Pubblicato da: giulianolapostata | 29 ottobre 2011

Multivisioni – Sabato 29 ottobre 2011

Multivisioni

Consigli appassionati su cosa vedere – e non vedere! – in TV

“Il cinema americano ha successo perché loro fanno bene i film. Noi facciamo bene la pizza”

R. Benigni

“Il cinema italiano è deprimente”

Q. Tarantino

“Un qualsiasi stupido film americano contiene sempre un insegnamento, a differenza di un qualsiasi artistico film inglese”

 L. Wittgenstein

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Sabato 29 ottobre

Kalachakra (W.Herzog, Germania/GB/Francia/Italia, 2003), 05.40, Rai3

Dal Dizionario del Cinema di M. Morandini:

“Alla presenza del Dalai Lama a Bodh Gaya (India) si tiene nel 2002 un rito di iniziazione del buddismo tibetano. Per sei settimane centinaia di migliaia di fedeli pregano, chini a terra, e assistono alla confezione di un complicato mandala che poi si dissolve nel vento. Impressionante la lunga sequenza del pellegrinaggio che ruota sulla montagna Kadash (5000 m d’altezza, 52 km, che molti percorrono in ginocchio): i buddisti vanno in senso orario, i seguaci del rito sciamanico Bon-po in senso opposto. Curioso e impassibile Herzog attraversa la folla con la sua telecamera e registra. Trova un’immagine folgorante: un monaco che, solo, rimane a pregare quando la marea degli altri si è ritirata”.

La sposa cadavere (M. Johnson/T. Burton, USA, 1995), 19.00, Italia1

Non ci sono parole, davanti a certi film. Stai lì, a guardare, anzi ti ci perdi proprio dentro, e magari anche ogni tanto – incredibilmente!- guardi l’orologio e dici: mio dio, ma sta per finire, perché non dura mezz’ora di più. E’ la stessa cosa che ti succedeva da piccolo, quando la mamma o la nonna ti raccontavano le favole, e tu dicevi: ancora, ancora, e non avresti mai voluto che finisse. La sposa cadavere è una delle più belle favole mai raccontate, e Tim Burton è l’affabulatore che ce la narra. Come fa? C’è tutto il necessario, in questa favola. Un amore difficile, un giovane goffo che alla fine si fa coraggio, una fanciulla mite e buona ma intraprendente, genitori cattivi ed egoisti, una vecchia domestica fedele, un infido malvagio alla fine castigato. E poi c’è il mistero, e la paura dei morti, e i morti che tornano tra noi. Tutto, tutto quello che potreste desiderare per una storia che vi tenga avvinti, lì, senza parlare. E com’è, questa storia? E’ fantastica, magica, misteriosa, ma anche ironica, divertente, gioiosa. Fa sospirare per l’eroe, ma anche per la sua antagonista; fa fremere di soddisfazione quando il vile viene punito; fa ridere, quando si incontra l’assurdo e l’impossibile; fa sognare, fa venir voglia di riascoltarla ancora. Prima e forse più dell’immensa abilità con cui sono usati i mezzi tecnici – del resto semplicissimi: a parte pochi interventi di computer grafica, questo è il trionfo assoluto della stop motion – quello che impressiona in questo film è l’effervescenza, la genialità, il traboccare di inventiva. Un’idea ad ogni scena, cioè un’idea ad ogni inquadratura, ad ogni movimento, ad ogni espressione. Non esiste letteralmente un solo istante di film che sia inutile, o ‘di passaggio’; tutto è essenziale, tutto è eccezionale, ogni inquadratura è come una storia a sé, e quasi si fa fatica a tener dietro alla sovrabbondanza di cenni, suggerimenti, messaggi e spunti. Un trionfo di idee, lo ripeto, prima ancora che di perizia. L’artiste s’amuse, anche, e semina con nonchalance deliziose citazioni dal grande cinema del passato: cinque o sei almeno, se non di più. E poi si ride, in questo film, si ride di continuo, per un umorismo che è tutt’altro che macabro, come ci si potrebbe aspettare dato il tema (quanto sono incomparabilmente più cupe, le atmosfere di The Nightmare before Christmas!), ma, al contrario, ilare, semplice, folle e grottesco, assurdo e surreale. Un regalo gioioso, che conferma ancora una volta il genio e la poesia di Tim Burton, un film ‘superiore’ e geniale, una grande opera d’arte.

