Pubblicato da: giulianolapostata | 9 settembre 2011

Multivisioni – Sabato 10 settembre 2011

Multivisioni

Consigli appassionati su cosa vedere – e non vedere! – in TV

“Il cinema americano ha successo perché loro fanno bene i film. Noi facciamo bene la pizza”

R. Benigni

 “Il cinema italiano è deprimente”

Q. Tarantino

“Un qualsiasi stupido film americano contiene sempre un insegnamento, a differenza di un qualsiasi artistico film inglese”

 L. Wittgenstein

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Sabato 10 settembre

 

The Hurt Locker (K. Bigelow, USA, 2008)

Oscar 2010 per il miglior film, per il miglior regista, per la miglior sceneggiatura originale, per il miglior montaggio, per il miglior sonoro, per il miglior montaggio sonoro

21.00, Rai3

La follia della guerra: un’azione dopo l’altra, tutte uguali, tutte diverse, tutte con le stesse probabilità di restarci o di farcela. La disperazione della guerra, quando proprio di questo ci si rende conto, ed allora si comincia a rimuginarlo dentro, come un indigeribile nodo di pelo nello stomaco che ti brucia dentro e ti avvelena ogni altro pensiero, senza che un improbabile psicologo militare possa farci niente. La bellezza – ebbene sì: la bellezza – della guerra, quando riesci a ‘mettere da parte’ tutto: il sangue, i corpi fatti a pezzi, gli amici morti, la gente innocente ammazzata davanti a te, il sudore, il sangue, e rimani solo tu e lei, tu e la scommessa – ‘Ce la faccio anche questa volta o adesso tocca a me?’ – tu e il sole che sorge e tramonta: un altro giorno da passare, un altro giorno passato. Così è per il sergente William James, volontario in Irak in una EOD, unità per la dismissione di esplosivi. Gli artificieri, insomma, gli sminatori, quelli che non combattono quasi mai in campo aperto, ma camminano per le strade, entrano nelle case abbandonate, e tutto, proprio tutto, può nascondere una bomba: un sacco di spazzatura, una macchina parcheggiata male, un avvallamento nella strada, anche il corpo di un bambino. James ‘non sa perché lo fa’, lui ‘non ci pensa’. Non è un macho violento, anzi è fondamentalmente mite, ed anche gentile. Non è il folle marine di Full Metal Jacket col suo fucile e il suo cazzo: “Con questo chiavi, con questo uccidi”. E’ solo un uomo cui è rimasta ‘una sola cosa da amare’: appunto ‘quella’. Nulla esprime l’alienazione – ma meglio sarebbe parlare di vera e propria estraneità – di James alla vita reale, anzi alla vita in sé, del suo atteggiamento attonito, imbarazzato, quasi timido di fronte ad un intero muro di cereali per la colazione, in un supermercato, durante una licenza. Semplicemente, quello non è il suo mondo, e James riparte subito per un altro giro. Bigelow costruisce un film netto e chiaro, dalla tensione letteralmente insostenibile, anche per lo spettatore. Un film non ‘moralistico’, ma che lascia parlare le cose, un film che non racconta, ma ‘mostra’: non per niente lo sceneggiatore è Mark Boal, lo stesso autore del bellissimo “Nella valle di Elah” di P. Haggis (2007). Una notevole parte del merito di questo film doloroso e bellissimo va anche all’interprete principale, Jeremy Renner, che dà vita ad un uomo ‘distratto’, di cui non saprai mai se tenga tutti i suoi fantasmi chiusi a chiave in una stanza dell’anima o se proprio, dentro di lui, l’anima davvero non ci sia più. Un vero capolavoro, che ha pienamente meritato, uno per uno, i suoi sei Oscar, togliendoli a quella ridicola fuffa di Avatar (oltretutto opera – lo sapevate, vero?! – dell’ex marito della Bigelow!). Assolutamente imperdibile.

 

Il federale (L. Salce, Italia, 1961), 18.05, DT

Amarissima ironia di Salce sugli italiani e il fascismo. Un piccolo gerarca di provincia (uno strepitoso Ugo Tognazzi) viene nominato federale proprio negli ultimi giorni di guerra, e si imbarca in un lungo viaggio in sidecar per consegnare al comando un vecchio professore liberale ed antifascista da lui arrestato, il quale cercherà di rieducarlo ai valori della democrazia, del rispetto e della libertà. Comico e divertente, e tristemente istruttivo. Dopo sessant’anni, non siamo molto diversi, purtroppo, anzi, se possibile, siamo peggiorati. Da vedere.

