Pubblicato da: giulianolapostata | 24 settembre 2011

Multivisioni – Sabato 24 settembre 2011

Multivisioni

Consigli appassionati su cosa vedere – e non vedere! – in TV

“Il cinema americano ha successo perché loro fanno bene i film. Noi facciamo bene la pizza”

R. Benigni

“Il cinema italiano è deprimente”

Q. Tarantino

“Un qualsiasi stupido film americano contiene sempre un insegnamento, a differenza di un qualsiasi artistico film inglese”

 L. Wittgenstein

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Sabato 24 settembre

 

L.A. Confidential (C. Hanson, USA, 1997), 18.25, DT

Da un romanzo del grandissimo James Ellroy – e tanto basta – un noir disperato  e malinconico sulla Los Angeles degli anni Cinquanta, tra droga, alcol, prostituzione di tutti i tipi, corruzione e violenza. Strepitosa la ricostruzione d’epoca – nei primi secondi si fatica a capire se si tratti di un film o di un filmato d’epoca – più che strepitoso il cast:: Kevin Spacey, Russell Crowe, tanto per fare qualche nome. E Kim Basinger in una delle sue interpretazioni più mature, dolci e romantiche. Assolutissimamente imperdibile.

 

Vivere e morire a Los Angeles (W. Friedkin, USA, 1975), 23.10, DT

Per vendicare la morte di un collega, un agente dà la caccia ad un falsario, accettando di violare qualsiasi regola e rendendosi così ‘uguale’, eticamente e ‘culturalmente’, ai criminali che sta combattendo. Uno dei più cupi e pessimisti polizieschi mai girati, in una Los Angeles che la fotografia rende desolata e disperata, ed anche uno dei più spettacolari: l’inseguimento in macchina contromano è forse il migliore della storia del cinema. Benissimo ha scritto M. Morandini: “Poche altre volte era stato rappresentato con altrettanta concretezza il regno di Mammona sulla terra”. Assolutissimamente imperdibile.

 

 

Domenica 25 settembre

 

