Pubblicato da: giulianolapostata | 8 ottobre 2011

Multivisioni – Sabato 8 ottobre 2011

 Multivisioni

Consigli appassionati su cosa vedere – e non vedere! – in TV

“Il cinema americano ha successo perché loro fanno bene i film. Noi facciamo bene la pizza”

R. Benigni

“Il cinema italiano è deprimente”

Q. Tarantino

“Un qualsiasi stupido film americano contiene sempre un insegnamento, a differenza di un qualsiasi artistico film inglese”

 L. Wittgenstein

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Sabato 8 ottobre

 

Signore & signori (P. Germi, Italia/Francia, 1965), 01.10, DT

In una cittadina veneta piccolo borghese e bigotta, corna, tradimenti e porcheriole varie sono il leit motiv di una vita stupida e senza valori. Uno spettatore distratto potrebbe scambiarlo per una commedia scollacciata anni Sessanta, ed è invece un film amarissimo e ‘cattivo’, tanto che spesso le risate si soffocano in gola. Imperdibile. Da vedere assieme al bellissimo Il commissario Pepe, di E. Scola, 1969 (se ci riuscite: da decenni è assente dal mercato dell’home video).

 

Il destino di un guerriero (A. Diaz Yanez, Spagna, 2007), 16.40, DT

Spagna, XVII secolo. Don Diego Alatriste, capitano nell’esercito di Filippo IV, diviene il padre putativo del figlio di un commilitone morto in battaglia. Lo guiderà tra amori, battaglie e intrighi, finché soccomberà ad uno dei suoi numerosi nemici. Dai romanzi di Arturo Perez-Reverte, che già sono una palla di suo, un film mortalmente noioso, estremamente confuso nella sceneggiatura e completamente privo di spessore psicologico. Più che un film, una sfilata di inquadrature semi immobili ‘alla Velasquez’, una specie di gioco delle belle statuine tutto in funzione dell’abilità del costumista ed dell’ego smisurato del fotografo di scena. Lento e pesante anche nelle scene di battaglia – inevitabile il richiamo al Mestiere delle armi, uno dei peggiori film di Olmi (Italia/Francia/Germania, 2001) – non si salvano qui nemmeno gli attori. Tutti gli sforzi dell’altrove magnifico Viggo Mortensen per fare il bel tenebroso stufano presto, e più di una volta le sue occhiate malinconiche o malandrine di sotto la tesa del cappello ci fanno soffocare in gola una risata. Enrico Lo Verso – l’abbiamo già detto molte volte in passato – è un talento comico naturale. Quando se ne renderà conto, forse allora la smetterà di farci ridere nei suoi vani tentativi di interpretare personaggi drammatici e ci farà sghignazzare direttamente facendo il comico, magari in qualche commedia all’italiana: un ottimo partner per Ceccherini o De Sica.

 

Sulle mie labbra (J. Audiard, Francia, 2001), 21.00, DT

Possiamo definirlo un noir ? Sì, certo, ma di un tipo davvero speciale. Parte come una storia ‘banale’, la vicenda di un’impiegata in un’impresa edile, stressata dal troppo lavoro e dai colleghi, arroganti e maschilisti, soprattutto perché portatrice di handicap (sordastra) e non ‘bella’, vale a dire non corrispondente ai canoni (appariscente e ‘facile’). L’incontro con un nuovo impiegato – ladro appena scarcerato in libertà condizionale – comincia a trasformare la sua esistenza. Attratta eroticamente ma anche ‘emotivamente’ dall’uomo, la ragazza comincia ad intessere con lui un rapporto strano, che, senza mai risolversi sul piano erotico, si trasforma poco per volta in complicità nell’organizzazione di un nuovo colpo, nel quale metterà a sua disposizione le sue capacità nella lettura labiale. Lo scioglimento della vicenda porterà a compimento, anche a livello erotico, la complicità della protagonista. Film ‘modesto’ ed intelligente, SML è arricchito da una fotografia particolarissima: si veda il modo estremamente intimista di ‘chiudere’ le scene, quasi si trattasse di immagini rubate da una finestra che si sta chiudendo e che ci consentono di gettare uno sguardo furtivo sulla vita dei personaggi. Così sono sempre mostrate, ad esempio, le scene erotiche, che acquistano perciò un erotismo intensissimo e quasi morboso, pur essendo, in sé, di una discrezione assoluta. Grande, come sempre, Vincent Cassel, qui spaesato, goffo e ‘selvaggio’ nella sua naturalità; e bravissima – né ‘brutta’ né priva di sex appeal! – Emmanuelle Devos. Un gioiellino semisconosciuto, da scoprire ed apprezzare.

