Pubblicato da: giulianolapostata | 25 agosto 2011

Multivisioni – Sabato 27 agosto 2011

Multivisioni

Consigli appassionati su cosa vedere – e non vedere! – in TV

“Il cinema americano ha successo perché loro fanno bene i film. Noi facciamo bene la pizza” R. Benigni

“Il cinema italiano è deprimente” Q. Tarantino

“Un qualsiasi stupido film americano contiene sempre un insegnamento, a differenza di un qualsiasi artistico film inglese” L. Wittgenstein

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Sabato 27 agosto

Vincitori e vinti (S. Kramer, USA, 1961) 14.45, Rai3

Una ricostruzione ‘teatrale’ del processo di Norimberga, costruita con l’altissima professionalità che solo gli americani sanno profondere in questo genere di film. Il cast è davvero stellare, e contribuisce all’alto livello del film: Spencer Tracy, Marlene Dietrich, Burt Lancaster, Richard Widmark, Maximilian Schell, Montgomery Clift. Da urlo. C’è solo da aggiungere una cosa, e cioè che – senza ovviamente voler difendere in alcun modo il Nazismo! _ questo vizio degli americani di voler fare sempre i processi ai delitti degli altri e mai ai propri, alla lunga dà un tantino sui nervi. A quando un Presidente USA finalmente sul banco degli imputati? Occorreranno capannoni interi solo per archiviare le prove …

Shutter Island (M. Scorsese, USA, 2009) 21.15, DT

Nel 1954 Teddy Daniels è un agente federale, che viene inviato al manicomio criminale di Shutter Island per indagare sulla misteriosa sparizione di una detenuta. La donna, incarcerata per aver annegato i suoi tre figli, è come svanita dalla sua cella, lasciando dietro di sé solo un incomprensibile biglietto. Teddy prova a seguirne le labilissime tracce, trovandosi però di fronte all’incomprensibile ma ferma ostilità sia dei medici che del personale di guardia. A complicare, anche materialmente, le indagini si aggiunge un furibondo uragano, che sconvolge le strutture dell’istituto e impedisce ogni contatto con la terraferma. Daniels inoltre comincia ad essere tormentato da incubi ed allucinazioni sul suo passato di soldato in Europa, quando dovette entrare nel Lager di Dachau appena liberato, e soprattutto dai ricordi della moglie morta tragicamente. A partire da questo plot, a metà tra il thriller e il paranormale – e di cui non sveleremo ovviamente il prosieguo, essendo il ‘vediamo come ca@@o va a finire ‘sta storia’ l’unica consolazione, si fa per dire, che rimane agli spettatori di questo film – Scorsese si intorcola in una vicenda sempre più complicata, gioca al rimpiattino col pubblico mediante continui mutamenti e stravolgimenti di percorso a 180°, si serve indegnamente di ogni possibile trucchetto di ‘genere’: indizi falsi, ambigui suggerimenti, verità apparenti e apparenti colpevoli, obbligando lo spettatore a resettarsi ogni cinque minuti e a ricominciare da capo, vittima di una manipolazione di minuto in minuto sempre più irritante. Lo stile adottato è funzionale a questa intenzione. Barocco, ipertrofico, eccessivo ed inutilmente ‘suggestivo’, procede per ‘accumulo’ visivo, fin quasi a provocare una indigestione di immagini fine a se stesse che, anche questa, irrita lo spettatore, perché è anch’essa senza giustificazione alcuna. A partire dall’immagine iniziale – e speriamo davvero che sia casuale l’evidente somiglianza del profilo di Shutter Island con quello dell’Isola dei morti di Arnold Bocklin (1880) – tutto nel film è ‘grosso’ e ‘tanto’: la pioggia che scende torrenziale, la luce livida degli esterni notturni, gli interni sepolcrali … Tutto ‘troppo’, ma senza sostanza. Ma tutti questi eccessi non producono nessun climax, anzi. Al punto che lo stesso Scorsese ad un certo punto fa precipitare bruscamente ed improvvisamente la tensione – sapete, come quando state facendo all’amore e suona il telefono … – delegando lo scioglimento dei mille capi della vicenda ad una lunga e banale ‘conversazione teatrale’ che col resto del film pare non aver quasi nulla a che fare. Lo spettatore, da parte sua, già da tempo si sta annoiando mortalmente, e quest’ultima trovata gli dà il colpo finale. Shutter Island appare dunque uno dei peggiori film di Scorsese: confuso pseudo thriller senza catarsi finale, inadeguato pseudo film manicomiale che fa acutamente rimpiangere Io ti salverò (A. Hitchcock, 1945). Una vera delusione.

Malcom X (S. Lee, USA, 1992) 15.50, DT

Sulla vita del celebre leader delle Black Panthers, assassinato dalla CIA nel ’65, Lee ha scritto, com’è suo solito, un film mortalmente lungo (più di tre ore!) e mortalmente noioso, raffazzonato ed approssimativo, verboso e pieno di chiacchiere, che si parla addosso, cronachistico, cioè meno ancora che documentaristico, che nulla aggiunge né alla gloria di Malcom X né al cinema. Come ho detto molte altre volte, non basta ‘essere di sinistra’ e ‘fare film di sinistra’ per fare bei film. Del resto, per rendersi conto di quanto Lee sia sopravvalutato, basta vedere quella intollerabile scemenza del suo ultimo film, Miracolo a Sant’Anna (USA, 2008).

