Pubblicato da: giulianolapostata | 20 agosto 2011

Multivisioni – sabato 20 agosto 2011

Multivisioni

Consigli appassionati su cosa vedere – e non vedere! – in TV

“Il cinema americano ha successo perché loro fanno bene i film. Noi facciamo bene la pizza”

R. Benigni

“Il cinema italiano è deprimente”

Q. Tarantino

“Un qualsiasi stupido film americano contiene sempre un insegnamento, a differenza di un qualsiasi artistico film inglese”

 L. Wittgenstein

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Sabato 20 agosto

 

American Graffiti (G. Lucas, USA, 1973), 15.40, DT

In una cittadina americana degli anni Cinquanta, un gruppo di ragazzi festeggia la fine del college e la partenza, la mattina dopo, per l’università. In quella notte, cercheranno di realizzare i loro ultimi sogni di adolescenti, oppure li vedranno svanire. Poeticissima meditazione sul dolore, lo strazio, la malinconia, la nostalgia – e la bellezza – del passaggio dall’adolescenza all’età matura. Richard Dreyfuss, sensibilissimo artista, forse mai come qui in stato di grazia, guarda alla bellezza del mondo con occhi di un’innocenza kerouakiana. Certissimamente, il miglior film di Lucas. Assolutissimamente imperdibile.

 

Milano calibro 9 (F. di Leo, Italia, 1972), 01.05, DT

Nella Milano degli anni Sessanta, quasi “da bere”, i membri di una banda di criminali italoamericani si scannano tra loro per il malloppo di una rapina fregato non si sa da chi. Con la mania che ha la critica italiana di ‘recuperare’ del vecchio cinema italiano anche la spazzatura, forse sarebbe il caso di fare un pensierino anche su molti dei ‘poliziotteschi’ di questi anni. Come questo: ottima sceneggiatura (e vorrei vedere: è tratta da “Stazione Centrale: ammazzare subito”, di Giorgio Scerbanenco, il più grande autore italiano di polar, scrittore malinconico e raffinato), ottimi attori (Gastone Moschin, Mario Adorf, Philippe Leroy, Lionel Stander), dignitosissima regia. Come mi accade di scrivere anche troppo spesso, una lezioncina di cinema che oggi se la sognano. Da non perdere.

 

15 minuti – Follia omicida a New York (J. Herzfeld, USA, 2001), 22.50, Sky

Due folli assassini battono la città uccidendo e filmando i loro delitti. Film duro e spietato sull’amorale sfruttamento della violenza da parte dei media, denso di idee e di stimoli, intelligente e acuto, ma, secondo me, estremamente confuso, eccessivo, disordinato. Ho sempre pensato che, con un buon lavoro di editing ed un altro montaggio, ne sarebbe venuto fuori un capolavoro. De Niro, comunque, è un capolavoro da solo. Da vedere in ogni caso.

 

Centochiodi (E. Olmi, Italia, 2007), 15.50, Sky

“Viviamo in un’epoca in cui ogni spiritualità si converte in profitto, e tutto viene fatto in vista di un guadagno, un’epoca in cui la vita stessa è una mascherata, e la felicità del vivere è falsa come l’arte che la esprime. In una simile epoca di perduta genuinità, è forse la follia la soluzione per le nostre esistenze?”

                                                                                                                                 Karl Jaspers

 

