Pubblicato da: giulianolapostata | 15 ottobre 2011

Multivisioni – Sabato 15 ottobre 2011

Multivisioni

Consigli appassionati su cosa vedere – e non vedere! – in TV

“Il cinema americano ha successo perché loro fanno bene i film. Noi facciamo bene la pizza”

R. Benigni

“Il cinema italiano è deprimente”

Q. Tarantino

“Un qualsiasi stupido film americano contiene sempre un insegnamento, a differenza di un qualsiasi artistico film inglese”

 L. Wittgenstein

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Sabato 15 ottobre

 

The big Kahuna (J. Swanbeck, USA, 2000), 21.10, DT

‘Teatro filmato’, questo bellissimo film tutto ambientato in una camera d’albergo, in cui tre venditori aspettano un ricco cliente col quale sperano di concludere l’affare della loro vita, e intanto mettono a nudo sogni, speranze ed esistenze. Magnifico e sensibile, come sempre, Kevin Spacey, e molto bravo anche Danny de Vito. Da non perdere.

 

 

Domenica 16 ottobre

 

Indian, la grande sfida (R. Donaldson, Nuova Zelanda/USA, 2005), 19.00, DT

La storia vera del neozelandese Burt Munro che nel 1967, con pochi soldi in tasca ma un insopprimibile entusiasmo, partì con la sua vecchia moto Indian per lo Utah, dove riuscì a stabilire dei record tutt’ora imbattuti. Il tutto cucinato sotto forma di una favoletta dolciastra dal buonismo insopportabile. Anthony Hopkins gigioneggia atrocemente: quasi quasi sono meglio i numerosi comprimari, davvero bravi.

 

Catwoman (Pitof, USA, 2004), 21.15, DT

Geniale, immaginifico, visionario Pitof. Chi l’aveva scoperto ed amato con lo splendido Vidocq (2001), non potrà che gridare al miracolo con questo capolavoro, che è sì una trasposizione cinematografica del personaggio di Bob Kane, ma è soprattutto un sua creatura, uscita dalle medesime viscere sulfuree che avevano partorito anche il precedente. Ritroviamo qui, forti della sicurezza di tre anni di mestiere e dell’accresciuta perizia dei responsabili degli effetti speciali, i medesimi deliri coloristici del precedente, talmente ‘forti’ che sembrano uscire dalla schermo, esaltano ed entusiasmano (la partita a basket tra Patience e Tom); ritroviamo le stesse notti cupe, disperate, malinconiche (il corpo di Patience disteso sulle rocce, Catwoman che cammina sui tetti contro la luna piena); ritroviamo il senso del mistero e della magia, ammaliante e assolutamente coinvolgente. Come in Vidocq, anche qui sono, con tutta evidenza, innumerevoli le inquadrature manipolate in post produzione, ma questa tecnica, lungi dal creare fastidio ed artificiosità, è invece servita a creare una favola densissima e dark, degna del miglior Tim Burton.

Quanto ad Halle Berry, questa è forse la sua consacrazione. Chi credeva ancora che fosse solo la strafiga che mostra le tette in Codice Swordfish (2001), probabilmente non aveva visto quel capolavoro tragico e dolcissimo che è Monster’s Ball (Marc Fosters, USA, 2002). Qui, una volta per tutte, è una grandissima attrice, e basterebbe, a dimostrarlo, la prima parte del film, con la sua deliziosa interpretazione – spessissimo volutamente sopra le righe – dell’impiegata goffa ed umiliata. Si era poi parlato di una sua sensualità eccessiva, ‘estranea’ alla storia: non ve n’è neppure l’ombra. Tutto il suo impegno, qui, è profuso ad esprimere una sensualità animale – dopo la ‘resurrezione’ operata dal gatto Midnight – che è autentica, vera, ‘necessaria’: il suo corpo è diventato – e si muove come – quello di una donna-gatto, e lei ce lo fa capire al massimo grado, tutto qui. Non sfigura, accanto a lei, il bravissimo Benjamin Bratt, sobrio ma intenso, scanzonato ma sensibile. Come pure, perfetti nel loro ruolo di ‘figurine dei cattivi’, sono Sharon Stone e Lambert Wilson; e una menzione deve andare anche alla eterea ‘gattara’ interpretata dalla brava Ophelia Powers. Insomma, due ore di puro piacere: visivo, dinamico e fantastico. Quando Catwoman se ne va scomparendo sui tetti, in compagnia di Midnight, ci lascia colmi di fantastica ammirazione, di malinconia, e di desiderio di un sequel, che non potrà assolutamente farsi attendere. Dopo, ma solo in ordine cronologico, i Batman di Tim Burton, certo il miglior film tratto da un fumetto che mai si sia visto.