Diamond 13 (G. Behat, Francia/Belgio/Lussemburgo, 2009) 17.30, Sky

Mat è il comandante della divisione criminale di Anversa, e tenta di salvare la sua umanità interiore dalla corruzione e dal male che quotidianamente la insidiano. Quando Franck – vecchio amico, in forze all’Antidroga – lo contatta proponendogli di mandare a monte una grossa transazione di stupefacenti, intascandone però il guadagno, Mat accetta. Così facendo, però, ha messo in moto una macchina criminale che gli devasterà ulteriormente l’esistenza, facendo definitivamente il vuoto intorno a lui. Come si vede, dunque, un polar secondo le regole. Ed effettivamente, tutti i crismi sono qui rispettati, a cominciare dalla regia – Behat è un autore esperto di questo genere – passando per la produzione (Olivier Marchal, autore di due grandi capolavori in questo ramo: 36 Quai des Orfèvres, del 2004, e L’ultima missione, del 2007) e per la cointerpretazione dello stesso Marchal, obiettivamente molto bravo. Anche il contorno è adeguato: le luci malate della notte, i locali notturni in cui poliziotti disillusi annegano nel Calvados la loro disperazione, strade sporche, perfino i dialoghi (“Sei soddisfatto della tua vita?” “E questa tu la chiami vita?”). Tuttavia, fin dalle prime battute è evidente che qualcosa non funziona. Come abbiamo detto, i pezzi del puzzle ci sono tutti, ma purtroppo non vanno al loro posto. Anzi: sembrano rimanere lì, vicini uno all’altro, ma senza saldarsi mai, senza mai riuscire a fondersi in un’opera compiuta con uno stile suo. Questo non è un film di Marchal: è un film ‘alla maniera di’ Marchal, ma l’imitazione sfiora appena l’originale. La storia è ‘fredda’, senza emozioni, e non coinvolge se non minimamente lo spettatore, in ciò ‘aiutata’ da una sceneggiatura abbastanza contorta, in cui spesso è difficile seguire chi sta facendo cosa. Perfino il grandissimo Dépardieu – uno di quegli attori cui ormai non occorre più nemmeno ‘recitare’: basta che mostri la faccia – appare, nonostante tutto il suo impegno, estraneo, quasi indifferente, e ben poco convincente. A coronare il mezzo disastro sta la parte, per fortuna limitata, di Asia Argento, che fornisce una prova di rara insipienza professionale: incapace di recitare (la sua versione di donna fatale e maledetta sfiora il grottesco), incapace di parlare (forse una logopedista sul set avrebbe aiutato molto), la sua presenza nel cinema si conferma uno dei più tragici casi di nepotismo della storia del cinema.

Non aprite quella porta (T. Hooper, USA, 1974) 23.10, Sky

In una cittadina americana di una provincia desolata, resa ancor più disperata dallo spostamento dell’autostrada, che l’ha gettata nell’abbandono e nella miseria, un gruppo di ragazzi incappa in una casa nei campi abitata da una famiglia che prima cucinava hamburger per i viaggiatori, e che ora la povertà e l’isolamento hanno precipitato nella follia assoluta. Celeberrimo capolavoro dell’horror moderno, NAQP è una splendida metafora del male oscuro che cova sotto la coperta falsamente tranquillizzante del sogno americano. Hooper è genio e maestro nel confezionare un film che terrorizza oltre ogni limite (con un contributo minimo di effetti speciali: niente a che vedere con la serie infinita di recenti ed inutili rifacimenti, tutti bassissima macelleria, e in particolare con lo sciagurato remake di Marcus Nispel, 2003), e che al tempo stesso fa riflettere. Semplicemente sublime la fotografia: l’immagine sgranata della ragazza resa pazza dall’orrore, che, alla fine del film, irrompe sull’autostrada inseguita da Faccia-di-cuoio brandente la motosega, è da Oscar. Assolutamente imperdibile.

Domenica 28 agosto

Ufficiale e gentiluomo (T. Ackford, USA, 1981) 21.30, Rete4

Un allievo ufficiale d’aviazione, grazie ad un addestramento durissimo, diventa ‘un uomo vero’, seduce una giovane operaia, l’abbandona ma poi va a prendersela alla catena di montaggio sul suo bel cavallo bianco (qui bianca è la divisa, ma il concetto è lo stesso) e vissero felici e contenti. Reazionario, maschilista, militarista … ma quanto romantico! Per le fanciulle, R. Gere mai così sexy.

Frost vs Nixon (R. Howard, USA, 2008) 23.55, Rete4

Nel 1974 il Presidente degli Stati Uniti Richard Nixon dovette dimettersi, in seguito all’inchiesta sul suo coinvolgimento nello spionaggio ai danni del Partito Democratico, il famoso scandalo Watergate. Nel ’77, dopo tre anni di silenzio assoluto, per la prima volta Nixon accettò di farsi intervistare sulla vicenda. L’intervistatore era David Frost, giovane e brillante giornalista britannico, celebre e ricco conduttore di talk show nel suo paese ed anche in Australia. Frost, forse non così esperto come sembrava, riteneva probabilmente di poter facilmente aggiungere una nuova testa alla sua galleria dei trofei, e nell’organizzazione dell’evento, che costò più di due milioni di dollari, impegnò quasi tutte le sue sostanze. Ma Nixon, cinico ed abile politico, lo sopraffece in fretta, e l’intervista si stava avviando ad essere un fallimento quando Frost, in uno scatto di orgoglio e di disperazione, riuscì a mettere il Presidente alle corde, costringendolo ad ammettere pubblicamente le sue colpe ed ottenendo perciò un successo personale, anche finanziario, davvero eccezionale. Questi sono, per sommi capi, i fatti, ed altro non ci sarebbe da dire, perché, quanto al film, il film non esiste. Frost/Nixon è la più gigantesca montagna di fuffa che si sia vista al cinema da anni, un vero e proprio imbroglio, che svilisce il cinema e prende in giro lo spettatore. Fuffa di altissima qualità, beninteso, e perciò ancor più insidiosa, perché è facilissimo prenderla sul serio: recitazione eccezionale (da scuola di recitazione sia Frank Langella che Michael Sheen), raffinato montaggio, splendida fotografia (da scuola di cinema i primi piani) eccetera. Ma sotto di ciò, il vuoto. Sì, questo è un film fondamentalmente ‘vuoto’: psicologicamente, emozionalmente, perfino storicamente. Non c’è nulla, sotto la splendida copertina. Nessun reale approfondimento psicologico, ma solo due ottimi attori che ‘recitano’ emozioni stereotipe scritte a tavolino da sceneggiatori bravissimi e munificamente ricompensati; nessuna emozione, ma solo due che ‘fanno finta’ di emozionarsi, costruendo scene che, appunto, potrebbero essere molto utili in un manuale di recitazione, ma che sono intimamente fredde e disanimate; nessun vero ‘personaggio’, ma solo l’ennesima riproposizione del vecchio ‘mito’ americano dello scontro di ‘eroi’; nessun arricchimento storico: questo film non ci dà un grammo di informazione in più di quella che, in tutti questi anni, abbiamo avuto dai giornali (e, appunto, dalla tv). Abbiamo, insomma, un prodotto di gran lusso e di grande scaltrezza, costruito per dare allo spettatore l’illusione, e la soddisfazione, di aver visto chissà che capolavoro, mentre in realtà non ha visto nulla: ‘plastica’, come si suol dire. Abilissimo, dunque, Ron Howard, che per tanta astuzia si aspettava l’Oscar, e per fortuna è rimasto deluso. Noi continuiamo a credere che il cinema sia qualcosa d’altro. Abbiamo infatti atteso con cieca certezza l’Oscar a Gomorra, forse il più bel film italiano degli ultimi vent’anni, ma invece qualcuno ha deciso che no, era meglio escluderlo dalla rosa, e qualcun altro ha detto che è stato giusto farlo, perché i panni sporchi si lavano in casa, e Gomorra dava ‘una brutta immagine del nostro Paese’. Chissà chi è stato quel qualcuno. Da dietrologo assatanato qual sono, non riesco a togliermi dalla mente la battaglia che la destra fece contro La Piovra (in assoluto la cosa migliore che la televisione italiana abbia prodotto nella sua storia), appunto con le stesse motivazioni. Erano gli anni in cui uno dei suoi ministri affermava che ‘con la Mafia bisogna imparare a convivere’, e certo non aiutava la convivenza una fiction che mostrava giudici sani e poliziotti onesti a combattere i mulini a vento della criminalità organizzata collusa con l’alta politica e la finanza internazionale. La Piovra è sparita, come avete visto, e chissà, magari anche contro quel disfattista di Garrone è partita una telefonata agli amici. Del resto, volete che tra major della produzione cinematografica non ci si aiuti? Meglio dunque l’Oscar alla plastica colorata: non fa pensare, non fa male a nessuno, scherza coi fanti e lascia stare, appunto, i santi. Ma che dolore per il cinema.

