Pubblicato da: giulianolapostata | 25 settembre 2011

“Uomini senza legge”, R. Bouchareb, Francia/Algeria/Belgio, 2010

Nel 1925, nell’Algeria occupata dai Francesi, una famiglia di contadini viene espropriata della terra in cui vive da generazioni ad opera delle leggi coloniali. Padre, madre e tre figli tentano di sopravvivere ad Algeri, dove assistono alle prime repressioni – ma meglio sarebbe chiamarle massacri – del Governo francese contro il nascente movimento indipendentista. Presto però la famiglia si sfascia. Messaoud, il maggiore, si arruola nell’esercito per combattere in Indocina. Abdelkader, emigrato sul continente, si politicizza, viene incarcerato e inizia il percorso che lo porterà a divenire un leader del FLN. Said, il più giovane, sceglie la strada dei ‘soldi facili’: sfruttamento della prostituzione, incontri clandestini di boxe. Per tutto il resto della sua vita, fiancheggerà i drammi e le lotte dei fratelli, senza mai farsene coinvolgere davvero, anzi spesso mettendosi in rotta di collisione con le loro scelte.

Dopo il piccolo miracolo di “London River” (https://giulianolapostata.wordpress.com/2011/02/13/london-river-r-bouchareb-gbfranciaalgeria-2009/), Bouchareb questa volta non è riuscito a ripetersi, e il suo fin troppo evidente e gridato tentativo di costruire un ‘poema epico’ sulla lotta di liberazione dell’Algeria fallisce quasi completamente. Molte sono le ragioni di questo fiasco. Prima di tutte e sopra tutte, proprio il suo ossessivo ancorarsi alla Storia. La sistematica ed insistente scansione in ‘siparietti’ cronologicamente marcati da didascalie sovraimpresse trasforma il film in un documentario TV, nel quale inutilmente gli attori si affannano per riuscire a ‘fondere’ le loro vicende personali con quelle ‘universali’. Del documentario, questa scrittura ha anche i difetti: per esempio la prolissità. ‘Sappiamo già’ come andrà a finire, e per questo assistiamo abbastanza annoiati allo svolgersi della vicenda, aspettando che appaiano alla ribalta nomi a noi già noti, riconoscendone altri per strada (Papon, La Mano Rossa ecc.). Questi nomi, però, rimangono sullo sfondo, non riescono mai a ‘fare Storia’, perché – ed ecco paradossalmente l’altro difetto del film – la ‘storia’ dei tre fratelli scorre autonoma e preponderante, senza mai davvero ‘incrociarsi’ con la Storia. Come le ‘convergenze parallele’ di dorotea memoria, vicenda personale e vicenda storica si fiancheggiano senza davvero incontrarsi mai, dando vita così ad un film sostanzialmente irrisolto, per lo meno da un punto di vista artistico: chi pensasse di trovarvi anche solo una traccia del genio storico e narrativo di Gillo Pontecorvo, è meglio che non lo veda nemmeno. Spente sono pure le emozioni, in questo film, nonostante i – fin troppo! – evidenti richiami e citazioni stilistiche. Così cocciutamente viene ‘imitato’ quel grandissimo artista di Jean-Pierre Melville che alla fine qualche critico se n’è accorto ed ha perfino cercato di vedere in “Uomini senza legge” echi del suo “L’armata degli eroi” (ma molto più significativo era il titolo francese, “L’armée des ombres”). Ma chi conosca la stupefacente delicatezza psicologica di quel capolavoro – probabilmente il più bel film sulla Resistenza mai realizzato – la cercherà invano nel film di Bouchareb, dove i caratteri sono sgrezzati con l’accetta, e la loro intimità viene ‘affermata’, spesso verbosamente, ma mai veramente espressa. Così pure, nonostante la voluta didascalicità di certe scene, ciò che latita quasi completamente è la tensione della lotta in clandestinità, e basta leggere le belle pagine della biografia di Adolfo Kaminsky, di recente pubblicata da Angelo Colla, Editore in Vicenza (https://giulianolapostata.wordpress.com/2011/01/30/s-kaminsky-adolfo-kaminsky-una-vita-da-falsario-angelo-colla-editore-vicenza-2011-traduzione-di-giuliano-cora/) per rendersi conto di quanto quella vita fosse davvero disumanizzante e tragica.

Un film, insomma, che manca clamorosamente il bersaglio, nonostante – basta scorrere con attenzione i titoli di testa – l’impegno finanziario del governo algerino, che dev’essere stato considerevole, ma che non è riuscito ad evitare a “Uomini senza legge” – mettiamoci anche questa! – una certa sensazione di ‘povertà’, specie nell’uso degli effetti speciali.

E tuttavia, un film meritevole, nonostante tutto, se non altro per aver avuto il coraggio di riesumare una delle pagine più infami e vergognose della storia francese moderna. In cambio del suo film, Bouchareb ha raccolto feroci polemiche, boicottaggi, proteste degli ex Pieds-Noirs e degli ex Harkis. Del resto, non dimentichiamo che “La battaglia di Algeri” non ha mai ottenuto il passaporto per essere proiettata in Francia: alla faccia della “Liberté”. Solo per questo, dunque, merita di esser visto. Ed anche per la performance degli interpreti, tutti bravissimi e tutti da noi, naturalmente, sconosciuti. In particolare da segnalare Sabrina Syvecou nella parte della madre, intensa e dolente, forse l’unica figura davvero ‘epica’ ed autenticamente drammatica del film.

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