 

 

Domenica 9 ottobre

 

Giordano Bruno (G. Montaldo, Italia/Francia, 1973), 23.50, DT

Gli ultimi anni di vita del grande intellettuale ‘eretico’ del Cinquecento, tra tentativi di ‘liberazione’ culturale e teologica, incomprensioni, tradimenti. ‘Venduto’ alla Chiesa dalla viltà della Repubblica di Venezia, Bruno finirà torturato e bruciato vivo a Campo dei Fiori, da dove ancor oggi la sua statua ci guarda, a monito dell’intrinseca intolleranza del pensiero cristiano. Un ottimo film storico, un bellissimo film ‘civile’ del grande Giuliano Montaldo. Imperdibile.

 

Vatel (R. Joffé, Francia/GB, 2000), 19.00, DT

Nella primavera del 1671, Luigi XIV annuncia al Principe di Condé una visita di tre giorni. Trattandosi di ‘un’offerta che non si può rifiutare’, il Principe, pur sovraccarico di debiti, chiede a Vatel, il suo maestro di cerimonie, di organizzargli tre giorni fantasmagorici, tra giochi, feste e pranzi memorabili. A prezzo della propria consunzione, Vatel riesce nell’impresa, ma la sua dedizione non viene assolutamente riconosciuta da una corte cinica e crudele, di cui egli stesso finirà vittima. Capolavoro di ricostruzione storica e di indagine morale, tragico e fastoso, eroico e romantico, non si capisce come questa meraviglia sia uscita dalle mani di un regista che, a parte Mission (1986), è da seppellire sotto un pietoso silenzio. Grandissimo Depardieu e magnifica la Thurman. Assolutissimamente imperdibile: poi, per completare il ‘panorama’, correte a rivedervi il meraviglioso Marie Antoinette di Sofia Coppola e il coltissimo Il mondo nuovo di Ettore Scola.

 

C’eravamo tanto amati (E. Scola, Italia, 1974), 23.10, DT

Questo è, secondo me, il più bel film di Scola. Certo, ce ne sono altri più ‘eleganti’ e raffinati, architettonicamente più armoniosi e coerenti: lo splendido Una giornata particolare, o il bellissimo e dolcissimo La famiglia, ma nessuno, forse, ha la stessa profonda umanità, la stessa vivacità narrativa, la stessa sincera ‘verità’ di CTA. Nelle vicende dei tre ex partigiani, non c’è solo, essenziale, la storia d’Italia degli anni ’50 e ’60: c’è anche, autentica e semplice, la ‘storia’ di tutti noi, delle nostre ipocrisie, dei nostri compromessi e dei nostri valori quotidiani. In CTA, Scola racconta il suo affetto per la gente, e per il suo paese, racconta gli errori, le cattiverie, ed anche i ‘beaux gestes’, ma racconta soprattutto il semplice ‘eroismo’ di ogni giorno, di chi non si fa troppe domande e ‘tira avanti’ costruendo faticosamente ma ‘con giustizia’ l’esistenza sua e della società che lo circonda. Sono rari, nel cinema e fuori, simili atti d’amore per la gente comune. Narrativamente ‘semplice’ e discorsivo, il film si impenna in quel magico finale ‘metafisico’, quasi un richiamo ultimo e sobrio alla meditazione ed alla riflessione. Che dire degli attori? CTA dimostra ancora una volta che non esistono cattivi attori ma solo cattivi registi. O meglio: che esistono sì attori ‘mediocri’, ma che anch’essi, tra le mani di un artista autentico, riescono ad esprimere il meglio di se stessi, ad essere, per lo meno, utili strumenti artistici. Questo vale per Nino Manfredi – abitualmente ‘cantore’ della vocazione tutta italiota alla volgarità plebea – e che invece qui dà vita ad una ‘autentica’ figura di proletario; per Stefania Sandrelli, il cui unico contributo al cinema italiana sono state le esibizioni di tette e culo, e che qui viene abilissimamente utilizzata per creare il personaggio di una creatura sciocca (che è quel che è) ma non cattiva; e per Stefano Satta Flores, ottimo attore, invece, ma ‘minore’, che di rado è stato valorizzato come in questo film. Ho lasciato per ultimi Vittorio Gassman e Aldo Fabrizi. Il primo perché, lo confesso, nei suoi confronti non riesco ad essere obiettivo: l’ho amato come pochissimi altri attori nella mia vita, e qui egli dà l’ennesima prova della sua immensa sapienza artistica. Il secondo perché qui ha dimostrato ancora una volta – vecchio e malato, a pochi anni dalla morte – quale grandissimo e sensibile attore fosse, nonostante pochissimi registi se ne fossero resi conto (occorre ricordare la sua sublime interpretazione del prete in Roma città aperta?), e fosse invece sempre stato utilizzato per particine al limite del farsesco e del caricaturale. Permettetemi di concludere con una cattiveria: se i giovani artisti del cinema contemporaneo italiano – Pieraccioni, Muccino ed altri, ed anche l’Archibugi – se li riguardassero, ogni tanto questi ‘vecchi film, forse ci risparmierebbero le loro insopportabili masturbazioncelle psicoesistenziali, e il cinema italiano recupererebbe quei contenuti alti che ha avuto e può ancora avere.