Giovanna d’Arco (L. Besson, Francia/USA, 1999) 20.45, DT

Non so se ve ne siete mai accorti, ma ci sono certi film che, come questo, danno la netta impressione di essere stati fatti per sbaglio. Nel senso che una mattina il regista si alza e dice: Che ca@@o faccio oggi? A tennis non ho voglia di andare, in tv non c’è niente, faccio un film. Dopo di che fa quattro telefonate, mette insieme cinque o sei attori, uno sceneggiatore, un direttore della fotografia, e tutti insieme vanno, fanno il film, e poi la sera si mangiano una pizza tutti insieme, contenti perché si son guadagnati la pagnotta. Naturalmente gli attori e tutti gli altri si adeguano al ca@@eggio generale, per cui, per esempio, attori semplicemente geniali come John Malkovich, Vincent Cassel o Dustin Hoffman danno la netta impressione di essere lì per caso: fanno la loro scena, dicono le loro battute, ma con un evidente ed assoluto disinteresse, come se – giustappunto – non glie ne potesse fregare di meno di esser lì. Addirittura si vede che, se non si trattenessero, qualche volta gli scapperebbe perfino da ridere. L’unica che recita al meglio delle sue capacità professionali – e dunque da cani – è Milla Jovovich, che finché fa ‘la seria’ è ancora tollerabile, ma quando si mette ad urlare – crisi mistica o furore bellico che sia – dà la netta impressione di essere in preda ad una crisi isterica per aver visto un topo sul set. Stendiamo un velo pietoso sugli effetti fotografici (quei banalissimi cieli che scorrono), sulla sceneggiatura, in particolare sulle fregnacce che dice la ‘coscienza’ di Giovanna e sui dementissimi inserti di grottesco (Giovanna che si addormenta dopo la ferita) che evidentemente fanno molto ‘americano’, e sulle citazioni da Dreyer (le inquadrature dal basso dei volti degli ecclesiastici: che il Maestro li perdoni). Un film sciocco e inutile.

La Passione (C. Mazzacurati, Italia, 2010) 21.15, DT

Carlo Mazzacurati è uno dei più grandi registi italiani (e la lista difficilmente supererebbe le dita di una mano), uno di quelli che anche quando raccontano storie minime (non ‘minori’, ché di storie minori non ne esistono) non parlano del proprio ombelico, né raccontano il proprio incomparabile Ego, ma prendono spunto da storie qualunque di gente qualunque per narrare a tutti di sentimenti ‘universali’, tanto importanti quanto semplici ed elementari. Dopo il bellissimo La giusta distanza (Italia, 2007), disincantata tranche de vie sulle malattie dello spirito che il trionfante Nord-Est nasconde dentro di sé, qui egli torna alla ‘commedia’, ma attenzione: non quella culi-tette-rutti-scoregge che tanto piace alla maggioranza degli italiani, e su cui pseudoregisti (appunto) e pseudoattori hanno costruito le loro fortune, bensì una commedia malinconica e garbata, mite, che degli esseri umani racconta sì le miserie, ma anche la dignità e la nobiltà nascosta. Vorremmo dire una specie di Germi (Signore e signori), senza la sua sacrosanta e scandalizzata indignazione, sostituita da una profonda pietas. Questa volta l’antieroe di Mazzacurati è Gianni Dubois, ‘grande’ ex regista, nel senso che da cinque anni non fa un film, sprofondato com’è in una terribile crisi d’ispirazione. Lo incontriamo in un pessimo momento. Da un lato, una giovane stellina di fiction televisive ha deciso di far fare un salto di qualità alla propria carriera chiedendo di essere diretta proprio da lui in un nuovo film, e lo perseguita continuamente per sapere se ha avuto una buona idea. Dall’altro, il suo produttore – venale e volgare – fiuta l’affare, e anche lui lo perseguita ossessivamente perché si decida a scrivere questo film. Dietro a tutto sta la ‘catastrofe’. In un appartamentino che Gianni possiede in un paesino della Toscana, e di cui non si è mai curato, si verifica una fuga d’acqua, che devasta un preziosissimo affresco nella sottostante, antica chiesetta. Col paese Gianni non ha mai avuto nessun legame, e viene visto come un estraneo profittatore e portatore di rogne, per cui Sindaco e Consigliere lo mettono vigliaccamente di fronte ad un semplicissimo ricatto: o lui accetterà di mettere in scena la sacra rappresentazione della Passione di Cristo per la Pasqua imminente, o verrà denunciato alle Belle Arti, e la sua reputazione di artista ‘impegnato’ verrà distrutta. Continuamente ‘distratto’ dalle proprie fantasie, continuamente alla ricerca della vena perduta, Gianni quasi si lascia scorrere addosso il tempo e gli eventi, ma ad aiutarlo capita – vero deus ex machina: teatro nel teatro – Ramiro, un ex detenuto, che anni prima ha frequentato un suo seminario di teatro a S. Vittore e che lo venera come un Maestro. Ramiro assume tutti i ruoli: aiuto regista, assistente al casting, trovarobe … ma ha dimenticato i suoi trascorsi criminali, e quando la polizia comincia a cercarlo per una pendenza non saldata, è costretto a scomparire. Manca un giorno alla Pasqua, e la mente di Gianni è ‘altrove’: chi lo salverà ora dalla rovina? Una storia minima, come si vede, e forse perfino abbondantemente inverosimile. Eppure, niente è inutile e sciocco, in questo film. Ogni personaggio esprime sentimenti veri e semplici: la stanchezza esistenziale di Gianni, la solitudine umana ed affettiva della barista polacca, l’amicizia bellissima ed ingenua di Ramiro. Anche la grettezza del Sindaco e del suo amante, sono vere e ‘normali’, come pure la stupida supponenza del ‘grande attore’ chiamato ad impersonare il Cristo. In ognuno di loro ci possiamo riconoscere, o confrontare, ognuno di loro ci parla, ci insegna, ci racconta verità semplici e quotidiane. Si ride, ma si ride di noi stessi, e di noi stessi si piange: de te fabula narratur. Il cast andrebbe elencato nome per nome, tanto ognuno è semplicemente perfetto nella sua parte. Silvio Orlando è Gianni, confuso e buono; Giuseppe Battiston – attore icona di Mazzacurati – è il meraviglioso ed ingenuo Ramiro, che mette a rischio la propria libertà per l’amico; Corrado Guzzanti è un odioso ‘grande attore’; Kasia Smutniak è una delicata e sognante ragazza polacca; Stefania Sandrelli – qui, diversamente dal solito, bravissima e misurata – e Marco Messeri sono il sindaco e la sua anima nera, deliziosamente meschini e ‘cattivi’. Un gioiello, insomma, come tutto quello che esce dalle mani di Mazzacurati, che – of course – non è stato selezionato a rappresentare l’Italia all’Oscar, essendogli stati preferiti sentimenti più ‘semplici’ e commerciali. Che almeno il pubblico gli renda l’onore che merita.