Sweeney Todd (T. Burton, USA, 2007), 23.10, DT

E’ difficile – anzi diciamo la verità: è quasi impossibile – parlar male di un film di Tim Burton, anche se ne sei uscito pensando: ‘Ho visto di meglio’, e dunque cominciamo a parlare dei pregi, di questo film, che sono molti. A cominciare dalla trama, ricavata da un musical di Broadway, a sua volta ispirata ad un fatto di cronaca realmente avvenuto nella Londra dei primi Ottocento. E’ la storia di Benjamin Barker, barbiere, sposato con una splendida fanciulla bionda e padre di una bambina. Un giudice, individuo corrotto e lussurioso, concupisce la donna, e per averla fa deportare in Australia il marito, con una falsa accusa. Dopo quindici anni, Barker evade e torna, con l’animo riarso dall’odio, e scopre che tutto il suo mondo è crollato: la sua vecchia casa è di proprietà di una venditrice di pasticci di carne, la moglie per la vergogna si è avvelenata, e il giudice tiene prigioniera la figlia ormai adolescente, su cui pure comincia ad esercitare le sue turpi attenzioni. Il mondo appare a Barker come un unica cloaca perversa ed immorale, dove tutti meritano di morire. Proprio a questo compito egli decide di dedicarsi: uccidere chiunque capiti sotto i suoi rasoi, in attesa della vendetta suprema, quella da consumare sul giudice. La venditrice di pasticci, follemente innamorata di lui, lo aiuterà ‘riciclando’ nella sua cucina i corpi delle vittime. Come si vede, una storia ‘gotica’, cupa e disperata, pur se intarsiata qua e là da lampi di macabra ironia. Il livello della visionarietà è predominante su tutto, nella storia, e di eccezionale qualità, a cominciare dagli splendidi titoli di testa. Ma il resto non è che tutto un crescendo: dalla fotografia funebre e decolorata di Dariusz Wolski, che trasforma le persone in creature da oltretomba; alle prodigiose scenografie di Dante Ferretti. In una recente intervista, Burton ha dichiarato: ‘Erano così belle che dopo il film volevo portarmele a casa’, ed effettivamente Ferretti è magico nel mostrare una Londra che non avevamo mai visto ma che riconosciamo subito, per averla veduta innumerevoli volte con gli occhi della mente, nelle pagine di Oscar Wilde, di Charles Dickens o di Wilkie Collins. Ed anche, ai volti degli attori, spinti all’eccesso verso una caratterizzazione che li trasforma in mascheroni di un’infernale sarabanda carnevalesca. Attori che sono, tutti, ottimi. Johnny Depp non ha più bisogno di alcun commento; Helena Bonham Carter (moglie di Burton) offre qui una delle sue interpretazioni migliori; Alan Rickman e Timoty Spall, rispettivamente il perverso giudice ed il suo malvagio servo, e perfino Sacha Baron Cohen. E tuttavia, e tuttavia sentiamo che qualcosa manca, in questo prodotto perfetto. Forse, per esempio, è proprio questa sua perfezione a farne una magnifica lanterna magica che proietta immagini senz’anima. Forse questa ossessione della tipizzazione alla fine trasforma i personaggi appunto in stereotipi astratti e freddi, che fingono sentimenti e passioni che non hanno (ed anche quell’ultima pietà michelangiolesca lascia nonostante tutto indifferenti e distanti); forse non è mai sufficientemente chiaro se dobbiamo vedere quelle strade come squarci onirici nella fantasia di Burton o vere strade londinesi fangose e misere (da questo punto di vista, meglio ha fatto Polanski nel suo sia pur carente Oliver Twist). C’è poi il problema del musical, un genere che in Europa non ha mai raccolto eccessivi entusiasmi. Qui il livello delle canzoni è appena accettabile (il che fa sospettare come, nonostante tutta la sua abilità, anche Burton sentisse, magari inconsciamente, di lavorare con strumenti ‘vecchi’ e morti), ed anche le loro interpretazioni, a parte Depp e la Bonham Carter – che suppliscono sempre ad ogni difficoltà con la loro eccezionale bravura – sono più o meno insignificanti. Insomma: non si butta mai via niente, della Premiata Ditta Burton & Depp, ma abbiamo visto di meglio, come dicevamo. E comunque, a due come quelli si può perdonare qualsiasi cosa.

 

La ragazza del lago (A. Molaioli, Italia, 2007), 21.10, Sky

In una cittadina di montagna, una giovane atleta della locale squadra di hockey viene trovata assassinata in riva ad un laghetto. Il commissario indaga tra i familiari e gli amici. Essere stato aiuto regista del grande Mazzacurati non pare esser servito a molto a Molaioli, se non a montarsi la testa. Ma già si sa, oggi son tutti geni, e appena hanno visto due film si mettono subito a rifare Via col vento. A parte un’ottima fotografia (non sono riuscito a trovare il nome del Direttore delle fotografia, ma è da tenere d’occhio), limpida, fredda, pulita, praticamente non c’è niente in questo film. Una sceneggiatura strampalata e massimamente ondivaga, che semina dubbi e indizi e conclude senza nessuna logica interna: avrebbe potuto farlo dieci minuti prima o dieci minuti dopo, con qualsiasi altro personaggio, e sarebbe stato lo stesso. Ma bisognava finire il film. Una storia senza ‘senso’, nonostante i numerosi tentativi di darle una dimensione simbolica cui non arriva mai. Un cast ‘inutile’: un grandissimo attore come Omero Antonutti sprecato in una parte assurda, un ottimo attore come Toni Servillo mono-tono dall’inizio alla fine (e meno male che abbiamo visto cosa sa fare in Gomorra e Il Divo!), Valeria Golino meno peggio del solito. Serenamente perdibile.

