Pubblicato da: giulianolapostata | 14 agosto 2011

Multivisioni – sabato 13 agosto 2011

 

Multivisioni

Consigli appassionati su cosa vedere – e non vedere! – in TV

“Il cinema americano ha successo perché loro fanno bene i film. Noi facciamo bene la pizza”

R. Benigni

 “Il cinema italiano è deprimente”

Q. Tarantino

“Un qualsiasi stupido film americano contiene sempre un insegnamento, a differenza di un qualsiasi artistico film inglese”

 L. Wittgenstein

* * * * * * * * * * * * * * * * * * * * * * * * * * * *

Sabato 13 agosto

 

Il giro del mondo in 80 giorni (M. Anderson, USA, 1956), 21.10, DT

Deliziosa versione del romanzo di Jules Verne, con un grande e raffinato David Niven, e poi, tanto per gradire, Shirley MacLaine, Buster Keaton e Marlene Dietrich. Come al solito, dagli anni Cinquanta ci vengono solo lezioni di cinema. Confrontatelo col remake demente che ne ha fatto F. Koraci nel 2004 e vedrete. Imperdibile.

Il nemico alle porte (J-J. Annaud, USA/Germania/GB/Irlanda, 2000), 17.10, Sky

Durante il terribile assedio di Stalingrado, che le truppe naziste tentarono inutilmente di piegare in una morsa durata dal settembre del 1942 al gennaio del 1943, un giovane soldato russo dimostra incredibili doti di tiratore, per cui gli alti vertici dell’esercito decidono di utilizzarlo per terrorizzare gli assedianti tedeschi con la micidiale infallibilità dei suoi colpi. I tedeschi reagiscono contrapponendogli un altrettanto abile ufficiale tedesco. Mentre il feroce inverno russo prosegue, e la città soffre la tragedia del gelo e della fame, tra i due si ingaggia una specie di duello personale, che diventa simbolo della guerra ‘universale’ che si sta combattendo al di fuori, e del riscatto che il popolo sovietico sta cercando all’invasione nazista. Uno dei migliori film di Annaud, che racconta quanto sia spietata e disumana la guerra anche se combattuta per nobili cause (terribile la scena delle reclute spinte a combattere a colpi di pistola). Assolutamente da vedere.

 Domenica 14 agosto

 Red eye (W. Craven, USA, 2005)

Su un volo notturno per Miami, Lisa scopre che il garbato giovane che l’ha corteggiata fino a quel momento è un pazzo terrorista, che sta tenendo in ostaggio la sua famiglia. Dovrà salvare se stessa, suo padre, e sventare la cospirazione in atto. Storia abbastanza appassionante e ben raccontata, bravo Cillian Murphy. Vale una serata.

 Il Corvo (A. Proyas, USA, 1994), 22.00, DT

Assassinato da alcuni teppisti assieme alla sua ragazza, il chitarrista rock Eric Draven (‘raven’ significa ‘corvo’) torna dalla tomba per vendicarsi degli assassini e finalmente ricongiungersi in pace con la donna amata. Il suo sarà sì un cammino di morte, ma anche di ‘redenzione’ per la sua città, troppo avvelenata dal male. Poema dark incredibilmente visionario, favola triste ma colma di speranza, Il Corvo è un capolavoro: ‘infernale’ e quasi doloroso. Frenetico e allucinato il montaggio, ma funzionale alla storia, cupe e inquietanti luci e fotografia. Assolutissimamente imperdibile.

