Pubblicato da: giulianolapostata | 16 ottobre 2011

“This must be the place”, P. Sorrentino, Italia/Francia/Irlanda, 2011

Quattro anni fa, conclusi la mia recensione de Il divo (https://giulianolapostata.wordpress.com/2011/10/16/il-divo-p-sorrentino-italia-2008/)  con una citazione di Piera De Tassis, la Direttrice di Ciak: “Dopo aver visto Gomorra e Il Divo, qualcosa dovrà pur cambiare”. Forse aveva ragione. Dico ‘forse’ perché probabilmente l’intelligenza di artisti come Sorrentino avrebbe comunque trovato uno sfogo, anche se è vero che la perfezione intellettuale di film appunto come Il Divo o Gomorra pare aver aperto al cinema italiano nuovi orizzonti espressivi. Certo, sotto continua a scorrere il fiume carsico delle commediole, quelle segoline paraironiche e pseudosentimentali con cui con regolarità implacabile chiunque riesca a mettere le mani su una macchina da presa si sente in dovere di frantumarci i marroni con le sue personali seghe mentali (spesso abbiamo pensato che con l’acquisto di una telecamera dovrebbe essere fornita, compresa nel prezzo e obbligatoria, una serie di sedute dallo psicologo: forse ci risparmieremmo tanti inutili film), o quello dell’immortale filone tette-culi-scoregge-rutti, circenses amatissimi dagli italiani e fonte di denaro a palate. Ma ‘sopra’, più in alto, effettivamente l’aria sembra essere cambiata, ed ora un ‘italiano’ ha potuto chiedere i soldi e il cast per fare un film prodigioso, e chissà se qualche anno fa glie li avrebbero dati, e chissà se lui avrebbe avuto il coraggio di chiederli. Sta di fatto che adesso siamo qui, davanti ad un film bellissimo, colmo di commozione e di poesia, raffinato e ricco, e doni come questo ci fanno credere che, nonostante tutto, il grande cinema italiano esiste e non muore. Cheyenne è stato una rockstar famosa (“Hai suonato con Mick Jagger!” “No, veramente è stato lui che ha voluto suonare con me”), ma oggi non è più nessuno: nemmeno, e soprattutto, se stesso. Vive in Irlanda in una bella casa semivuota, spende le royalties dei suoi vecchi dischi, gioca in borsa on line per darsi l’illusione di fare qualcosa, ma fondamentalmente fugge, e si lascia esistere, forse depresso, probabilmente solo annoiato, certo ‘inutile’. Un Pierrot triste, che si vorrebbe abbracciare, stringere e consolare, ma che forse, sia pur delicatamente ed educatamente, vi respingerebbe (“Qualcosa mi ha disturbato. Non so cosa sia ma mi ha disturbato”). Unico pilastro della sua esistenza la moglie, con cui vive da trentacinque anni, creatura buona e ‘vera’ e profondamente amata (“Non posso fare l’amore con te: sono sposato”). Non sa chi è, pare non sia nessuno (“Mi chiamo John Smith”), non vuol essere quel che è stato (“Tu sei Cheyenne?!” “No”). e per essere qualcuno si maschera, riproduce eternamente il personaggio un po’ dark che portava in scena nei suoi concerti. Ma non impressiona più nessuno, fa solo ridere. Commentando Il Divo, avevamo attirato l’attenzione sull’uso che Sorrentino faceva delle ‘maschere’ come strumento per esprimere una realtà ‘dietro lo specchio’. Non è cambiato il suo linguaggio, e la maschera di Cheyenne non è certo solo un espediente di scena: è che in essa e dietro di essa egli nasconde un’intera vita irrisolta di delusioni e di insoddisfazioni. Ma la realtà lo insegue, la vita ‘reclama i suoi diritti’, e dall’America, da cui è fuggito trent’anni prima, giunge una telefonata a dirgli che suo padre è morente. Ancora una volta Cheyenne ‘fugge’ la realtà: parte con la nave, (“Non ho mai preso un aereo in vita mia”) e quando arriva suo padre è già morto. Peccato. Forse, se fosse stato ancora vivo, avrebbe potuto chiedergli conto di tutti quegli anni di incomprensioni, di quando lo criticava perché si truccava gli occhi o si metteva il cerone. Perché è per quello che lui se n’è andato: “Mio padre non mi ha mai voluto bene”. Trova però i suoi diari, e scopre un mondo. Anche l’ebraicità della sua famiglia, Cheyenne aveva rimosso (“Pratichi la religione ebraica?” “No”), ma nelle pagine di suo padre trova la sua storia di ex internato nel Lager, delle sofferenze e delle umiliazioni subite, del tedesco che soprattutto lo tormentò e che per tutta la vita ha cercato. Così Cheyenne invece di riprendere la nave e tornare a casa, parte per un lungo viaggio, forse senza bene sapere il perché (“Non sto cercando me stesso: sono in New Mexico, non in India”). Parte col suo eterno trolley, guscio in cui nasconde domande mai poste e risposte mai avute. Strade senza fine, cittadine senza nome, ed è una strana America, quella che lui attraversa, che ricorda moltissimo quella di altre due stupende storie di ricerca di se stessi on the road: “Non bussare alla mia porta” (W. Wenders, Germania, 2005) e “Un bacio romantico” (W. Kar-wai, Francia/Cina/Hong Kong, 2007) (https://giulianolapostata.wordpress.com/2011/10/16/un-bacio-romantico-w-kar-wai-franciacinahong-kong-2007/): un America in cui ogni villaggio, ogni motel nascondono creature uniche, vite ‘eccezionali’, scrigni di saggezza. Giungerà alla fine della strada (“And you’re standing here beside me/I love the passing of time/Never for money/Always for love /Cover up and say goodnight … say goodnight/Home – is where I want to be/But I guess I’m already there/I come home – she lifted up her wings/Guess that this must be the place:
”E tu sei qui vicino a me/Amo lo scorrere del tempo/Mai per denaro/ Sempre per amore/Copriti ed augura la buonanotte/ Casa – è dove voglio essere/Ma mi sa che ci sono già/ Vengo a casa – lei ha sollevato le ali/Sento che questo dovrebbe essere il posto”, cantano i Talking Heads), scoprirà la ‘verità’, farà i conti col suo passato: con quello, e con se stesso, si metterà finalmente in pace (“Ora so che un padre non può mai fare a meno di voler bene a suo figlio”). Quando apparirà, finalmente uscito dalla sua maschera, all’angolo della strada, la madre disperata di Toni gli sorriderà: è come se suo figlio fosse tornato davvero. Uno dei più bei film italiani di sempre, forse uno dei più bei film di sempre.

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