 

Il profeta (J. Audiard, Francia, 2009), 22.40, DT

Gran Premio della Giuria al Festival del Cinema di Cannes 2009

9 volte Prix César

Malik El Djebena ha solo 19 anni. È un giovane arabo ignorante, di quelli che “ragionano con l’uccello”. È cresciuto tra orfanotrofio e riformatorio, ma ora, con la maggiore età, gli tocca il carcere vero, degli uomini veri: sei anni per aver accoltellato un poliziotto, probabilmente nemmeno lui sa perché. Quando è dentro, Malik prova a rinchiudersi di nuovo nella sua monade di solitudine e di estraneità al mondo, ma si rende conto immediatamente che lì non è possibile. Il carcere è un campo di battaglia, l’indifferenza non esiste, i neutrali vengono schiacciati senza pietà, ci si può solo schierare, o da una parte o dall’altra. Per Malik – senza arte né parte, perfino analfabeta – schierarsi non può voler dire altro che servire. Proprio la sua debolezza è quella che torna utile a César Luciani, potente e sanguinario boss corso che controlla uno dei due ‘eserciti’. L’altro è quello dei maghrebini, disprezzato e odiato. Luciani obbliga Malik ad uccidere appunto un arabo che deve testimoniare in un processo contro di lui, e lo costringe col più elementare e convincente degli argomenti: “Se tu non lo ammazzi, io ammazzo te”. Per Malik è uno shock terribile, ma anche la più immediata ed efficace delle scuole. Dopo l’omicidio, egli appunto capisce che se vuol sopravvivere – ma non solo nel carcere: sopravvivere come persona, nella società, per lo meno nell’unica ‘società’ che lui conosce, quella del crimine e della violenza – l’unico modo è appunto ‘armarsi’: di conoscenze e di forza. Malik comincia così il suo lungo cammino verso la ‘emancipazione’. Da servo di Luciani, poco per volta diventa uno dei suoi uomini di fiducia, suo ‘plenipotenziario’, suo alter ego fuori dal carcere, quando comincia ad usufruire di permessi premio. Malik frequenta la scuola del carcere, non perché nutra qualche interesse culturale, ma semplicemente perché si rende conto che ‘gli può servire’. Impara la lingua corsa, perché così può spiare meglio il suo padrone, non solo e non tanto per carpirne i segreti, quanto per ‘imparare come si fa a fare il capo’. Uno dopo l’altro, i sei anni passano. Malik cresce, in età e in addestramento, in abilità e in forza, e tutto il suo tempo e le sue forze le impiega a costruirsi un potere fuori dalle mura del carcere. E mentre la stella di Malik sale, poco per volta quella di Luciani tramonta. I suoi uomini, i pretoriani che ne costituivano la potenza in carcere, cominciano ad uscire. Lui fa sempre meno paura, sia dentro che fuori, dove i suoi vecchi complici stanno rendendosi conto che ora devono cominciare a fare i conti con un altro. Mancano ormai solo poche settimane all’uscita definitiva di Malik, e nel cortile del carcere, quei pochi metri quadrati che per anni erano stati un mondo, in cui si erano giocati i destini di tutti, si consuma la ‘uccisione del padre’. Luciani è tramontato, Malik sorge, e fuori dal portone l’aspettano i simboli del potere. Ora tocca a lui. Già autore di due stupendi noir, Sulle mie labbra (2001) e Tutti i battiti del mio cuore (2005), Audiard scrive qui un altro magnifico film, di carcere ma anche di esseri umani, e alla fattura di questo capolavoro, immeritatamente trascurato nella notte degli Oscar, non è certo estraneo lo sceneggiatore, quell’Abdel Raouf Dafri che due anni fa aveva scritto la sceneggiatura del bellissimo Nemico pubblico n. 1, di J-F. Richet. Ancora una volta, un noir che non racconta solo di delitti e corruzione, ma di persone, di vite. Sono l’animo umano, la solitudine, l’emarginazione, i protagonisti del Profeta (Malik è “un” profeta, come benissimo dice il titolo francese: uno di quelli che interpretano il mondo e lo guidano, magari a proprio vantaggio), e Audiard ci racconta ‘storie di vita vissuta’ nel senso più viscerale del termine. Ci racconta di uomini cui sarebbe folle proporre il concetto di riabilitazione, semplicemente perché antropologicamente non conoscono altro universo che quello della sopraffazione. Ci racconta uno dei migliori apologhi sul carcere che siano mai stati scritti, mostrando come esso, lungi dal poter e saper recuperare chi ha sbagliato ai valori della vita ‘civile’, sia invece una macchina perfetta di distruzione e di alienazione, che riesce a trasformare perfino un poveraccio come Malik in un delinquente di prima grandezza. Magnifica storia, dunque, raccontata e fotografata con grande asciuttezza, appena inquinata qua e là da qualche leziosità di troppo, che non impedisce comunque di salutare questo film come uno dei più belli di Audiard. Prodigiosi gli interpreti. Alaa Oumouzoune (Malik) recita quasi in animazione sospesa la parte di uno che dietro un volto apparentemente indifferente, quasi spersonalizzato, nasconde la perfetta presa di coscienza della ferocia che sta attraversando. Niels Arestrup (César) è insinuante e spietato finché può, ma quando, nell’ultima scena, siede sulla panchina del cortile, quasi mendicando l’attenzione di Malik, sul suo viso stanco, spaurito, scavato dalle rughe, sembra quasi di leggere – sarebbe mai possibile? – lo strazio dell’abbandono, il dolore per la perdita del ‘figlio’.