 

 

Lunedì 17 ottobre

 

Soldato Jane (R. Scott, USA-GB, 1997), 23.30, Rete 4

Nel cammino che, fino a qualche anno fa, Ridley Scott aveva imboccato per negare il proprio genio e disperdere il proprio talento, una tappa importante (ma nel 2001 è riuscito a fare di ‘meglio’, con Black Hawk Down) è stato questo film, probabilmente una delle storie più maschiliste, antifemministe, fasciste e militariste che mai il cinema abbia prodotto. Una soldatessa vuole entrare nell’esclusivissimo – e maschilissimo! – corpo dei Navy Seals, e per riuscirci deve sottoporsi ad un addestramento violento e spersonalizzante, in cui dovrà dimostrare di avere anche lei gli attributi, o, come direbbe Calderoli, di avercelo duro. Guardare per credere: penso che saremo tutti d’accordo nel dire che l’affermazione dei diritti delle donne passa per altre strade.

 

Contact (M. Goldenberg, USA, 1997), 10.35, DT

Una scemenzuola, oltretutto noiosa, sul contatto con gli alieni: e Jodie Foster è eccitante come un congelatore al Polo. Ma perché, prima di fare queste boiate, non vanno umilmente a rivedersi un po’ di fantascienza americana Anni Cinquanta?

 

 

Martedì 18 ottobre

 

In America (J. Sheridan, GB/Irlanda, 2003), 19.10, Sky

Sarah e Johnny emigrano dall’Irlanda negli USA via Canada. Con sé portano pochi soldi, tante speranze ma soprattutto il ricordo di Frankie, il figlioletto di tre anni morto da poco di tumore al cervello. A New York trovano riparo in un quartiere degradato, in un vecchio edificio semidiroccato e rifugio di tossici e travestiti. Da lì parte la loro faticosa marcia verso la ‘normalità’, intesa non tanto come sicurezza economica, rispettabilità, benessere – valori a cui nessuno dei quattro, curiosamente, sembra dare grande importanza – quanto come assenza di dolore. Non è un cammino facile per nessuno. Sarah porta con sé il rimorso di essere in qualche modo responsabile della perdita del bambino; tuttavia è spinta da un’immensa speranza e da un fortissimo amore per le figlie, e quella speranza è tanto forte da aiutarla a farsi strada, semplicemente, giorno per giorno, e ad indurla a concepire una nuova vita. Per Johnny, invece la ferita è stata troppo profonda, tanto da aver spento entro di lui non solo il dolore e le emozioni, ma anche la capacità di provarne. Johnny si lascia vivere, lottando sempre più stancamente. Unica figura ‘forte’ è Christy, la maggiore, l’io narrante della storia. ‘Nascosta’ dietro il piccolo monitor della sue telecamera, Christy osserva e documenta le sofferenze e le gioie della sua famiglia, accumula ricordi e riflessioni, e anche lei tiene vivo il ricordo del piccolo Frankie, come un invisibile genio benefico che ancora protegge la famiglia. Sulle loro scale vive Mateo, un uomo misterioso, un nero gigantesco che si è isolato dal mondo, col quale comunica solo attraverso urla feroci e minacciose intimazioni ad andarsene. Sarà proprio Christy, nella sua pervicace ostinazione di vita, a ‘costringerlo’ ad uscire e ad aprirsi, permettendogli di rivelare il suo dolore per la morte inevitabile – l’AIDS – e dunque il suo disperato amore “per tutte le cose vive”, che aveva cercato di reprimere. In loro Mateo troverà per l’ultima volta serenità e amore, e grazie a lui e a Christy, la famiglia troverà speranza, fiducia e salvezza. Delicato e poetico miracolo di poesia e di bellezza, In America è interpretato da una piccola squadra di eccezionali attori. Magnifico Mateo, umanissimo, forte e semplice nel suo dolore; stupenda Sarah, dalla dolcissima femminilità, in cui – cosa rarissima, in un cinema costruito spesso di esteriorità e di stereotipi qual è quello attuale – meravigliosamente si fondono maternità e sensualità. Ma su tutti svetta l’incredibile bravura, l’inconcepibile maturità espressiva ed emotiva della tredicenne Christy (Sarah Bolger: segnatevi questo nome), qui, se non sbaglio, alla sua prima prova di recitazione, che racconta sentimenti ed emozioni con la sensibilità compiuta di una donna, di chi ha già conosciuto e metabolizzato dolore e felicità. Non un’espressione fuori posto, non un gesto esagerato, non uno sguardo sbagliato, in una interpretazione semplicemente strepitosa. Un film colmo di speranza, di fiducia nella vita, nel mondo, nel prossimo. Non è un incredibile regalo? Qualcuno ha parlato di Frank Capra, per questo film: è un grandissimo complimento, ed un parallelo perfettamente appropriato. Un ultimo invito a seguire Sarah – forse la compagna e madre dei nostri figli che tutti noi abbiamo sognato. E’ lei che parla, quando alla televisione appare un’inquadratura di Furore, con la madre, Ma Joad, che dice: “Noi ce la faremo”.