Questa è la ‘prefazione’ filosofica che Olmi ha apposto a Centochiodi, annunciando che questo sarà il suo ultimo film: poi – ha detto – tornerà ai documentari, suo primo amore cinematografico. Paradossalmente, ci sentiamo di dire: meglio così. Perché è difficile immaginare che un Autore possa, superandosi, superare un’opera come questa, che oltrepassa il cinema, e si situa in quella regione iperurania in cui (pochi) Maestri donano all’uomo irripetibili lezioni di etica e di morale (non sarà un caso se, per molti anni, Olmi è stato vicino di casa, amico e sodale di Mario Rigoni Stern, lo Sciamano recentemente scomparso). Ugualmente, pur conoscendone lo stile, è difficile pensare che egli riesca a riprodurre ancora questo linguaggio, direttamente intriso di Sacro, di Uomo e Natura. E’ dunque, questo, il ‘testamento narrativo’ di un Maestro che ha dato al cinema, ma meglio sarebbe dire all’arte, alcuni tra i più profondi contributi del Novecento. Opere come L’albero degli zoccoli (1978), La leggenda del Santo Bevitore (1988) e Il segreto del Bosco Vecchio (1993), solo per fare alcuni nomi, sono ben altro che ‘cinema’: sono vertiginose immersioni nel cuore dell’uomo, ed al tempo stesso epifanie di una visione del mondo ‘antica’ e profetica, che il mondo oggi non conosce quasi più, e che non ha più gli strumenti antropologici per capire. Così complessa è la tessitura di questo suo magnifico addio che si può solo provare a coglierne alcuni spunti e suggerimenti. Prima di tutto, il tema di quella che Olmi pare considerare la fondamentale inanità del sapere scritto, della scienza accumulata nei libri, tra le pagine, sugli scaffali delle biblioteche. Sta lì, potente e solenne, incute soggezione e timore, crea caste e divisioni di ruoli e di potere tra gli uomini (l’umanissimo imbarazzo del maresciallo durante l’interrogatorio). Ma appunto per questo è vuoto. Costruisce barriere e muri, separa gli uomini più di quanto non li unisca (“A cosa sono serviti i libri? A ingannarci l’uno con l’altro”): ma non penetra nei loro cuori, non li affratella, non ne tocca le essenze. Il Professore – così, senza un nome, viene chiamato il protagonista per tutta la storia, quasi a farne la personificazione di chiunque sappia cosa significhino conoscenza e studio – lui l’ha capito, ed il suo gesto è emblematico: in un simbolico contrappasso, come Cristo è stato crocifisso per aver commesso il ‘peccato’ dell’Amore, così egli crocifigge i libri al pavimento ed ai leggii, per punirli del peccato di superbia. Nel suo breve peregrinare per il mondo, non sarà più la parola scritta a fargli da tramite, bensì il linguaggio dell’oralità e della gestualità, essenziale, primigenio, ‘primitivo’. ‘Orale’ era appunto la comunicazione e la cultura nei popoli primitivi, gestuale e istintivo il loro linguaggio: e ‘primitivi’ ed ‘ignoranti’ sono coloro presso i quali egli si rifugia. Un popolo che si situa agli antipodi di tutto ciò che è stata la sua esistenza precedente, e col quale proprio per questo allaccia immediatamente rapporti essenziali; un popolo la cui pace, egli dice, non viene dal mondo, ma dal cuore: ‘In interiore hominis habitat Veritas’. E non solo nel cuore dell’Uomo, abita il Dio: anche nella Natura. Sempre, nei film di Olmi, profondamente amata e meravigliosamente raccontata, forse mai come in queste immagini essa ci appare come alma, Dea Madre: Natura, appunto, più che Creazione. Gli insetti abitano tra le erbe, i cieli trascolorano nelle ore del giorno, le acque del fiume scorrono lente, si gonfiano, si fanno quasi carne, i pesci – ma ormai solo più nel sogno – ridono, come noi. Ma non è un acquerello d’Arcadia, quello che Olmi vuole mostrarci. Vibra continuamente, sotto queste immagini, il basso continuo della minaccia