 

Lawrence d’Arabia (D. Lean, GB, 1962), 21.00, DT

Raro passaggio TV di questo sontuoso ed eroico biopic sulla vita del tenente agente del servizio segreto britannico Thomas Edward Lawrence (1888-1935), che durante la Prima Guerra Mondiale fomentò e guidò la rivolta degli arabi contro il dominio turco. Quando, alla fine della guerra, vide negati e traditi tutti i suoi impegni e le sue promesse, tornò in patria, nascondendosi in una vita oscura, e morì in un poco chiaro e misterioso incidente motociclistico. Splendida fotografia del deserto, splendide musiche, magnifico Peter O’Toole, un grande e raffinato attore poco amato dal cinema e non abbastanza noto al pubblico. Da non perdere.

 

 

Lunedì 10 ottobre

 

Gangsters (O. Marchal, Francia/Belgio, 2002), 21.10, DT

Frank (un bravissimo Richard Anconina, che dev’essersi studiato tutti i film di Al Pacino) e Nina (Anne Parillaud, triste e bella da morire) sono due poliziotti, infiltrati nella mala per scoprire un giro di colleghi corrotti. Quando vengono arrestati, subiscono ogni sorta di umiliazioni pur di non scoprirsi e di raggiungere l’obiettivo. Ci riusciranno, rischiando quasi di perdere se stessi, ma nell’amore reciproco riusciranno a trovare la catarsi per lasciarsi cadere di dosso tutto il fango accumulato. Certo non siamo all’altezza dei due successivi capolavori di Marchal – 36 Quai des Orfèvres (2004) e L’ultima missione (2008) – ma comunque questa è una tappa importante della maturazione di questo bravissimo regista francese, ex poliziotto, che poco per volta ha imparato a scriversi le sceneggiature – questa è forse un po’ troppo schematica – e soprattutto le battute, qui davvero eccessivamente ‘di genere’, come se portassero tutte il cartellino ‘Noir’ appiccicato sopra. Comunque, da vedere, e con gran piacere.

 

Shampoo (H. Ashby, USA, 1975), 21.00, Sky

Un parrucchiere di lusso a Beverly Hills se le scopa tutte ma non è felice. Vuota commedia con velleità politiche (molto ben nascoste, peraltro: praticamente introvabili), scritta e interpretata da Warren Beatty, riemerge dagli abissi dei palinsesti, dove avrebbe potuto tranquillamente rimanere. All’epoca ebbe un suo fugace momento di gloria perché certa ocaggine femministe credette di vedervi chissà quale messaggio di liberazione. Rimane una sciocchezza inutile di cui potete serenamente fare a meno.