 

I senza nome (J-P. Melville, Francia/Italia, 1970), 21.00, Sky

Titolo originale: “Il cerchio rosso”, e capirete perché, e penultimo film del grandissimo Maestro francese. Un noir lineare e disperato, la storia di tre banditi che, ognuno per proprie ragioni, ognuno inseguendo il suo destino, si mettono insieme per un colpo milionario. Una fotografia distillata, che par quasi spingere atmosfere e situazioni nella dimensione del sogno. Magnifico Yves Montand, all’altezza Gianmaria Volonté e Alain Delon. Un capolavoro imperdibile.

 

 

Lunedì 26 settembre

 

The Patriot (D. Semler, USA, 1998), 21.10, Rete4

Inferiore perfino alla media dei soliti film di Steven Seagal, merita tuttavia una visione per essere evidentemente ispirato alla strage di Waco, in Texas, nel 1993, in cui morirono circa ottanta componenti dei Davidiani, l’ennesima setta mistico-nazionalista partorita dal ventre integralista dell’America.

 

 

Martedì 27 settembre

 

Jarhead (S. Mendes, USA, 2005), 24.00, Rete4

Dunque, nemmeno questa volta Mendes è riuscito a ripetere il miracolo di American beauty (1999), quella splendida canzone di morte sulla solitudine dell’uomo, ed ormai, dopo esser passati per quell’insopportabile cartolina leccata che è stato Era mio padre (2002), pare ci si debba rassegnare a considerare quella sua opera prima come unica. Sì, perché – diciamolo subito – questo Jearhead è, semplicemente, uno dei film più brutti e malfatti che si siano visti sugli schermi da un bel pezzo. Prima di tutto: ‘chi è’ Swofford? Voglio dire: chi è psicologicamente, ‘culturalmente’? Da che parte sta? E’ contro, è a favore, sta in mezzo? Che c**** di posizione vuole esprimere? Se si è mai visto un personaggio mal scritto, strampalato, senza logica, senza personalità, è questo. A volte ti par di aver capito: è ‘contro’. Ma poi lo vedi condividere valori e ideali dei commilitoni, come un perfetto marine, come un perfetto prodotto dell’addestramento che ha avuto. A volte dici: ah, ecco, è ‘pro’, e invece lo senti esprimere sentimenti, lo vedi assumere atteggiamenti che esprimono rifiuto e disgusto per quella vita e quelle idee. Ma allora? E si badi bene: non si tratta un’ambiguità voluta, che abbia lo scopo di fornire il ritratto di un individuo lacerato tra sentimenti opposti e contrastanti. E’ proprio il risultato di una sceneggiatura quanto mai rozza e primitiva, che l’introspezione non sa nemmeno dove stia di casa e che il massimo di ‘brivido’ psicologico ed analitico pensa di fornirlo inquadrando la copertina dello Straniero di Camus. Lì, dunque, dovrebbe stare la ‘chiave’ interpretativa del film (per farvelo capire bene la inquadrano proprio in primo piano, che quasi sembra pubblicità