suprema: l’avidità e il potere, incarnati sia nel disordine che l’uomo ha introdotto in questa perfetta armonia (il pesce-siluro), sia nella Macchina. Ogni volta che essa appare, è sempre per ferire, avvelenare, distruggere: l’elicottero, la grande benna, la ruspa, che come un mostro disumano dagli occhi di fuoco si fa largo tra gli alberi. L’uomo, l’ha prodotta; anch’essa – sembra quasi che Olmi voglia dirci – è frutto di quel sapere ostile racchiuso nei libri, ed è ostile all’uomo, alla sua vita naturale, ai suoi bisogni essenziali: un bicchiere di vino, una carezza, una danza, un tetto di canniccio. L’abbiamo violata, questa Natura, ma non impunemente: un giorno – già oggi: lo sappiamo noi, e lo sa il regista – essa “si ribellerà, cancellando ogni cosa che umilia tutte le sue creature”. E poi c’è Dio. Dio ha amato gli uomini? Li ama? E’ loro vicino, nelle rigide istituzioni (la splendida figura del Monsignore) di quella Chiesa che si autodefinisce suo ‘corpo mistico’? Li aiuta? Allevia i loro dolori, con le innumerevoli pagine che su di Lui e in Suo nome sono state scritte? Non lo crede, il Professore, ed al vecchio prete che lo rimprovera del suo atto getta in faccia quella che sembra una suprema bestemmia, ed è un supremo monito: il Giorno del Giudizio, sarà Dio a dover chiedere perdono agli uomini per le loro sofferenze. Eppure un Dio c’è, in questo film, un Dio ‘materno’, come diceva Giovanni Paolo I°, benevolente, accogliente, vicino e assolutamente comprensibile, ed è appunto quella Natura di cui abbiamo già accennato. Il vero ‘mistero’ di questo film è di come un Autore profondamente cristiano e cattolico, come Ermanno Olmi, ci abbia dato, del Sacro, una visione che è – non solo ma anche – profondamente ‘pagana’, dipingendo una Natura che non appare come ‘Creatura’, come dono di Dio all’Uomo, ma essa stessa Dio, preesistente ab aeterno, ed eterna. Nessun tentativo, in queste parole, di arruolare Olmi in una qualche Weltanschauung neopagana, ma semplicemente la dimostrazione che è il Sacro stesso che, quando viene im-mediatamente percepito, è impossibile da racchiudere nei confini angusti di una qualsiasi ortodossia. E infine la ‘civiltà’. Cosa Olmi pensi della civiltà dei libri e del suo influsso sulla natura e sul mondo, abbiamo già visto. Ma il film ci racconta anche, ab contrario, cosa essa ha fatto degli uomini. Coloro presso i quali il Professore fugge sono le mille miglia lontani dalla ‘civiltà’ quale la intendiamo comunemente. Abitano una terra e costruiscono case “perché ci sono sempre stati”, e tanto basta, come Diritto; bevono il vino che essi stessi hanno cresciuto; mangiano cibi semplici, cotti da loro: i pesciolini, pescati dal loro fiume ed offerti all’Ospite. Uomini e donne sono umili e sereni residenti di quella terra, riposano, dopo un’esistenza di lavoro; la giovane fornaia impasta farina, acqua e lievito – elementi primordiali di vita – ed essa stessa offre amore; colui che oggi è postino, prima era muratore, costruttore di case, ‘pontifex’; dalle pietre e dalla terra ricavava un rifugio per l’Uomo, ed a quel suo antico e sacro mestiere presto ritorna. Ché questo, a voler sintetizzare, è appunto il tema dominante di questo poema olmiano: la Sacralità dell’esistenza e del mondo, e un monito per noi che l’abbiamo violata. E’, i Centochiodi, una di quelle rarissime opere che appaiono come miracolosamente, e ci offrono materia di riflessione e di meditazione infinita. L’ultima a cui lo si possa avvicinare è stata Il grande silenzio di P. Groening (2005), ma si cercherebbe invano un altro paragone. Se è questa l’eredità che il Maestro ha deciso di lasciarci, non possiamo fare altro che ringraziarlo, con rispetto ed amicizia: essa è tale che ci riempirà l’esistenza.