 

 

Martedì 11 ottobre

 

Vivere e morire a Los Angeles (W. Friedkin, USA, 1975), 22.40, DT

Per vendicare la morte di un collega, un agente dà la caccia ad un falsario, accettando di violare qualsiasi regola e rendendosi così ‘uguale’, eticamente e ‘culturalmente’, ai criminali che sta combattendo. Uno dei più cupi e pessimisti polizieschi mai girati, in una Los Angeles che la fotografia rende desolata e disperata, ed anche uno dei più spettacolari: l’inseguimento in macchina contromano è forse il migliore della storia del cinema. Benissimo ha scritto M. Morandini: “Poche altre volte era stato rappresentato con altrettanta concretezza il regno di Mammona sulla terra”. Assolutissimamente imperdibile.

 

Cafè express (N. Loy, Italia, 1980), 21.00, Sky

Come Alberto Sordi, anche Nino Manfredi è stato spesso – e purtroppo volentieri – il ‘cantore’ delle volgarità e delle miserie sottoproletarie italiane. Così è anche in questo film, in cui si raccontano le peripezie di un venditore abusivo di caffè sui treni di linea del Sud. Ridicolo è dir poco, anche se è riuscito a fare di peggio (Cioccolata a colazione).

 

La gabbianella e il gatto (E. D’Alò, Italia, 1998), 05.15, DT

Uno dei criteri principali per valutare la ‘comprensibilità’ di un’opera d’arte – e perciò la sua ‘fruibilità’ a livello artistico, ed emozionale – è la quantità di ‘note in calce’, ovvero di spiegazioni, di cui essa ha bisogno per essere ‘capita’. In altre parole: tanto più essa deve essere ‘spiegata’ – invece di venir ‘intuita’ non-mediatamente – tanto meno è frutto di ispirazione artistica ed è, invece, un prodotto arte-fatto per sfruttare un marchio e/o un mercato favorevole (è chiaro che un tale ragionamento non si può applicare, per esempio, ai simbolisti, i quali a priori  fanno riferimento ad un sistema estetico ‘diverso’, il quale perciò, in quanto tale, deve essere spiegato). È questo il caso del libro di Sepùlveda, scritto evidentemente per sfruttare ad un tempo la gran voga di cui – quasi sempre immeritatamente – gode presso di noi la letteratura latinoamericana (grazie alla quale, per esempio, una solenne idiozia come “L’alchimista” di Paulo Coelho è incredibilmente riuscita a passare per un grande capolavoro denso di chissà quali esoterici significati e a vendere decine di migliaia di copie), la ‘moda’ dell’ecologismo e, naturalmente, il piatto ricco dell’editoria per l’infanzia. Alcuni esempi. “A volte aveva visto anche delle piccole imbarcazioni che si avvicinavano alle petroliere e impedivano loro di svuotare le cisterne. Disgraziatamente quelle barche, ornate dai colori dell’arcobaleno, non sempre arrivavano in tempo per impedire l’avvelenamento dei mari”. Quanti bambini – sia pure bambini ‘multimediatici’ come i nostri – sanno dell’esistenza di Greenpeace, sanno qual è la sua bandiera e sanno riconoscere le sue barche in questa descrizione allusiva e pseudopoetica? Ancora. Il gatto ‘enciclopedista’ si chiama Diderot. A parte la sfrenata fantasia che ci dev’essere voluta a mettergli quel nome, è pensabile che esista al mondo un bambino che sappia di Diderot e D’Alembert e dell’Encyclopédie, e che sia in grado di effettuare il nesso e perciò di cogliere tanta arguzia? E’ chiaro che la risposta è negativa in entrambi i casi. Ma allora bisogna chiedersi: perché questo sfoggio di ‘cultura’ non alla portata dei bambini? La risposta sta, appunto, nell’assoluta artificiosità di un prodotto costruito a tavolino, che nulla ha a che fare né con la poesia né con la psicologia infantile. Tale artificiosità, tale intima ‘falsità’, costituiscono, del resto, la nota dominante di tutto il testo, non solo a livello di contenuto, ma anche di linguaggio. Si veda per esempio, relativamente al linguaggio, l’assoluta banalità di sostituire il verbo ‘parlare’ e i suoi sinonimi con ‘miagolare’. Così, accanto ad espressioni che sfidano intemerate il ridicolo (“ho bisogno di miagolare con Colonnello”, “mi toglie i miagolii di bocca”), ve ne sono altre in cui la macchinosità dell’espediente dev’essere risultata talmente intollerabile perfino all’autore da fargli sentire il bisogno – forse inconscio! – di correggerla appunto spiegandola (“miagolò come saluto”), ed altre ancora in cui proprio vi ha rinunciato, e gli animali, in quanto animali parlanti protagonisti di una storia, finalmente e semplicemente ‘rispondono’, ‘si scusano’, ‘spiegano’ ecc. Un’ultima osservazione riguardo al contenuto. Concetti come “Forse non sa volare con ali d’uccello ma ad ascoltarlo ho sempre pensato che voli con le parole” o “Vola solo chi osa farlo”, a parte il fatto che sembrano presi di peso dai bigliettini dei Baci Perugina, appartengono comunque ad un modo di guardare alla vita e ad una ‘cultura’ propri degli adulti, che non possono assolutamente essere compresi dai bambini e che perciò, conseguentemente, non possono trasmettere loro alcun messaggio. Da quando, nel 1996, Sepùlveda pubblicò questo libro, innumerevoli sono state le classi di bambini ‘torturati’ con l’imposizione delle sue melensaggini e dei suoi didascalici ‘buoni sentimenti’: una specie di versione ‘democratica’ e ‘di sinistra’ del Libro Cuore (il quale, almeno, era scritto bene). Sarebbe tempo che lo rileggessimo per quel che vale, smettendo di far del male ai nostri figli. Che poi, anche a livello educativo: ma volete mettere Franti?! E questo per dire del libro. Il film d’animazione di D’Alò non vi ha aggiunto niente di meglio. Di peggio c’è solo un disegno esteticamente ‘vecchio’ e pesante, per nulla attraente. Insomma, ai vostri bambini fate vedere Biancaneve: molto, ma molto meglio.