Il nostro agente Flint (D. Mann, USA, 1965) 21.00, Sky

Simpaticissimo come sempre James Coburn in questa parodia d’antan di 007. Delizioso.

Lunedì 29 agosto

Era mio padre (S. Mendes, USA, 2002) 21.10, DT

Che delusione. Con American Beauty, Mendes ci aveva dato un capolavoro sulla solitudine esistenziale, ed anche un film di rara bellezza ed eleganza formale. Forse con questo voleva farci vedere di poter essere ancora più bravo, ma ha davvero esagerato. EMP è un film assolutamente ‘perfetto’. Attori perfetti e mostruosamente bravi; sceneggiatura perfetta: non c’è una battuta sbagliata, una parola fuori posto; recitazione perfetta: non c’è un movimento, ma che dico, uno sguardo, che non sia perfetto; fotografia perfettissima, da urlo: la corsa in bicicletta sulla neve all’inizio, l’avvicinarsi della macchina del killer nella nebbia. Inquadrature che sarebbero da incorniciare, una dopo l’altra, tanto sono, appunto, ‘perfette’ ed esaurite in se stesse nella loro eleganza. E il punto è proprio questo, perché il risultato è un film assolutamente freddo, che non commuove mai, che non emoziona mai, che non fornisce nemmeno il più piccolo stimolo emotivo, mai, nemmeno alla fine, quando anche il gesto del bambino che si abbraccia la testa davanti al cadavere del padre appare una raffinatissima e vuota esercitazione calligrafica. Per cui, gli ‘esercizi di bravura’ sembrano quasi ovvi e fastidiosi: si veda la strage sotto la pioggia, alla fine, in cui l’assenza del sonoro, che dovrebbe rendere ancora più ‘evidente’ la violenza, ha solo il sapore di un compitino ‘elementare’ e manualistico. Benissimo ha detto chi ha scritto che EMP è un film ‘costruito per l’Oscar’: una ‘macchina da Oscar’ (che poi non ha preso …) elegantissima, di lusso, ma senza cuore. Avevamo urlato di entusiasmo alla sua opera prima, e con ragione, lo ripeto, ma questo è solo onanismo stilistico.

Martedì 30 agosto

People I know (D. Algrant, USA, 2002) 23.40, Rai2

Si tratta, prima di tutto, di un’incredibile prova d’attore di Al Pacino, come se ne avessimo avuto bisogno, del resto, per renderci conto che si tratta di uno dei più grandi e sensibili attori che il cinema abbia mai avuto. Qui interpreta la parte di un press agent di New York, costretto a soddisfare, all’occorrenza, anche le voglie e i bisogni più squallidi dei suoi assistiti. Pur in mezzo alla corruzione ed al marciume morale – a cui ‘reagisce’ con la malattia, la decadenza fisica e, quando capita, con la droga – egli ha conservato tuttavia in fondo a sé un’innocenza primigenia, ed un’intima onestà. Attraversa questo mondo malato senza farsene infettare, col miraggio lontano di un ‘ritorno alla natura’ impersonato dalla vedova di suo fratello, suicidatosi per non essere invece riuscito a resistere al male. Quando la misura è colma, ed anche i suoi fedeli collaboratori cominciano ad abbandonarlo (stupenda la battuta del suo segretario, che dimettendosi gli dice: “Torno al nord, ho nostalgia della pioggia”), egli finalmente decide di seguire questo amore, questa palingenesi, ma non gli sarà possibile, e la stupidità dei corrotti lo fermerà prima che possa mettere in atto il suo sogno. Il personaggio della cognata – che da sempre lui aveva amato, e che non aveva avuto il coraggio di sposare, lasciandola al fratello – è interpretato da una dolcissima e quasi irriconoscibile Kim Basinger, ed anche in questo caso si tratta di un’interpretazione magica. Già in L.A. Confidential la Basinger aveva dato vita ad un personaggio femminile immensamente struggente, ma qui supera se stessa. Quanto tempo è passato dalla stupida vuotaggine di Nove settimane e mezzo (quel genio di Tullio Kezic lo recensì su Repubblica definendolo “l’opera fondatrice della filmografia del Paese di Stupilandia”). E’ proprio vero che non bisogna mai condannare nessuno e che bisogna concedere a tutti un’ultima chance: per esempio, può darsi che, un giorno, perfino Valeria Golino smetta di esibire le sue sia pur pregevoli tettine e impari a recitare … Nell’attesa di questo altamente improbabile evento, prendetevi una sera di calma e di riflessione, e godetevi questo gioiello, oltretutto semisconosciuto: scalda il cuore, nonostante tutto.