 

The road (J. Hillcoat, USA, 2009), 22.50, DT

Ma come, come nascono certi ‘miti’ cinematografici? O meglio, poiché a questo punto è evidente che non sono nati da soli: perché mai vengono inventati? Su che basi (come Avatar: ve lo ricordate? “Il film che cambierà la storia del cinema” … ‘sti cazzi!)? Questo dunque sarebbe il film di cui si è ritardata la programmazione perché troppo tragico, cupo, angosciante, per cui si temeva una reazione negativa del pubblico? Ma andiamo, via, un po’ di serietà. Altro c’era da temere, da parte appunto del pubblico. Per esempio, un’epidemia di suicidi in massa causati dalla noia, la noia massacrante di un film in cui non succede nulla, e quel nulla succede con una lentezza esasperante, per cui dopo una decina di minuti è giocoforza mettersi a fare il tifo per i cannibali, l’unico elemento ‘vitale’ del film: che se li mangino, quel lagnosissimo papà col suo bambino, così almeno ci divertiamo un po’. Oppure una pericolosa serie di travasi di bile, causati dalla rabbia per quella che pare essere la fiera dell’inverosimile e dell’improbabile. Cogliamo fior da fiore. Il bambino non ha mai visto una lattina di Coca Cola, e chiede “che cos’è”. Assurdo, per molte ragioni. Perché quando lui e il padre sono fuggiti lui aveva circa otto anni, e tra i viveri di cui fino a quel momento avevano vissuto, accumulati in casa, è ragionevole pensare che due americani medi avessero stipato anche numerose bibite in lattina (scommetto che a rivedere il film con attenzione – no, per favore! – sarebbe facile individuarne qualcuna sugli scaffali della cucina). Perché, anche, le strade su cui camminano sono cosparse di migliaia di lattine vuote, e il padre-mentore, tra i tanti filosofemi di cui gratifica il figlio, gli avrà pur spiegato cosa sono. Perché è impossibile che, in tutti gli edifici abbandonati che visitano, quella sia l’unica e la prima lattina piena che trovano. E la stessa cosa si può dire dello shampoo. Oppure. Due soli proiettili? Ma è semplicemente assurdo pensare che in tutte le case abbandonate in cui entrano non abbiano mai trovato una scatola di proiettili, o un’altra arma carica: a quel che ne sappiamo, in una casa americana è molto più facile trovare un’arma che un libro, tanto per dirne una. Oppure. Possibile che, visitando una nave abbandonata, l’unica cosa utile che trova sia, in tutto e per tutto, una pistola lanciarazzi?! Scendendo poi nel deposito di cibi sotterraneo, scendiamo nel ridicolo. Le scatole di biscotti sugli scaffali sono disposte come in mostra, a spina di pesce, per esser sicuri che gli spettatori capiscano di cosa si tratta … Chi è stato lo sciagurato scenografo che l’ha arredato? Ancora. Il mondo è in rovina, ma in una casa abbandonata funziona tutto perfettamente: luce, acqua, gas, riscaldamento … Ma prima di questo, è tutta la ‘storia’ in sé che non sta in piedi, che non ha sostanza, vita, dramma. I flash-back con la madre sono assolutamente, totalmente estranei all’economia della narrazione: si potrebbe rimontare il film eliminandoli e nessuno se ne accorgerebbe. Come pure incomprensibile è l’incontro col ‘Profeta Elia’: cosa dovrebbe dirci? Cosa dovrebbe significare, per i personaggi del film? E perché sempre “a Sud”, anche dopo aver visto che il Sud fa schifo come il Nord? Perché i buoni dovrebbero stare solo a Sud e i cattivi solo a Nord? Dobbiamo vedere in ciò una subdola polemica antileghista (si fa per cazzeggiare: non c’è molto altro da fare di serio, in questo film)? Modestissimi i risultati della computergrafica nella resa delle nebbie e dei fumi, che sanno tanto da trasparenti anni Cinquanta. Modestissimo il grande Viggo Mortensen, in una performance da dimenticare. Il piccolo Codi Smith-McPhee, quando piange fa piangere: meno male che non ride mai. Andate a letto, ché è meglio.

 

 

Domenica 11 settembre

 

Giordano Bruno (G. Montaldo, Italia/Francia, 1973), 24.00, DT

Gli ultimi anni di vita del grande intellettuale ‘eretico’ del Cinquecento, tra tentativi di ‘liberazione’ culturale e teologica, incomprensioni, tradimenti. ‘Venduto’ alla Chiesa dalla viltà della Repubblica di Venezia, Bruno finirà torturato e bruciato vivo a Campo dei Fiori, da dove ancor oggi la sua statua ci guarda, a monito dell’intrinseca intolleranza del pensiero cristiano. Un ottimo film storico, un bellissimo film ‘civile’ del grande Giuliano Montaldo. Imperdibile.

