Pubblicato da: giulianolapostata | 3 settembre 2011

Multivisioni – Sabato 3 settembre 2011

 Multivisioni

Consigli appassionati su cosa vedere – e non vedere! – in TV

“Il cinema americano ha successo perché loro fanno bene i film. Noi facciamo bene la pizza”

R. Benigni

 “Il cinema italiano è deprimente”

Q. Tarantino

 “Un qualsiasi stupido film americano contiene sempre un insegnamento, a differenza di un qualsiasi artistico film inglese”

 L. Wittgenstein

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Sabato 3 settembre

 

Il cartaio (D. Argento, Italia, 2003), 01.55, Italia1

Diciamolo chiaramente: non si può prendere in giro la gente in questo modo. Lungi dall’essere il tanto strombazzato ritorno di Argento ai capolavori di un tempo, Il Cartaio è uno dei film più brutti e noiosi che si siano visti da moltissimi anni, uno di quei film in cui (a sala vuota, chissà perché!), verso i tre quarti, cominci a parlare di ragazze con l’amico seduto vicino; uno di quei film che poi alla fine dici: c****, con sette euro mi potevo mangiare una pizza, eccetera. Da dove cominciamo? La storia? Improbabile, arruffata, illogica, banale. Gli attori? Da fucilazione: un branco di sprovveduti che stanno lì per sbaglio, incapaci di recitare perfino uno spot di pantofole. Incommentabili il tecnico informatico che sembra uscito da Roger Rabbit ed il medico dell’obitorio appassionato di opera (se almeno Stefania Rocca ci avesse mostrato qualcosa, sarebbe una botta di vita, probabilmente l’unica cosa ‘intelligente’ del film). Le situazioni? Scontate, arcitelefonate, mortalmente noiose. I dialoghi? Sciatti e ‘volgari’. I colpi di scena? Colpi di scena what?! Il finale? Quando comincia l’ultima partita potete spegnere (se non l’avete già fatto): sapete già chi è l’assassino, chi vincerà, chi morirà, come finirà (un quarto d’ora prima della fine!). Pietoso epilogo di un grande artigiano del terrore, Il Cartaio è un film da dimenticare, l’ennesima conferma della maledizione biblica secondo cui gli horror e i gialli non li sa fare più nessuno.

 

Il fantasma dell’Opera (D. Argento, Italia/Ungheria, 1998), 03.40, Italia1

Modesta ed eccessivamente kitsch versione del romanzo di Gaston Leroux (1910: capolavoro del feuilleton francese. Leggetelo, se riuscite a trovare una vecchia traduzione, o in lingua, se sapete bene il francese), che nulla aggiunge, per esempio, a quella classica di A. Lubin (1943). Comunque, un ‘capolavoro’, in confronto alle boiate in cui è scivolato Argento coi film successivi. Può reggere una seconda visione.

 

Femme fatale (B. de Palma, Francia/ USA, 2002), 17.15, DT

Se volete vederlo, tenetevi vicino il manuale di istruzioni e il Valium. Il manuale di istruzioni vi servirà per orientarvi in questo casino assoluto, in questa storia sconclusionata e balorda, piena di allusioni che non portano da nessuna parte, di accenni che dovrebbero farvi capire chissà cosa e o non c’è niente da capire o non si capisce proprio un c…., di storie e personaggi nuovi che ogni tanto capitano lì all’improvviso, e voi non vi rendete conto se siete voi che non capite più un c…. di cinema o se è il regista che deve ancora capire come si fa (con tutto il rispetto per De Palma, che, appunto, a me non è mai andato giù). Il Valium vi servirà per sopportare tutto questo, e gli espedienti filmici che fanno tanto ‘intellettuale’ (lo schermo diviso in due) ma non si capisce assolutamente a che c…. servano, e le citazioni d’artista (rozza e volgare sul piano estetico, assolutamente estemporanea e ‘inutile’ quella dall’Atalante di Jean Vigo: forse bisognerà bruciare sul rogo tutte le pizze di Femme Fatale per placare i Mani irati del grande Maestro). Rebecca Romijn-Santos (ma che c…. di cognome: è suo davvero o i press-agents sono ridotti così male?) ha una naturale volgarità, un dono naturale per la bassezza, che non le rende affatto difficile entrare nella parte, e Antonio Banderas porta in giro senza impegno per il film se stesso e i suoi capelli, impomatati o unti che siano (uno shampo no, eh?). Senza contare le incongruità, che raggiungono autentici vertici di comicità involontaria. Ad esempio, il nero che dopo sette anni esce dal carcere indossando lo stesso vestito, e la stessa camicia macchiata di sangue (ancora fresco, a giudicare dal colore) è talmente ridicolo da ricordare il preservativo usato che Belushi (giù il cappello, in memoria del grande poeta anarchico) si vede restituire all’uscita dal carcere. E questo è un noir? E QUESTO E’ UN NOIR?! Ma li ha visti, de Palma, non dico Jean Gabin, o Humphrey Bogart, ma almeno, che ne so, Brivido caldo? Andate a letto, che è meglio.

 

Il nemico alle porte (J-J. Annaud, USA/Germania/GB/Irlanda, 2000), 16.40, Sky

Durante il terribile assedio di Stalingrado, che le truppe naziste tentarono inutilmente di piegare in una morsa durata dal settembre del 1942 al gennaio del 1943, un giovane soldato russo dimostra incredibili doti di tiratore, per cui gli alti vertici dell’esercito decidono di utilizzarlo per terrorizzare gli assedianti tedeschi con la micidiale infallibilità dei suoi colpi. I tedeschi reagiscono contrapponendogli un altrettanto abile ufficiale tedesco. Mentre il feroce inverno russo prosegue, e la città soffre la tragedia del gelo e della fame, tra i due si ingaggia una specie di duello personale, che diventa simbolo della guerra ‘universale’ che si sta combattendo al di fuori, e del riscatto che il popolo sovietico sta cercando all’invasione nazista. Uno dei migliori film di Annaud, che racconta quanto sia spietata e disumana la guerra anche se combattuta per nobili cause (terribile la scena delle reclute spinte a combattere a colpi di pistola). Assolutamente da vedere.