 

 

Domenica 21 agosto

 

Rapa Nui (K. Reynolds, USA, 1974), 17.35, DT

Ambientata sull’Isola di Pasqua – i cui graffiti e i cui megaliti non sono mai stati interpretati, e del cui passato, perciò, non sappiamo nulla – una vicenda ‘fantasy’ incentrata sul contrasto tra i costruttori dei Moai e i loro schiavi. Gradevole, ma da prendere con le pinze. Comunque, sarà probabilmente l’unica occasione della vostra vita per vedere l’isola, almeno sullo schermo.

 

Wargames (J. Badham, USA, 1983), 18.15, DT

Un ragazzino, hacker ante litteram ed appassionato appunto di wargames, entra casualmente nel computer del Norad, col quale comincia a giocare una partita di guerra termonucleare totale. Solo che il computer – ‘folle’, ma programmato e controllato da militari più folli di lui – invece fa sul serio, e la guerra vuole scatenarla davvero. Divertente, intelligente ed estremamente avvincente; forse un po’ datato, ma attualissimo per il monito sulla follia della guerra nucleare. Chi vince la partita? “Winner none” come dice alla fine il computer. Imperdibile.

 

The cell (T. Singh, USA, 2000), 21.00, Sky

Mediante un’avveniristica apparecchiatura, una psicologa si introduce nella mente di un serial killer per scoprire dove abbia nascosto la sua ultima vittima. Grottesco oltre ogni dire. Se poi ci aggiungete che la psicologa è Jennifer Lopez, non-attrice, la cui massima performance recitativa consiste nel far ondeggiare il sia pur pregevole culo, avete capito tutto.

 

 

Lunedì 22 agosto

 

Le crociate (R. Scott, Spagna/GB, 2005), 23.15, DT

Le Crociate è uno di quei film di cui ti chiedi: ‘Ma perché’? Non è la prima volta, nella controversa carriera di R. Scott, che, dopo aver esordito con tre capolavori assoluti, di cui possiamo dire che abbiano segnato la storia del cinema – I duellanti (1977), Alien (1979), Blade runner (1982), Legend (1985) – ha poi proseguito con una serie di film mediocri (Black rain), accettabili (Thelma & Louise), infantili (L’albatross), ripugnanti (Soldato Jane) eccetera, disperdendo lungo la strada quello che era sembrato un incredibile e geniale talento. Solo che qui, secondo me, siamo veramente alla frutta. Non c’è una cosa che stia in piedi, in questo film, a partire dalla sceneggiatura, infarcita di dialoghi criptici e allusivi (?!), spesso semplicemente incomprensibili, che conseguentemente rendono inconsistenti ed ‘irreali’ i personaggi. Quando non li rendono ridicoli: lo scambio di battute tra Balian e il Saladino, quando quest’ultimo esce dalla tenda dopo la resa, sembra uscito da un western all’italiana. Anche la storia traballa parecchio. La pulsione di Balian verso Gerusalemme è davvero poco convincente e poco giustificata; e quel dividere semplicisticamente i cavalieri cristiani tra buoni ed onesti contro cattivi e corrotti lo fa tanto assomigliare ad un film americano di serie B. Dove sarebbe il ‘messaggio’ antibellicista sulla ferocia della guerra? Quattro schizzi di sangue non fanno un messaggio: sono solo effettacci per la cassetta. Per parlare alto contro la violenza e la guerra ci vuol altro: forse prima era meglio rivedersi Salvate il soldato Ryan. Dove sarebbe il tanto strombazzato scontro di civiltà e di culture? Se c’è una cosa che è assente dal film – a parte qualche sporadica e telegrafica battuta sulla ‘somiglianza’ tra morale cristiana e mussulmana, caduta per caso nella sceneggiatura – è proprio la caratterizzazione delle due culture, e bisogna guardare i vestiti per capire da che parte stanno i personaggi. Lo scontro invece c’è sì, ma con la logica e la storia: mai, un nobile del XII secolo avrebbe potuto fare i discorsi pseudo democratici e pseudo egualitari – dunque del tutto anacronistici – che tiene Balian prima della difesa di Gerusalemme; mai e poi mai, avrebbe potuto pensare le tirate ‘laicistiche’ di Balian. Anche i ‘simboli’, come certe battute, cadono casualmente qua e là nella storia, ed anch’essi, molto spesso, sono altrettanto indecifrabili. Per esempio: che diavolo significa il crocifisso che il Saladino raccoglie da terra e rimette in piedi dopo la ripresa della città? Forse un riconoscimento della fatale supremazia finale del Cristianesimo sull’Islam? A dire il vero, non mi pare che sia andata proprio così. E dunque? Il tutto, immerso in una luce ed una fotografia spente e polverose, che ti vien da gridare: ‘Proiezionista, le luci!’. Più che un brutto film, una grossa delusione. Perfino Il gladiatore era stato meglio. Lì almeno c’era un ‘eroe’. Qui non c’è nemmeno quello, e il film si trascina stancamente ma soprattutto noiosamente verso una fine che, dopo un po’, si comincia a desiderare con ansia. E quando vi accorgete che state cominciando a dire: ‘Ecco, sì, dai, questa dev’essere l’ultima scena’, allora vuol dire che è il momento di alzarsi dalla poltrona ed andare a letto…