Domenica 30 ottobre

L’uomo del treno (P. Leconte, Francia, 2002), 02.40, Rai2

Se avete visto Il marito della parrucchiera, il precedente film di Leconte – film di assoluta bellezza, di incredibile grazia, di straziante malinconia – ricorderete come in esso Leconte racconti quanto l’amore sia ‘intollerabile’, in quanto indissolubilmente legato alla morte ed alla fine, e come paradossalmente, appunto per questo, proprio un amore assoluto sia assolutamente intollerabile. Lo aveva raccontato con una calligrafia perfetta ed armoniosa, col genio stralunato, triste e dolce di Jean Rochefort e con la sensualità primigenia di Anna Galiena. L’uomo del treno è la conclusione di quel discorso, la sua conduzione ai termini estremi. Come Leconte sa benissimo – e come ognuno di noi dovrebbe sapere, se riuscisse a fare un istante di silenzio nella stupida confusione che ci avvolge – non è solo e tanto l’amore ad essere ‘intollerabile’, ma la vita stessa. La vita, nella sua assurda, ingiustificabile, ‘irrazionale’ unicità e preziosità, e nel suo essere, al contempo, destinata ad una assurda, ingiustificabile ed ‘irrazionale’ dissoluzione. La vita di tutti, di ogni essere, di ognuno; la vita che – momento di insopportabile bellezza nel film, la battuta di Halliday nell’ultima notte – raggiunge il suo massimo di preziosità proprio quando sta per spegnersi, come la Fenice, massimamente bella nel suo ultimo rogo, ed a questa inutile bellezza assistiamo sgomenti, e non sappiamo darcene pace o ragione; la vita, comunque destinata al non essere (“Passeremo, come i secoli e le colombe”, dice l’autista nella sua folgorante follia). È più, infinitamente più che cinema, quello di Leconte: è filosofia, è poesia, è arte senza paragoni. Rochefort , come tutti i grandissimi attori, non recita più, ma vive, ed è; Johnny Halliday è, se possibile, ancor più essenziale, umanissimo e tragico nel suo volto scabro e chiuso. Mi son detto: si va al cinema tante volte, si vedono tante cose, se ne scrivono tante e, ad esser sinceri con se stessi, si perde il proprio tempo; poi, una volta ogni dieci anni, incontri un miracolo, e ti mancano le parole dalla commozione.

Be kind rewind (M. Gondry, USA, 2008), 16.55, DT

In una cittadina americana di provincia vive Jerry (un delizioso Joe Black, infantile e stralunato), un mattoide che passa le sue giornate cazzeggiando di misteriose microonde che proverrebbero dalla locale centrale elettrica, e che controllerebbero pensieri e azioni di tutti i cittadini. Il suo migliore amico è Mike (Mos Def, onestamente piuttosto incolore e insapore), sfigato per categoria esistenziale, commesso nello scalcinato noleggio di vhs di proprietà del vecchio Fletcher (Danny Glover: sa anche recitare, dunque, oltre a fare il buffone in Arma letale), malmesso come il suo negozio, che passa il tempo a cianciare improbabili storie su Fats Waller, un dimenticato cantante jazz del passato che sarebbe nato proprio nel suo edificio. Un giorno Fletcher parte per un viaggio: dice che deve andare ad una commemorazione di Fats, ma in realtà vuole dare a Mike l’occasione per ‘diventare grande’, affidandogli il negozio. Ma proprio quella sera, Jerry decide di attuare l’attentato alla centrale così a lungo sognato. Naturalmente gli va male, ma le scariche della recinzione elettrificata lo magnetizzano: disturba qualunque apparecchio elettrico con cui venga in contatto, e non appena entra nel negozio, tutte le videocassette si cancellano. Mike è disperato: è davvero uno sfigato, ed ha tradito la fiducia di Fletcher. Ma Jerry ha un’idea, totalmente bizzarra come i suoi pensieri. I film li rifaranno loro, tutti, e da soli. Con una telecamera a mano, fondali di cartone malamente colorato, travestimenti impossibili, i due cominciano a rifare tutti i titoli del catalogo, riducendone la durata, deformandone le storie, sconvolgendo le sceneggiature. Sembra follia, ma è fantasia, assoluta, talmente pura che entra nell’animo di tutti gli abitanti della cittadina, poco a poco coinvolti nella loro impresa. Chi conosce Michel Gondry ed ama i suoi film sa cosa aspettarsi da lui. Gondry dà l’impressione di non amare molto la realtà: Oltre quello che c’è, che si vede, per lui c’è sempre qualcos’altro, che è sempre infinitamente più bizzarro, più bello, più felice. Ma bisogna saperlo vedere, bisogna volerlo trovare. Se pur qui egli non raggiunge i vertici del commovente e geniale L’arte del sogno (Italia/Francia, 2006), tuttavia la sua poetica c’è tutta. BKR è una dichiarazione d’amore per il cinema, prima di tutto, come arte essenzialmente della finzione, e perciò della fantasia e del sogno. In secondo luogo, è un appello alla fantasia e al sogno che tutti custodiamo dentro di noi. Se riusciremo a tirarli fuori, troveremo una strada per la felicità.