 

 

Mercoledì 12 ottobre

 

Queimada (G. Pontecorvo, Italia/Francia, 1969), 21.00, Sky

In un’isola delle Antille, nell’Ottocento, un agente commerciale inglese sobilla un giovane di colore perché organizzi la ribellione contro il Portogallo colonialista. Pochi anni dopo, gli darà la caccia e lo farà uccidere per spianare la strada al nuovo padrone, la Gran Bretagna. Tutto il film – e in particolare godetevi la ‘lezione’ sulla differenza tra una moglie e una prostituta – vale un corso intero sui mali del capitalismo. Epico ed eroico, cinico e amaro, un capolavoro. Brando meraviglioso, semplicemente, e bravissimo Evaristo Marquez, il suo partner nero. Assolutissimamente imperdibile.

 

 

Giovedì 13 ottobre

 

Quien sabe? (D. Damiani, Italia, 1966), 22.55, Sky

Un killer yankee viene incaricato di uccidere un rivoluzionario messicano, e per compiere la missione si aggrega alla sua banda. Riesce a compiere il suo lavoro, ma viene ucciso a sua volta da un altro componente della banda. Tra gli ‘western all’italiana’ – ho sempre considerato diffamante e volgare la dizione ‘spaghetti western’ – uno dei più belli, di grande intensità umana e ‘politica’. Imperdibile.

 

 

Venerdì 14 ottobre

 