 

Tre fratelli (F. Rosi, Italia, 1981), 23.40, DT

Tre fratelli tornano nelle Murge dopo molti anni per la morte della madre, e ripensano alle loro radici. Poeticissimo film di Rosi, uno dei suoi film più belli in una rarissima apparizione televisiva. Assolutissimamente imperdibile.

 

Harsh times (D. Ayer, USA, 2007), 22.45, Sky

Jim è un ex della Guerra del Golfo, ma non uno qualunque: lì era un Ranger, uno di quelli incaricati di azioni di spietata macelleria, di quelle da ‘non fate prigionieri’. Ha servito la Patria con eroismo, ed è stato congedato con onore, ma ora, tornato a Los Angeles, è ancora in cerca della sua strada. Ha cercato di entrare in Polizia, ma – non gli hanno detto perché – non ha superato i test psicologici. Eppure, dovrebbe accorgersene da solo, perché continuamente può verificare che la sua aspirazione non è dettata da desiderio di ordine e giustizia, ma dal bisogno di sfogare quel fondo cupo che ha portato con sé dalla guerra: momenti di ‘sconfinamento’, lampi di follia in cui realtà, ricordi e paure gli si confondono nella mente, rendendo imprevedibili le sue reazioni. Ora finalmente è stato accettato nei Federali, e partirà presto per la Colombia come consigliere militare contro i narcos. “Dovrò uccidere della gente?”. “Certo, se vuoi” gli risponde l’ufficiale, di fronte al quale lui, abitualmente provocatore e violento, ritrova quel senso del rispetto che gli è stato inculcato come un secondo DNA. Forse non è cattivo, Jim. Lo ama teneramente una povera ragazza messicana che ogni tanto lui raggiunge oltre confine, e che vorrebbe davvero sposare. Quando la sua violenza, un giorno, trabocca al punto da raggiungere anche lei, gli dice: “Ti amo non per quello che fai, ma per quello che sei”. E gli vuole bene Mike, l’amico fraterno, suo compagno di cazzate. Mike è disoccupato, e invece di cercare lavoro vive a spese della fidanzata Silvia – affermata e matura – accompagnandolo a dilapidare il tempo tra droga, puttane ed atti gratuiti di violenza, in cui entrambi esprimono il loro infantile machismo. Non è cattivo, ma è malato. Se ne rendono conto tutti, attorno a lui. Silvia, che non apprezza la sua amicizia con Mike e gli dice: “Il mio peggior incubo sei tu con un cazzo di distintivo addosso”. Mike stesso, che, pur soggiogato dalla sua personalità, tuttavia a volte ne è terrorizzato, e tenta, magari senza troppa convinzione, di tirarsi fuori. La sua ragazza in Messico, che lo tiene tra le braccia quando si risveglia dai suoi incubi gelato come se gli fosse passata addosso l’ala della morte. Se ne rende conto lo spettatore, che di momento in momento lo segue, lo accompagna, quasi sperando in una sua impossibile salvezza e redenzione, conscio invece che il suo cammino verso l’autodistruzione è irreversibile. Esordiente come regista, ma autore della sceneggiatura del bellissimo Training day (Antoine Fuqua, 2001), Ayer ci regala un film stupendo, dolente e vero, come ‘vero’ è il personaggio – reso con grandissima sensibilità da Christian Bale – un ‘reduce’ la cui ‘innocenza’ è stata distrutta senza speranza. Quanti ne abbiamo visti, nel cinema americano, a partire dal commovente Un cappello pieno di pioggia (Fred Zinneman, 1957), quanti ancora ne vedremo, in un Paese che troppo spesso fa della guerra il suo unico strumento di comunicazione con ‘gli altri’. Un reduce e, in fondo, una vittima – della guerra, dei superiori, della competitività ad ogni costo, persino della sua ‘ignoranza’ – contro la quale per tutto il film, nonostante tutta la violenza che esprime, non si prova odio, ma profonda compassione. Un magnifico film e magnificamente fotografato, con immagini sporche e schizzate, con le vere strade di Los Angeles a fare da sfondo, una ‘opera prima’ da vero Maestro. Assolutamente imperdibile.