 

 

Domenica 4 settembre

 

Alexander (O. Stone, USA/GB/Germania/Olanda, 2004), 21.00, DT

E’ mancato il coraggio, a questo film: il coraggio di scegliere tra la storia e il mito, il coraggio di lasciare a casa i libri di storia e raccontare l’Alessandro mitologico, ispiratore e protagonista di poemi e leggende, o, al contrario, di lasciare a casa la mitologia, e raccontare il conquistatore, l’imperialista, il comandante in capo. Del coté storico fanno parte, appunto, tutti quegli elementi inseribili in un’analisi ‘storica’ del personaggio: l’insistenza sul personaggio di Filippo; i progetti politico-cultural-militari di Alessandro (interessante ed affascinante, in particolare, il suo discorso sul letto di morte di Efestione: il canale di Suez, la conquista del Mediterraneo, l’eliminazione di Roma … La mente parte immediatamente per una tangente tipicamente ucronica: come sarebbe stato il mondo se avesse potuto realizzare quei progetti? Come sarebbe stato un mondo non romanizzato ma ellenizzato? C’è da perdersi, come dice la pubblicità …); la macelleria della guerra (Stone stava ancora pensando a Platoon?) ed anche tutti quei discorsi sul ‘portare la libertà’ agli altri popoli (e qui bisogna proprio dire che, pur conoscendo bene Stone e le sue idee, tuttavia è difficile trattenersi dalla tentazione di vedere un collegamento – lo ripeto, certamente non voluto e non ideologicamente complice – tra quei discorsi e quelli di qualcun altro che, proprio oggi e proprio negli stessi luoghi, sta cercando anche lui di ‘portare la libertà’ agli altri: la ‘sua’ libertà, a suon di dollari, di petrolio e di massacri). Del coté mitologico – forse prevalente, a livello di atmosfera, ma non di molto – fanno parte invece le ‘magie’ attribuite ad Olimpia, l’aquila che volteggia su di lui, l’incontro con la montagna di Prometeo, la sua ‘inquietudine’ di fronte all’ignoto. Massimamente irrealizzata, questa dicotomia, lo è nel discorso finale di Tolomeo, questa voce narrante che per tutto il film accompagna le vicende di Alessandro e le commenta da una distanza che, apparentemente, dovrebbe appunto accrescere il mito, ma che invece ingenera solo confusione e ambiguità: soprattutto, appunto, in quel momento, in cui – vorrei poter avere sottomano la sceneggiatura per citare con precisione – Tolomeo impreca contro il folle che ha condotto migliaia di uomini al massacro e contemporaneamente rimpiange il fulgore e la gloria dell’eroe. Alexander, bisogna dirlo, il ‘mito’ lo rincorre affannosamente, dall’inizio alla fine, senza purtroppo raggiungerlo mai, nonostante – ripeto, bisogna riconoscerglielo – un impegno spasmodico. Ma resta il fatto che si cercherebbe invano, in tutto il film, l’emozione di una scena come quella nella terza parte del Signore degli Anelli, in cui Re Theoden galoppa davanti alle sue truppe spiegate e tocca con la spada le lance dei soldati schierati, trasmettendo loro la sua forza ‘magica’ e la sua regalità intrinseca: una scena così ricca di mito primigenio che tocca le corde più viscerali degli spettatori e strappa loro grida irrazionali di commozione quando la vedono per la prima volta. Anche certe scelte stilistiche, bisogna dirlo, sono abbastanza discutibili. Innanzitutto quell’inaccettabile flash-back: lunghissimo, estemporaneo, francamente inspiegabile, soprattutto in un film improntato alla più rigorosa ‘cronicità’. E poi quei viraggi colorati nella battaglia con gli elefanti: assolutamente eccessivi ed inutili, e tanto fuori luogo da far ricordare inevitabilmente certe scene di Hero. E tuttavia – ma sì, ammettiamolo – in qualche momento Alexander ci ha fatto sognare. Alessandro che arringa le truppe nel sole e nella polvere di Gaugamela è bello ed eroico; Alessandro che sogna di spezzare ed attraversare le rocce dell’Himalaya è commovente e grande; e il duello tra Bucefalo e l’elefante ha una plasticità ed una drammaticità da bassorilievo ellenista. Verrebbe da dire: nonostante tutto, un pizzico dell’aura eccelsa che avvolge il mito è scivolato ugualmente nel film, ed ha fatto ugualmente la magia. Verrebbe da dire: è più bello di Troy, se questo non fosse un insulto, non un complimento. Bravi gli attori, anche se Anthony Hopkins appare un po’ troppo svagato; massimamente bravi Colin Farrel e Jared Leto, e Bagoa, il muto ed enigmatico Francisco Bosch; brava Roxane, la bellissima Rosario Dawson, e perfino Angelina Jolie sembra aver preso lezioni di recitazione. Non metterebbe nemmeno conto di parlare delle stupide polemiche sull’omosessualità – peraltro comunissima nell’antichità – di Alessandro ed Efestione (ognuno è padrone di farsela che chi gli pare, anche con le galline: purché le galline siano consenzienti, naturalmente), se non altro per dire che raramente si è visto un rapporto omosessuale descritto con tanta nobiltà, come un vero e proprio rapporto d’amore tra due persone: e tanto basta.  Per rifarsi la bocca, se avete avuto il coraggio di vedere quell’abominio di Troy.

 

Scent of a woman (M. Brest, USA, 1992), 21.00, DT

Se esiste al mondo ancora qualcuno che non sia innamorato di Al Pacino, capitolerà certamente davanti a questo splendido personaggio, in superficie amaro e disilluso, ma che nel profondo di sé agita rimpianti e sogni. Al Pacino è Frank Slade, un alto ufficiale dell’esercito cui “è sempre piaciuto sputare in faccia alla gente importante”, e che durante un incidente frutto della sua stessa arroganza è rimasto cieco. Oggi vive, mal tollerato, presso una figlia: ringhioso, rancoroso, pieno di rabbia col mondo intero, non perde occasione per rendersi odioso e insopportabile. Durante un’assenza, la figlia lo affida a Charlie, uno studente dell’ultimo anno di college, che cerca di guadagnarsi qualche soldo con lavoretti di questo tipo. Charlie pensa che si tratti di un tranquillo e noioso week end, ma appena la figlia è uscita dalla porta, Frank si scatena. Ha organizzato tutto per un fine settimana di lusso e trasgressione a New York, dopo di che ha deciso di uccidersi: non la sopporta più, quella vita, “perché lui non ce l’ha, una vita”. Poco per volta, Charlie riuscirà a far breccia in quella corazza di cinismo, fino a stabilire con Frank un rapporto filiale: lui troverà la figura paterna forte che non ha mai avuto (“il mio patrigno è uno stronzo”), Frank una speranza per cui spendersi. Gigantesca la prova di Al Pacino, aspro e velenoso distruttore della quiete familiare – il pranzo del Ringraziamento a casa del fratello – ma che sa ritrovare dentro di sé le illusioni perdute: semplicemente commoventi la raffinatissima cortesia e la signorilità con cui abborda la giovane (e bravissima) Gabrielle Anwar e la trascina in un delicatissimo tango, mentre il suo sguardo spento vaga alla ricerca di chissà quali amori lontani. Assolutissimamente imperdibile.