Oliver Twist (R. Polansky, Francia/GB/Repubblica Ceca, 2005), 19.05, DT

Nella storia dei rapporti tra letteratura ‘di avventura’ (e che Calliope, la Musa protettrice della Poesia, mi perdoni una definizione così riduttiva) e cinema, ci sono due autori che sembrerebbero fatti apposta per il cinema: Alexandre Dumas e Charles Dickens. Dumas par quasi aver profeticamente ‘anticipato’ il genere del ‘cappa e spada’, con le sue storie tutte intessute di duelli, inseguimenti, amori di re e regine, tesori nascosti, intrighi. Dickens, invece, pare aver inventato, cent’anni prima, un genere misto di giallo-thrilling-noir, raccontando di bambini smarriti e ritrovati, di perfidi patrigni ed angeliche madri, di agnizioni condotte sul filo del rasoio. Parrebbe proprio così. Invece – ci avete mai fatto caso? – proprio loro due sono tra gli autori meno ‘tradotti’ per lo schermo. Non solo. Quando lo si è fatto, i risultati sono stati, nella migliore delle ipotesi, mediocri; nella peggiore tragici. Per capirsi. Se onestamente non ho memoria fresca delle precedenti versioni di Oliver Twist (e degli altri – comunque pochi, appunto – film tratti da Dickens) è certo ‘indimenticabile’ quella sciocchezza ignobile della Maschera di ferro (R. Wallace, 1998), solo per citare l’ultimo tentativo; ma possiamo tranquillamente affermare che tutti i film dumasiani si risolvono in gran sventolii di cappelli impennacchiati e gran salti su e giù per i tavoli di un’osteria, fracassando brocche e bicchieri, con la spada in pugno e gridando: ‘Fatti avanti, vil marrano!’. Perché, allora, questo strano esito, quando proprio loro sembrerebbero dei perfetti ‘contenitori’ di materiale cinematografico? Paradossalmente, proprio per questo. Per dirla sinteticamente, ho sempre pensato che la scrittura di Dumas e Dickens sia profondamente ‘cinematografica’, tutta costruita com’è di colpi di scena, bruschi cambiamenti di situazione, ambienti ‘esotici’, caratteri ‘evidenti’, storie complesse ma coerenti; e poi per l’uso assolutamente emotivo e magistrale del ‘colore’ e dell’atmosfera. E dunque, come si può trarre un film da ciò che ‘è già’, un film? E’ possibile, sullo schermo, rendere più cupa e lugubre di quanto già lo sia sulla pagina la scena della decapitazione di Milady, illuminata a sprazzi dalla luna seminascosta dalle nuvole? Ed era possibile – veniamo finalmente al nostro Polanski – girare, sulla morte di Bill Sikes, una scena che avesse, più forte della pagina dickensiana, quella connotazione da bolgia dantesca, da scontro di dannati e diavoli? Si poteva mostrare, con un’intensità maggiore di quanto lo faccia Dickens, la disperata follia di Fagin durante il processo e poi nel corso della sua ultima notte – una, lasciatemelo dire, delle più grandi pagine della letteratura inglese? Secondo me, no: non era possibile. Forse, addirittura, penso che Polanski se ne sia perfino reso conto, ed abbia scelto, per la sua versione, un registro completamente diverso: quello del ‘libro illustrato’. Questo è infatti, secondo me, il suo film: una grande, magnifica, ricchissima edizione illustrata dell’Oliver Twist di Dickens, quale l’abbiamo sempre sognata leggendolo; e se l’obiettivo era questo, bisogna obiettivamente riconoscere che esso è stato raggiunto perfettamente. Par quasi di averlo in mano, di sfogliarlo, e ad ogni ‘pagina’ quasi ci scappa da dire: ‘Ecco, questo è il Mazziere, proprio come me l’ero immaginato; questa è la vecchia pietosa; questo è Trappolone’ eccetera. Ottimo risultato, appunto: ed unico. Da queste ‘belle figure’ mancano parecchie cose. Mancano appunto, quasi del tutto, le emozioni, anzi la commozione dickensiana per la disperazione e gli orrori che racconta. Manca, completamente e assolutamente, l’ironia dickensiana, per cui, per esempio, il Magistrato Fang (ma perché non è stato tradotto in italiano il suo nome, così appropriato, che in inglese significa ‘zanna’?), appare solo come un botolo ottuso e ringhioso, senza un’ombra della feroce ironia con cui lo scrittore commenta la sua gestione della giustizia. Manca l’acutissima osservazione e descrizione della divisione ‘classista’ della società inglese dell’epoca e della conseguente differenziazione quasi ‘genetica’ tra plebei e gentiluomini. Insomma: un compitino ben svolto, ma nulla di più; un lavoretto da manuale, ma senz’anima e senza cuore. Dopo il 1976, dopo quel magnifico incubo sulla solitudine e l’incomunicabilità che è stato L’inquilino del terzo piano, per anni abbiamo atteso da Polanski un altro ‘bel’ film, ma ormai abbiamo capito che possiamo tranquillamente mettercela via.

 

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