 

 

Martedì 23 agosto

 

Le piacevoli notti (A. Crispino/L. Lucignani, Italia, 1966), 01.20, Rete4

Tre episodi (come si usava allora) di ambientazione rinascimentale e di sapore boccaccesco, ma pieni di spirito e di verve, grazie anche alla presenza di un cast davvero di qualità: Vittorio Gassman, Ugo Tognazzi, Adolfo Celi, Luigi Vannucchi, Omero Antonutti, Paolo Bonacelli. Un capolavoro, in confronto alla commedia all’italiana ‘postribolare’ che si scatenò negli anni successivi. Vale la pena di far mattina.

 

 

Mercoledì 24 agosto

 

Ultimo tango a Parigi (B. Bertolucci, Italia/Francia, 1972), 21.00, DT

Un americano di mezza età ed una giovane parigina, perfettamente sconosciuti l’uno all’altro, s’incontrano, si rincorrono, si prendono, chiusi in un appartamento di Parigi nel quale l’erotismo diventa una chiave del mondo, lasciando fuori – illudendosi di lasciar fuori – ogni altra dimensione, compresa la morte. Per me, certamente il più bel film di Bertolucci, e film di sublime bellezza ed intensità: fotografica, intellettuale, filosofica, erotica. Solo Marco Ferreri, nel suo stupendo La grande bouffe (Italia/Francia, 1973), aveva trattato con altrettanto pathos il binomio amore/morte. Assolutissimamente imperdibile.

 

 

Giovedì 25 agosto

 

Se mi lasci ti cancello (M. Gondry, USA, 2004), 14.05, DT

Praticamente un’opera prima, ed è già genio. Gondry inaugura qui quella poetica dell’irrealtà che sarà il tratto costante dei suoi film successivi, in particolare del bellissimo L’arte del sogno (Francia/Italia, 2006). O meglio: decostruire la realtà per mostrarne le sue mille sfaccettature, le mille possibilità, in un’estetica cui curiosamente non è estraneo il concetto buddhista di Impermanenza. Qui la storia è quella di Joel e Clementine. Lei, bizzarra ed impulsiva, si rivolge ad un’agenzia specializzata per farsi cancellare dalla mente i ricordi del suo amore con Joel. Indispettito, lui cerca di fare lo stesso, ma proprio nel corso della ‘cancellazione’ scopre di non voler davvero perdere quei ricordi, che sono parte di lui stesso. Film sulla memoria, quindi, sull’ineffabile malinconia del ricordo, sulla bellezza indistruttibile ed incancellabile dell’amore, SMLTC è un raffinato capolavoro, recitato da un cast in stato di grazia, meravigliosamente fotografato e con una sceneggiatura che, da sola, si è guadagnata l’Oscar. Assolutamente imperdibile.