indiretta), contraddetta però, come ho già detto, da una sceneggiatura ondivaga e senza nerbo, che pare non porsi nemmeno il problema della coerenza. Lo stesso Jake Gyllenhaal, bravissimo in Donnie Darko e strepitoso in Brokeback Mountains, appare smarrito, inconsistente, lui stesso incapace di scegliere e decidere ‘cosa fare’. L’ambiente. Forse sarebbe stato utile, da parte di Mendes, rivedersi, che so, Platoon, o Full metal jacket, prima di girare (non oso nominare Il cacciatore: forse sarebbe stato troppo). Magari qualche idea gli sarebbe venuta. Qui ci troviamo di fronte ad una serie di banalissimi stereotipi, talmente ovvii e scontati da lasciare completamente indifferenti. Marines maschilisti e ufficiali fanatici sono macchiette ridicole; le parolacce, le idiozie, le volgarità gratuite sono rumore di fondo, passano senza emozione, non feriscono, non ‘insegnano’, non si sentono nemmeno. Potremmo ben dire che banalità ed inespressività siano la cifra del film: la scena sulla porta di casa della ragazza, al ritorno; il reduce del Viet-Nam che salta sull’autobus, i flash sulla vita ‘da civili’ al ritorno. Momenti di assoluta piattezza, privi del benché minimo ‘significato’, penosi déjà vu di altri film di guerra ben più intensi e  pregnanti. Ma dove si tocca il fondo è nella fotografia. Di chi è la colpa, qui? Del direttore della fotografia? Oppure di problemi di budget? Saperlo. Fatto sta che ci troviamo di fronte a scene di una piattezza e di una povertà mortale. Sembrano girate nel cortile dietro casa, con la sabbiera dei bambini a fare da deserto, e le bombole del Campingaz a fare i pozzi di petrolio in fiamme. Zero drammaticità, zero emozioni, soprattutto zero profondità. In questo senso – ma solo in questo, senza nessuna connotazione metaforica di merito! – un film ‘claustrofobico’: si ha la sensazione che il set sia lungo al massimo una decina di metri, vien voglia di uscire sgomitando, scoprendo i microfonisti e le macchine da presa nascoste un metro a fianco dello schermo. Il tutto si fonde in un insieme di una noia massacrante e mortale, in uno di quei film di cui ti chiedi semplicemente: ma perché?

 

 

Mercoledì 28 settembre

 

Centochiodi (E. Olmi, Italia, 2007), 17.30, DT

“Viviamo in un’epoca in cui ogni spiritualità si converte in profitto, e tutto viene fatto in vista di un guadagno, un’epoca in cui la vita stessa è una mascherata, e la felicità del vivere è falsa come l’arte che la esprime. In una simile epoca di perduta genuinità, è forse la follia la soluzione per le nostre esistenze?”

                                                                                                                                 Karl Jaspers

 