 

My son, my son, what have ye done (W. Herzog, USA/germania, 2009), 00.20, DT

Fondamentalmente i modi per fare un film sono due. Uno è quello di fare un film sia pur ‘difficile’ ma bellissimo, come per esempio l’immenso “Il cielo sopra Berlino” (W. Wenders, RFT/Francia, 1987). L’altro è di fare un film anche ‘semplice’ ma dove non si capisce un cazzo: per esempio “Muholland Drive” (D. Lynch, Francia/USA, 2001). Di fronte a questo secondo tipo, anche le reazioni del pubblico possono essere due. La prima è quella di seppellire il regista e i suoi critici osannanti sotto un container di vaffanculo, e poi consolarsi serenamente con l’ultima puntata delle “Vacanze di Natale”. Ma ce n’è anche un’altra molto più insidiosa e perniciosa: quella di chi teme, così facendo, di passare da ‘stupido’, di chi ‘si vergogna’ di non aver ‘capito’ pur non essendoci niente da capire, e dunque cerca disperatamente di trovare spiegazioni e giustificazioni a ciò che – nel suo intimo quello spettatore lo sa benissimo – non ne ha alcuna. Gettiamo dunque il cuore oltre l’ostacolo, e osiamo dire che quest’ultimo film di Herzog appartiene senza ombra di dubbio alla seconda categoria, quella delle bufale vuote ed in-significanti, delle bolle di sapone che racchiudono un nulla assoluto. Abbiamo il coraggio di battere i pugni sul tavolo, di gridare – magari aggiungendoci anche qualche parolaccia – tutta la nostra rabbia e la nostra indignazione per il furto di due preziosissime ore della nostra vita ad opera di una storia del cazzo, che non ci ha dato niente, che non vuol dire niente, che per novantun minuti ci ha sfrontatamente preso per il culo, tentando di ‘ipnotizzarci’ per farci credere di trovarci di fronte a chissà qual miracolo di indagine mentale, a chissà qual mirabolante viaggio nella psiche, a chissà qual ‘epifania’ filosofica. Diciamolo, alto e forte, che il re è nudo, e questa è una stronzata pazzesca. A farla ci si son messi in due, due ‘maestri’ del genere. Quel David Lynch di cui sopra, che ha al suo attivo una lunga lista di titoli tanto ‘esoterici’ quanto incomprensibili (a parte “Una storia vera”, onestamente un magnifico film: o non l’ha fatto lui o quando l’ha girato era sotto acido), che hanno indotto orgasmi multipli nei suoi apologeti, e che hanno gettato in depressione tantissimi di coloro che li hanno visti. E Werner Herzog, titolare di una lista ancor più lunga di film in cui morbosità e violenza sono spesso fine a se stesse, quasi sempre ‘incomprensibili’ (anche lui, onestamente, con una magnifica eccezione: “Nosferatu”). Il mix è letale. Ne vien fuori un film prima di tutto ‘squallido’ dal punto di vista della fotografia, povera e ‘brutta’. Una storia che non offre un solo fotogramma spiegabile e ‘logico’ (e che, scusatemi tanto, ma non ho nessuna voglia nemmeno di raccontare: cercatevi la trama su Internet, o vedetelo, se ne avete il coraggio). Una sceneggiatura che è un concentrato di pseudofilosofia e pseudomessaggi in pillole, e che fa incazzare come una belva chi, fin da subito, si rende conto che no, non è lui il cretino, ma lo stanno trattando da cretino. Una recitazione o inesistente o ‘eccessiva’ e insopportabilmente ‘espressionista’. Uno stile che pretenderebbe di scavalcare il cinema ‘classico’, e che invece diventa stucchevole accademia: fermo immagine, ralenti ecc. Un film semplicemente odioso: abbiamo/abbiate il coraggio di dirlo.

 

La decima vittima (E. Petri, Italia/Francia, 1965), 22.55, Sky

A monte sta il bellissimo racconto omonimo del 1954 di Robert Sheckley (reperibile nell’antologia Le meraviglie del possibile, Einaudi Ed.), un cinico apologo sull’amoralità di un’ipotetica società del futuro (la nostra?!). Petri ne ha ricavato forse il suo film peggiore, un misto di commedia all’italiana e di film ‘di spionaggio’ di serie B, con uno stravolgimento della ‘sceneggiatura’ originale assolutamente incomprensibile. Lasciate perdere.

 

 

Lunedì 5 settembre

 

Fortapàsc (M. Risi, Italia, 2008), 21.20, Rai1

Nel 1985, Giancarlo Siani, 26 anni, è un giornalista “abusivo” al Mattino di Napoli, distaccato alla redazione di Torre Annunziata. Per pochi soldi, ma con molto entusiasmo, Siani si guarda intorno e scrive storie ‘sporche’ della sua cittadina: illustri camorristi latitanti che si fanno vedere tranquillamente in giro, nuovi boss emergenti, politici corrotti e collusi eccetera. La Napoli in cui vive è quella del dopo terremoto, dei ghiotti appalti della ricostruzione da spartire, del PSI rampante, delle tangenti. È inutile che il suo caporedattore un giorno sì e uno anche gli ricordi che lui è solo un cronista e che di quello si deve occupare. Niente da fare. Siani continua, scava, risale piramidi di complicità, e comincia  a farsi parecchi nemici. Non lo fa per eroismo, né per missione. Semplicemente, “è il mio lavoro”, come dice ad un gruppo di studenti che lo incontrano all’Università, ed è una frase che fa rabbrividire per la sue semplicità: ‘la banalità del bene’, verrebbe da dire. Attorno a lui, Torre, cioè Fortapasc, come la definisce in un articolo: il fortino assediato dalla camorra, l’unico potere reale, di fronte ad uno stato imbelle o “marcio in gran parte”. Siani attraversa quotidianamente le linee con la beata incoscienza della sua splendida giovinezza, agognando il posto fisso in redazione – bisogna pur campare – e cercando di rimettere insieme i cocci di un amore, ma senza mai rinunciare a fare ciò che sente, si potrebbe dire inconsciamente, come un dovere. Viene ammazzato, naturalmente, e come ci dice il regista alla fine, ci vorranno dodici anni e due pentiti, perché venga fatto il nome dei suoi assassini: ma la bellissima follia dei suoi ventisei anni non ce la restituirà più nessuno. Risi scrive un film stupendo, semplice e vero, antiretorico e commovente, come il vero cinema è, quando è cinema davvero, un film che non sfigura assolutamente accanto al suo più celebre collega, il bellissimo Gomorra di Matteo Garrone, uscito nelle sale due soli mesi dopo. Un film, Fortapasc, costruito, del resto come il film di Garrone, con ingredienti di primissima qualità. Una sceneggiatura raffinata, che evita come la peste melodrammi e sceneggiate, ma che non si tira indietro quando deve raccontare, con forza e spietatezza, la corruzione e il sangue. Una recitazione, per dire solo quella del giovane Libero De Rienzo, semplicemente perfetta, che mette in scena uno davvero qualunque, uno di noi. Non un anti-eroe, ma veramente un non eroe, uno ‘normale’, come dovrebbero essere virtù ‘normali’ onestà e dignità in un Paese che non fosse stato corrotto e prostituito prima di tutto dai suoi dirigenti. Si è parlato poco, di questo film, e lo si è visto anche meno, e ciò non deve stupire, se, chissà come mai, Gomorra non è stato candidato all’Oscar, e se, parecchi anni prima, era stata cancellata La Piovra, la miglior produzione della tv italiana del dopoguerra, con la motivazione che è ora di smetterla di raccontare sempre le porcherie del nostro Paese: mostriamo un po’ di tette e culi, che fanno sempre allegria. Non faccio retorica se dico che è l’apparire, ogni tanto, di persone come Giancarlo Siani – e il realizzarsi di film come questo – a farci sopportare di vivere in questo Paese, e a non farci vergognare troppo di essere italiani. Anche se la bella faccia di un ragazzo è un prezzo troppo alto da pagare, perfino per riscattare la dignità di una nazione.