 

 

Venerdì 26 agosto

 

In America (J. Sheridan, GB/Irlanda, 2003), 15.15, Sky

Sarah e Johnny emigrano dall’Irlanda negli USA via Canada. Con sé portano pochi soldi, tante speranze ma soprattutto il ricordo di Frankie, il figlioletto di tre anni morto da poco di tumore al cervello. A New York trovano riparo in un quartiere degradato, in un vecchio edificio semidiroccato e rifugio di tossici e travestiti. Da lì parte la loro faticosa marcia verso la ‘normalità’, intesa non tanto come sicurezza economica, rispettabilità, benessere – valori a cui nessuno dei quattro, curiosamente, sembra dare grande importanza – quanto come assenza di dolore. Non è un cammino facile per nessuno. Sarah porta con sé il rimorso di essere in qualche modo responsabile della perdita del bambino; tuttavia è spinta da un’immensa speranza e da un fortissimo amore per le figlie, e quella speranza è tanto forte da aiutarla a farsi strada, semplicemente, giorno per giorno, e ad indurla a concepire una nuova vita. Per Johnny, invece la ferita è stata troppo profonda, tanto da aver spento entro di lui non solo il dolore e le emozioni, ma anche la capacità di provarne. Johnny si lascia vivere, lottando sempre più stancamente. Unica figura ‘forte’ è Christy, la maggiore, l’io narrante della storia. ‘Nascosta’ dietro il piccolo monitor della sue telecamera, Christy osserva e documenta le sofferenze e le gioie della sua famiglia, accumula ricordi e riflessioni, e anche lei tiene vivo il ricordo del piccolo Frankie, come un invisibile genio benefico che ancora protegge la famiglia. Sulle loro scale vive Mateo, un uomo misterioso, un nero gigantesco che si è isolato dal mondo, col quale comunica solo attraverso urla feroci e minacciose intimazioni ad andarsene. Sarà proprio Christy, nella sua pervicace ostinazione di vita, a ‘costringerlo’ ad uscire e ad aprirsi, permettendogli di rivelare il suo dolore per la morte inevitabile – l’AIDS – e dunque il suo disperato amore “per tutte le cose vive”, che aveva cercato di reprimere. In loro Mateo troverà per l’ultima volta serenità e amore, e grazie a lui e a Christy, la famiglia troverà speranza, fiducia e salvezza. Delicato e poetico miracolo di poesia e di bellezza, In America è interpretato da una piccola squadra di eccezionali attori. Magnifico Mateo, umanissimo, forte e semplice nel suo dolore; stupenda Sarah, dalla dolcissima femminilità, in cui – cosa rarissima, in un cinema costruito spesso di esteriorità e di stereotipi qual è quello attuale – meravigliosamente si fondono maternità e sensualità. Ma su tutti svetta l’incredibile bravura, l’inconcepibile maturità espressiva ed emotiva della tredicenne Christy (Sarah Bolger: segnatevi questo nome), qui, se non sbaglio, alla sua prima prova di recitazione, che racconta sentimenti ed emozioni con la sensibilità compiuta di una donna, di chi ha già conosciuto e metabolizzato dolore e felicità. Non un’espressione fuori posto, non un gesto esagerato, non uno sguardo sbagliato, in una interpretazione semplicemente strepitosa. Un film colmo di speranza, di fiducia nella vita, nel mondo, nel prossimo. Non è un incredibile regalo? Qualcuno ha parlato di Frank Capra, per questo film: è un grandissimo complimento, ed un parallelo perfettamente appropriato. Un ultimo invito a seguire Sarah – forse la compagna e madre dei nostri figli che tutti noi abbiamo sognato. E’ lei che parla, quando alla televisione appare un’inquadratura di Furore, con la madre, Ma Joad, che dice: “Noi ce la faremo”. Assolutissimamente imperdibile.

 

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