Pubblicato da: giulianolapostata | 17 settembre 2011

Multivisioni – Sabato 17 settembre 2011

 Multivisioni

Consigli appassionati su cosa vedere – e non vedere! – in TV

“Il cinema americano ha successo perché loro fanno bene i film. Noi facciamo bene la pizza”

R. Benigni

 “Il cinema italiano è deprimente”

Q. Tarantino

 “Un qualsiasi stupido film americano contiene sempre un insegnamento, a differenza di un qualsiasi artistico film inglese”

 L. Wittgenstein

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Sabato 17 settembre

 

Drag me to hell (S. Raimi, USA, 2009), 23.30, Sky

L’orrore ai tempi della crisi? O l’orrore della crisi? No, qui sarebbe inutile cercare nella cronaca di questi mesi una lettura per questo gioiellino horror, anche se, nella saga di Spiderman, il suo autore ci ha abituato a leggere, sotto la ragnatela, lezioni morali ed etiche di ottimo livello. Qui l’orrore è quello quotidiano, ‘banale’, della meschinità, della malvagità, dell’egoismo, che tutti, prima o poi, abbiamo sperimentato, e magari, vergognandocene un po’, anche agito. In questa storia tocca a Christine farsene attrice: ottima ragazza, gentile, felicemente fidanzata con un lui premuroso ed innamoratissimo, una che ‘non farebbe del male ad una mosca’. C’è però, nel suo piccolo mondo di impiegata di banca, un obiettivo che, senza che lei stessa se ne renda conto, vale qualsiasi infamia: il posto di vicedirettore della filiale, per il quale è in lizza un suo giovane collega cinese (un ‘extracomunitario’, di quelli che ‘ci portano via il lavoro’: forse in fondo una lettura politica c’è …). Non esiste ruffianeria cui lei non sia disposta, per far vedere al suo capo che è lei quella meritevole della promozione, e così, quando una vecchia zingara, molto bizzarra ed alquanto disgustosa (vedi sopra …), si presenta alla sua scrivania per chiedere la terza proroga al mutuo, che non riesce più a pagare, Christine non esita un attimo. Non solo glie lo nega, ma la umilia davanti a tutti, facendola trascinar via dalla sicurezza. Ma quella non è una zingara qualunque: la signora Ganush – così si chiama – è una potente strega, e a vendicare l’umiliazione subita chiama in suo aiuto un terribile demone, una Lamia. Christine ha tre giorni di tempo per cercare di placarlo o sconfiggerlo, dopo di che esso la trascinerà all’inferno. Tenterà con ogni mezzo – “ti sorprenderai nello scoprire cosa sarai disposta a fare per sfuggire alla Lamia” – ma imparerà a sue spese che non è possibile imbrogliare il Demonio, e soprattutto che – ahimè – non basta chiedere scusa. Coi trucchi e gli stilemi dei fumetti e del cinema horror anni Cinquanta, Raimi torna per un momento alla sua mitiga saga della Casa, tirando fuori dallo scatolone, tutto l’armamentario classico: suoni inquietanti, ombre sulle pareti, sangue, visceri fuori posto, confezionando un film che terrorizza e angoscia, facendoci riscoprire quella ‘paura’ che al cinema credevamo di aver dimenticato (non fatelo vedere al Dario Argento de La terza Madre: potrebbe tentare il suicidio).

 

 

Domenica 18 settembre

 