Mulholland drive (D. Lynch, USA/Francia, 2001), 08.35, DT

A pensarci bene, credo che nella mia – ormai, purtroppo, abbastanza lunga – carriera di cinefilo mi sia capitato non più di due volte di aver visto un film che rientra a pieno titolo nella categoria dei film-dove-non-ci-si-capisce-un-beato-c…. La prima fu nel 1965, con Alphaville, di Godard, una incomprensibile storia di fantascienza (forse), in cui un tipo deve combattere contro un gigantesco computer (pare) e non si sa cosa succede e come va a finire. Ma con MD siamo al ‘capolavoro’ puro del genere. Due ore e quaranta di immagini totalmente isolate, di storie completamente slegate le une dalle altre e assolutamente incomprensibili, di simboli del tutto indecifrabili, di atmosfere pseudoinquietanti e di inquadrature pseudoansiogene che però non dicono nulla, di assurdità incomprensibili e senza spiegazione alcuna. Due ore e quaranta di puro nonsense, in cui non prendi a calci la tv solo perché, disperatamente, speri sempre che finalmente arrivi qualcuno a raccogliere i fili e a dare un senso a tutto quell’assurdo casino, e quando ti accorgi che ti hanno solo preso per il c… ormai hai troppo sonno e devi andare a letto. Gli attori . . . ma sono lì per recitare? Naomi Watts è brava, d’accordo, ma nemmeno lei sa cosa ci sta a fare, ma Laura Elena Harring è gelida come una Playmate nel paginone centrale, e non bastano le sue belle tette a renderla sopportabile. Come sia possibile che l’autore di un film ‘perfetto’, delicato, poetico ed al tempo stesso assolutamente ‘vero’, come Una storia vera, abbia potuto dar vita a questa incredibile boiata, è uno dei misteri più insondabili della natura umana.

E.T. (S. Spielberg, USA, 1982), 21.20, DT

Melensa, dolciastra, insopportabile oltre ogni misura, ‘disneyana’ nel senso peggiore del termine, la favoletta dell’extraterrestre buono che cade sulla Terra, e viene aiutato da un bambino – buono, of course – a tornare sul suo pianeta. Oltre ad essere, quella dei dischi volanti, una fissa di Spielberg, questa è anche una delle tante boiatine in cui ha spesso disperso il suo indubbio talento.

Il mondo dei replicanti (J. Mostow, USA, 2009), 21.10, Sky

Terminator, Io robot, Minority report, Blade Runner, Il sesto giorno, Il mondo dei robot … Sono molti i padri di questo ultimo prodotto della SF americana, ma la ricerca degli ascendenti e delle citazioni non deve farci perdere di vista l’essenziale, e cioè che si tratta comunque di un ottimo film, sia dal punto di vista delle idee che da quello cinematografico puro e semplice. Il che non è poco: per le idee, che nel cinema ultimamente la titano spesso, e per l’aspetto tecnico, di fronte ad un cinema che, appunto a corto di ispirazione, sembra ora aspettarsi ogni miracolo ed ogni salvezza dal 3D. Ma riparleremo di questo dopo l’imminente Avatar, di J. Cameron. Qui siamo in una storia che è, prima di tutto, ‘semplice’, a partire dalla struttura narrativa: una sceneggiatura cronologicamente lineare, che coniuga benissimo il thriller con una storia della più pura ed ‘ovvia’ fantascienza. Nel 2054 la scienza ha prodotto i ‘Surrogates’ (questo è anche il titolo originale del film): androidi perfettamente antropomorfi collegati on line col loro ‘originale’ umano. Essi vivono al suo posto, mentre lui riposa quasi fetalmente in una poltrona. Possono fare qualsiasi cosa, correre qualsiasi rischio, immuni come sono da qualunque pericolo: e se si rompono, si comprano nuovi. Poco per volta, le strade si riempiono di robots, che vivono, lavorano, si divertono, mentre le loro ‘anime’ umane, ormai terrorizzate dal contatto con l’esterno ed incapaci di qualsiasi relazione reale, se ne stanno chiuse in casa, al buio. Tutto il mondo appartiene alle macchine, eccetto poche zone di ‘antimodernisti’ ed antitecnologici guidati dal Profeta, che ha istituito delle riserve ‘robots free’: ma la loro sembra una lotta senza speranza, e la VSI (Virtual Self Industries) sembra dominare ogni cosa. Un giorno però accade una cosa inaudita: alcuni robots vengono distrutti con un’arma nuova e sconosciuta, ma assieme a loro muore anche l’umano che in quel momento era collegato e che li controllava. Il pericolo di una simile eventualità è evidente e gravissimo, e delle indagini viene incaricato l’agente Greer, il cui rapporto coi surrogates è estremamente conflittuale. La verità che scoprirà sarà davvero sconvolgente, e lo porrà di fronte ad una decisione profondamente drammatica e – e non per modo di dire – epocale. Tutto chiaro, avvincente, diretto. Altrettanto chiaro è lo stile del film, che rifiuta quasi integralmente l’overdose di effetti speciali che sembra caratterizzare la SF più recente (cosa ancor più lodevole da parte di Mostow, autore del fracassone Terminator III°, 2003), usandoli il meno possibile e affidandosi invece alla ‘semplicità’ delle immagini, con una fotografia che spesso ricorda grandi classici di serie B del passato: L’ultima spiaggia (S. Kramer, 1959), La fine del mondo (R. MacDougall, 1959) eccetera. Ancora una volta, l’ennesima, è la fantascienza a parlarci quasi senza mediazioni di noi. Qui in campo c’è, questa volta, la nostra ‘paura’, quella che da qualche tempo ci intossica tutti: paura dell’estraneo, e poi del ‘diverso’, e poi di chi ha la pelle di un altro colore, e poi – o prima di tutto – di noi stessi, delle nostre emozioni. Oggi ce ne difendiamo cancellando noi stessi con alcol e droghe, e cancellando gli altri nei ghetti. In Surrogates la difesa consiste addirittura nel far vivere delle macchine al posto nostro, e non si sa cosa sia peggio. Riusciremo mai a “vivere in prima persona”?