 

Neverland (M. Foster, GB/USA, 2004), 15.05, DT

Ce ne vuole per riuscire a ‘spegnere’ la magia interpretativa di Johnny Depp, ma questo film – una biografia di James Matthew Barrie (1860-1927), il celeberrimo inventore di Peter Pan – purtroppo c’è riuscito in pieno. La storia è piatta e senza nessun coinvolgimento emotivo, il ritmo narrativo è lento, la fotografia è artificiosamente e stancamente elegante. Deludente e inutile.

 

Ultimatum alla Terra (S. Derrickson, USA, 2008), 17.00, DT

Da anni invochiamo dalle autorità una Legge composta da un solo articolo: “E’ proibito fare i remakes”. Se Berlusconi, invece di considerare il Codice Penale come la lista della spesa di Arcore e la Costituzione come una rubrica ad anelli coi fogli intercambiabili, volesse occuparsi di cose serie, avrebbe la riconoscenza di tutti i cinefili (se poi volesse andare a fare in **** avrebbe quella di quasi tutti gli Italiani, ma questo è un altro discorso). Nell’attesa, dobbiamo rassegnarci ancora per chissà quanto ad operazioni del genere. Quando le idee originali latitano, non rimane che andare a rubacchiare malamente quelle degli altri, riverniciandole, reimpastandole, manipolandole rozzamente, fino ad ottenere un prodotto finale che ha perso praticamente tutto della purezza originale, senza avere di suo nulla di veramente nuovo, originale, interessante. Questa volta, Scott Derrickson – illustre semisconosciuto, che ha al suo attivo solo The exorcism of Emily Rose, un banale horror parapsicologico del 2005 – ha pensato male di metter le mani in uno dei più bei film di fantascienza in assoluto, quel capolavoro di Robert Wise del 1951, che ci incantò, ammaliò e commosse per la sua intelligenza, la sua sobrietà visiva, l’intensità quasi mistica del suo messaggio pacifista. Non ne è rimasto quasi nulla, diciamolo subito, così ci si mette il cuore in pace, e l’ottima sceneggiatura di cui si servì Wise è stata inutilmente e stupidamente stracciata. Seguendo la moda ecologista, in questa versione l’ammonizione dell’alieno non riguarda più il pericolo di una guerra nucleare (incubo onnipresente nell’America degli anni Cinquanta), ma la distruzione dell’ambiente e del pianeta. Inutilissima variante; come se – anche volendo discuterne – le catastrofi ambientali non fossero esse pure conseguenze di politiche di potere e di dominio, guerre combattute con altri mezzi. L’alieno di Wise – ammantato, come ho detto, di un alone quasi mistico – diventa qui una specie di sicario, mandato a fare il lavoro sporco deciso altrove da altri. Un sicario un po’ scioccone e balordo, però, visto che bastano due note di Bach ed una madre che abbraccia un bambino (odiosissimo, tra parentesi) per commuoverlo e fargli cambiare idea. Prima non se n’era accorto? Non l’aveva studiato abbastanza il pianeta? I trucchi digitali sono banali, già visti ormai mille volte, e francamente fastidiosi: sembra abbiano la funzione di rubare la scena ad un film che per il resto non esiste. Il contrario di quel che fece Wise, i cui trucchi sono assolutamente poveri e minimali, concepiti per lasciare spazio all’emozione ed alla riflessione. Jennifer Connelly pare non esistere nemmeno lei; Keanu Reeves è senza dubbio molto bravo, ma c’è da chiedersi chi glie l’ha fatto fare.

 