Thelma & Louise (R. Scott, USA, 1991), 21.15, DT

Due donne, incapaci di credere esse stesse al loro ‘coraggio’, fuggono da una realtà stupida e da maschi altrettanto stupidi e senz’anima. Ma non riusciranno a fuggire dalla violenza di una società che così ha voluto le loro vite, e che alla fine le stroncherà, sia pure in un loro ultimo, magnifico gesto di libertà ribelle. Film ampiamente sopravvalutato, ad opera soprattutto della cultura femminista, che ne ha fatto un manifesto. In realtà è un film appena discreto, più che sufficientemente nutrito di stereotipi, e nulla di più. Inoltre, come è accaduto per molto tempo alle opere di Scott, un film senza personalità, ‘che avrebbe potuto fare chiunque’.

Moon (D. Jones, UK, 2009), 17.25, Sky

Sam lavora sulla ‘faccia oscura della Luna’ (dovrebbe essere una metafora dell’oscurità della sua situazione? Una delle mille citazioni di questo film che sembra scritto con pagine strappate dai copioni di cento altri film di fantascienza? Mah, ne riparleremo) in una miniera completamente automatizzata di cui è l’unico operatore, ad estrarre l’Elio 3, un preziosissimo minerale che, sulla Terra, ha risolto il problema delle fonti di energia. Sua unica compagnia è il robot Gerty, perché i contatti con la Terra sono interrotti a causa del guasto del satellite-ponte. Mancano solo due settimane alla fine del contratto di tre anni, dopo di che Sam potrà tornare a casa, dalla moglie e dalla figlia, ma durante un’uscita alla miniera Sam ha un incidente. Si risveglia nell’infermeria della base, assistito da Gerty, e quando esce per vedere cos’è successo, scopre nei rottami del suo veicolo un altro uomo gravemente ferito. Lo soccorre e lo porta con se, ma a quel punto comincia a porsi un problema. Da dove salta fuori quel tipo? Non doveva essere Sam l’unico abitante della base? Forse le cose non stanno proprio come sembrano e come la compagnia mineraria continua a raccontargli nei suoi messaggi? Agli spettatori – a quelli che avranno il coraggio di vederlo fino alla fine – l’ardua sentenza. Moon è un film che definire noioso sarebbe già azzardato, perché significherebbe riconoscergli un qualche livello di creatività, sia pur negativa, che invece è anch’essa assente. Più che altro non è un film: è, come abbiamo anticipato, un frullato non amalgamato di altri film, una collezione di citazioni cui si fatica perfino a tener dietro. È anche – e forse questo è ciò che alla fine irrita di più – un frullato di incongruenze, illogicità, sospesi e assurdità, tanto che, volendolo recensire con due righe, come si faceva una volta sui quotidiani, si potrebbe cavarsela con: “Non si capisce un c****”, ed avremmo già finito. La povertà di mezzi, tragicamente evidente – peraltro giustificata ed anzi funzionale quando il film è di suo pregnante di simboli: penso a quel grandissimo capolavoro che è Gattaca (A. Niccol, USA, 1998) – si accompagna qui ad un’altrettanto tragica povertà di idee. Non una sola idea originale che sia una viene a infondere un po’ di vita in una storia che procede per conto suo, cui assistiamo con totale estraneità emotiva, rilevando freddamente gli innumerevoli quanto vuoti tentativi di creare una tensione. Clone (pour cause …) abortito e inutile, Moon è un film da dimenticare, come da dimenticare in fretta è la ridicola performance di Sam Rockwell, suo unico interprete. Aridatece “Il pianeta proibito”, per favore.

