Pubblicato da: giulianolapostata | 11 settembre 2011

La Morte Nera

“If you want to change society, don’t built anything” (‘Se vuoi cambiare la società, non costruire niente’)

Dalla copertina del numero di novembre 2008 di Icon, rivista inglese di architettura e design.

 

Devo confessare che detesto i ‘grandi architetti’, abitualmente presentati da stampa e televisione come glorie nazionali e rappresentanti precipui del genio italico nel mondo. In giro per il mondo essi appunto scorazzano, costruendo musei, fabbriche, quartieri, aeroporti; e poi città intere, e persino i paesaggi, spesso, vengono da loro progettati e rimodellati, in un furore demiurgico che pare non conoscere confini. Se potessero – cioè se qualcuno desse loro i mezzi tecnici – progetterebbero e costruirebbero pianeti interi, e ho sempre pensato che la Morte Nera immaginata da Guerre Stellari dia con impressionante verosimiglianza l’idea delle superomistiche mete che potrebbero porsi. Nelle loro opere, concepiscono forme mirabolanti, bizzarre, ‘strane’, inaudite: “E’ del Poeta il fin la meraviglia”, pare essere il loro comandamento. Si servono per queste loro ‘creazioni’ (o creature?), di materiali prodotti dalle più moderne, elaborate, raffinate ed ‘innaturali’ tecnologie, oppure anche di materiali naturali, ma sottoposti a tali manipolazioni chimico-tecnologiche da non essere quasi più ‘riconoscibili’, da esser diventati altro da sé. Nel risultato finale, quella che è sempre stata una specie di ‘legge’ non scritta dell’architettura – ma anche del vivere quotidiano – si inverte. In passato, prima una cosa era utile, e solo dopo ci si chiedeva se era bella, e magari ci si accorgeva appunto che lo era. Queste loro opere sono invece prima di tutto dei ‘monumenti’, al loro genio, beninteso. Se poi si osa dire che sono brutte, si viene liquidati con uno sprezzante sventolar di scarpetta. Se magari si insiste a far notare che sono poco funzionali, che ci piove dentro (succede spesso), che costano un patrimonio a riscaldarle o a rinfrescarle, e che insomma hanno bisogno di una permanente fleboclisi di tecnologia per sopravvivere, si viene guardati con disprezzo e commiserazione, come creature meschine, ottusi passatisti incapaci di cogliere il genio e la Modernità. Finora, tutto sommato, Vicenza e la sua provincia sono state abbastanza immuni dall’operare di questi ‘artisti’, se si eccettua qualche s-pregevole eccezione: per esempio il Condomino Everest in via Torino, solo dodici piani, ma sufficienti per far rabbrividire dall’orrore le linee severe della basilica paleocristiana dei SS. Felice e Fortunato, proprio lì dietro. Oppure il mostro che a Zanè violenta le linee purissime delle montagne retrostanti. Ma il Progresso incombe – nemmeno la Crisi riesce a fermarlo, accidenti a lui – ed ecco che Paolo Portoghesi, uno dei guru dell’architettura italiana, ha progettato per Bassano qualcosa che davvero spaventa. Tre torri, con una balorda silhouette “a cono rovesciato”, alte ciascuna più di sessanta metri. Staranno lì, mostri minacciosi sopra una cittadina fatta tutta di edilizia ‘minore’, nella quale si contano solo due edifici sopra i quaranta metri (uno dei due è il nuovo ospedale), e che aveva ben pensato di proteggersi da future violenze scrivendo nel nuovo piano regolatore che nessun nuovo edificio doveva superare i diciannove metri. Ma poi, si sa, arriva il profeta, e noi siamo o non siamo la patria delle varianti? Staranno lì, minacciose sentinelle contro le Prealpi, funghi alieni nemici di un paesaggio millenario, estranei a qualunque cultura locale. Non è ancora completamente detto che si facciano, è vero, ma non ci scommetterei la testa: qui mancano i soldi per dar da mangiare alle famiglie dei disoccupati, ma quelli per i tronfi gigantismi del potere non mancano mai. Un’ultima considerazione. Io abito sui Colli Berici. Qui, campagne e colline sono ancora disseminate di vecchie case di contadini, spesso abbandonate. Si va dall’edificio ‘unifamiliare’, come si direbbe oggi, alla fattoria, che doveva ospitare più nuclei insieme. Sono costruzioni di una bellezza ineffabile, fatte di nulla, di vuoti e di pieni, di proporzioni, di misure: forse non è servito nemmeno un metro, a tirarle su, tanto sembrano ‘naturali’, quasi sorgenti dalla terra. Le forme sono di pura ed essenziale elementarità, dettate come sono dall’unica legge di una funzionalità che ancora una volta non riesco a chiamare altro che naturale: tenere uomini e bestie caldi d’inverno e freschi d’estate, mantenere asciutto il fieno. Sono fatte di pietra bianca dei Berici, che ognuno si scavava da solo: poco legno, ché quello costa. Miracoli di semplice armonia, limpide come l’impalpabile proporzione che dava loro l’anima e concrete come la terra da cui nascevano. C’è una relazione antica e profonda tra la forma delle case e la terra. Non si possono introdurre impunemente cambiamenti. Cambiare quelle forme significa commettere una violenza, turbare un equilibrio, rompere irrimediabilmente quella relazione, e perciò rompere anche la relazione tra gli uomini – che quelle forme dalla terra hanno tratto – e la terra stessa. Significa tagliare le proprie radici temporali, farsi figli di nessun tempo, non-figli, non-eredi, morti viventi. Ciò non vuol dire che non si possa pensare il nuovo, ma esso – in una qualunque, sotterranea forma – dovrà comunque venire dal nostro passato. Altrimenti apparirà falsamente nuovo e vivo, ma in realtà sarà senza passato e senz’anima, un orribile, triste e vuoto fantasma. Potrà anche apparire attraente, ma saranno i falsi e disperati lustrini di un vuoto nulla, di stupide marionette che ballano sull’orlo dell’abisso. Quando percorro le strade del Basso Vicentino confesso che ogni volta mi commuovo di fronte a tanta semplice bellezza. Se questi demiurghi – che sembrano aver fatto proprio e trasferito nel loro campo il delirio scientista, secondo cui tutto ciò che può essere fatto deve prima o poi essere fatto – se questi demiurghi tornassero in mezzo ai campi a costruire case di contadini, forse i non-luoghi, il non-mondo in cui viviamo tornerebbero più vicini all’uomo.

“E se l’avvenire dell’albero e il suo progresso verso l’alto sono sopra la terra, le radici sono sotto la terra. E ciò significa che l’avvenire è alimentato dal passato. Guai a coloro che non coltivano il ricordo del passato: sono gente che semina non sulla terra ma sul cemento”

Giovannino Guareschi

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