 

Le chiavi di casa (G.Amelio, Italia, 2004), 19.10, DT

Ennesimo film piagnone e lacrimogeno di Amelio, che proprio per questo raggiunge vertici impareggiabili, anche se certo involontari, di grottesco (vedi Come ridevano, che qualcuno ha ribattezzato Come ridiamo). Qui il nostro, per spremere qualche lacrima in più, è andato a cercare la storia di un bambino disabile – più in ‘basso’ è difficile spingersi – che subito dopo la nascita è stato abbandonato dal padre, incapace di accettarne la diversità. Cresciuto e maturato, il padre torna a cercarlo quando ormai è un adolescente, cercando di instaurare con lui quel rapporto che all’inizio aveva rifiutato. Al vostro buon cuore.

 

Lontano dal paradiso (T. Haynes, USA, 2002), 21.00, DT

L’ipocrita, stupida e feroce perfezione della vita piccolo-borghese di Kathy si spezza quando il marito, dirigente d’industria e ‘uomo a posto’ le svela la propria omosessualità. Kathy non condanna, ma cerca amicizia e trova affinità elettiva col giardiniere di colore, un ‘delitto’, questo, se possibile ancor più inammissibile nella stolida società bianca di una cittadina del Connetticut degli anni Cinquanta. Il marito seguirà la sua strada, e Kathy rimarrà a metà, sospesa, indecisa e forse incapace di spezzare anche lei le barriere che la separano dal suo personale paradiso. Film di rara bellezza e raffinatezza, pudicamente ed elegantemente recitato, FFH è sì un melodramma, ma anche un piccolo gioiello, che non si risolve nella formalità, ma ci consente di meditare sulla nostra ‘autenticità’ e, non ultimo, ci induce a riflettere sui risvolti segreti del sogno americano. Il tutto servito da una fotografia davvero unica, e da uno studio dei colori incantevole. Assolutamente imperdibile.

 

La leggenda del pianista sull’oceano (G. Tornatore, Italia, 1998), 10.35, DT

Favoletta tanto leccata ed elegante quanto inconsistente e noiosa. Il 1 gennaio 1900 un bambino viene abbandonato su un transatlantico e vi trascorre tutta la vita, diventando un bravissimo e misterioso pianista. Insopportabile segolina intimista con pretese di kolossal, che affondano miseramente in un lirismo da quattro soldi. Dio perdoni, se può, chi ha definito Tornatore l’erede di Sergio Leone.

 

Per chi suona la campana (S. Wood, USA, 1943), 21.15, DT

Robert Jordan, americano combattente nelle Brigate Internazionali durante la Guerra di Spagna, è aggregato ad un gruppo di partigiani, assieme ai quali si trova a dover combattere per strappare un importante ponte ai fascisti. Nonostante tutti sappiano che non usciranno vivi dallo scontro, tuttavia lo affrontano con serenità, quasi con gioia, consci dell’intima giustezza della causa per cui combattono e muoiono, tanto che, nelle ore che precedono lo scontro finale, nell’animo di Jordan rimane lo spazio per un ultimo momento d’amore con la giovanissima partigiana Maria. Poema eroico e d’amore sulla Guerra di Spagna, virile e commovente lirico ed essenziale. Splendido Gary Cooper, non più che diligente Ingrid Bergman, un po’ troppo perfettina.

 