Brooklyn’s finest (A. Fuqua, USA, 2009), 21.00, Sky

Non è riuscito, ad Antoine Fuqua, lo stesso colpo del bellissimo Training Day (USA, 2001), che valse addirittura un Oscar a Denzel Washington. Quella fu una moderna e terribile Odissea, di due poliziotti losangelini attraverso la corruzione, la violenza e l’amoralità di una città in cui pare che a dividere poliziotti e delinquenti sia, certe volte, solo il colore degli abiti. Un film stupendo, che richiamò inevitabilmente alla memoria quello che si può definire il padre di tutti i noir metropolitani americani, il magnifico Vivere e morire a Los Angeles (W. Friedkin, USA, 1985). La presenza di tale capolavoro nella sua filmografia pare aver schiacciato Fuqua sotto il peso della sua irripetibilità, e quello che vediamo oggi (a noleggio, perché nelle sale è stato un vero flop) non è altro che un faticoso, raffazzonato e deludente remake del modello, costruito, per di più, tramite citazioni stilistiche di molti padri (P. Haggis, G. Arriaga ecc.) e di troppi luoghi comuni. Ritroviamo così il poliziotto immorale, alcolizzato e corrotto (un Richard Gere di rara inespressività), che riscatta una vita ed una carriera inutili con un ultimo beau geste. Ritroviamo il poliziotto corrotto ma cattolico, ossessionato dai sensi di colpa (per caso vi ricorda Harvey Keitel nel capolavoro di Ferrara? Purtroppo anche a me), che per amore della famiglia è disposto a qualsiasi bassezza. E c’è anche l’infiltrato che, a forza di stare immerso nel fango, ha imparato a riconoscere i fiori che vi si possono trovare: lealtà, amicizia maschile, onore, e ad essi sacrifica vita e carriera. Costituita dunque quasi solo di stereotipi visti mille volte, e soffocata dal loro peso, la sceneggiatura non riesce perciò ad esprimere uno straccio di storia vedibile, accettabile e credibile. Il racconto si trascina stancamente per centoquaranta interminabili minuti, e l’unico espediente per tenere alta la tensione è quello di infarcirlo di cupa e sanguinosa violenza, e di torbidi squarci d’atmosfera che rimangono assolutamente fine a se stessi, senza mai farsi autentico dramma. Come non c’è storia, così non c’è conclusione. Sono almeno due o tre i momenti in cui lo spettatore ha l’impressione che il film sia (finalmente) finito, ma per arrivare davvero in fondo bisogna aspettare il botto finale, un’esplosione di violenza macellaia cui Fuqua delega il compito di esprimere quella tragedia che lui non è assolutamente riuscito ad esprimere. Un vero peccato, da parte di un regista che, se pur non eccelso, nel frattempo ci aveva regalato King Arthur (USA, 2004), uno dei più bei fantasy degli ultimi anni. Sarà per un’altra volta, speriamo.

 

 

Lunedì 12 settembre

 

Brothers (J. Sheridan, USA, 2009), 21.15, DT

Altro esempio del ‘remake che non si doveva fare’. Un film deludente al punto da far rimpiangere il già sgradevole originale di S. Bier (Danimarca, 2004). La storia è la stessa: ma proprio la stessa, come diremo tra poco. Il capitano Sam Cahill viene dato per disperso dopo una missione in elicottero sull’Afghanistan. A casa rimangono la moglie, le due figlie e il fratello Tommy, un ‘poco di buono’, ubriacone e nullafacente. Ma proprio la tragedia pare tirar fuori il meglio da Tommy, che un po’ alla volta dà una sterzata alla sua vita. Si presta a mille lavoretti per rimettere in sesto la casa, si propone come una specie di ‘padre alternativo’ alle bambine, aiuta la cognata ad uscire dall’abisso di dolore in cui è precipitata, al punto che la sua amicizia comincia a trasformarsi in amore. Riesce perfino a  riconquistare l’affetto del padre, ombroso reduce del Viet-Nam semialcolizzato, che gli aveva sempre preferito Sam, un eroe, un perfetto ragazzo americano. Quando però il fratello viene ritrovato e torna a casa, tutto prestissimo si infrange: Sam porta con se un orribile segreto, maturato nei mesi di prigionia, che lo sta distruggendo. Nuovamente, sarà  Tommy, il ‘brutto anatroccolo’ di casa, a tendergli una mano e a salvarlo, ad un passo dall’abisso. Come scrivemmo per l’originale, una storia bella e tragica, che tuttavia mai, nemmeno per un istante, trova il colpo d’ala per diventare arte e messaggio. Il film si trascina stancamente, per colpa di una sceneggiatura stanca e superficiale, che o riproduce tout court l’originale (va bene che questo è un remake, ma a volte si ha la fastidiosa sensazione di vedere un calco), o riesce addirittura a peggiorarlo (come nella figura del padre ‘deluso’, rozza ed approssimativa, decisamente inferiore al potente personaggio della Blier), o accumula banalità, per difetto di autentica ispirazione (troppe volte viene ripetuto ‘sono tuo fratello’: sostanza, non parole). Anche qui, incredibilmente, accade la stessa cosa del film originale: due ottimi attori protagonisti (la Portman non è che si dia eccessivamente da fare) la cui interpretazione tuttavia pare galleggiare nel vuoto senza corpo di un film che, insomma, non ha ragion d’essere. Incomprensibile un simile risultato da un regista che, oltre al bel Nel nome del padre (Irlanda, 1993), ha firmato nel 2003 (GB-Irlanda) lo stupendo In America, un capolavoro di poesia e di umanità che non ha più avuto seguito. Poscritto. Dio perdoni chi ha paragonato Brothers a Nella valle di Elah (P. Haggis, USA, 2007): diciamo che deve aver visto un altro film.