Lunedì 31 ottobre

My son, my son, what have ye done (W. Herzog, USA/Germania, 2009), 01.15, Rai3

Fondamentalmente i modi per fare un film sono due. Uno è quello di fare un film sia pur ‘difficile’ ma bellissimo, come per esempio l’immenso “Il cielo sopra Berlino” (W. Wenders, RFT/Francia, 1987). L’altro è di fare un film anche ‘semplice’ ma dove non si capisce un cazzo: per esempio “Muholland Drive” (D. Lynch, Francia/USA, 2001). Di fronte a questo secondo tipo, anche le reazioni del pubblico possono essere due. La prima è quella di seppellire il regista e i suoi critici osannanti sotto un container di vaffanculo, e poi consolarsi serenamente con l’ultima puntata delle “Vacanze di Natale”. Ma ce n’è anche un’altra molto più insidiosa e perniciosa: quella di chi teme, così facendo, di passare da ‘stupido’, di chi ‘si vergogna’ di non aver ‘capito’ pur non essendoci niente da capire, e dunque cerca disperatamente di trovare spiegazioni e giustificazioni a ciò che – nel suo intimo quello spettatore lo sa benissimo – non ne ha alcuna. Gettiamo dunque il cuore oltre l’ostacolo, e osiamo dire che quest’ultimo film di Herzog appartiene senza ombra di dubbio alla seconda categoria, quella delle bufale vuote ed in-significanti, delle bolle di sapone che racchiudono un nulla assoluto. Abbiamo il coraggio di battere i pugni sul tavolo, di gridare – magari aggiungendoci anche qualche parolaccia – tutta la nostra rabbia e la nostra indignazione per il furto di due preziosissime ore della nostra vita ad opera di una storia del cazzo, che non ci ha dato niente, che non vuol dire niente, che per novantun minuti ci ha sfrontatamente preso per il culo, tentando di ‘ipnotizzarci’ per farci credere di trovarci di fronte a chissà qual miracolo di indagine mentale, a chissà qual mirabolante viaggio nella psiche, a chissà qual ‘epifania’ filosofica. Diciamolo, alto e forte, che il re è nudo, e questa è una stronzata pazzesca. A farla ci si son messi in due, due ‘maestri’ del genere. Quel David Lynch di cui sopra, che ha al suo attivo una lunga lista di titoli tanto ‘esoterici’ quanto incomprensibili (a parte “Una storia vera”, onestamente un magnifico film: o non l’ha fatto lui o quando l’ha girato era sotto acido), che hanno indotto orgasmi multipli nei suoi apologeti, e che hanno gettato in depressione tantissimi di coloro che li hanno visti. E Werner Herzog, titolare di una lista ancor più lunga di film in cui morbosità e violenza sono spesso fine a se stesse, quasi sempre ‘incomprensibili’ (anche lui, onestamente, con una magnifica eccezione: “Nosferatu”). Il mix è letale. Ne vien fuori un film prima di tutto ‘squallido’ dal punto di vista della fotografia, povera e ‘brutta’. Una storia che non offre un solo fotogramma spiegabile e ‘logico’ (e che, scusatemi tanto, ma non ho nessuna voglia nemmeno di raccontare: cercatevi la trama su Internet, o vedetelo, se ne avete il coraggio). Una sceneggiatura che è un concentrato di pseudofilosofia e pseudomessaggi in pillole, e che fa incazzare come una belva chi, fin da subito, si rende conto che no, non è lui il cretino, ma lo stanno trattando da cretino. Una recitazione o inesistente o ‘eccessiva’ e insopportabilmente ‘espressionista’. Uno stile che pretenderebbe di scavalcare il cinema ‘classico’, e che invece diventa stucchevole accademia: fermo immagine, ralenti ecc. Un film semplicemente odioso: abbiamo/abbiate il coraggio di dirlo.