Agora (A. Amenàbar, Spagna/USA, 2009), 21.00, Sky

Morta nell’anno 415 dell’Era Cristiana – ma molto probabilmente lei avrebbe preferito che quell’anno venisse denominato come il 1168esimo dalla fondazione di Roma – Ipazia visse ad Alessandria d’Egitto. Era figlia di Teone, filosofo, matematico e custode del Serapeo, il tempio dedicato a Giove Serapide che era anche sede della famosa e preziosissima biblioteca, che custodiva i tesori del sapere greco. Allevata dal padre negli studi filosofici e matematici, divenne una delle persone più colte del suo tempo, ed uno dei filosofi più prestigiosi, tanto da essere chiamata a dirigere la Scuola Filosofica fondata da Plotino, nella quale teneva regolarmente lezione. Fu anche matematica ed astronoma di immenso valore, prodigiosamente in anticipo sui tempi. Nonostante, come vedremo, delle sue opere nulla sia rimasto, sembra estremamente probabile che essa fosse giunta ad intuire l’esistenza di quello che oggi chiamiamo Sistema Copernicano, e dell’ellitticità delle orbite celesti. Ciò nonostante – anzi, proprio per questo – Ipazia entrò presto in contrasto col clero cristiano, che, dopo le persecuzioni dei primi secoli, con Costantino prima e soprattutto con Teodosio poi (Editto di Tessalonica, 380 d.C.) aveva rialzato la testa, divenendo potentissima gerarchia e sistema di potere. A Tessalonica esso era rappresentato da Cirillo (oggi Santo e Dottore della Chiesa), un fanatico sanguinario che prima perseguitò ferocemente i pagani, poi rivolse il proprio odio contro gli Ebrei: a lui si deve l’invenzione del termine e del concetto di ‘Deicidio’, che tanta ‘fortuna’ conoscerà nei secoli avvenire in ambito cristiano. Quelli che – nei primi pogrom della Storia: Cirillo fu un precursore – non vennero cacciati dalla città, vennero massacrati a migliaia, e i loro cadaveri bruciati in pubblici roghi; anche qui, Cirillo fu fiero antesignano dei futuri orrori che avrebbero segnato i rapporti col mondo ebraico. Ipazia non poteva certo sottrarsi a quella furia. Malvista perché pagana e ‘politeista’, nemica perché assertrice del diritto di pensare liberamente – di contro ad una Chiesa che esigeva la sottomissione cieca ed ottusa alle Scritture (“Inginocchiati!” impone il Vescovo Sinesio al Prefetto Imperiale; ed era vissuto anche prima, nel II° secolo, l’apologeta Tertulliano, cui viene attribuita l’affermazione: “Credo quia absurdum”, ‘Credo in quanto è assurdo’) – odiata perché donna che pretendeva di agire liberamente in una società che, da semplicemente maschile, il Cristianesimo stava trasformando in ferocemente misogina, anch’essa soccombette alla barbarie montante. Rimasta sola dopo l’assassinio di Teone, tradita dai vecchi allievi, tutti ben presto riparatisi sotto l’ala protettrice della nuova Chiesa, alla fine venne arrestata dai Parabolani, una Militia Christi composta di fanatici ignoranti, veri e propri sicari agli ordini di Cirillo. Venne lapidata, le vennero cavati gli occhi mentre ancora respirava, poi venne squartata. Le sue opere vennero bandite e bruciate e di esse oggi, come abbiamo detto, non rimane nemmeno un rigo. Successivamente, la Chiesa operò nei suoi confronti anche una vera e propria damnatio memoriae, se è vero che, prima del film di Amenabàr e di alcune opere a stampa uscite di recente, rarissimamente la storiografia e forse mai la letteratura si erano occupati di lei. Agora – l’Agora delle città greche, lo spazio nel cuore della città ove filosofi e cittadini si recavano liberamente a filosofare – le rende finalmente onore, strappandola dalle nebbie dell’indistinto e narrando pubblicamente il suo genio, la sua storia e la sua tragedia. Non è stato facilissimo nemmeno questa volta, squarciare il velo del silenzio, tant’è vero che, uscito due anni fa in Spagna con grandissimo successo, il film ha incontrato forti quanto misteriose e vaghe resistenze per essere distribuito in Italia. Niente di nuovo, comunque. Perfino i fumettoni di Dan Brown hanno conosciuto la persecuzione e l’ostilità delle gerarchie cattoliche: figuriamoci se non sarebbe accaduto lo stesso per questo film, che non di fantastiche sciocchezze narra, ma di quel fanatismo ed intolleranza che sono stati la cifra della storia del Cristianesimo, e le cui manifestazioni sono ben vive ancor oggi. Eppure sbaglierebbe – ed Amenabàr l’ha pubblicamente ed esplicitamente affermato – chi volesse vedere in Agora un pamphlet anticristiano. Certo: la ‘fondazione del Mito’ cristiano avvenne nel sangue, e se mai è accaduto che il Cristianesimo sia stata una religione d’amore e di pace, certo non lo fu in quei secoli, quando i detentori del potere erano degli assassini seriali impegnati solo a difendere se stessi, mentre le gerarchie ecclesiastiche non avevano altra funzione che di fornir loro il supporto ideologico adatto. Sarebbe tuttavia bastato solo che al film fosse stata allegata una ‘appendice’, che si fosse andati avanti non di molto, di soli due secoli: e si sarebbe arrivati al 642 d.C., Anno 20esimo dall’Egira, quando un altro fanatico, il Califfo Omar, in nome di un’altra fede, l’Islam, bruciò nuovamente la Biblioteca di Alessandria. Si dice che la sua motivazione sia stata che “o in quei libri ci sono cose già presenti nel Corano, o ci sono cose che del Corano non fanno parte: se sono presenti nel Corano sono inutili, se non sono presenti allora sono dannose e vanno distrutte”: se anche fosse leggendaria, come pare, è tuttavia perfettamente verosimile, e illuminante. La questione, infatti, non sta nel cercare di stabilire se esista un cristianesimo ‘buono’ ed uno ‘cattivo’ (falso problema che Amenabar smonta subito mostrando la sostanziale identità tra la posizione di Cirillo e quella di Sinesio) – come per esempio si sta cercando di fare da anni col ‘mito’ del Cristianesimo Postconciliare – né se esista parimenti un Islam ‘estremista’ ed uno ‘moderato’. Il problema è semplicemente e radicalmente un altro, e si chiama religione rivelata. Qualsiasi Rivelazione – giudaica, cristiana, islamica – contiene di per sé l’idea di Verità assoluta, non discutibile perché derivante direttamente da Dio. Il ‘fedele’ (muslim: ‘devoto a Dio, fedele a Dio’) di ognuna di queste Rivelazioni ha, non il diritto, ma il dovere di combattere chiunque la pensi diversamente, che in quanto tale è negatore della Verità, cioè negatore di Dio, naturalmente l’unico. Il ‘Male Assoluto’ è dunque il concetto stesso di Rivelazione. Certo, Ipazia è stata una martire del Paganesimo – e per questo la onoriamo, e libiamo ai suoi Mani – ma prima di tutto è stata una martire del monoteismo e della folle arroganza delle religioni rivelate. E sbaglierebbe anche chi volesse farne una specie di martire laica del Libero Pensiero, una specie di Santa illuminista. Non è il Libero Pensiero, quello che Ipazia rivendica, ma semplicemente la libertà di pensiero, la libertà di poter scegliere la visione del mondo preferita e di praticarla liberamente, senza scomuniche, senza persecuzioni e naturalmente senza chiese. Finché il Dio sarà sopra di noi, invece che dentro di noi, ciò non avverrà mai. Amenabàr racconta questa ‘storia’ con esemplare limpidezza. Tanto la ricostruzione storica è precisa e puntuale – persino il cielo notturno osservato da Ipazia è quello del tempo – quanto la narrazione è sobria e rigorosa, senza nessuna concessione a facili emotività, e l’ovvio romanzare delle vicende, che sempre si accompagna al film ed al romanzo storico, qui viene usato non per caricare ad effetto bensì per alleggerire certe situazioni, che troppo irrazionale orrore avrebbero suscitato nel pubblico se mostrate nella loro verità: per esempio, appunto, la morte della filosofa. Un film, come ho scritto non molte altre volte, ‘da mostrare a scuola’, come lezione sulla libertà e sulla tolleranza, ricordando sempre, come bene ha scritto Ferdinando Menconi su “Il Ribelle” n. 19/2010 (www.ilribelle.com), che “la tolleranza può anche essere una potente arma data in mano a chi tollerante non è, e che essa non può essere applicata agli intolleranti”.

 

 

Martedì 6 settembre

 

Frequency (G. Hoblit, USA, 2000), 23.20, Rai2

John, un giovane poliziotto, vive nel ricordo del padre Frank, un pompiere morto eroicamente nello spegnimento di un incendio. La sera precedente l’anniversario della sua morte – mentre nel cielo si sta sviluppando una tempesta elettromagnetica di eccezionale potenza, con magnifiche aurore boreali – John ritrova, nella vecchia cassetta del padre, il suo apparecchio per radioamatori. Prova ad accenderlo e, incredibilmente, si mette in contatto proprio col padre, che da quella stessa stanza sta trasmettendo, ma trent’anni prima. John parla a lungo con lui, mettendo in quella conversazione tutto l’affetto rimasto inespresso per tanti anni: gli dice anche della sua prossima morte, e gli suggerisce come evitarla. Il padre segue il suo consiglio, e dunque si salva, ma in questo modo cambia non solo la propria esistenza, ma anche tutti gli eventi che a lui sono collegati. Quando se ne rendono conto, i due capiscono che devono al più presto ristabilire l’ordine delle cose, affinché il futuro – il presente, per John – non sia irrimediabilmente sconvolto. Tanti generi mescolati insieme, per un film che, tuttavia, non è affatto da buttare. La fantascienza, col motivo del ‘viaggio nel tempo’ e della possibilità di modificare il passato; il thriller; il melodramma sentimentale, col tema del rimpianto del padre prematuramente scomparso. Potrebbe sembrare troppo, ed invece i tre generi si fondono bene, dando vita ad un film romantico ed appassionante, interpretato più che dignitosamente da Dennis Quaid e da James Caviezel. Da vedere.

 

Abandon (S. Gaghan, USA, 2002), 21.10, DT

Un’ambiziosa studentessa universitaria, che nell’infanzia era stata abbandonata dal padre, viene lasciata anche dal brillantissimo boy friend. Il quale però ricompare all’improvviso, occhieggiando dietro gli angoli, e lei chiede aiuto ad un seducente e dolcissimo poliziotto. Giallo noiosissimo, che solo negli ultimi cinque minuti – e molto disonestamente – svela il suo coté psicologico. Katie Holmes deve ringraziare tutti gli Dei dell’Olimpo che Tom Cruise se la sia tirata in casa, altrimenti non la farebbero recitare neanche nelle pubblicità dello sciroppo d’acero.