 Lunedì 15 agosto

 Black Dahlia (B. de Palma, USA, 2006), 21.05, Rai3

Confesso di non aver mai amato De Palma, e di non aver mai condiviso quella specie di culto che lo riguarda. Ho sempre pensato che la cifra del suo far cinema non sia mai andata oltre ad un banale e normalissimo mestiere. La sua filmografia è tanto abbondante quanto modesta, e accanto a film appena vedibili ed assolutamente sopravvalutati – Blow out, 1981; Omicidio a luci rosse, 1984; Gli intoccabili, 1987 – allinea incredibili ciofeche, come Mission: Impossibile (1996), o peggio ancora, Mission to Mars (2000). Questa volta, con tutta evidenza, De Palma ha fatto il passo più lungo della gamba, cimentandosi con un testo che non solo è uno dei più bei libri del grande scrittore americano James Ellroy – tutto da leggere, lui sì! – ma anche una delle più spietate indagini che la letteratura moderna ci abbia dato del ‘cuore nero’ dell’America. Da un libro dunque bello e intenso – che narra, partendo da un fatto di cronaca vera, l’atroce omicidio irrisolto di una attricetta di Hollywood – De Palma ha tratto un film che è certamente un raffinato esercizio calligrafico sull’America Anni Quaranta, ma dal quale mancano del tutto l’algido disincanto, ma anche la profonda pietà, con cui Ellroy guarda agli orrori che racconta; una chiave narrativa che, invece, si trova pienamente in quel capolavoro che è stato L.A. Confidential, tratto nel 1997 da un altro suo romanzo ad opera delle mani forse meno ‘nobili’, ma certo più abili, di Curtis Hanson. Più che ad un film, a volte par di assistere ad una sfilata di moda rétrò: i cappelli sono sempre perfettamente in forma, quando entra in scena la Johansson con le sue permanenti – peraltro bravissima, la migliore senz’altro, rispetto all’antipatia perfettina e studiata di Hilary Swank – sembra di vedere il parrucchiere che se la fila sul fondo, le automobili paiono appena uscite non dal concessionario, ma addirittura dal modellista, i set sono artificiosi, immobili, ingessati, e molte scene – per fare un solo esempio, quella del ritrovamento del cadavere dello stupratore sotto la pioggia – ricordano inevitabilmente il manierismo stilizzato di Sam Mendes in Era mio padre (2002). Gli interpreti – di alcuni ho già detto – fanno tutti del loro meglio, ma non riescono a liberarsi dalle pastoie di una regia che li irrigidisce in figurine a due dimensioni, quasi fossero uscite da una strip di Dick Tracy. Anche la sceneggiatura ha i suoi problemi. Indubbiamente non era facile destreggiarsi nei labirinti, mentali e narrativi, di Ellroy, ma il risultato è stato un racconto a volte veramente difficile da seguire, contorto, in cui spesso nessi e collegamenti sono appena accennati. Molta gente, al cinema, si è alzata dalla poltrona dicendo ‘Non ho capito un *****’, il che, per un film, è perfino peggio di ‘Non mi è piaciuto un *****’.