The road (J. Hillcoat, USA, 2009), 00.45, DT

Ma come, come nascono certi ‘miti’ cinematografici? O meglio, poiché a questo punto è evidente che non sono nati da soli: perché mai vengono inventati? Su che basi (come Avatar: ve lo ricordate? “Il film che cambierà la storia del cinema” … ‘sti cazzi!)? Questo dunque sarebbe il film di cui si è ritardata la programmazione perché troppo tragico, cupo, angosciante, per cui si temeva una reazione negativa del pubblico? Ma andiamo, via, un po’ di serietà. Altro c’era da temere, da parte appunto del pubblico. Per esempio, un’epidemia di suicidi in massa causati dalla noia, la noia massacrante di un film in cui non succede nulla, e quel nulla succede con una lentezza esasperante, per cui dopo una decina di minuti è giocoforza mettersi a fare il tifo per i cannibali, l’unico elemento ‘vitale’ del film: che se li mangino, quel lagnosissimo papà col suo bambino, così almeno ci divertiamo un po’. Oppure una pericolosa serie di travasi di bile, causati dalla rabbia per quella che pare essere la fiera dell’inverosimile e dell’improbabile. Cogliamo fior da fiore. Il bambino non ha mai visto una lattina di Coca Cola, e chiede “che cos’è”. Assurdo, per molte ragioni. Perché quando lui e il padre sono fuggiti lui aveva circa otto anni, e tra i viveri di cui fino a quel momento avevano vissuto, accumulati in casa, è ragionevole pensare che due americani medi avessero stipato anche numerose bibite in lattina (scommetto che a rivedere il film con attenzione – no, per favore! – sarebbe facile individuarne qualcuna sugli scaffali della cucina). Perché, anche, le strade su cui camminano sono cosparse di migliaia di lattine vuote, e il padre-mentore, tra i tanti filosofemi di cui gratifica il figlio, gli avrà pur spiegato cosa sono. Perché è impossibile che, in tutti gli edifici abbandonati che visitano, quella sia l’unica e la prima lattina piena che trovano. E la stessa cosa si può dire dello shampoo. Oppure. Due soli proiettili? Ma è semplicemente assurdo pensare che in tutte le case abbandonate in cui entrano non abbiano mai trovato una scatola di proiettili, o un’altra arma carica: a quel che ne sappiamo, in una casa americana è molto più facile trovare un’arma che un libro, tanto per dirne una. Oppure. Possibile che, visitando una nave abbandonata, l’unica cosa utile che trova sia, in tutto e per tutto, una pistola lanciarazzi?! Scendendo poi nel deposito di cibi sotterraneo, scendiamo nel ridicolo. Le scatole di biscotti sugli scaffali sono disposte come in mostra, a spina di pesce, per esser sicuri che gli spettatori capiscano di cosa si tratta … Chi è stato lo sciagurato scenografo che l’ha arredato? Ancora. Il mondo è in rovina, ma in una casa abbandonata funziona tutto perfettamente: luce, acqua, gas, riscaldamento … Ma prima di questo, è tutta la ‘storia’ in sé che non sta in piedi, che non ha sostanza, vita, dramma. I flash-back con la madre sono assolutamente, totalmente estranei all’economia della narrazione: si potrebbe rimontare il film eliminandoli e nessuno se ne accorgerebbe. Come pure incomprensibile è l’incontro col ‘Profeta Elia’: cosa dovrebbe dirci? Cosa dovrebbe significare, per i personaggi del film? E perché sempre “a Sud”, anche dopo aver visto che il Sud fa schifo come il Nord? Perché i buoni dovrebbero stare solo a Sud e i cattivi solo a Nord? Dobbiamo vedere in ciò una subdola polemica antileghista (si fa per cazzeggiare: non c’è molto altro da fare di serio, in questo film)? Modestissimi i risultati della computergrafica nella resa delle nebbie e dei fumi, che sanno tanto da trasparenti anni Cinquanta. Modestissimo il grande Viggo Mortensen, in una performance da dimenticare. Il piccolo Codi Smith-McPhee, quando piange fa piangere: meno male che non ride mai. Andate a letto, ché è meglio.