Brubaker (S. Rosenberg, USA, 1979) 23.25, Rete4

Da una storia vera la vicenda del nuovo direttore di un carcere che si traveste da detenuto per smascherare corruzione e violenze. Manifestamente falso e insopportabilmente buonista: bastasse così poco per riformare quell’inferno che sono (anche in Italia) le carceri …

Robin Hood (R. Scott, USA/GB, 2010) 21.15, DT

Circa una trentina di film (per non parlare delle decine di telefilm!), dal mitico RH muto di A. Dwann (USA, 1922) con Douglas Fairbanks, all’altrettanto mitico RH di M. Curtiz (USA, 1938) con Errol Flynn e Olivia de Havilland, passando per la sciocca ed insipida parodia di Robin e Marian (R. Lester, USA, 1976), e tanti altri a seguire: tutti, comunque, per un verso o per l’altro superiori a quell’invedibile ciofeca di Robin Hood principe dei ladri (K. Reynolds, USA, 1991) da segnalare solo per il Razzie Awards attribuito a Kevin Costner come peggior attore protagonista. Quasi quasi – anzi, di sicuro – è meglio Robin Hood, un uomo in calzamaglia, di quel geniaccio irriverente di Mel Brooks (USA, 1993). Ma qui, vorrei dire per la prima volta, finalmente voliamo alto, e quel ‘finalmente’ va ad onore soprattutto di Ridley Scott, che con questo film sembra definitivamente confermare la fine di quello che è stato, secondo me, un lungo ed infelice periodo di mediocrità. Dopo aver esordito con quattro film che hanno fatto la storia del cinema – I Duellanti (1977), Alien (1979), Blade Runner (1982) e Legend (1985) – Scott si era perso in una serie di film modestissimi, quando non addirittura francamente stupidi e orribili: Soldato Jane (1997) e Black Hawk Down (2001), tanto per fare due esempi. Ma già due anni fa l’ottimo Nessuna verità (2008) ci aveva fatto sperare che la brutta stagione fosse finita, ed ora, finalmente, sembra che ne abbiamo la conferma. Scott sceglie, per questa sua rentrée di lusso, appunto questo personaggio leggendario, che le ricerche storiche più recenti collocherebbero nel regno di Edoardo II° Plantageneto, ma che l’immaginario popolare ha d’autorità attribuito al XII° secolo, all’epoca della Terza Crociata, prima sotto il regno di Riccardo Cuor di Leone, morto nel 1199, e poi sotto quello del fratello, Giovanni Senza Terra, che gli succedette sul trono. L’armata di Riccardo sta appunto tornando in Inghilterra, ma a pochi chilometri dalla Manica il re muore in combattimento. Robin Longstride è un arciere al suo servizio. Con un gruppo di amici cerca di tornare in patria per suo conto, ma si imbatte in Sir Robert Loxley, colpito a tradimento dai Francesi. Prima di morire, sir Robert impegna Robin a riportare al vecchio padre la sua spada, sulla cui elsa sta scritto un motto che, oscuramente, Robin sente familiare: “Ribellarsi e ribellarsi ancora, finché gli agnelli diventeranno leoni”. Per mantener fede al giuramento, Robin Longstride raggiungerà il vecchio sir Walter, e prenderà addirittura il posto del figlio morto: nell’affetto del padre, nel governo delle terre e nel cuore di Lady Marion, la sua vedova. Diverrà così cosciente dei soprusi di re Giovanni e poco per volta si troverà a capo della rivolta dei baroni, che chiedono al re una carta dei diritti che ne attenui il potere assoluto (è la Magna Charta Libertatum che verrà concessa nel 1215). Li convincerà ad appoggiare Giovanni nella sua resistenza all’invasione francese, organizzata dal traditore Sir Godfrey, ma, vinta la battaglia, il re spergiuro rifiuterà di onorare le sue promesse. Ai baroni egli opporrà il diritto divino dei re, mentre Robin verrà dichiarato fuorilegge e bandito dal regno. Lui e i suoi si rifugeranno allora nella foresta di Sherwood, nel Nottinghamshire, da dove combatteranno per la libertà e contro l’ingiustizia. Già da questo inquadramento storico risultano evidenti l’interesse e l’originalità dell’approccio di Scott al tema. Invece di limitarsi, come tutti gli altri prima di lui avevano fatto, a raccontare le picaresche avventure degli allegri compari di Sherwood, egli si dedica a ri-costruire le radici storiche del mito: impresa difficile nella fattispecie, perché su Robin Hood non esiste praticamente nessuna documentazione storica attendibile, ma massimamente difficile e rischiosa in sé, data la irriducibilità del Mito, per sua stessa natura, agli stretti confini della Storia (sulle radici celtiche del mito di RH consiglio almeno la lettura dell’ottima pagina presente su Wikipedia: http://it.wikipedia.org/wiki/Robin_hood). Il risultato di questa operazione è, bisogna dirlo, semplicemente grandioso. Ne risulta un personaggio che, nella mente e nel cuore dello spettatore, si libra appunto in quella terra di mezzo che sta tra ‘verità’ ed immaginazione, un Eroe che per la sua parte di Uomo calca la terra, suda e sanguina, ma per la sua parte semidivina è lì lì per spiccare il balzo nella Leggenda: “Così comincia la leggenda” ci dice lo stesso Scott, negli ultimi fotogrammi del film. Una specie di prequel, insomma, per poter fare anche il prossimo film? Tutto sommato è vero, ma sarebbe ben misero chi vedesse come una gretta operazione commerciale quella che, praticamente, è una scelta artisticamente obbligata. Non solo, infatti, sarebbe stato semplicemente impossibile schiacciare in un solo film tutta la materia, ma, come abbiamo detto, questa scelta inoltre conferisce autentico corpo e sostanza e alla storia e al personaggio, rendendoli massimamente vivi, appassionanti e ‘veri’. Un ‘barcamenarsi’, questo, tra mito e realtà, tra vero ed immaginario, che possiamo ritrovare anche nelle scelte filmiche: poteva Scott aver dimenticato di essere stato l’autore delle perfette immagini dei Duellanti?! Tutta la CGI che spesso soffocava le inquadrature del Gladiatore e delle Crociate, quasi sovrapponendosi alla narrazione, qui è stata sostituita da una splendida ‘realtà’: le magnifiche foreste del Galles, e le ricostruzioni ambientali così potenti e ‘vere’ di Arthur Max, lo scenografo da tempo collaboratore di Scott. Location ‘reali’, dunque, e che perciò, proprio per questo, ci permettono di sognare, di proiettare l’immaginazione lontano, fino ad un XII° secolo tanto concreto quanto ‘mitico’. E dal Mito, non può che nascere l’Epos. Non immeritatamente, infatti, possiamo usare questo termine, a proposito del film. Epica è la cavalcata dei Baroni tra le colline verdeggianti, lo snodarsi dei cavalieri per i sentieri, il loro radunarsi nell’incerta luce dell’alba sotto la silhouette del cavallo di pietra (a proposito: sbaglio, o quella è una citazione da Braveheart?). Epica è la minacciosa avanzata dei barconi francesi sulle acque tumultuose della Manica, che non si limita ad essere un omaggio a Salvate il soldato Ryan di Spielberg ma appunto acquista una sua intensa e cupa personalità. La volontà di Scott di recuperare un linguaggio registico ‘antico’ è evidente anche nelle scelte relative alla dinamica dell’azione e al montaggio. La pura e semplice ‘narrazione’ si stende semplice e chiara, sempre perfettamente logica e comprensibile, senza disperdersi in sbavature inutili ma senza nemmeno negarsi pause di riflessione e descrizione. Il montaggio delle scene d’azione è – finalmente: questo sì finalmente! – leggibile e chiaro, e se la battaglia nella Foresta Nera era un incubo schizzato, ai limiti della percezione subliminale, quella di Dover è forte e violenta, ma anche concreta e godibile, come una ‘ripresa dal vero’. Realtà e Mito, anche nella resa dei personaggi. Tutti perfetti, e tutti ‘grandi’, con appena quella sfumatura di stereotipo di cui tutta l’arte è per sua natura intessuta, e che non può mancare a chi si muove ai confini della leggenda. Il vecchio Loxley, cieco e vacillante, è quasi un antico bardo che narra le storie della sua terra. Sir Godfrey è un magnifico vilain che non scade mai nella caricatura di se stesso, Marion è una donna intelligente, forte e sensuale, che s’impone e affascina. Robin … beh, Robin è molte cose. Non ha tutti i torti chi ha detto che è tornato il Gladiatore, anche se alcuni importanti distinguo devono assolutamente essere fatti. Se nello sguardo di Longstride è presente la malinconia di chi ha già vissuto una parte importante della vita, ed ha visto ingiustizie ed anche orrori, da esso sono assenti però quell’ansia di morte e di vendetta, quel cupio dissolvi che rendevano gli occhi di Maximus due cupi pozzi senza fondo. È la sua una malinconia che diventa saggezza, disincanto, perfino ironia, e che gli permette di affrontare le nuove prove con equilibrio e ponderatezza. Se, come dicevamo all’inizio, non è ancora tempo per gli allegri compari di Sherwood di mettere in scena le loro bravate, tuttavia l’intelligenza di Scott non si nega qualche piccola incursione nella farsa, quasi a voler alleggerire tanto ‘eroismo’, insaporendolo con un po’ di beffa e di carnalità. Divertentissimo il fascio di preti legati tutti assieme, costretti a farsi sette miglia a piedi ruotando su se stessi, ma semplicemente deliziosa, vorrei dire perfetta, la baldoria di Will, Little John e Allan con le fanciulle di Loxley, tra canti da osteria ed epiche bevute di idromele: “Una notte che non si dimenticherà facilmente”, come commenta ironicamente Lady Marion. Insomma: bentornato, Ridley, con tutta la tua arte, il tuo talento e la tua poesia. Arrivederci a Sherwood!