Non torno a casa stasera (F.F. Coppola, USA, 1969), 03.35, Rai3

Quando scopre di essere incinta, Natalie, casalinga di ceto medio (una delicata, inquieta e sensibilissima Shirley Knight) fugge da casa, lasciando solo un biglietto al marito e ai familiari. Dal nulla della sua vita, con la sua macchina punta verso un altro nulla, l’America delle campagne, della provincia, di chi non ce l’ha mai fatta e non ce la farà mai. Improvvisamente non sa più chi è, né chi è stata, e meno ancora sa chi vuol essere. Sulla sua strada incontrerà individui come lei, gente senza (più) storia, persone per cui la ricerca di un’identità è non tanto un bisogno quanto una disperatissima utopia. Prima di tutto Jimmy, ex campione di football oggi ridotto ad una specie di burattino per una lesione al cervello. Magnifica metafora della perdita del sé, Jimmy (un magnifico James Caan, in quella che forse è l’interpretazione più bella della sua carriera) farà con lei un tratto di strada, senza che nessuno dei due riesca a spezzare il personale muro di alienazione. Così sarà per Gordon (Robert Duvall, bravissimo come sempre), chiuso nel suo modello machista, in realtà prigioniero della propria solitudine. La sua ricerca si spezzerà, senza tuttavia esser giunta ad un vero risultato, lasciando Natalie carica di nuova solitudine e di nuovo dolore. Bello il titolo italiano, ma ancor di più quello originale, The rain people: perché la pioggia diventa allegoria del paradiso infranto, ma anche perché questa ‘gente della pioggia’ pare essere tutta accomunata da un solo e dolente destino, che li trascina via nei rigagnoli delle strade, senza dar loro, non che una speranza di redenzione, neppure un lampo di comprensione. Scritto e fotografato, con una delicatezza ed una ‘lentezza’ che non sono prolissità, ma attenta pietas verso l’esistenza umana, questo è certo uno dei capolavori di Coppola. Una buona occasione per rivederlo o scoprirlo, assolutissimamente imperdibile.

 

Panic Room (D. Fincher, USA, 2002), 23.30, Canale5

Appena arrivate nel loro nuovo e lussuoso appartamento, madre e figlia sono costrette a ritirarsi nella stanza blindata per difendersi dall’irruzione di tre criminali, i quali però vogliono qualcosa che sta proprio in quella stanza. Modesto, moderatamente noioso, ben confezionato ma scontato. E il ghiacciolo di Jody Foster non contribuisce certo a scaldare l’atmosfera.

 