Martedì 1 novembre

Mercoledì 2 novembre

I cannoni di Navarone (J. L. Thompson, USA, 1961), 21.00, Sky

Un gruppo di partigiani deve distruggere due enormi cannoni piazzati dai Tedeschi in un’inaccessibile isoletta greca, che fanno strage delle navi alleate. Appassionante, estremamente spettacolare, giustamente eroico, molto ben fatto, e con un cast eccezionale: Gregory Peck, David Niven, Anthony Quinn, Anthony Quayle, Irene Papas, Richard Harris. Raro passaggio tv, da non perdere.

Giovedì 3 novembre

The hunting party (R. Shepard, USA/Croazia/Bosnia-Herzegovina, 2007), 23.30, Rete4

Simon Hunt è un giornalista di guerra americano che, in coppia col fedele cameramen Duck, è abituato a seguire in tutto il mondo gli eventi bellici più pericolosi. Non lo fa solo per professione: per lui, ‘sentirsi vivo in mezzo alla violenza ed alla morte’ è diventata una droga mentale, che lo spinge a rischiare sempre di più. Ma un giorno del 1995, in Bosnia, la sua sicurezza crolla. Entrando in un villaggio mussulmano la cui popolazione è stata appena sterminata dai serbi, l’orrore cui è costretto ad assistere è troppo anche per lui. In una diretta col suo network si lascia andare a commenti così pesanti sul ruolo degli USA e dell’ONU in quella guerra che la sua carriera viene troncata di colpo. Simon scompare, riducendosi a fare il free lance per piccole ed oscure televisioni, ma quando, cinque anni dopo, nel 2000, a guerra teoricamente finita, Duck – che nel frattempo invece ha scalato i vertici dell’azienda – capita lì nuovamente per un insulso servizio celebrativo della pace, Simon riemerge dal nulla e lo contatta. Ha per le mani una storia fortissima: conosce il nascondiglio della Volpe, uno spietato criminale di guerra serbo, su cui esiste una taglia di cinque milioni di dollari ma che da anni, incredibilmente, nessuno riesce a catturare, e vuole l’aiuto di Duck per intervistarlo e – eventualmente – per impadronirsene. Duck si fa a malavoglia coinvolgere in quella che sembra una pura pazzia, ma che invece sarà un nuovo viaggio nelle atrocità di una guerra mai davvero terminata e, soprattutto, nei meandri della politica internazionale. Si tratta, com’è evidente, di una versione romanzata (ma non tanto: il film è ispirato alla vicenda reale di tre reporter americani) dei tentativi di catturare Radovan Karadzic e Mirko Mladic – il primo, come sappiamo, recentemente ‘venduto’ dalla Serbia alla CE in cambio del passaporto per entrare nella Comunità, e il secondo ancora uccel di bosco – e degli sporchi intrighi in cui USA e ONU sono stati, e probabilmente sono ancora, implicati nella gestione degli equilibri delle guerre balcaniche che essi stessi hanno fomentato. Richard Gere ha detto il vero quando, in una sua intervista di qualche mese fa, ha dichiarato che ora sceglie i suoi ruoli con maggior oculatezza di una volta, e infatti HP, senza essere un capolavoro, è comunque un buon film, hollywoodiano nel ‘miglior’ senso del termine, divertente e interessante, con un’abilmente amalgamata dose di impegno civile ed umanitario. Peccato che, come al solito, la figura dei cattivi ce la facciano sempre i Serbi, ma a questo, ormai, siamo abituati da un pezzo. Notevole Terrence Howard – già prodigioso interprete di Crash (P. Haggis, 2004) – nella parte di Duck. Consigliabile.