Mercoledì 31 agosto

Don Juan de Marco maestro d’amore (J. Leven, USA, 1995) 23.35, Rete4

Fiaba lieve, commovente, elegante e poetica su un ‘pazzo’ convinto di essere Don Giovanni, e sullo psichiatra che, invece di curarlo, si fa prendere nella sua stessa follia. Il pazzo è un funambolico Johnny Depp, lo psichiatra un meraviglioso ed ironico Marlon Brando. Assolutamente imperdibile.

Ovunque sei (M. Placido, Italia, 2004) 19.30, DT

Se a suo tempo sui giornali lo avete visto etichettato nella categoria ‘film drammatico’, era un errore di stampa: è un film comico, o per lo meno ridicolo e spaccaballe. Gli amori, in questa vita e nell’altra, del medico fedifrago e della sua assistente che finalmente c’è stata non interessano, annoiano, fanno ridere. Non so se qualche maschietto lo voglia vedere per ammirare la passerina al vento di Violante Placido (ci vuol altro, anche per le figlie di papà, per fare un’attrice) o qualche femminuccia per deliziarsi del pisello di Stefano Dionisi (idem come sopra: e lui non è nemmeno figlio di papà …), ma per il resto, tirate la catena. Post scriptum: prima del prossimo film, qualcuno avverta Placido che ‘ovunque’ regge il congiuntivo.

Il toro (C. Mazzacurati, Italia, 1994) 21.00, DT

Ancora un gioiello di Mazzacurati. Due allevatori di bestiame, ridotti in cassa integrazione ma privati dell’indennità di licenziamento che gli spetta di diritto, rubano un preziosissimo toro da riproduzione per svenderlo all’Est, e il viaggio diventa un’odissea tra poveri e sconfitti, una specie di anticipazione di triste globalizzazione. Bravissimo come sempre Mazzacurati nel raccontare sentimenti e dolori senza retorica, col tatto di un cenno, bellissima la fotografia sfumata, che tratteggia atmosfere solitarie, lontane e malinconiche. Ottimo Abatantuono (come del resto in Mediterraneo, G. Salvatores, Italia, 1991), ad ennesima dimostrazione che non esistono cattivi attori, ma solo cattivi registi. Imperdibile.

