Pubblicato da: giulianolapostata | 22 ottobre 2011

Multivisioni – Sabato 22 ottobre 2011

 

Multivisioni

Consigli appassionati su cosa vedere – e non vedere! – in TV

 “Il cinema americano ha successo perché loro fanno bene i film. Noi facciamo bene la pizza”

R. Benigni

 “Il cinema italiano è deprimente”

Q. Tarantino

“Un qualsiasi stupido film americano contiene sempre un insegnamento, a differenza di un qualsiasi artistico film inglese”

 L. Wittgenstein

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Sabato 22 ottobre

 

La terrazza (E. Scola, Italia/Francia, 1980), 01.55, Rai1

Nella Roma degli anni Ottanta – c’era ancora il PCI: sembra un film ‘storico’ – vicende personali (ma mai come qui il personale è politico) di un gruppo di intellettuali romani, raccontate con la consueta pietas ed ironia dal grande Scola. Imperdibile, come tutti i suoi film.

 

Non ho tempo (A. Giannarelli, Italia, 1973), 02.40, Rai2

Commossa ricostruzione della vita del matematico francese Evariste Galois (1811-1832). Socialista utopista, venne ucciso in un duello probabilmente provocato apposta per eliminarlo. Nella notte precedente, conscio della prossima morte, scrisse freneticamente un diario in cui tracciò le basi dell’algebra moderna. Film colto ed appassionato, in cui forti sono gli accenni alla realtà politica degli anni in cui venne scritto. Da trent’anni mancava dai palinsesti. Imperdibile.

 

Smoke  (W. Wang/P. Auster, USA, 1995), 14.45, DT

La tabaccheria di Auggie, a Brooklin, è l’epicentro di un mondo, il perno invisibile attorno a quale ruotano esistenze e vite, alcune apparentemente ‘insignificanti’ – e per questo Auggie tenta di fermarle ogni mattina, alle otto, con uno scatto della sua macchina fotografica – altre che conosciamo più da vicino. C’è quella di Paul, scrittore di successo, cui un dolore immedicabile ha interrotto la capacità di sognare. Quella di Rashid, giovane nero di strada, alla ricerca di un ubi consistam, di un valore per cui vivere, e di suo padre. Quella di Cyrus, meccanico d’auto, che un giorno ha ricevuto una chiamata da Dio, e quella di Ruby, un tempo innamorata di Augie, che dopo quindici anni torna a trovarlo, per rivelargli un segreto. Persone normali, qualunque, forse appunto ‘insignificanti’, ma tutte colme di umanità e di poesia. Attorno alla tabaccheria esse si incontrano tutte, in qualche modo i loro destini si intrecciano e si allacciano, e trovano una risoluzione. Film di estrema misura – quasi teatro filmato – Smoke vive anche delle performances di due grandissimi attori: Harvey Keitel, forse mai così bravo e sensibile, e Forest Whitaker, che davvero pare riempire ogni suo personaggio di una magia quasi soprannaturale. Bravo anche William Hurt, che però inevitabilmente sfigura davanti ai due grandi. Bravissima Stockard Channing nella parte di Ruby, ottimo Harold Perrineau Jr in quella di Rashid, straziante Ashley Judd nella parte breve ma folgorante della giovane tossica Felicity. Gioiello nel gioiello, alla fine, “Il racconto di Natale di Auggie”, specie di film muto in bianco e nero, miracolo di bellezza e d’amore. Assolutissimamente imperdibile.

 

La leggenda del pianista sull’oceano (G. Tornatore, Italia, 1998), 18.20, DT

Favoletta tanto leccata ed elegante quanto inconsistente e noiosa. Il 1 gennaio 1900 un bambino viene abbandonato su un transatlantico e vi trascorre tutta la vita, diventando un bravissimo e misterioso pianista. Insopportabile segolina intimista con pretese di kolossal, che affondano miseramente in un lirismo da quattro soldi. Dio perdoni, se può, chi ha definito Tornatore l’erede di Sergio Leone.

