare, facendo strage degli abitanti e ferendo anche lui a morte. Tuttavia, stranamente, la ferita guarisce senza conseguenze. Le sue tracce, purtroppo, sono di tutt’altro genere. Ad aver morso il giovane Talbot è stato un licantropo, ed ora, all’apparire della nuova luna, anch’egli scatenerà la sua ferocia. A dargli la caccia, tutto il villaggio, alla testa del quale si pone l’Ispettore Aberline, cui brucia ancora il non esser riuscito, pochi anni prima, a catturare Jack lo Squartatore. Ad aiutarlo, un’ambigua ma gigantesca figura paterna, e soprattutto Gwen, ex fidanzata del fratello ed ora innamorata di lui.

Primo regista ad aver osato tentare un remake del mitico e bellissimo film omonimo di G. Waggner (USA, 1940), Johnston, pur senza avere alle spalle particolari titoli di nobiltà cinematografica, confeziona un film che può tranquillamente essere considerato un capolavoro del genere. Dimostrando cosi due cose. Primo. Se è vero che da sempre invoco una ‘legge’ che proibisca di fare i remakes, tuttavia bisogna fare un’eccezione per chi si accosti all’originale non col bisogno scioccamente protagonistico di dover per forza fare ‘meglio’ e ‘di più’, ma con rispetto ed intelligenza, avendone studiato e compreso a fondo l’ispirazione e gli stimoli, che in questo caso è allora legittimo innervare di nuovi spunti e idee. A patto di averne, naturalmente. Secondo, che la computer grafica, che tante sciagure ha prodotto negli ultimi tempi – fino al recentissimo bidone di Avatar – è non solo tollerata, ma anche benvenuta, quando però essa divenga uno strumento artistico, uno dei molti di cui un bravo regista può servirsi. Così è accaduto in questo ottimo film, in cui Johnston ha sì voluto con sé Rick Baker, premio Oscar per make-up ed effetti speciali del magnifico Un lupo mannaro americano a Londra (J. Landis, USA, 1981), ma anche Rick Heinrichs, premio Oscar anche lui per le scenografie del Mistero di Sleepy Hollow (T. Burton, USA, 1999). Ne è risultato un film magico, dalle atmosfere cupe, umide e nebbiose, inquietante, drammatico ed appassionante. Tutto è ‘vero’, in questo Wolfman, e ci entra nel cuore. Il sangue, le mutilazioni, i corpi fatti a brani vengono accennati per il minimo indispensabile, e comunque non sono mai splatter gratuito, banale gore per adolescenti, ma esprimono un orrore assoluto e incontrollato, sono il linguaggio di una Bestia che viene dall’Inferno, e che altro che così non potrebbe esprimersi. Lawrence Talbot, suo padre, Gwen, sono tutt’altro che profili di cartone messi lì a fare da silhouettes sulla luna piena. Lawrence pare quasi una vittima di quella società vittoriana che reprime le pulsioni inconsce e primigenie (siamo circa nel 1895, la data di pubblicazione della “Interpretazione dei sogni” di S. Freud). Suo padre è un re Lear debordante ed opprimente, la cui autorità costituisce la rovina dei figli. Gwen – una dolcissima Emily Blunt – assiste in disparte a malvagità in cui non ha assolutamente parte, e per lenire le quali può offrire solo la sua dolcezza e il suo amore. “Non c’è cura”, è vero, ma il ‘grazie’ di Lawrence è la presa di coscienza dell’unico rimedio possibile. Benicio del Toro ed Anthony Hopkins sembrano due eroi shakespeariani che duettano sulle tavole del Globe. Costumi, locations e scenografie creano un film più gotico che banalmente dark, un gioiello di genere quale non si vedeva da decenni.

The cell (T. Singh, USA, 2000), 21.10, Sky

Mediante un’avveniristica apparecchiatura, una psicologa si introduce nella mente di un serial killer per scoprire dove abbia nascosto la sua ultima vittima. Grottesco oltre ogni dire. Se poi ci aggiungete che la psicologa è Jennifer Lopez, non-attrice, la cui massima performance recitativa consiste nel far ondeggiare il sia pur pregevole culo, avete capito tutto.

Giovedì 10 novembre

Palle al balzo (R.M.Thurber, USA, 2004), 23.05, Italia1

Quando si deciderà di fare la classifica dei film più idioti della storia del cinema, questo correrà certo per i primi posti. Un gruppo di sfigati frequentatori di una sfigatissima palestra cerca di vincere il campionato di dodgeball (più o meno, palla avvelenata), per salvare la palestra dal fallimento e dall’aggressione di un superpalestrato concorrente. Banalità, volgarità infantili, stereotipi adolescenziali, umorismo penoso ne fanno, a suo modo, un ‘capolavoro’. Vincerà di certo.

Diamond 13 (G. Behat, Francia/Belgio/Lussemburgo, 2009), 21.15, DT

Mat è il comandante della divisione criminale di Anversa, e tenta di salvare la sua umanità interiore dalla corruzione e dal male che quotidianamente la insidiano. Quando Franck – vecchio amico, in forze all’Antidroga – lo contatta proponendogli di mandare a monte una grossa transazione di stupefacenti, intascandone però il guadagno, Mat accetta. Così facendo, però, ha messo in moto una macchina criminale che gli devasterà ulteriormente l’esistenza, facendo definitivamente il vuoto intorno a lui. Come si vede, dunque, un polar secondo le regole. Ed effettivamente, tutti i crismi sono qui rispettati, a cominciare dalla regia – Behat è un autore esperto di questo genere – passando per la produzione (Olivier Marchal, autore di due grandi capolavori in questo ramo: 36 Quai des Orfèvres, del 2004, e L’ultima missione, del 2007) e per la cointerpretazione dello stesso Marchal, obiettivamente molto bravo. Anche il contorno è adeguato: le luci malate della notte, i locali notturni in cui poliziotti disillusi annegano nel Calvados la loro disperazione, strade sporche, perfino i dialoghi (“Sei soddisfatto della tua vita?” “E questa tu la chiami vita?”). Tuttavia, fin dalle prime battute è evidente che qualcosa non funziona. Come abbiamo detto, i pezzi del puzzle ci sono tutti, ma purtroppo non vanno al loro posto. Anzi: sembrano rimanere lì, vicini uno all’altro, ma senza saldarsi mai, senza mai riuscire a fondersi in un’opera compiuta con uno stile suo. Questo non è un film di Marchal: è un film ‘alla maniera di’ Marchal, ma l’imitazione sfiora appena l’originale. La storia è ‘fredda’, senza emozioni, e non coinvolge se non minimamente lo spettatore, in ciò ‘aiutata’ da una sceneggiatura abbastanza contorta, in cui spesso è difficile seguire chi sta facendo cosa. Perfino il grandissimo Dépardieu – uno di quegli attori cui ormai non occorre più nemmeno ‘recitare’: basta che mostri la faccia – appare, nonostante tutto il suo impegno, estraneo, quasi indifferente, e ben poco convincente. A coronare il mezzo disastro sta la parte, per fortuna limitata, di Asia Argento, che fornisce una prova di rara insipienza professionale: incapace di recitare (la sua versione di donna fatale e maledetta sfiora il grottesco), incapace di parlare (forse una logopedista sul set avrebbe aiutato molto), la sua presenza nel cinema si conferma uno dei più tragici casi di nepotismo della storia del cinema.

Venerdì 11 novembre

 

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