Pubblicato da: giulianolapostata | 16 ottobre 2011

“Il Divo”, P. Sorrentino, Italia, 2008

Premio della Giuria, Cannes 2008

Per chi, come me, è ormai oltre i sessanta, è difficile sottrarsi, nei primi minuti di proiezione, all’impressione di stare assistendo non ad un film ma ad un’antologia di telegiornali degli anni Settanta, Ottanta e Novanta: dal settimo Governo Andreotti, nel 1991, all’indietro, ai delitti Pecorelli, Ambrosoli, Moro, Calvi e Sindona, o in avanti, al delitto Falcone, e ai processi da cui Andreotti, incriminato per molti di questi delitti, uscirà assolto ed assolutamente pulito. Tuttavia, questa falsa sensazione svanisce in fretta, e prestissimo si comincia a rendersi conto di trovarsi davanti ad un film ‘vero’. Il film di Sorrentino è geniale, gelido e difficile. Non ‘emoziona’, ma colpisce, provoca ematomi nell’animo e nella mente che richiedono giorni per essere metabolizzati. Come bene ha scritto Paolo Mereghetti sul Corriere della Sera del 23/5, è un’opera “sull’idea di Potere e, solo di conseguenza, su chi, quel potere, lo incarnò al massimo grado”. Giustamente, quindi, Andreotti non è ‘quello vero’, ma una ‘maschera’, un simbolo, e maschere sono tutti coloro che gli scorrono accanto. Non si tratta di “una puntata del Bagaglino: questa è una tragedia greca, dove tutti indossano le maschere che nascondono le logiche, i rituali, il teatro del potere” (Alberto Crespi, L’Unità, 24/5). Giuste, dunque, le caratterizzazioni, giusti gli eccessi, giusti i ‘tipi’: perché qui, appunto, non si fa della pura, semplice, banale – e forse anche inutile – satira (“Che la satira sia in grado di incidere sulla realtà è un’illusione da giovani moralisti. Satira, arte e cultura servono solo a chi le pratica, come la ginnastica”. Michele Serra). No: qui si racconta come e qualmente l’Italia di oggi sia stata costruita ieri, da quali uomini, da quali passioni ‘inconfessabili’. Prima, anzi unica, quella del potere, che pervade questi uomini, e il Divo, fin nella più intima fibra, non lasciando spazio ad altro. Macchine, a-morali molto più che immorali, finalizzate alla conservazione di se stesse e dell’Ente Supremo cui fanno riferimento: che certamente non è Dio, perché “Dio non vota”, ma è appunto quel Potere che domina le nostre vite – la Vita, verrebbe da dire – quel Potere ‘globale’ molto prima che venisse inventato il termine. Per cui, tra parentesi, secondo noi Crespi sbaglia quando si chiede: “Già a Lugano, chi ci capirà qualcosa”? Significa ridurre il film nella peggiore delle ipotesi appunto ad una stravista satira tv, nella migliore ad una docu-fiction sugli anni della DC; quando invece, probabilmente, chiunque al mondo abbia riflettuto sulla realtà che lo circonda e sui meccanismi che la muovono, potrà riconoscere ne Il Divo elementi ‘universali’, o appunto, se preferite, globali. Comunque, se per questo film è giustificato, da un punto di vista ‘morale’ e storico, il richiamo al grande cinema civile di Rosi, Petri, Pontecorvo, Maselli e tanti altri, non lo è per lo stile. Quel cinema ‘faceva politica’. Qui, ancora una volta – e mi riferisco a quella che a me sembra l’assoluta e voluta ‘apoliticità’ di Gomorra – il regista sceglie non di ‘scendere in campo’, ma semplicemente di raccontare: è quella “giusta distanza” che, genialmente, ancora Mereghetti gli attribuisce su Ciak di giugno. Garrone l’ha fatto coi modi del grande cinema d’autore – magnificamente ne scrive Sandro Rezoagli, sempre su Ciak: “Un regista che, rossellinianamente, mostra, non dimostra” – Sorrentino lo fa con gli stilemi dell’opera pop, che da allora è cresciuta, divenendo