Nemico pubblico (M. Mann, USA, 2009) 23.20, DT

Film come questo appagano e consolano. Appagano, perché l’emozione – le emozioni – sono tali e tante, così raffinate, così diversificate, che occorrono giorni e settimane, se non mesi, per metabolizzarle tutte, e intanto la meraviglia continua a ripetersi nella mente. Consolano dalla visione del ‘resto’, di un cinema che sì, a volte offre certamente ‘prodotti’ apprezzabili, ma che, a fronte di un’opera d’arte come questa, si allontana immediatamente in uno sfondo indistinto nel quale ogni elemento si perde, senza personalità e senza connotazioni. Mann – è stato detto giustissimamente – è un autore “classico”, e non a sproposito, durante la visione, ci è venuto alla mente il grandissimo John Ford, e il suo Ombre rosse, quel film la cui bellezza e perfezione ancor oggi incantano e ammaestrano, di cui NP condivide molteplici livelli artistici. La ‘fisicità’ delle figure, per esempio, che rende oggetti e persone ‘veri’ e vivi, anche con un uso della macchina da presa che insegue e concretizza uomini e scene (e certo non è stato estraneo alla scrittura di questa dimensione fisica il fatto di aver girato non solo negli stessi paesaggi, ma spesso nelle stesse strade e addirittura nelle stanze in cui Dillinger agì e morì). Per Mann, nessun bisogno di 3D, l’ultimo misero espediente di un cinema ormai privo non solo di idee ma ancor più di ispirazione, che si affida disperatamente ai ‘trucchetti’ per cercare di strappare qualche ‘oooh’ di superficiale meraviglia. L’epicità, ancora. Eroi trionfanti, eroi perdenti, quelli di Ford. Eroe malinconico questo Dillinger di Mann: che vive e brucia la sua esistenza in meno di due anni, che non ‘pensa al futuro’ (non è un caso se un altro americano, Jack Kerouac, pochi decenni dopo scriverà: “Gli unici che contano per me sono i matti, gente che è abbastanza pazza da vivere, da parlare, da lasciarsi salvare, da desiderare tutto e subito, quelli che non sbagliano mai, che non parlano per luoghi comuni, ma bruciano, bruciano, bruciano e sembrano fuochi d’artificio gialli che esplodono, aprendosi come ragni tra le stelle e lasciando intravedere nel mezzo il punto azzurro dello scoppio e tutti fanno: “Ahhh!”); cavaliere con un senso infrangibile dell’onore, che non dimentica mai un amico o un benefattore, che promette, e mantiene fino all’ultimo: ‘Avrò cura di te’; che continua a sfidare la morte faccia a faccia, mentre altri hanno già scoperto le sozze manovre del crimine organizzato e delle sue sporche compromissioni con la politica. Ford ‘scrive’ magnificamente la scena vibrante dell’inseguimento alla diligenza, e qui parallelamente ritroviamo quella che possiamo chiamare la maestria coreografica di Mann (senza confronti, assolutamente, per esempio, la sparatoria nella discoteca in Collateral, o l’inseguimento sulla falesia e il cercarsi dei due innamorati nel cortile del forte nell’Ultimo dei Mohicani): lasciano senza fiato, in NP, le entrate nella banca, armoniose e potenti come grandi scene di ballo. Fisicità anche come ‘realtà’. “La Depressione nel film non c’è”, scrive Natalia Aspesi nella sua recensione sulla Repubblica di sabato 7 novembre (assolutamente da leggere: esempio unico di cecità assoluta di fronte ad un capolavoro). La Depressione c’è eccome, ma Mann, come Baudelaire, pensa che “I poemi lunghi sono la risorsa di coloro che non ne sanno scrivere di brevi”, per cui a lui non servono teorie di miserabili lungo le strade, mense operaie, fabbriche chiuse, caricature di Uomini e topi. Basta l’immagine folgorante di quella donna col suo vestito misero e scolorito, in piedi davanti ad una casa cadente ed altrettanto misera, persa in un deserto di nulla, che dopo avere ospitato la banda dopo la rapina, chiede a Dillinger: “Portami via con te”, con nel cuore la desolazione di nessun futuro, e negli occhi la bellezza di una meteora che ha appena visto passare, e non rivedrà mai più. Lì c’è tutto, e non occorre altro. Con Ford, Mann ‘condivide’ anche, diciamo così, un cast di attori prodigioso. Depp si esprime più per sguardi ed emozioni che per parole, in quella che certo è la sua più matura e profonda interpretazione. Christian Bale è forse – possiamo osare dirlo? – perfino anche più bravo. ‘Attore’ di un ordine che significa solo morte, a quella stessa morte guarda con curiosità da entomologo, finché il suo significato gli giungerà al cuore, conducendolo al suicidio pochi anni dopo la morte di Dillinger. In NP Mann continua quello ‘sperimentalismo fotografico’ già presente in Miami vice ma soprattutto in Collateral. Ne risulta una fotografia anch’essa ‘attrice’ e strumento drammatico, che dalla dimensione della realtà può passare a quella della tragedia. Mirabile, semplicemente mirabile, la scena successiva alla morte di Dillinger, in cui le cose paiono sbriciolarsi, le superfici si sgretolano e si frantumano, le immagini si sfaldano e la luce si sgrana e si impolvera. Pare una fine del mondo (così è per Purvis, che attraversa la scena travolto dalla bufera del suo cuore), ed è un ultimo, incredibile, sprazzo di genio e maestria.

Giovedì 1 settembre

L’ultimo re di Scozia (K. MacDonald, GB, 2007) 23.45, Rete4

Nel 1971 Nicholas Garrigan, un giovane medico scozzese neolaureato, parte per lavorare in una missione laica in Uganda, spinto in parti uguali dal bisogno di sottrarsi al controllo di un padre autoritario e da un vago umanitarismo. Quando arriva, il paese è nel caos: Obote, il precedente dittatore, è appena stato cacciato ed al suo posto si è insediato un nuovo ‘Presidente’, Idi Amin Dada, ex fuciliere nell’esercito inglese. Nicholas è superficiale e molto infantile: non conosce nulla della realtà che lo circonda (ha scelto la meta ponendo un dito a caso sul mappamondo), non la capisce, e nemmeno gli interessa. Così, quando un caso lo mette in contatto proprio con Amin, rimane abbagliato dalla sua personalità, assolutamente prorompente e carismatica, e accetta subito il posto che quello gli offre di medico personale. Per cinque anni, Nicholas gli rimarrà a fianco, testimone cieco dei suoi orrori, a volte perfino complice, più o meno involontario, sempre incapace di sottrarsi alla sua fascinazione. Solo quando una persona a lui vicina viene toccata, scatta la sua ribellione, che comunque anche questa volta è più ‘viscerale’ che frutto di una meditata e razionale presa di coscienza, e durante il famoso dirottamento di Entebbe (1976), riesce a fuggire fortunosamente dal Paese. Deposto dagli Inglesi nel 1979, dopo varie peripezie Idi Amin trovò ospitalità in Arabia Saudita, dove è morto pochi anni fa, nel 2003. Ottimo film, questo, che ‘disinganna’ le aspettative dello spettatore. Chi conosca anche solo un po’ la vicenda di Amin, si attende, magari inconsciamente, di vedere un film ‘razzista’: gli africani selvaggi ed incapaci di autogovernarsi, i bianchi portatori di civiltà, il rimpianto del colonialismo come unico momento di pace e prosperità per l’Africa, l’attuale situazione di quel continente come conseguenza appunto della intima ‘barbarie’ dei suoi popoli. Ma MacDonald ribalta completamente il punto di vista, anzi, proprio lo schema mentale, con cui guardare al problema. I ‘barbari’ non sono i neri, ma i bianchi, che in secoli di colonialismo hanno saccheggiato selvaggiamente le ricchezze dell’intera Africa, e continuano a farlo oggi, in epoca di neocolonialismo e globalizzazione. Quegli stessi bianchi che demiurgicamente fanno e disfano regni, abbattono ed innalzano ‘imperatori’ (qualcuno ricorda Bokassa?): tutto al fine di poter continuare ad esercitare indisturbati il loro controllo, e a reiterare impuni le loro rapine. Ottimo film davvero, anche perché mai didascalico (come il brutto Hotel Rwanda), mai moralistico (come il bello ma hollywoodiano Blood diamonds) ma semplicemente, si potrebbe dire, ‘documentaristico’. Strepitoso Forest Whitaker, vero e sincero, molto bravo anche James McAvoy, nel tratteggiare un uomo che, sul piano morale, è sostanzialmente un ignavo.

