Pubblicato da: giulianolapostata | 11 settembre 2011

“Super 8”, J.J. Abrams, USA, 2011

I Goonies (R. Donner, USA, 1985), ma cresciuti, non più tati, coi primi tremori della preadolescenza. Stand by me (R. Reiner, USA, 1986), ma senza la fatica del crescere, e l’angoscia del futuro. A.I. (S. Spielberg, USA, 2001), ma senza la disperazione della perdita. Incontri ravvicinati del terzo tipo (S. Spielberg, USA, 1977), ma con minor banale ingenuità. Transformers 1° (M. Bay, USA, 2007), ma meno fracassone. Il gigante di ferro (B. Bird, USA, 1999), quasi con lo stesso spirito di scoperta. Ritorno al futuro (R. Zemeckis, USA, 1985), ma con minor frenesia. E poi la SF americana degli anni Cinquanta, che profuma di sé tutto il film. Affascinante, mitica, gravida di minacce e di metasignificati. Tanti e tanti ‘padri’, per dar vita a questo nuovo, bellissimo e comunque originalissimo giocattolo, una delizia per gli occhi e per la mente, un’avventura fantastica cui abbandonarsi senza difese, liberamente, per farsi trasportare nel mondo della nostalgia e dei ricordi. Un film squisitamente intelligente, poetico, ben fatto, un film in cui – e accade sempre più di rado, purtroppo – la computer grafica è strumento per raccontare una storia, e non onanistico fine a se stesso. Insomma, un (piccolo?) capolavoro, in cui Abrams, allievo e pupillo di Spielberg, si diverte come un bambino, e diverte, affascina, immaga il pubblico come non accadeva da anni. Siamo nel 1979: la televisione, nelle prime scene, sta raccontando dell’incidente nucleare alla centrale di Three Miles Island. Il Muro di Berlino cadrà dopo dieci anni, la Guerra Fredda impazza ancora, e la paura dei “comunisti” è ancora forte. Un gruppo di ragazzini vuole girare un film di zombies in Super 8 (La notte dei morti viventi, il capolavoro di G.A. Romero, è di soli undici anni prima). Nella piccola compagnia troviamo, nel senso migliore del termine, tutti gli ‘stereotipi’ della preadolescenza: il timido innamorato della bella del gruppo, il ciccione (che risulterà innamorato anche lui), il piccoletto fracassone che esorcizza la sua bassa statura facendo casino coi petardi. E poi c’è una madre morta e un dolore irrisolto, due padri in difficoltà che hanno bisogno di crescere quanto e più dei loro figli. Una notte i ragazzini partono di nascosto per girare una scena, ma assistono ad uno sconvolgente incidente ferroviario, di cui è protagonista un treno dell’Air Force. Fuggono terrorizzati, abbandonando a terra la cinepresa ancora funzionante, e quando finalmente riusciranno a visionare la pellicola scopriranno che vi si sono impresse immagini mostruose e misteriose. Intanto la comunità viene sconvolta da incomprensibili eventi, la paura cresce e l’Esercito poco a poco si sta impadronendo della città, forse per distruggerla (forse un richiamo a La città verrà distrutta all’alba, G.A. Romero, 1973?). Destreggiandosi tra problemi personali, il desiderio di portare a termine il film e l’atmosfera sempre più cupa che incombe su di loro, i ragazzini sveleranno il mistero, e ‘salveranno il mondo’. Inconcepibilmente bravi, appunto, gli interpreti minorenni. Joel Courtney, il timido innamorato, recita con una misura ed una discrezione che decine di attori più vecchi e maturi di lui ignorano. Riley Griffiths, il ‘regista’, è dolce e sensibile. E così via tutti. Ma una menzione speciale va assolutamente ad Elle Fanning. Ancor più che le tette, le è cresciuta a dismisura la professionalità (prodigiosa la scena dell’addio al ‘marito’ prima dell’incidente ferroviario), e qui è semplicemente irriconoscibile rispetto a quella sciocca ed insipida sogliola lessa di quella scemenza di Somewhere (S. Coppola, 2010). Andate, e  divertitevi, e mi raccomando! Non alzatevi dalla sedia per nessuna ragione al mondo, quando partono i titoli di coda: il meglio deve ancora arrivare!

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