Quel treno per Yuma (J. Mangold, USA, 2007), 17.10, DT

Non è vero che i generi muoiono e non possono essere resuscitati. I generi non muoiono mai, ed eventualmente il problema è che a ‘resuscitarli’ sia la mano di un genio, il tocco di un artista. Si veda, per esempio, il bellissimo Gli spietati (USA, 1992), in cui un Maestro come Clint Eastwood, proprio nel momento in cui sembra celebrare, con un film crepuscolare e ‘decadente’, la fine dell’epopea western, al tempo stesso ci dà un film perfetto, che di quell’epopea è una massima esaltazione. Così pure, non c’è nulla di male ad usare gli stereotipi – il Mito ne è pieno! – purché essi sfuggano alla bassa condizione della macchietta da caratterista e diventino simbolo ‘universale’. Tutte considerazioni, queste, evidentemente del tutto estranee, a chi ha concepito e messo in atto questo film (non è che la filmografia di Mangold sia precisamente infarcita di capolavori) in cui l’epos è assente in misura assoluta, e che addirittura irrita per la sua balordaggine. Non si sa da che parte cominciare. O forse sì: certo dalla sceneggiatura, che vola raso terra, tra banalità, stereotipi – appunto! – involontarie cadute nel ridicolo, incongruenze. Il bandito Ben Wade è “Il Bandito”: gentile con le donne, che gli cadono ai piedi come cachi, spietato coi traditori e i nemici, uomo d’onore con gli uomini d’onore; e per chi gli tocca la Mamma sono c**** amari. Dan Evans, l’eroe suo malgrado, è anche lui “L’Eroe-suo-malgrado”: pulito, semplice, onesto, che preferisce farsi ammazzare piuttosto di rubare un cent, che non avrebbe mai voluto essere lì dov’è, ma che ora che ci si trova ha un onore da difendere, e lo fa fino alla morte. Li accompagna nel loro viaggio verso l’appuntamento fatale (l’avrete visto tutti l’originale del 1957 di Delmer Daves, che ora si starà rivoltando nella tomba) un gruppo di comprimari abbastanza normali e prevedibili. Un’eccezione (in negativo) è il figlio di Dan, una figura all’insegna del battistiano “io vorrei, non vorrei, ma se vuoi”, che passa a corrente alternata dall’ammirazione per il Bandito a quella per L’Eroe-suo-malgrado, e non si capisce per quale mai ragione alla fine scelga il secondo, se non per la volontà incomprensibile del regista: “Mi hanno disegnato così” potrebbe ripetere anche lui con Roger Rabbit. Le avventure si susseguono – con una certa fantasia, bisogna ammettere – ma bisogna anche riconoscere che la sfiga di Wade, che cento volte arriva sul punto di riconquistare la libertà e altrettante fallisce per un pelo, è davvero troppa, e quando si arriva alla scena nella tenda degli operai cinesi è difficile soffocare una risata. Come pure è difficile non ridere durante la fuga tra le case di Contention, con questi due che, come un incrocio tra Batman e James Bond, sfuggono ad una inimmaginabile pioggia di pallottole; o ascoltando la frase: “Non durerei due minuti come capo di questa banda se non fossi marcio dentro”, che candidiamo immediatamente all’Oscar per la battuta più artificiosa e falsa che si sia sentita al cinema da decenni. E Wade? Wade che, dopo un assurdo dialogo finale, accetta di andare a farsi impiccare solo per permettere a Evans di dimostrare a suo figlio di essere “un uomo”? E che ammazza tutti appunto perché lui ‘ha capito’? Ma loro, poveri sfigati, come possono capire che lui ha capito?! “Ma mi faccia il piacere!” direbbe Totò. Da questa fiera dell’improbabilità, una sola figura emerge, prepotente, davvero epica, e nemmeno si capisce come sia andata a finire in un film così: l’aiutante di Wade, Charlie, il pistolero gay, l’unico Franti, l’unico vero vilain del gruppo, fatto come Dio comanda: perverso, feroce, spietato, crudele, beffardo, immorale ed amorale, intimamente malvagio. Un autentico ‘eroe negativo’, uno splendido personaggio – sembra scritto da Sergio Leone – per il quale viene immediato e istintivo ‘parteggiare’, splendidamente interpretato da Ben Foster, cui auguriamo miglior fortuna e miglior compagnia. Cosa aggiungere ancora. Russel Crowe e Christian Bale non interpretano i personaggi, ma semplicemente mettono in atto una gara di recitazione, in questo ennesimo ed inutile remake, a proposito del quale ancora una volta invochiamo, dalle Nazioni Unite, una Risoluzione: “E’ severamente proibito fare remakes”. Punto.

 