 

La nona porta (R. Polanski, Francia/Spagna, 1999), 23.10, DT

Da anni Polanski non azzecca un film (e il banalissimo Pianista conferma questa sua serie nera). Lo testimonia questa sconclusionatissima storia satanista, che racconta le ricerche di un libraio antiquario per trovare un libro che dovrebbe servire ad evocare il Diavolo. Del resto, il libro da cui è tratto – Il Club Dumas, di Arturo Pérez-Reverte – è anche peggio. un pastiche lambiccato e noioso, pseudo (molto pseudo) intellettuale, tipica letteratura ‘da banco’, fabbricata per far soldi e illudervi che state leggendo un libro intelligente. Johnny Depp è bravo, ma non basta.

 

 

Domenica 23 ottobre

 

 

Lunedì 24 ottobre

 

Sfida senza regole (J. Avnet, USA, 2008), 21.05, Rai3

Turk (Robert de Niro) e Rooster (Al Pacino) sono due pluridecorati detective della Polizia di New York, in coppia da trent’anni, all’apice della carriera ed alle soglie della pensione. Ma un caso particolare li impegna, prima di lasciare. Uno strano serial killer colpisce in città, uccidendo delinquenti che per qualche ragione l’hanno fatta franca con la giustizia e lasciando sul loro corpo pochi beffardi versi di commento. Il quadro si complica quando vari indizi portano a credere che il colpevole sia un poliziotto, e tutti vorrebbero chiudere la faccenda in fretta: il loro capo, per ovvie ragioni, e due altri giovani detective, che invece vorrebbero farsi belli risolvendo il mistero. Già qualcuno aveva provato, qualche anno fa, a mettere insieme Robert de Niro ed Al Pacino, due dei più grandi attori viventi, ma quel ‘qualcuno’ si dava il caso che fosse Michael Mann, a sua volta uno dei più grandi registi viventi, dotato di un profondo senso del pathos, artista al tempo stesso elegante e drammatico. Il risultato fu The heat (USA, 1995), uno dei suoi film più interessanti, in cui i due si costeggiano per due ore e si incontrano in sole due scene, in un ininterrotto specchiarsi di vite e di storie che affascina e commuove per abilità e forza. Jon Avnet, decisamente, non è Michael Mann, e potremmo anche finirla qui. Non lo è per una serie infinita di ragioni, lunga quanto questo film brutto e inutile, di cui – incredibile a dirsi – nemmeno la presenza dei due mostri sacri giustifica la visione. Intanto per la sceneggiatura che ha scelto, di quel Russel Gewirtz che già con Inside Man (S. Lee, 2006) aveva fornito un film balordo e che qui ha, purtroppo, superato se stesso, scrivendo una storia disordinata e confusa, tanto che spesso si ha l’impressione che nemmeno lui sappia bene dove sta andando a parare. Non lo è per la regia, sempre piatta e uniforme, che mai, nemmeno nei momenti ‘ad effetto’, riesce ad offrire una qualche emozione che non sia assolutamente ovvia e prevista (ed è veramente sconfortante, per fare un solo esempio, quella ‘falsa’ confessione alla telecamera spiegata negli ultimi minuti, modesto trucchetto da principianti che perfino ad una scuola di regia si rifiuterebbero di usare). Non lo è nemmeno per la capacità di dirigere gli attori (ad ennesima riprova che, chiunque – ma proprio chiunque – ci sia sul set, a fare il film è il regista), perché non è possibile trovarsi tra le mani due dei più grandi attori della storia del cinema, la cui carriera è costellata di interpretazioni che ci hanno strappato il cuore, e dirigerli come se fossero caricature di se stessi, due manichini di cartone con la faccia di Al Pacino e de Niro che gli inservienti di scena spostano sul set alla bisogna, senza che i due grandi riescano – manifestamente perché non ne hanno nessuna voglia – a tirar fuori un’oncia della loro grandezza. Rimane un mistero il perché due come loro si siano fatti coinvolgere in un’operazione come questa: non certo per i soldi, ché, passato molto velocemente per le sale, il film rischia di scomparire presto anche dagli scaffali dei videonoleggi. Che peccato, e che occasione sprecata.