 

Profumo (T. Tykwer, Francia/Spagna/Germania, 2006), 18.50, DT

Il detto “Da un bel libro un brutto film” è tutt’altro che una legge scientifica. A volte funziona, è vero, ma vorrei dire che sono più le volte in cui viene contraddetto. Abbiamo così film da libri densissimi di significato (Moby Dick, di John Huston (1956) dall’omonimo capolavoro di Herman Melville) che incredibilmente riescono a condensare in meno di due ore tutti gli umori del libro. Oppure film da romanzi profondamente poetici (Il vecchio e il mare, di John Sturges (1958) dall’omonimo romanzo di Ernest Hemingway) che restituiscono intatta quella poesia e le sue suggestioni. Vi sono casi addirittura in cui il film può ‘migliorare’ il libro. E’ questo il caso, per esempio, di Fahrenheit 451 (1966) di François Truffaut, che dal romanzo omonimo di Ray Bradbury – estremamente modesto, dal punto di vista letterario, notevole solo per lo spunto, l’idea che fornisce – trae un film semplicemente perfetto, abbacinante, che coglie quell’idea e la trasforma in un nocciolo profetico. Per non parlare di Blade runner di Ridley Scott (1982), la cui essenziale ed assoluta bellezza nasce da un testo confuso e mediocre di Philip Dick. Chissà, dunque, qual è la molla che fa scattare la ‘identificazione’ – se vogliamo chiamarla così – tra regista e autore letterario, la formula magica che permette di questi miracoli. Quale che essa sia, di certo non è scattata questa volta, in questo Profumo. E sì che sono stati molti i lettori di questo bel libro di Patrick Suskind che, nei vent’anni da che è uscito, hanno pensato e sognato quale fantasmagoria se ne sarebbe potuto trarre. Anche altri registi, ci avevano pensato, e purtroppo non potremo mai sapere quale meraviglioso incubo notturno ne avrebbe potuto trarre, tanto per fare un nome, il grande Tim Burton. Ma lasciamo perdere. Quello che è sicuro è che l’uomo giusto per questo lavoro non era Tom Tykwer, un – tutto sommato – illustre sconosciuto, i cui quarti di nobiltà erano davvero deboli per affidargli un compito di questo livello. Tanto il romanzo – qui dunque il confronto è inevitabile e obbligatorio – era raffinato, sulfureo, immaginifico, tanto il film che ne è stato tratto è mortalmente piatto e spento, senz’anima, senza vita. Ci scorrono davanti agli occhi, per due ore e mezza – infinitamente lunghe – le eleganti immagini prima della Parigi lercia e fastosa del Settecento, poi di Grasse e delle sue campagne fiorite. Ottima ricostruzione, non c’è che dire, alla quale tuttavia non riusciamo ad appassionarci un solo momento. Le vicende del protagonista – Jean-Baptiste Grenouille, apprendista profumiere, che vuole creare il profumo perfetto, quello che ispira l’amore – si svolgono sulla scena con sistematica noia, senza che mai un attimo di condivisione appaia, senza che si manifesti la minima emozione. Dovrebbe essere una tragedia, ed invece quella che vediamo è una lenta e fredda proiezione di diapositive, che non si anima mai. Perfino i corpi nudi delle vittime – che dovrebbero emanare quell’essenza dell’Eros di cui Grenouille va in cerca, sono freddi ed inespressivi. Oltretutto, troppi, e troppo presuntuosi, i mutamenti rispetto al libro. Certo, come abbiamo detto prima, non è questo che conta, se alle spalle c’è quella che ho chiamato ‘identificazione’. Ma quando il cambiamento non si giustifica in alcun modo – sul piano poetico ed ‘essenziale’ – allora risulta incomprensibile, ed è solo disturbante ed irritante. Così, per esempio, nessuno si sognerà mai di rimproverare a Truffaut di non aver fatto finire il film, come il libro, con una guerra di resistenza al potere, perché quello che contava era illuminare l’idea dell’amore per la letteratura e le sue emozioni. Ma risulta invece francamente incomprensibile, per esempio, perché il primo omicidio venga mostrato come un incidente, quando invece Grenouille uccide volontariamente, per preservare il profumo inebriante della vittima. Oppure perché la morte di Grenouille avvenga al mercato del pesce e non, com’è ‘giusto’, al cimitero, dove lui volutamente si reca, per confondere il proprio corpo – lui, che non è ‘nessuno’, perché non ha odore – coi mille altri corpi ivi giacenti, coi loro odori, compreso quello della putrefazione. Modifiche apparentemente – solo apparentemente – minori, ma comunque non giustificate, e dunque letali per la storia e le emozioni che avrebbe dovuto dare. Gi attori – quant’è vero che non esistono cattivi attori ma solo cattivi registi – si adeguano: Dustin Hoffman mette in scena una maschera senza spessore, che si dimentica cinque minuti dopo averla vista, e Ben Whishaw, il protagonista, non possiede una sola oncia del dramma che sta interpretando. Una grande occasione perduta.

 

La famiglia (E. Scola, Italia/Francia, 1986), 16.45, DT

Attraverso la vita di Carlo – un magnifico, grandissimo Vittorio Gassman, di fronte ai cui film il figlio dovrebbe decidersi a cambiar mestiere – la ‘vita intima’ e la ‘storia minima’ della società italiana dai primi del Novecento alla fine degli anni Ottanta, raccontata coi soliti schemi di Scola: delicatezza, poesia, compassione, umanità. Un grande film, che scorre piano ed armonioso come un fiume, da apprezzare con calma, momento dopo momento. Assolutamente imperdibile.

 

Il tagliaerbe (B. Leonard, USA/Giappone/GB, 1992), 19.10, DT

Da un racconto di S. King (che chiese di cancellare il suo nome dai credits, tanto l’originale era stato violentato dagli sceneggiatori) una storia fantascientifica comunque disordinata e strampalata: uno scienziato tenta di trasformare un ritardato mentale in un individuo dai poteri eccezionali. Confuso e abbastanza noioso.

 

 

Mercoledì 7 settembre

 

L.A. Confidential (C. Hanson, USA, 1997), 21.10, Rete4

Da un romanzo del grandissimo James Ellroy – e tanto basta – un noir disperato  e malinconico sulla Los Angeles degli anni Cinquanta, tra droga, alcol, prostituzione di tutti i tipi, corruzione e violenza. Strepitosa la ricostruzione d’epoca – nei primi secondi si fatica a capire se si tratti di un film o di un filmato d’epoca – più che strepitoso il cast:: Kevin Spacey, Russell Crowe, tanto per fare qualche nome. E Kim Basinger in una delle sue interpretazioni più mature, dolci e romantiche. Assolutissimamente imperdibile.

 

I cento passi (M.T. Giordana, Italia, 2000), 19.10, DT

Storia vera di Peppino Impastato, militante di democrazia Proletaria, figlio di un piccolo mafioso e nipote del boss Tano Badalamenti, che negli anni Settanta a Cinisi, in provincia di Palermo, si mise in mente di combattere la mafia con una radio libera, con l’ironia, la satira, l’irriverenza. Pagò con la vita, e ci vollero decenni prima che i suoi assassini, noti a tutti, venissero processati e puniti. Di fronte a Ministri della Repubblica che, come Lunardi, dichiarano che con la mafia bene o male bisogna convivere, e che comunque non c’è niente di male a dare e ricevere qualche favore, vien da chiedersi se Impastato sia stato uno stupido e lui, Siani e tutti gli altri siano morti per niente: quando crederemo questo, vorrà dire che ci saremo venduti l’anima anche noi. Ottimo film ‘civile’ italiano, come a volte sappiamo ancora fare, forte e commovente, ma pulito ed antiretorico. Davvero imperdibile.

