Pubblicato da: giulianolapostata | 12 ottobre 2011

“Drive”, N.W. Refn, USA, 2011

Lui è ‘il Ragazzo’, è Driver, non ha nome: lui ‘guida’. Guida nella sua vita diurna, in cui lavora come stuntman, guida in quella notturna, in cui fa da autista alla malavita. Guide rischiose, sempre al limite, sempre sul filo di lana di un pericolo sistematicamente eluso grazie ad un’abilità che, più che esibita, sembra essere una naturale e istintuale adesione al mondo attorno a lui, che il Ragazzo non giudica, ma nel quale si immerge anaffettivamente. Lui non parla, non sorride, non piange. La sua impassibilità non è banale cinismo, è l’astrazione raggiunta da chi, in una vita giovane ma già infinitamente ‘lunga’, ha già sperimentato ogni possibile dolore, e sa che davanti a sé altro non vi potrà essere che ulteriore dolore ed ulteriore solitudine. La solitudine, appunto, lo avvolge come un bozzolo, come un abito, anzi forse quella è la sua autentica natura. La solitudine lo protegge dal mondo: lo tiene lontano dal Male, ma ostruisce anche le sottili fessure attraverso le quali può insinuarsi l’Amore. Eppure attraverso una di esse scivola Irene, figura quasi muta, che si esprime per sorrisi mesti, anch’essi colmi forse di disillusione, certo di paziente sofferenza. La speranza appare a tratti, bagliori di dolcezza negli occhi, nei movimenti stanchi, nel sorriso, che spera senza averne il coraggio. Ma il Ragazzo è puro, e non osa infrangere il patto tra Irene, il marito appena uscito dal carcere ed il loro bambino, nonostante quella sia “la cosa più bella che gli sia capitata nella vita”. Anzi: alla salvezza prima del marito, poi di Irene, sacrificherà tutto, anche se stesso, senza eroismi, ma senza cedimenti, fedele a se stesso, fedele ad un suo ‘codice’, più codice ‘di natura’ che codice d’onore. Infranta la purezza, Driver dovrà, pur nolente, scontrarsi con l’orrore. E l’immacolato giubbotto di raso bianco si macchierà di sangue, che lui non tenterà di cancellare, ben sapendo che quella scelta non conosce redenzione: “Devo andare in un posto da cui non so se riuscirò a tornare”.

Refn racconta un noir di incredibile bellezza, di eccezionale perfezione, di assoluta eleganza, e di straziante  poesia. Un noir made in USA, ma che è ‘europeo’ fino in fondo, per le derivazioni estetiche e culturali. Ché solo di queste si può parlare, dato che ogni insinuazione di citazione sarebbe semplicemente offensiva: Refn è un genio, e genio originale e indipendente. Sfondo per l’odissea di Driver sono le strade di Los Angeles, che non è però la città notturna e fantasmagorica di Blade Runner, o quella arsa dal sole e dall’odio del mitico Vivere e morire a L.A. Qui ci sono solo strade anonime, negozi, parcheggi, estraneità, vite sconosciute, alienità, malinconia e solitudine. Dove altro potrebbero vivere, del resto, Irene e il Ragazzo? E tutto è raccontato da una fotografia ad un tempo calda ed astratta, pulsante ma non barocca o manierista: semplicemente splendida, perfetta. Assolutamente particolare, unico, è anche il ‘punto di vista’. Chi andasse a vederlo aspettandosi folli inseguimenti, sgommate, mucchi di lamiere contorte e stridenti, rimarrebbe amaramente deluso. Potremmo anzi dire che la regia sfugge programmaticamente questo livello. Potremmo perfino definire ‘minimalista’ il modo in cui Refn riprende le guide di Driver, al cui centro non c’è mai la macchina, la ‘cosa’, ma la vita. Addirittura, quasi sempre l’inquadratura è soggettiva: quel che gli interessa non è mostrare qualche banale gioco gladiatorio, ma raccontare il mondo attraverso gli occhi di Driver. Anzi, più esattamente, raccontare quale mondo Driver veda coi suoi occhi. E di che mondo si tratti, abbiamo già detto all’inizio. Palma d’Oro a Cannes 2011 per la miglior regia, Driver avrebbe dovuto coprire di onori anche, oltre indubbiamente al genio del regista, anche la grandissima interpretazione dell’esordiente Ryan Gosling e della quasi esordiente Carey Mulligan, giovani ma dotati di una sensibilità e di una misura rarissime.

 

 

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