 

Concorrenza sleale (E. Scola, Italia/Francia 2001), 15.25, DT

Nella Roma fascista del 1938, due commercianti – uno ebreo ed uno ‘ariano’ senza sapere che vuol dire – si fanno una normale concorrenza. Ma quando verranno promulgate le criminali Leggi Razziali, l’ariano saprà trarne vantaggio.  Umanissimo e forte come sempre Scola, particolarmente in questo suo nuovo film sul fascismo (assolutamente da recuperare l’altro, il bellissimo Una giornata particolare, 1977), e come sempre, quando è ben diretto, grande attore Abatantuono (indimenticabile in Mediterraneo, di G. Salvatores, 1991).

 

Il papà di Giovanna (P. Avati, Italia, 2008), 21.05, DT

Nella Bologna fascista del 1938, la diciassettenne Giovanna, psicologicamente debole, uccide per amore una compagna di classe. Il padre, insegnante di Liceo, che già l’aveva sempre amata di un amore esclusivo, da quel momento si dedica solo a lei, seguendola fino a quando uscirà dal manicomio criminale, sette anni dopo. Poco più di una favoletta, una specie di soap di lusso, in cui va totalmente sprecato il grande talento di Silvio Orlando.  Anche la sceneggiatura è debole e periclitante, specialmente nel disegnare i rapporti tra il padre e la moglie, che lo ha abbandonato. Quale demone abbia poi spinto Avati a reclutare un non attore come Ezio Greggio, è un mistero assoluto.

 

Brancaleone alle Crociate (M. Monicelli, Italia/Algeria, 1970), 23.05, DT

Sequel del bellissimo L’armata Brancaleone (1966), non è inferiore all’originale, né per intelligenza né per divertimento. Anzi, oseremmo dire che in più di un punto lo supera, come nel metafisico duello tra Brancaleone e la Morte. Assolutamente imperdibile.

 

Buried (R. Cortés, Spagna, 2010), 21.00, Sky

Paul Conroy è un contractor americano in Irak. Fa il camionista, trasporta rifornimenti, armi, non sa neppure lui bene cosa. Un giorno il suo convoglio viene attaccato, i suoi compagni uccisi, lui colpito da una sassata alla testa. Quando si risveglia è sotto terra, chiuso in una bara di legno. Ha un coltello, due luci chimiche, una pila, un accendino Zippo, un cellulare. Attraverso il telefono gli insorti irakeni che l’hanno catturato si fanno vivi. Deve cercare di procurare un riscatto di cinque milioni di dollari entro due ore, altrimenti verrà lasciato a morire lì. Paul comincia un’allucinante ricerca di aiuto e di contatto col mondo: la ditta che l’ha assunto, l’FBI, il Dipartimento di Stato, la vecchia madre malata di Alzheimer, la moglie. I minuti passano, mentre lui si sente sempre più isolato e trascurato, rotellina insignificante di una macchina infinitamente più grande di lui, inutile granellino di sabbia, come quella che sta filtrando attraverso le assi, e che poco a poco lo sta soffocando. Non ha molto tempo per trovare il modo di sopravvivere. Buried è un film apparentemente ‘geniale’, che invece si sgonfia subito, dopo pochi minuti, paradossalmente proprio a causa della ‘eccezionalità’ della situazione immaginata. Capiamo tutti immediatamente che due sono le soluzioni possibili: o un happy end, e la sua resurrezione, o un bad end, e la sua orribile morte. Si tratta solo di lasciar passare il tempo, e vedere quale delle due il regista abbia scelto. E il tempo passa, lentamente, con un occhio alla schermo, su cui non succede niente, ed uno all’orologio, sapendo che man mano che le lancette girano inevitabilmente vedremo il coup de théatre che finalmente venga a risolvere la situazione. Tutti i tentativi di trasformare Paul in un ‘simbolo’, quello dell’uomo qualunque vittima di un ingranaggio che lo schiaccia e lo ignora, si risolvono in frasi fatte – “Sono solo un uomo, sono venuto qui per lavorare, per aiutare la mia famiglia” – in un temino scontato e diligentemente svolto, ma noioso e banale. Buried è un film fallito per presunzione, quella di chi ha pensato che bastasse portare al limite una situazione per renderla eccezionale, dimenticando che spesso proprio la ricerca dell’insolito a tutti i costi può portare proprio al risultato opposto, quello dell’ovvio più scontato. Un esordiente che speriamo resti tale, se questa è la sua idea di cinema, un brutto film anzi peggio: un film desolantemente inutile.