 

Nella valle di Elah (P. Haggis, USA, 2007), 21.00, DT

La Valle di Elah è quella in cui, secondo la Bibbia, un giovane ed impaurito Davide trovò comunque il coraggio di affrontare il gigantesco Golia, e di sconfiggerlo. Oggi, secondo Haggis, la Valle di Elah è l’Irak, ove giovani Davide vengono mandati a combattere contro un Golia ancora più spaventoso di quello biblico, perché più feroce, più spietato, più disumano, ed ad esso soccombono, feriti non solo nel corpo, ma anche, troppo spesso, nella mente e nello spirito. Così avviene a Mike, figlio di Hank, soldato di professione. Mike si è arruolato non solo per seguire le orme del padre, ma anche sulla spinta di un genuino e personale entusiasmo, per “portare la democrazia in quel posto di merda”, come dice Hank con orgoglio. Ma quando, dopo una lunga permanenza in zona di guerra, viene rimandato alla sua base negli USA per una licenza, Mike inspiegabilmente scompare, senza farsi vivo in alcun modo con la famiglia. Ad avergli parlato per l’ultima volta è proprio suo padre, qualche settimana prima della partenza, in una telefonata disturbata e convulsa, in cui, tra le scariche elettriche della chiamata satellitare, Hank è riuscito solo a sentire un figlio disperato e sconvolto che gli ha detto: “Tirami fuori di qui. E’ successa una cosa”. Poi silenzio, nient’altro, fino a quando la polizia militare della base lo chiama per informarlo prima, appunto, della sparizione, e poi che il suo cadavere è stato trovato all’esterno della base, in mezzo ai campi, fatto a pezzi, bruciato con la benzina e poi sbranato dai cani. Nessuna traccia, nessun indizio, nessun colpevole. Già un altro figlio Hank aveva perso nell’esercito, dieci anni prima, in un incidente aereo, ma la morte di quest’ultimo è inaccettabile, non solo per il suo orrore, ma per la sua assoluta mancanza di senso. Così Hank, anche lui poliziotto militare attualmente in pensione, decide di indagare per conto suo, quando si rende conto che non solo molte cose non tornano, ma soprattutto che di quella morte pare non importare molto a nessuno. Non ci mette molto a scoprire la verità, e ciò che trova è atroce, intollerabile, perché non riguarda solo suo figlio. Ciò che scopre è la tragedia di una generazione mandata a combattere una guerra di cui non capisce assolutamente il senso, una guerra che come tutte le guerre – ma forse anche più di altre, più di molte delle tante combattute dagli USA – corrompe il loro animo, i loro valori, le basi della loro esistenza. Droga, crudeltà gratuite, e poi follia disumana: ecco le medaglie che questi giovani riportano a casa dal fronte irakeno. Una di queste è toccata anche a Mike, e lui non ce l’ha fatta: non aveva il coraggio di Davide. Così, l’esposizione finale della bandiera rovesciata non si configura affatto come un artificio narrativo, bensì come un appello umano, vero e profondamente commovente, che si alza in tutta sincerità dal cuore di una nazione violentata e ferita da questa guerra: “E’ una richiesta di aiuto internazionale. Significa che siamo nella merda fino al collo: chi verrà a salvarci?”. E’ inevitabile, vedendo questo film, tracciare mentalmente un parallelo col bellissimo Missing (Costa-Gavras, USA, 1982), ma forse quel che accade qui è ancora più grave. Là è un reazionario doc, oltre che un padre, che scopre le vergogne della politica estera del suo Paese; qui è un soldato, un patriota e un padre, che constata l’orrore nascosto dietro ciò per cui lui stesso ha combattuto ed ha sacrificato due figli. Sceneggiatore di Million Dollar Baby (C. Eastwood, USA, 2004), secondo noi la sua prova peggiore; cosceneggiatore di Lettere da Iwo Jima (C. Eastwood, USA, 2006) e di Flags of our fathers (C. Eastwood, USA/Islanda, 2007), ma soprattutto autore di quel capolavoro dolente sull’incomunicabilità umana che è stato Crash (USA/Germania, tre Oscar nel 2004), Haggis firma qui un altro bellissimo film, intenso, profondo e rigoroso, interpretato da un Tommy Lee Jones mai così bravo e puro. Praticamente insignificante, al suo confronto, Charlize Theron, che brilla per la sua interpretazione scialba e senza spessore. Assolutissimamente imperdibile.

 

Il colore viola (S. Spielberg, USA, 1985), 21.15, DT

Storie tragiche di due sorelle nere nell’America dei primi Novecento: lacrimoni, emozioni, melodrammone noiosissimo. Woopy Goldberg – ‘attrice’ (si fa per dire …) le cui virtù attoriali si sono sempre mosse tra i confini della pagliacciata disneyana, della soap e del grottesco – al massimo potrebbe fare la ‘mamie’ in un remake di Via col vento, ma recitare è un’altra cosa.

 

La promessa (S. Penn, USA, 2001), 21.15, DT

Un detective in pensione cerca di risolvere il suo ultimo caso rimasto insoluto: arrestare un assassino di bambine. Per farlo, mette a rischio anche la vita della donna che ama. Da un dramma di Durrenmatt, un film – spiace dirlo, per un grande artista come Penn – davvero scialbo e confuso, che non riesce mai a dimostrare la sua ragion d’essere. Anche Nicholson, nella parte del protagonista, butta via inutilmente una grande interpretazione.

 

 

Giovedì 8 settembre

 

Stavisky il grande truffatore (A. Resnais, Francia, 1974), 13.25, DT

Raro passaggio TV di questo raffinato film del grande Resnais, che racconta la storia di un gigantesco scandalo finanziario nella Francia degli anni ’30, coniugandola con le vicende di Trotzkij, allora esule in quel paese. Entrambe vicende di morte, per  raccontare l’agonia di un’Europa che stava lentamente marciando verso l’abisso. Imperdibile.

 

 

Venerdì 2 settembre

 

Face Off (J. Woo, USA, 1997), 21.10, Italia1

Un agente dell’FBI si fa trapiantare la faccia di un pericoloso criminale per carpirne i segreti, ma il delinquente fa la stessa cosa e si infiltra nella sua vita. Un thrilling violento, appassionante e mirabolante, che diventa una riflessione pirandelliana sull’animo umano, sul bene e il male. Imperdibile.

 

L’uomo che volle farsi re (J. Huston, USA, 1975), 13.55, DT

Dall’omonimo racconto di R. Kipling (assolutamente da leggere!), uno stupendo film d’avventura, che ripercorre il mito di Alessandro Magno e della sua conquista dell’India. Appassionante e misterioso, malinconico e sfolgorante, grande interpretazione di Sean Connery. Assolutamente imperdibile.