spesso linguaggio folgorante e apodittico (quale miglior ‘simbolo’ del potere, in fondo, del Joker?!). Forse entrambi hanno percepito il pericolo insito in quel tipo di cinema: l’impostazione ideologica, che, sia pur sempre trasfigurata, almeno per quel che riguarda i migliori, in impegno civile, rischiava comunque di far velo alle ‘verità’ raccontate. E’ difficile, anzi impossibile, dir questo di Garrone, e nella fattispecie, di Sorrentino, che scrive un film ‘assurdo’, delirante ed esplosivo, cui nemmeno Berlusconi, nelle sue paranoie antibolsceviche, potrebbe mai dare del ‘comunista’, ma che del potere e della politica italiane ci dice più di quanto mai abbia fatto la Sinistra coi suoi artisti (spesso) ‘di regime’. Violentemente surreale, il film sceglie questa chiave raffinata per non immergersi nel sangue e nell’ennesimo pamphlet antidemocristiano. Ferocemente grottesco, ci obbliga ad un sogghigno amaro, e scopriamo che de te fabula narratur. Sconsolati ci guardiamo attorno, e chi chiediamo se per caso, come canta Renato Zero ad un Andreotti che lo guarda impassibile, quelli non fossero comunque, in un certo senso, “i migliori anni della nostra vita”. Avendo nella mente l’incancellabile visione di Gomorra, è inevitabile che il pensiero corra, quasi automaticamente, ad un confronto tra i due. Non tanto estetico e stilistico – di questo, anche se minimamente, abbiamo già detto – quanto culturale e politico. Ed una considerazione ci si presenta, forte e tragica: che questi due film, queste due ‘storie’, sono molto meno distanti tra loro di quanto possano apparire ad un esame superficiale. Parlando chiaro: l’Italia di Gomorra esiste perché è esistita, ed esiste, l’Italia del Divo. La seconda ha implicato la prima, l’ha costruita parallelamente, ne è stata l’Omega. All’ombra minacciosa del Divo non si consumavano solo i più eclatanti delitti politici della storia italiana del dopoguerra: si avvelenava e cementificava un territorio ed un Paese, si distruggevano retaggi antropologico-culturali, si spazzavano via i vecchi valori per sostituirli con quelli nuovi del Mercato e del Progresso. Perché in fondo, non sarà un ‘caso’ se il Divo siede ancora su quegli scranni. Al caso non crede lui per primo, bensì alla volontà di Dio. Noi, più volgarmente, pensiamo invece alla volontà di chi del Divo, e degli uomini come lui, si è servito per fare del nostro Paese ciò che esso è oggi. Sembrava impossibile, dopo anni di scoregge e rutti, di sentimentini da soap, di onanismi mentali, sembrava impossibile che il cinema italiano fosse ancora capace di scalare queste vette. Come dice Piera De Tassis, la Direttrice di Ciak, “dopo aver visto Gomorra e Il Divo, qualcosa dovrà pur cambiare”.

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Responses

  1. […] anni fa, conclusi la mia recensione de Il divo (https://giulianolapostata.wordpress.com/2011/10/16/il-divo-p-sorrentino-italia-2008/)  con una citazione di Piera De Tassis, la Direttrice di Ciak: “Dopo aver visto Gomorra e Il […]

  2. La scena di Andreotti che cammina velocemente avanti e indietro nella notte, pur rimanendo impassibile in volto, è magistrale…
    Hai ragione, è geniale, gelido e difficile…

    • Perché: e quella di Andreotti con gli aghi tutto attorno alla testa, che sembra una Madonna autosacrificantesi per i mali del mondo, quella no, non è magistrale?! Il punto è che sia quel film che quest’ultimo sono ‘sinfonie’ di primi piani e Sorrentino sembra davvero voler declinare l’assunto secondo cui il volto è lo specchio dell’anima. Ciao!


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