Amabili resti (P. Jackson, USA/GB/Nuova Zelanda, 2009), 21.00, Sky

Susie ha quattordici anni, una sorella più piccola, un fratellino più piccolo ancora, due amorevoli genitori, un inconfessato amore adolescenziale. Un giorno, mentre sta tornando da scuola, viene sequestrata ed uccisa da un serial killer di bambine, che vive nella casa di fronte alla sua, ma nell’aldilà la sua anima non trova pace. È colma d’odio per il suo assassino, non solo per averle strappato la possibilità di vivere quel primo romantico amore, e per aver distrutto la pace della sua famiglia, ma anche perché vede che ora sta ‘puntando’ la sorellina, che rischia di subire la stessa sorte. Prima di aprire definitivamente le porte del paradiso, Susie dovrà così cercare di pareggiare i conti col mondo dei viventi, dopo di che i suoi amabili resti potranno alfine trovare pace. Lasciando stare la trilogia del Signore degli Anelli – a tutti può capitare un momento di genio – Jackson rischia davvero di rimanere il regista di un solo film, e dopo King Kong (2005) – più che un film un videogioco – Amabili resti lo porta un passo più avanti sulla strada dell’abisso. Che cos’è questo film? Un manuale di spiritismo: ‘Colloqui con gli spiriti: istruzioni per l’uso’? Un decalogo antipedofilia: ‘Il maniaco della porta accanto: mai accettare caramelle dagli sconosciuti’? Oppure un pamphlet antiatei: ‘Il Paradiso esiste: io ci sono stato’? Di qualsiasi cosa si tratti, il risultato è una lagna dolciastra ed insopportabile, ma soprattutto un film ‘senza senso’, che cioè non ‘giustifica’ in alcun modo la propria esistenza. Tanto meno a livello fotografico. L’aldilà di Jackson è un pastrocchio inimmaginabile, che forse voleva imitare le scenografie oniriche di Al di là dei sogni (V. Ward, USA, 1998), ma che non ci si avvicina nemmeno. Il risultato è un frullato della più trita iconografia New Age, di Fantàsia (La storia infinita) e delle illustrazioni dalle rivistine dei Testimoni di Geova (con battute che potrebbero indurre al suicidio gli spettatori più ‘sensibili’: “Ma è bellissimo!”. “Certo che è bellissimo: è il Paradiso!”), colmo di simbologie o spaventosamente banali (il naufragio delle navi in bottiglia) o astruse e incomprensibili (il crollo del gazebo). Tra l’altro, si ride a raffica, in quel paradiso (risatine un po’ ebeti, a dire il vero: sembra una riunione di Born Again Christians, e Nikki SooHoo sembra la caricatura di Hello Kitty), o si piange ad annaffiatoio, e senza motivo, così, perché fa tanto anima in pena pentita. La sceneggiatura è la fiera dell’improbabile (e, trattandosi di colloqui coi fantasmi, avrei ben voluto vedere!): uno scava una buca in mezzo ad un campo piatto come una tavola, la attrezza e la arreda, e nessuno dal quartiere circostante vede niente?! Perché diavolo le gardenie appassiscono (e così appaiono nella foto)? Il tocco del Male?! Qual è l’elemento – parlo di elemento ‘logico’, non di percezioni extrasensoriali – grazie al quale il padre e la sorella scoprono la colpevolezza del vicino? Perché è viscido e antipatico?! Col che si arriva agli attori. Stanley Tucci, appunto, faceva prima ad attaccarsi al collo un cartello con scritto: ‘Sono un pedofilo viscido, ipocrita e antipatico’. Così com’è, fa solo ridere. Mark Wahlberg, che già nel 2008 ci aveva divertito la sua parte in E venne il giorno (M.N. Shyamalan), riprova qui invano a ‘fare il serio’. E, dulcis (è proprio il caso di dirlo) in fundo, Saoirse Ronan è troppo di tutto: troppo adolescente-ingenua-ai-primi-amori, troppo figlia-felice-di-mamma-e-papà-buoni-e-felici, troppo sorrisi-occhionisgranati-lacrimoni, troppo dolciastra e tenera, troppo di tutto. Invece che il cartello “Si avvertono gli spettatori che il film è proibito ai minori di 14 anni”, all’ingresso dovrebbero appenderne un altro: ‘Si avvertono i diabetici presenti in sala che la visione può provocare acute e pericolose crisi iperglicemiche’. Anche voi, siete avvertiti.

 

 

Lunedì 19 settembre

 

Pioggia sporca (R. Scott, USA, 1989), 23.35, Rete4

Nick Concklin è un poliziotto di New York dai metodi non proprio ortodossi, e dal passato non proprio limpido. Quando viene inviato a Osaka per uno scambio di prigionieri della Yakuza, il suo rapporto coi metodi della polizia giapponese e con quella nuova cultura è ostico ed intollerante. Tuttavia poco per volta Concklin imparerà il rispetto, e collaborando con un suo collega giapponese riuscirà ad ottenere ‘nel modo giusto’ il risultato voluto. Ottime atmosfere, splendida fotografia ed una storia violenta ed appassionante per un film di R. Scott affatto da buttar via, soprattutto tenendo conto che ha fatto molto di peggio, in quegli anni.  Michael Douglas molto meno antipatico e molto più in parte del solito. Da vedere.