 

Training day (A. Fuqua, USA, 2001), 21.10, DT

Terribile e bellissimo. Un giovane poliziotto esce di casa al mattino: dovrà affrontare la sua prima giornata sulle strade, in compagnia di un superiore. Se sarà all’altezza, potrà entrare nella Squadra Narcotici, fare carriera, ed essere veramente utile alla collettività: questo è il suo sogno. È sposato da poco, ed ha una bambina di nove mesi. La piccola ha appena succhiato dal seno della madre, ha “mangiato come una porcellina”; dietro a quella porta rimangono una assoluta, totale normalità, quotidianità, ‘giustizia’. Il poliziotto raggiunge il suo capo, e da quel momento è come cadere in un’altra dimensione spazio-tempo. Precipita in un altro universo, spaventosamente violento, corrotto, amorale. Tutto ciò in cui lui crede viene violato, tutto ciò in cui lui crede viene irriso. Amici/nemici, buoni/cattivi, giusto/ingiusto: non c’è più differenza. non c’è più moralità, non c’è più legge. Il suo capo è uno di loro, in nulla diverso o migliore/peggiore del ‘male’ che dovrebbe combattere. Lo accompagna, lo istruisce, gli insegna i primi rudimenti di questa nuova ‘dimensione’, gli spiega come adattarvisi, come entrarvi, glie ne fa vedere i vantaggi. Il poliziotto attraversa tutto l’inferno e questa giornata opponendo al male solo la sua goffaggine, che diventa con chiarezza assoluta metafora della sua ‘sanità’. La sera torna pure a casa, ma che sarà di lui, del suo ‘se stesso’? Quando si ritroverà al di là di quella porta, sarà ancora quel ‘se stesso’ che ne è uscito al mattino? Che io ricordi, solo il magnifico Vivere e morire a Los Angeles (W. Friedkin, 1985) ci aveva mostrato con tanta forza l’orrore e la violenza della ‘legge’ metropolitana. Forse Training Day non ne possiede la stessa forza visiva, non può contare sulla stessa fotografia iperrealista, sugli stessi colori ‘violenti’, ma rimane un capolavoro, uno dei noir metropolitani più belli del cinema americano. E il cinema americano – si sa – è il più bello del mondo. Uno dei risultati migliori di Fuqua, autore sì di quella boiata megagalattica di L’ultima alba (2003) – ma avrebbe potuto fare diversamente, avendo nel cast la Bellucci?! – ma anche del bellissimo King Arthur (2004). E attenzione: lo sceneggiatore è David Ayer, regista del recente e bellissimo Harsh times.

 

I figli degli uomini (A. Cuaròn, GB, 2006), 19.00, DT

Pura e semplice ‘fantascienza’, oltretutto nel senso snobisticamente spregiativo che molti danno a questo termine? O è semplicemente – e tragicamente – un futuro prossimo venturo, quello che Cuaròn ci presenta in questo film? Duemilaventisette: dunque, fra non molto. Da diciassette anni, nel mondo non nascono più bambini. Prima le donne hanno cominciato ad abortire, poi hanno smesso di restare incinte. Non si sa il perché. Una sconosciuta pandemia genetica? Inquinamento? Radiazioni? Nessuno è riuscito a capirlo, e, tutto sommato, non pare interessi a nessuno. Conscia di essere condannata all’estinzione al massimo entro un centinaio d’anni, l’umanità pare aver deciso che questi ultimi decenni che le rimangono dovranno essere una specie di Crepuscolo degli Dèi. Violenze, devastazioni, terrorismo, guerre di tutti contro tutti sconvolgono il mondo. Non solo. Nemmeno la consapevolezza della prossima fine, riesce a rendere gli uomini solidali. Anzi. In Inghilterra, per esempio – lì è ambientato il film – il potere ha assunto venature fasciste e razziste. Tutti coloro che non sono inglesi purosangue vengono rinchiusi in campi di detenzione ed abbandonati a se stessi, tra miseria e violenza. (Tra parentesi. In meno di un anno, dopo quell’intensissimo capolavoro che è stato V per vendetta, è la seconda volta che il cinema ci racconta una futuribile Inghilterra fascistizzata e razzista: non deve tirare una gran bell’aria, oltre Manica). Sembra però che esista ancora qualcuno che spera. Si dice che, nascosto in Africa, un gruppo di scienziati, lo Human Project, stia lavorando per capire, e ridare all’umanità una speranza ed un futuro. Theo, ex militante pacifista, oggi ricco burocrate integrato nel sistema, un giorno viene contattato dalla ex moglie, che invece ha continuato la lotta ed ora è in clandestinità, militante di un gruppo antigovernativo. Gli chiede un favore che ha dell’incredibile: accompagnare sulla costa una giovane ragazza nera, ‘miracolosamente’ incinta. Lì verrà prelevata da una nave dello Human Project, dal fatidico nome di Tomorrow, che la porterà al sicuro. Non dev’essere difesa solo dal governo, ma anche da un potente gruppo terroristico, entrambi interessati a servirsi politicamente di questo incredibile evento. Theo, stanco e disilluso, accetta svogliatamente, e solo per una notevole somma di denaro. Ma l’odissea che deve percorrere con Kee ed il suo bambino, tra violenza e degrado, rischiando continuamente la vita, lo rende nuovamente conscio della sua appartenenza al genere umano, e che per affermare quella appartenenza si può anche mettere in gioco la propria vita. Diciamolo subito: I figli degli uomini non è certo un capolavoro, soprattutto per colpa di una sceneggiatura debole, slabbrata, confusa, che spesso rende incerta anche la struttura narrativa. Tuttavia c’è molto di buono. Com’è accaduto per The day after tomorrow (R. Emmerich, USA, 2004), quel che conta qui non è tanto la pregnanza ‘artistica’ del film, quanto quello che suggerisce, le riflessioni ed i collegamenti che mette in moto. Terminator, il protagonista di quella che secondo me è la più bella ed inquietante saga ‘fantascientifica’ del secolo scorso, ad un certo momento dice ad un umano: “E’ nella vostra natura autodistruggervi”. E’ probabile che Cuaròn se ne sia ricordato, quando ha scritto le ottime scene di violenza e d’azione che costellano il film – assolutamente sconvolgente la bomba in un bar pieno di gente, e davvero impressionanti i combattimenti nel campo di detenzione – e quando mostra i campi che marciscono per gli scarichi tossici, le città degradate e sepolte dalle immondizie. Un film che fa pensare, dunque, ed un film che lascia anche aperto un barlume di fiducia nel futuro. Nessun happy end, però: solo un monito alla fedeltà a se stessi ed alla propria ‘appartenenza’. Curioso – e chissà se voluto – il fatto che la nuova gravidanza che ‘salva’ l’umanità venga da una ragazza di colore. Centinaia di migliaia di anni fa, dicono gli antropologi, la vita prese origine in Africa, e da lì colonizzò il mondo. Qui è ancora una donna di colore – di quei neri che, nelle nostre città opulente, ci siamo abituati a considerare come paria reietti, senza diritti – a rappresentare una speranza. Un altro spunto, un altro elemento di riflessione in un film comunque interessante e intelligente: si può desiderare di più?

 

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