Questa è la ‘prefazione’ filosofica che Olmi ha apposto a Centochiodi, annunciando che questo sarà il suo ultimo film: poi – ha detto – tornerà ai documentari, suo primo amore cinematografico. Paradossalmente, ci sentiamo di dire: meglio così. Perché è difficile immaginare che un Autore possa, superandosi, superare un’opera come questa, che oltrepassa il cinema, e si situa in quella regione iperurania in cui (pochi) Maestri donano all’uomo irripetibili lezioni di etica e di morale (non sarà un caso se, per molti anni, Olmi è stato vicino di casa, amico e sodale di Mario Rigoni Stern, lo Sciamano recentemente scomparso). Ugualmente, pur conoscendone lo stile, è difficile pensare che egli riesca a riprodurre ancora questo linguaggio, direttamente intriso di Sacro, di Uomo e Natura. E’ dunque, questo, il ‘testamento narrativo’ di un Maestro che ha dato al cinema, ma meglio sarebbe dire all’arte, alcuni tra i più profondi contributi del Novecento. Opere come L’albero degli zoccoli (1978), La leggenda del Santo Bevitore (1988) e Il segreto del Bosco Vecchio (1993), solo per fare alcuni nomi, sono ben altro che ‘cinema’: sono vertiginose immersioni nel cuore dell’uomo, ed al tempo stesso epifanie di una visione del mondo ‘antica’ e profetica, che il mondo oggi non conosce quasi più, e che non ha più gli strumenti antropologici per capire. Così complessa è la tessitura di questo suo magnifico addio che si può solo provare a coglierne alcuni spunti e suggerimenti. Prima di tutto, il tema di quella che Olmi pare considerare la fondamentale inanità del sapere scritto, della scienza accumulata nei libri, tra le pagine, sugli scaffali delle biblioteche. Sta lì, potente e solenne, incute soggezione e timore, crea caste e divisioni di ruoli e di potere tra gli uomini (l’umanissimo imbarazzo del maresciallo durante l’interrogatorio). Ma appunto per questo è vuoto. Costruisce barriere e muri, separa gli uomini più di quanto non li unisca (“A cosa sono serviti i libri? A ingannarci l’uno con l’altro”): ma non penetra nei loro cuori, non li affratella, non ne tocca le essenze. Il Professore – così, senza un nome, viene chiamato il protagonista per tutta la storia, quasi a farne la personificazione di chiunque sappia cosa significhino conoscenza e studio – lui l’ha capito, ed il suo gesto è emblematico: in un simbolico contrappasso, come Cristo è stato crocifisso per aver commesso il ‘peccato’ dell’Amore, così egli crocifigge i libri al pavimento ed ai leggii, per punirli del peccato di superbia. Nel suo breve peregrinare per il mondo, non sarà più la parola scritta a fargli da tramite, bensì il linguaggio dell’oralità e della gestualità, essenziale, primigenio, ‘primitivo’. ‘Orale’ era appunto la comunicazione e la cultura nei popoli primitivi, gestuale e istintivo il loro linguaggio: e ‘primitivi’ ed ‘ignoranti’ sono coloro presso i quali egli si rifugia. Un popolo che si situa agli antipodi di tutto ciò che è stata la sua esistenza precedente, e col quale proprio per questo allaccia immediatamente rapporti essenziali; un popolo la cui pace, egli dice, non viene dal mondo, ma dal cuore: ‘In interiore hominis habitat Veritas’. E non solo nel cuore dell’Uomo, abita il Dio: anche nella Natura. Sempre, nei film di Olmi, profondamente amata e meravigliosamente raccontata, forse mai come in queste immagini essa ci appare come alma, Dea Madre: Natura, appunto, più che Creazione. Gli insetti abitano tra le erbe, i cieli trascolorano nelle ore del giorno, le acque del fiume scorrono lente, si gonfiano, si fanno quasi carne, i pesci – ma ormai solo più nel sogno – ridono, come noi. Ma non è un acquerello d’Arcadia, quello che Olmi vuole mostrarci. Vibra continuamente, sotto queste immagini, il basso continuo della minaccia