 

 

Martedì 20 settembre

 

Elizabethtown (C. Crowe, USA, 2005), 23.10, Rai2

‘Assaporato’ da pochi fortunati al Festival del Cinema di Venezia del 2005, e poi praticamente invisibile nelle sale, merita assolutamente di essere visto questo dolcissimo film, che inserire nella categoria ‘commedia’ è forse corretto dal punto di vista classificatorio, ma del tutto riduttivo ed ingeneroso da quello dei contenuti. Drew, partito trent’anni prima dal ‘rozzo’ Kentucky per fare fortuna, è oggi manager di successo di un’azienda di calzature sportive, ma nel giro di pochi giorni una sua idea sbagliata porta l’azienda sull’orlo del fallimento. Schiacciato – non solo professionalmente, ma anche come persona – dal suo “fiasco colossale”, Drew organizza metodicamente il suicidio, ma quando è proprio sul punto di riuscirci una telefonata lo avverte della morte del padre: ora è lui lo ‘uomo della famiglia’, ed oltretutto uomo di successo, come tutti credono, per cui dovrà essere lui ad andare nella cittadina natale ed occuparsi di tutto. Spento e deluso, Drew parte, ma sull’aereo avviene un incontro straordinario: Claire, una giovane hostess che esprime un’affettività fresca e primigenia. Quasi magicamente, Claire percepisce il suo malessere, e pian piano penetra nel mondo di Drew. Non c’è alcuna invasiva violenza nel suo atteggiamento: Claire gli offre per la prima volta l’occasione di riflettere su di sé e al tempo stesso, anche questo forse per la prima volta, di cercare davvero di conoscere gli altri. Barcamenandosi in una famiglia paterna tanto affollata e balorda quanto fondamentalmente unita da legami profondi, il soggiorno ad Elizabethtown diventa davvero, per Drew, un viaggio di formazione, in cui impara a capire se stesso, e a presentarsi a Claire per ciò che è veramente. Soprattutto – e paradossalmente, proprio ora che è morto – egli riesce a scoprire suo padre, a ricostruire un rapporto un tempo felice ed intenso interrotto bruscamente, ad amarlo, e finalmente anche a recidere, malinconicamente ma con serenità, il legame con lui, permettendo che il passato si decanti in pace, e aprendo lo spazio al futuro. Una ‘commedia’, dunque, ma che parla d’amore e di dolore, della vita e della morte. Lo fa con eleganza, spirito, garbo ed intelligenza, e tantissima poesia, mai sopra le righe, senza un’ombra di quella volgarità che oggi pare essere il filo rosso e ormai francamente intollerabile di qualsiasi film d’indagine psicologica. Orlando Bloom ce la mette tutta, e il risultato sarebbe anche accettabile, ma la battaglia è persa a priori di fronte ad una Kirsten Dunst semplicemente da innamorare: dolcissima, immensamente brava, praticamente perfetta. Una pletora di personaggi minori ma tutti umanissimi completano questo piccolo capolavoro di un regista che, a parte la boiata ‘su commissione’ di Vanilla sky (2001), conferma una sensibilità quasi unica per i ‘piccoli’ sentimenti dell’animo umano. Imperdibile.

 

 

Mercoledì 21 settembre

 

Roberto Succo (C. Kahn, Francia, 2001), 23.20, DT

Da una storia vera – quella di Roberto Succo, che nell’86, dopo aver ucciso i genitori, fuggì in Francia, abbandonandosi a delitti, rapine e stupri; arrestato ed estradato in Italia, si suicidò in carcere – un film non solo freddo ed impersonale quanto soprattutto sciatto e ‘senza scopo’, noioso ed inutile, squallidamente documentaristico.

 

 

Giovedì 22 settembre

 

Brutti, sporchi e cattivi (E. Scola, Italia, 1976), 17.05, Sky

Uno dei film più intensi e duri di Scola, ed uno dei suoi più interessanti, anche se forse non uno dei più belli. Comunque un film ‘utile’, perché questa storia di borgatari romani, immersi in un degrado che è morale e materiale insieme, è un salutare antidoto ‘antipasoliniano’, nel senso che distrugge il mito e la mistica del sottoproletario ‘buon selvaggio’. Imperdibile.

 

 

Venerdì 16 settembre

 

Identità violate (D.J. Caruso, USA, 2004), 23.30, Rete4

A Montréal, un serial killer si nasconde alle ricerche assumendo sempre l’identità della sua ultima vittima. Una psicologa dell’FBI aiuta la polizia locale nelle ricerche, ma si troverà coinvolta personalmente nell’indagine. Un bel thriller, ben congegnato e con ottime scene d’azione: nell’ultima – la donna incinta in casa da sola – c’è da mangiarsi le unghie.

 

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