 

 

Martedì 13 settembre

 

Per grazia ricevuta (N. Manfredi, Italia, 1971), 13.30, DT

Nino Manfredi, una delle icone della volgarità sottoproletaria italiana, dirige se stesso in una commediola stanca. Un ragazzino miracolato entra in convento, ma ne uscirà quando la sua vocazione crollerà sotto il richiamo del sesso. Originale, eh? E colto, poi, non c’è che dire … Il ‘Lato Oscuro’ del cinema italiano, dove quello ‘luminoso’ è rappresentato da Garrone o Diritti …

 

 

Mercoledì 14 settembre

 

Mignon è partita (F. Archibugi, Italia/Francia, 1988), 21.10, DT

Fragilissima ed inconsistente storiellina sentimentale sui primi turbamenti amorosi di un adolescente romano che ospita la cuginetta parigina. Tipico esempio di cinema italiano onanistico. Una segolina semplicemente detestabile. A suo tempo, qualcuno lo ribattezzò ‘Mignotta è partita’ …

 

Vidocq (Pitof, Francia, 2001), 23.00, DT

Un’autentica delizia. E non solo per la presenza del gigantesco Dépardieu, che è gigantesco non solo per le sue dimensioni, ma anche per la sua incredibile capacità di ‘essere’ il personaggio, di riempire la scena, di focalizzare su di sé tutta l’attenzione e l’interesse. È una delizia anche per l’incredibile fotografia, che pare dipingere le scene con colori fortissimi, acidi, contrastati all’eccesso; per le prospettive allucinate; per gli inquietanti contrasti di luci ed ombre. E poi c’è la storia. Attingendo dal vastissimo serbatoio del feuilleton ottocentesco (che consiglio vivissimamente a chi abbia fame e sete di avventura ‘pura’, di intrigo inestricabile e di pauroso mistero: tutte cose che il cinema oggi rarissimamente ci dà), Pitof costruisce una storia perfetta, che pare davvero uscita dalla penna di Allain e Souvestre. Non per nulla lo sceneggiatore è Jean Christophe Grangé, quello dello splendido I fiumi di porpora. Guardatelo, abbandonatevi e godete (anche delle grazie di Inès Sastre, ahimè troppo velocemente esposte).

 

 

Giovedì 15 settembre

 

Il tredicesimo guerriero (J. McTiernan, USA, 1999), 21.05, Rai3

Storia fantasy di consumo, e tuttavia non priva di fondamenti culturali, antropologicamente corretta e ben costruita: un arabo, capitato casualmente in una tribù di Vikinghi, si allea con loro per combattere un’altra tribù di ‘cannibali’ praticanti un culto ctonio e sanguinario. Avvincente e suggestivo. Da vedere.

 

 

Venerdì 16 settembre

 

La moglie dell’astronauta (R. Ravich, USA, 1999), 16.55, DT

Modestissimo fanta-horror, apprezzabile solo dai fanatici di Johnny Depp e Charlize Theron. Un astronauta, di rientro da una strana missione nello spazio, durante la quale la sua navetta sembra essere stata colonizzata da una forma aliena, appare eccessivamente e ‘morbosamente’ interessato al bambino che sua moglie sta per partorire. Non sta né in cielo né in Terra … Naturalmente non c’è confronto col classico della SF anni Cinquanta, Il primo uomo dello spazio (R. Day, 1959), di cui è un maldestro remake.

 

Firewall (R. Loncraine, USA, 2006), 19.25, DT

L’esperto informatico di una banca ha messo a punto un firewall assolutamente invincibile, ma una banda di delinquenti prende in ostaggio la sua famiglia e minaccia di ucciderla se lui non li aiuterà a penetrare il sistema. Loffio e ‘già visto’ cento volte nella prima parte, diventa semplicemente ridicolo nella seconda, quando il buon Harrison Ford si trasforma in una specie di supereroe che ammazza tutti e salva la sua famigliola. Potete perdervelo tranquillamente.

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