La nona porta (R. Polanski, Francia/Spagna, 1999) 21.15, DT

Da anni Polanski non azzecca un film (e il banalissimo Pianista conferma questa sua serie nera). Lo testimonia questa sconclusionatissima storia satanista, che racconta le ricerche di un libraio antiquario per trovare un libro che dovrebbe servire ad evocare il Diavolo. Del resto, il libro da cui è tratto – Il Club Dumas, di Arturo Pérez-Reverte – è anche peggio. un pastiche lambiccato e noioso, pseudo (molto pseudo) intellettuale, tipica letteratura ‘da banco’, fabbricata per far soldi e illudervi che state leggendo un libro intelligente. Johnny Depp è bravo, ma non basta.

Venerdì 2 settembre

Redacted (B. De Palma, USA, 2007) 23.35, DT

Sempre misurati col bilancino i passaggi di questo che è uno dei film più ‘censurati’ del cinema moderno, il capolavoro di De Palma in assoluto e capolavoro in sé, film terribile e bellissimo sulla guerra in Irak. Usando tecniche miste, tutte finalizzate a dar l’illusione del ‘documento’, De Palma scrive un film raffinatissimo, limpido e geometrico sulla disumanità della guerra, senza tuttavia che nemmeno una goccia di retorica, sia pur pacifista, inquini l’estrema pulizia della sua architettura. Film per il quale l’aggettivo ‘geniale’ si può spendere senza scrupolo di sorta, anzi, è perfino inadeguato. Assolutissimamente imperdibile.

Dolan’s Cadillac (J. Beesley, USA/GB, 2009) 23.35, DT

Nel 1846, E.A. Poe – scrittore decisamente sopravvalutato, ma che pure è autore di alcuni dei migliori testi del Decadentismo – scrisse uno dei suoi racconti più belli, “Il barile di Amontillado”. Poche pagine, ambientate in un imprecisato Rinascimento italiano, cupe e barocche, che narrano di una terribile vendetta compiuta per far pagare ad un uomo la sua arroganza. Nel 1992 Stephen King – anch’egli autore assolutamente sovrastimato, che ormai da anni sta disperdendo un notevole talento iniziale in mattoni stereotipi ed illeggibili – ne scrisse un magnifico remake, “La Cadillac di Dolan” (in “Incubi & Deliri”, Sperling & Kupfer, 1994). Allungando la narrazione ad una sessantina di pagine, King creò un vero gioiellino, che sviluppa l’analisi della vendetta come sentimento totale e devastante, che se pur ottiene il risultato voluto, in cambio consuma fin nell’intimo chi la esercita. Nulla di tutto ciò si è salvato in questa misera trasposizione cinematografica, ennesima testimonianza della presunzione di certi registucoli che, trovandosi di fronte a storie che di per sé rappresentano delle sceneggiature perfette, provano l’irresistibile impulso di ‘correggerle’ con personali e ‘geniali’ inserti, rovinandole così completamente. Così è per J. Beesley, autore più di telefilm e tv movies che di cinema vero e proprio, e la cui filmografia non brilla comunque certo di nessuna eccellenza. La storia è – quasi – la stessa di King. Elizabeth, moglie di Robinson, insegnante elementare di Las Vegas, assiste per caso ad un delitto commesso da Dolan, grosso gangster locale. Lo denuncia, ed accetta di testimoniare contro di lui, ma nonostante la protezione dei Federali Dolan riesce a raggiungerla e ad eliminarla. Da quel momento Robinson dedicherà ogni sua energia a preparare un’atroce vendetta. ‘Quasi’, dicevamo, perché tutto ciò che c’è in più, farina del sacco di Beesley, è appunto ‘in più’. Insignificanti e inesistenti il personaggio della stessa Elizabeth (e del suo tentativo di restare incinta: che c’entra?), dello sceriffo, dell’agente dell’FBI, del killer ‘filosofo’ (?!), dei sadici complici di Dolan. Inutili superfetazioni che, manifestamente, hanno l’unico scopo di allungare il brodo dalla dimensione del telefilm – l’unica, evidentemente, alla portata del regista – a quella di un film da novanta minuti. Ugualmente, tutto quel che c’è in meno rispetto al testo di King è, purtroppo, in meno. Assente la piccola epopea dell’insignificante uomo qualunque, che una ‘fede’ disperata trasforma in una meditata macchina di morte. Assente il trascorrere ossessivo del tempo, il cui unico significato è di condurre Robinson a quello che ormai è diventato l’unico punto focale della sua esistenza. Assente la descrizione della vendetta come una febbre che brucia e distrugge, non solo l’anima ma perfino il corpo di Robinson, demone che anima un individuo ormai privo di sentimenti e che vive solo per il Male. Pasticciata e quasi incomprensibile la magnifica descrizione ‘tecnica’ fatta da King del meccanismo escogitato da Robinson, ingranaggio tanto perfetto quanto spaventoso e orribile nella sua malvagità. Il miglior King – non ce n’è molto, ma ce n’è – è sempre stato quasi impossibile da tradurre al cinema, proprio per la difficoltà di trasformare in sceneggiatura un qualcosa che spesso lo è già, e di tradurre in immagini quelli che spesso sono accenni, suggerimenti, atmosfere impalpabili. A parte le trasposizioni di F.A. Darabont – sempre, per lo meno, dignitose – i film tratti da opere di King sono quasi tutti brutti ed eccessivi; un po’ quel che, fatte le debite proporzioni, è sempre successo coi film tratti da Dumas, e per le stesse ragioni. Per l’ennesima volta vien da chiedersi perché certa gente si ostini a lavorare nel cinema, quando al modo ci sono tante altre cose utili da fare. Per esempio, da tempo i giornali ci dicono come quello dell’idraulico sia un mestiere sempre più ricercato e redditizio. Perché non provare, Mr Beesley?

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