 

 

Mercoledì 19 ottobre

 

I Piccoli Maestri (D. Luchetti, Italia, 1998), 01.35, DT

Dal libro omonimo di Luigi Meneghello, il racconto sobrio e commosso dell’epopea di un gruppo di universitari vicentini vicini al Partito d’Azione, che nel 1944 salirono sui monti del Bellunese e dell’Altopiano di Asiago per costituire una banda partigiana. Il loro ‘capo’, Antonio Giuriolo, morì in combattimento il 12 dicembre di quell’anno (https://giulianolapostata.wordpress.com/2010/12/21/in-memoria-di-antonio-giuriolo-12-febbraio-191212-dicembre-1944/ ). Un film da vedere, per il suo valore e per la nostra memoria.

 

 

Giovedì 20 ottobre

 

Billy Elliot (S. Daldry, GB, 2000), 03.05, DT

Billy, figlio di un minatore inglese (un lavoro da ‘veri uomini’), alla boxe (uno sport da ‘veri uomini’) preferisce le lezioni di danza (un’attività da ‘finocchi’). Vincerà la sua battaglia e diventerà un celebre ballerino. Sciocchezzuola inutile e vacua, buonista e disneyana nel senso peggiore del termine, che non merita assolutamente il consumo di due preziose ore della nostra vita.

 

Kapò (G. Pontecorvo, Italia/Francia, 1960), 19.00, Sky

La vicenda di una ragazza ebrea internata nel lager che, nascondendo le proprie origini, riesce a diventare una kapò, le spietate aguzzine che per conto dei Tedeschi mantenevano l’ordine del campo. Il rigore e l’antiretorica che costituiscono la cifra di tutti i film del grande Pontecorvo qui si piegano alle esigenze della demagogia e addirittura del melodramma amoroso: forse era ancor troppo vicino l’influsso venefico del Neorealismo (del resto, gli era già accaduto nel 1957, con “La grande strada azzurra”). Peccato, anche se i suoi film sono comunque e sempre da vedere. Anche questo.

 

 

Venerdì 21 ottobre

 

La signora della porta accanto (F. Truffaut, Francia, 1981), 23.25, DT

Bernard e Mathilde sono stati sposati, ed ora sono divorziati. Dopo molti anni capita che vadano ad abitare vicini, e la passione si riaccende, travolgendo ogni nuovo legame e conducendo alla tragedia. Ad onta degli psicologismi di Truffaut, una storiella ‘piccoloborghese’ nel senso peggiore del termine, a volte perfino grottesca, e soprattutto mortalmente noiosa. Depardieu spreca la sua intelligenza, e Fanny Ardant è, al solito, gelida come un iceberg. Non ne vale proprio la pena.

 

La città verrà distrutta all’alba (B. Eisner, USA/EAU, 2010)), 19.15, Sky

Un aereo militare che trasporta un’arma biologica, una nuova e pericolosa variante della rabbia, precipita vicino ad una cittadina inquinando le sorgenti dell’acqua potabile, e trasformando in breve tutta la popolazione in una banda di assassini spietati e feroci. Dopo una buona partenza, purtroppo quasi subito il film vira nel filone zombies-verdastri-e-con-le-pustole-affamati-di-carne-umana. Tra l’altro non si capisce perché la rabbia debba far venire le pustole e la pelle verde. L’ennesimo remake che non si doveva fare, considerando che l’originale era il cupo e disperato capolavoro di quel genio di G.A. Romero (1973). Praticamente invedibile.

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