La leggenda di Beowulf (R. Zemeckis, USA, 2007), 19.20, DT

Essendo il cinema, per me, l’arte dell’illusione data dall’immagine in movimento, non ho mai sottilizzato troppo sui mezzi adottati per raggiungere quell’illusione, e quando sono apparsi gli effetti speciali di ultima generazione non li ho mai rifiutati aprioristicamente, da purista, ma mi sono sempre posto un’unica domanda: hanno prodotto il risultato sperato? Sono stati professionalmente utili? E, da spettatore, mi hanno fatto sognare? Con questo spirito ho applaudito un film come Transformers,  non certo un film ‘colto’ ma talmente ricco, proprio grazie agli strepitosi effetti speciali, di fantasia e di magia, da immergere lo spettatore in una dimensione rara di illusione e di divertimento. Con Beowulf si è gettato il cuore oltre l’ostacolo, ed è l’effetto speciale in sé che si fa film: è la famosa motion caption performance, ovvero il processo che trasforma l’interpretazione di un attore in immagini di computer graphics. Gli attori sono stati ripresi in una struttura munita di numerose cineprese, che registravano i loro movimenti e le espressioni degli attori come una serie di punti nello spazio tridimensionale. Sul flusso di quei movimenti e di quelle espressioni sono stati poi ‘dipinti’ personaggi, scene e costumi. Una tecnica già sperimentata qualche anno fa proprio dallo stesso Zemeckis con Polar Express (USA, 2004), ed applicata questa volta ad una ‘trama’ che più ‘colta’ non si può: niente popò di meno che il Beowulf, celeberrimo poema epico amatissimo da Tolkien e pietra miliare della letteratura sassone, trascritto per la prima volta in un monastero tra il VII e il XII secolo. Un monumento, dunque, oltre che una miniera di epos, eroismo ed avventura. Due parole sulla ‘trama’, quindi, ma meglio farete se andrete a leggervi le pagine che gli dedica una buona letteratura inglese, e meglio ancora se ve lo leggerete. Beowulf è un eroe giovane ma già leggendario, uccisore di mostri d’ogni tipo e di innumerevoli nemici, conquistatore di donne e di sirene. Quando viene a sapere che, alla corte del re danese Hrothgar, un essere orribile e sanguinario semina rovina e morte, vi si reca, non per il premio promesso dal re, ma per l’ulteriore gloria che gli verrà dall’impresa. Vi riesce, conquistando anche il regno e la bellissima regina, ma nell’impresa cede alla passione, e quando, ormai vecchio e stanco, guarda con malinconia al suo passato, ecco da quel passato riemergere il frutto orrendo e terribile del suo errore: l’Eroe dovrà rimettersi in gioco ancora una volta, per combattere, questa volta, non solo un ‘semplice’ mostro, ma anche se stesso. Fin qui la vicenda: ricchissima, come si vede anche da questo breve riassunto, di spunti epici ed eroici, che avrebbero potuto costituire materia per una storia emozionante e commovente, sia pur servendosi degli effetti speciali: si veda, tanto per fare un esempio, il capolavoro assoluto creato da Peter Jackson col Signore degli Anelli. Invece, nulla di tutto ciò. Qualche aggiunta, sì, francamente inutile: un po’ di sesso, e un po’ di splatter. Ma la motion capture, questo mitico espediente che pareva dovesse trasportarci in una dimensione magica mai vista, ha fallito miseramente. I corpi sono ‘gonfi’ e tridimensionali come l’animazione con le figure di plastilina – guardate, tra l’altro, le labbra di Angelina Jolie: sarà anche ‘rifatta’, ma qui sembrano veramente gonfiate con la pompa della bicicletta – e certi personaggi sono francamente ridicoli: il volto della regina ricorda tragicamente e comicamente quello dei protagonisti dello spot delle Assicurazioni Allianz, in questi mesi su tutte le tv; mentre la faccia del mostro, il povero Grendel, assomiglia in modo imbarazzante e grottesco a Barbalbero. ‘Volevamo stupirvi con effetti speciali …’ e siamo solo riusciti ad annoiarvi e a farvi ridere. Chissà come starà sghignazzando Beowulf, guardando giù dall’alto del Wahalla.