 

 

Martedì 25 ottobre

 

La lingua del Santo (C. Mazzacurati, Italia, 2000), 15.30, DT

A Padova, “la città più ricca del Nordest, che fattura più del Portogallo, ma se non hai soldi sei una merda”, due sfigati si arrabattano con furtarelli da ladri di polli, finché per caso riescono a mettere le mani sulla teca in cui è custodita la lingua di S. Antonio. Dovrebbe essere l’occasione della loro vita, per togliersi finalmente dalla miseria, ma i due sono troppo mone anche per far soldi. Opera ‘minore’ del bravissimo Mazzacurati, nella quale i suoi temi favoriti si ritrovano comunque tutti: la pietà per i poveracci e gli sfigati, il fastidio per l’arricchimento boaro del Veneto, qualche sprazzo di fotografia lirica e perfetta, tanto per ricordarci chi è. Assolutamente da vedere.

 

 

Mercoledì 26 ottobre

 

2001: Odissea nello spazio (S. Kubrick, GB, 1968), 23.25, DT

Assolutissimamente sopravvalutato questo film pseudofilosofico, pseudomistico, pseudoquelchevipare, che è solo una noiosissima storia dai simboli incomprensibili (che sia per questo che affascinano?!). La scena iniziale della scimmia che, dopo aver usato un femore per uccidere, lo getta in cielo e il femore si trasforma in una splendida astronave, è una delle metafore più banali ed elementari mai viste al cinema.

 

 

Giovedì 27 ottobre

 

Wasabi (G. Krawczyk. Francia, 2001), 21.00, DT

Sì, d’accordo, è una sciocchezzuola, ma quanta grazia in questa sciocchezzuola, quanta leggerezza, quanta levità. Taxi (la sceneggiatura è di Luc Besson) e Wasabi non sono niente di più di un balletto semplice e divertente, che forse non si vedrebbe due volte. Ma raccontano le loro storie con elementare eleganza, con umorismo fresco, mai volgare, mai stupido. D’accordo, nulla di geniale, ma con le sconcezze vanziniane e desichiane che circolano oggi, vere infezioni per l’intelligenza, anche un divertissement come questo acquista un valore particolare. E poi c’è Jean Réno, coi suoi occhi, con quello sguardo che “io ne ho viste cose, che voi umani non potreste immaginarvi”. Insomma, guardatevelo, non ve ne pentirete. Al limite, come si suol dire, c’è di peggio.

 

Thirteen days (R. Donaldson, USA, 2000), 22.55, DT

Ottimo esempio di film ‘storico’, è una ricostruzione della crisi dei missili di Cuba dell’ottobre 1966. Quando gli USA scoprirono che i sovietici avevano sistemato missili nucleari sul territorio del loro alleato, minacciarono un attacco atomico se le installazioni non fossero state immediatamente smantellate (giustamente: si trattava di armi di distruzione di massa, mentre quelli che avevano loro erano fuochi artificiali per la Festa del Ringraziamento). Comunque, una ricostruzione efficace, corretta ed avvincente. Da far vedere ai figli che non ne sanno nulla, e da non perdere: i suoi passaggi sono sempre abbastanza rari.

 

 

Venerdì 21 ottobre

 

Il muro di gomma (M. Risi, Italia, 1991), 15.15, DT

Il 27 giugno 1980 un DC-9 italiano cadeva nel cielo di Ustica per ragioni ‘misteriose’. Ci vollero dieci anni e l’impegno di un ottimo giornalista per arrivare ad un processo che svelasse, almeno in parte, la verità. Buon film civile e ‘giornalistico’, settore in cui gli americani sono maestri ma nel quale anche noi, quando mettiamo all’opera qualche buona testa, riusciamo a fare davvero bene. Quando il bravo Marco Risi (bellissimo il suo Fortapàsc del 2009, sull’assassinio di Giancarlo Siani) lo scrisse, forse non immaginava che dopo vent’anni la verità vera è ancora tutta da raccontare, che nessuno ha pagato davvero per quei morti, e che quel relitto è diventato un’icona grottesca di questo Stato golpista e imbelle, lasciata ad arrugginire in un hangar. Molto bravo Corso Salani. Angela Finocchiaro qualche volta sarà anche simpatica, ma questo è un film serio: che ci sta a fare qui?

 

 

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