suprema: l’avidità e il potere, incarnati sia nel disordine che l’uomo ha introdotto in questa perfetta armonia (il pesce-siluro), sia nella Macchina. Ogni volta che essa appare, è sempre per ferire, avvelenare, distruggere: l’elicottero, la grande benna, la ruspa, che come un mostro disumano dagli occhi di fuoco si fa largo tra gli alberi. L’uomo, l’ha prodotta; anch’essa – sembra quasi che Olmi voglia dirci – è frutto di quel sapere ostile racchiuso nei libri, ed è ostile all’uomo, alla sua vita naturale, ai suoi bisogni essenziali: un bicchiere di vino, una carezza, una danza, un tetto di canniccio. L’abbiamo violata, questa Natura, ma non impunemente: un giorno – già oggi: lo sappiamo noi, e lo sa il regista – essa “si ribellerà, cancellando ogni cosa che umilia tutte le sue creature”. E poi c’è Dio. Dio ha amato gli uomini? Li ama? E’ loro vicino, nelle rigide istituzioni (la splendida figura del Monsignore) di quella Chiesa che si autodefinisce suo ‘corpo mistico’? Li aiuta? Allevia i loro dolori, con le innumerevoli pagine che su di Lui e in Suo nome sono state scritte? Non lo crede, il Professore, ed al vecchio prete che lo rimprovera del suo atto getta in faccia quella che sembra una suprema bestemmia, ed è un supremo monito: il Giorno del Giudizio, sarà Dio a dover chiedere perdono agli uomini per le loro sofferenze. Eppure un Dio c’è, in questo film, un Dio ‘materno’, come diceva Giovanni Paolo I°, benevolente, accogliente, vicino e assolutamente comprensibile, ed è appunto quella Natura di cui abbiamo già accennato. Il vero ‘mistero’ di questo film è di come un Autore profondamente cristiano e cattolico, come Ermanno Olmi, ci abbia dato, del Sacro, una visione che è – non solo ma anche – profondamente ‘pagana’, dipingendo una Natura che non appare come ‘Creatura’, come dono di Dio all’Uomo, ma essa stessa Dio, preesistente ab aeterno, ed eterna. Nessun tentativo, in queste parole, di arruolare Olmi in una qualche Weltanschauung neopagana, ma semplicemente la dimostrazione che è il Sacro stesso che, quando viene im-mediatamente percepito, è impossibile da racchiudere nei confini angusti di una qualsiasi ortodossia. E infine la ‘civiltà’. Cosa Olmi pensi della civiltà dei libri e del suo influsso sulla natura e sul mondo, abbiamo già visto. Ma il film ci racconta anche, ab contrario, cosa essa ha fatto degli uomini. Coloro presso i quali il Professore fugge sono le mille miglia lontani dalla ‘civiltà’ quale la intendiamo comunemente. Abitano una terra e costruiscono case “perché ci sono sempre stati”, e tanto basta, come Diritto; bevono il vino che essi stessi hanno cresciuto; mangiano cibi semplici, cotti da loro: i pesciolini, pescati dal loro fiume ed offerti all’Ospite. Uomini e donne sono umili e sereni residenti di quella terra, riposano, dopo un’esistenza di lavoro; la giovane fornaia impasta farina, acqua e lievito – elementi primordiali di vita – ed essa stessa offre amore; colui che oggi è postino, prima era muratore, costruttore di case, ‘pontifex’; dalle pietre e dalla terra ricavava un rifugio per l’Uomo, ed a quel suo antico e sacro mestiere presto ritorna. Ché questo, a voler sintetizzare, è appunto il tema dominante di questo poema olmiano: la Sacralità dell’esistenza e del mondo, e un monito per noi che l’abbiamo violata. E’, i Centochiodi, una di quelle rarissime opere che appaiono come miracolosamente, e ci offrono materia di riflessione e di meditazione infinita. L’ultima a cui lo si possa avvicinare è stata Il grande silenzio di P. Groening (2005), ma si cercherebbe invano un altro paragone. Se è questa l’eredità che il Maestro ha deciso di lasciarci, non possiamo fare altro che ringraziarlo, con rispetto ed amicizia: essa è tale che ci riempirà l’esistenza.