Venerdì 4 novembre

La Passione (C. Mazzacurati, Italia, 2010), 19.10, Sky

Carlo Mazzacurati è uno dei più grandi registi italiani (e la lista difficilmente supererebbe le dita di una mano), uno di quelli che anche quando raccontano storie minime (non ‘minori’, ché di storie minori non ne esistono) non parlano del proprio ombelico, né raccontano il proprio incomparabile Ego, ma prendono spunto da storie qualunque di gente qualunque per narrare a tutti di sentimenti ‘universali’, tanto importanti quanto semplici ed elementari. Dopo il bellissimo La giusta distanza (Italia, 2007), disincantata tranche de vie sulle malattie dello spirito che il trionfante Nord-Est nasconde dentro di sé, qui egli torna alla ‘commedia’, ma attenzione: non quella culi-tette-rutti-scoregge che tanto piace alla maggioranza degli italiani, e su cui pseudoregisti (appunto) e pseudoattori hanno costruito le loro fortune, bensì una commedia malinconica e garbata, mite, che degli esseri umani racconta sì le miserie, ma anche la dignità e la nobiltà nascosta. Vorremmo dire una specie di Germi (Signore e signori), senza la sua sacrosanta e scandalizzata indignazione, sostituita da una profonda pietas. Questa volta l’antieroe di Mazzacurati è Gianni Dubois, ‘grande’ ex regista, nel senso che da cinque anni non fa un film, sprofondato com’è in una terribile crisi d’ispirazione. Lo incontriamo in un pessimo momento. Da un lato, una giovane stellina di fiction televisive ha deciso di far fare un salto di qualità alla propria carriera chiedendo di essere diretta proprio da lui in un nuovo film, e lo perseguita continuamente per sapere se ha avuto una buona idea. Dall’altro, il suo produttore – venale e volgare – fiuta l’affare, e anche lui lo perseguita ossessivamente perché si decida a scrivere questo film. Dietro a tutto sta la ‘catastrofe’. In un appartamentino che Gianni possiede in un paesino della Toscana, e di cui non si è mai curato, si verifica una fuga d’acqua, che devasta un preziosissimo affresco nella sottostante, antica chiesetta. Col paese Gianni non ha mai avuto nessun legame, e viene visto come un estraneo profittatore e portatore di rogne, per cui Sindaco e Consigliere lo mettono vigliaccamente di fronte ad un semplicissimo ricatto: o lui accetterà di mettere in scena la sacra rappresentazione della Passione di Cristo per la Pasqua imminente, o verrà denunciato alle Belle Arti, e la sua reputazione di artista ‘impegnato’ verrà distrutta. Continuamente ‘distratto’ dalle proprie fantasie, continuamente alla ricerca della vena perduta, Gianni quasi si lascia scorrere addosso il tempo e gli eventi, ma ad aiutarlo capita – vero deus ex machina: teatro nel teatro – Ramiro, un ex detenuto, che anni prima ha frequentato un suo seminario di teatro a S. Vittore e che lo venera come un Maestro. Ramiro assume tutti i ruoli: aiuto regista, assistente al casting, trovarobe … ma ha dimenticato i suoi trascorsi criminali, e quando la polizia comincia a cercarlo per una pendenza non saldata, è costretto a scomparire. Manca un giorno alla Pasqua, e la mente di Gianni è ‘altrove’: chi lo salverà ora dalla rovina? Una storia minima, come si vede, e forse perfino abbondantemente inverosimile. Eppure, niente è inutile e sciocco, in questo film. Ogni personaggio esprime sentimenti veri e semplici: la stanchezza esistenziale di Gianni, la solitudine umana ed affettiva della barista polacca, l’amicizia bellissima ed ingenua di Ramiro. Anche la grettezza del Sindaco e del suo amante, sono vere e ‘normali’, come pure la stupida supponenza del ‘grande attore’ chiamato ad impersonare il Cristo. In ognuno di loro ci possiamo riconoscere, o confrontare, ognuno di loro ci parla, ci insegna, ci racconta verità semplici e quotidiane. Si ride, ma si ride di noi stessi, e di noi stessi si piange: de te fabula narratur. Il cast andrebbe elencato nome per nome, tanto ognuno è semplicemente perfetto nella sua parte. Silvio Orlando è Gianni, confuso e buono; Giuseppe Battiston – attore icona di Mazzacurati – è il meraviglioso ed ingenuo Ramiro, che mette a rischio la propria libertà per l’amico; Corrado Guzzanti è un odioso ‘grande attore’; Kasia Smutniak è una delicata e sognante ragazza polacca; Stefania Sandrelli – qui, diversamente dal solito, bravissima e misurata – e Marco Messeri sono il sindaco e la sua anima nera, deliziosamente meschini e ‘cattivi’. Un gioiello, insomma, come tutto quello che esce dalle mani di Mazzacurati, che – of course – non è stato selezionato a rappresentare l’Italia all’Oscar, essendogli stati preferiti sentimenti più ‘semplici’ e commerciali. Che almeno il pubblico gli renda l’onore che merita.

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