 

 

Giovedì 29 settembre

 

Coma profondo (M. Crichton, USA, 1978), 21.15, DT

Da parecchio non si vedeva in tv questo ottimo fantathriller ambientato in un ospedale, in cui troppi pazienti cadono in coma. Una dottoressa sospettosa indaga e scopre l’orrore (interessante il metodo con cui verifica lo stato di coma dei pazienti …). Avvincente e divertente. Da vedere.

 

 

Venerdì 30 settembre

 

The mist (F. Darabont, USA, 2007), 23.15, DT

Darabont è una specie di regista ‘ufficiale’ di Stephen King, e certamente non è tra quelli che hanno fatto peggio. Dopo l’esordio con l’elegante ma freddo Frankenstein di Mary Shelley (1994), ha firmato appunto due ottimi film tratti da suoi testi, Le ali della libertà (1994), storia forte e struggente sul tema della dignità umana nell’universo carcerario, e Il miglio verde (1999), un incursione – peraltro estremamente misurata – nel paranormale, ma sempre raccontando del carcere e della sua disumanità. Rarissimi esempi, questi, di trasposizione riuscita da King, il quale generalmente è già di suo così ‘immaginifico’ e cinematografico che i film ispirati ai suoi testi sono quasi sempre stati dei fallimenti. Qui – diciamolo subito – non siamo al livello dei due titoli precedenti, che probabilmente furono debitori del loro alto livello anche ai magnifici cast che li animarono: Tim Robbins e Morgan Freeman per il primo, Tom Hanks e il bravo David Morse nel secondo. The Mist è un film piuttosto fragile, e a dargli corpo non vengono certo in aiuto gli interpreti, che una sceneggiatura (forse volutamente?) ‘minimalista’ lascia al ruolo di figurine di cartone. Quel che tuttavia lo rende degno di una visione non è dunque tanto il suo valore cinematografico, quanto il tema. Per la seconda volta in un anno (Cloverfield, di M. Reeves: anche se qui siamo molto lontani dalla raffinata calligrafia di quel gioiello) la fantascienza ci racconta la nostra paura più profonda: quella del male che l’uomo può fare a se stesso, con la sua malvagità e la sua scienza. Questa volta, i mostri vengono da un misterioso laboratorio militare. Un esperimento sulle dimensioni parallele apre una porta, da cui esce una nebbia fittissima, abitata da esseri orribili e feroci. Mentre la civiltà tecnologica improvvisamente si azzera (la corrente va via, i cellulari non prendono, le linee telefoniche sono mute), anche quella etica e morale dimostra tutta la sua fragilità. Nel gruppetto di persone che rimane intrappolato in un supermercato (ancora una volta, dopo il geniale Zombi di G.A. Romero, 1978, questo scrigno dell’abbondanza diventa metafora della nostra fine) poco per volta saltano tutte quelle regole, remore e divieti che credevamo acquisiti e di cui andavamo così fieri. Fanatismo e violenza li sostituiscono (e bisogna questa volta dar atto alla sceneggiatura di essere stata, qui, quasi fin troppo esplicita), e l’uomo ritorna davvero lupo a se stesso. Non c’è scampo se non in una fuga cieca (di nuovo la domanda è: “Per andare dove?”), improvvisamente ridotti alla condizione di prede indifese. Lo sguardo di timore quasi ‘sacro’ con cui i passeggeri dell’auto contemplano un essere immenso e mostruoso che vaga attraverso i campi, spazzando fili della luce e pali telefonici – bellissima scena, forse la migliore del film – è lo stesso con cui ognuno di noi avrà guardato, in qualche documentario, il fungo atomico, lo stesso con cui potremmo attraversare le infernali gallerie dell’acceleratore del CERN. Come Oppenheimer dopo la prima bomba, sembrano chiedersi: ‘Cosa abbiamo fatto?’, e sanno che non è possibile tornare indietro. Non c’è infatti happy end, in questo film. Anzi. Dopo che, succube di queste ‘divinità’ ormai onnipotenti, Abramo avrà compiuto su Isacco il sacrificio supremo e orribile, la Modernità torna a mostrare il suo volto, tuttora aggressivo e minaccioso. Sarà per un’altra volta. L’ho già detto per Cloverfield, e lo ripeto qui: par non esserci rimasta che la fantascienza, quando sa ritrovare il proprio ruolo profetico, a ricordarci gli orrori del nostro cuore e quelli della nostra scienza arrogante. Ma noi non ascoltiamo volentieri: e vorrà pur dire qualcosa se, negli USA, il film ha incassato molto poco.

 

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