 Arriva Dorellik (Steno, Italia, 1968), 17.45, DT

Deliziosa parodia del mitico Diabolik, con un bravissimo Johnny Dorelli. Rarissimo passaggio tv. Da non perdere.

 Gioventù bruciata (N. Ray, USA, 1955), 21.15, DT

Questa storia di ribelli, apparentemente solo per puro ‘giovanilismo’, è uno dei tre film di James Dean, forse il più bello e commovente, anche se quel ribellismo a noi può apparire datato e inadeguato rispetto a quello ‘politico’ che abbiamo conosciuto una quindicina d’anni dopo. Rimangono tuttavia una freschezza ed una sincerità di fondo nell’esprimere le emozioni che gli meritano ancora ammirazione e affetto. Comunque, un film assolutamente imperdibile.

Martedì 16 agosto

 L’uomo che verrà (G. Diritti, Italia, 2009), 21.00, Sky

Nel precedente film di Diritti – Il vento fa il suo giro, sua opera prima e già capolavoro (https://giulianolapostata.wordpress.com/2010/05/29/il-vento-fa-il-suo-giro-g-diritti-italia-2005/) – sotto la lente del regista stava una malvagità, diciamo così, ‘particolare’. Non che, ovviamente, il suo messaggio contro l’intolleranza – o meglio, contro un’interpretazione piccola e meschina del concetto di ‘tolleranza’ – non avesse anche lì un significato universale. Tuttavia, l’aver ambientato la vicenda nel chiuso delle stradine d’un villaggio occitano poteva dare la speranza che, uscendo ‘all’aperto’, in un mondo più vasto e ‘civile’, quella chiusura e quell’ottusità avessero a dissolversi sotto la luce della Ragione (?!). Ne L’uomo che verrà la prospettiva si è allargata. Non sono più due famiglie, ad essere in guerra, ma due popoli, due culture, due mondi. Anche la prospettiva fisica si è allargata, e se là poteva sembrar naturale che in quelle valli anguste la cattiveria dovesse macerarsi a lungo sotto la neve, qui il paesaggio, sia pur ancora di montagna, ci si mostra però molto diverso: quei declivi bagnati di sole dell’Appennino bolognese, quei prati ampi, quei boschi ancora aperti, non ancora fitti e chiusi, pare impossibile che possano nascondere il Male. Eppure invece c’è, è venuto da fuori, e nemmeno si capisce cosa siano venuti a fare qui, questi tedeschi, e perché mai non siano rimasti “con le loro donne e i loro bambini”. Ora che ci sono, uccidono, feriscono, distruggono, e per quanto queste azioni possano essere assurde in sé, tanto più lo risultano in questa società contadina la cui struttura antropologica è invece quella dell’interagire, del costruire, del crescere. Non esiste spiegazione possibile, a questo Male; non esiste nemmeno un possibile commento, non esistono parole, neppure per condannarlo. Così, proprio il mutismo ha scelto Martina, per rapportarsi col mondo, a partire da quando il dolore l’ha conosciuto vedendosi morire tra le braccia il fratellino appena nato. Ora la madre è nuovamente incinta, ma ciò non le ha ridato la parola. Altri orrori le tengono la bocca chiusa: le bombe sulla città lontana, i corpi dei giovani fucilati ricondotti a casa, i rastrellamenti, le stragi. Che si può dire, di tutto questo? E il cerchio del mutismo di Martina par chiudersi in quello di suo padre, muto anch’egli, e perfino reso sordo, davanti a ciò che non è nemmeno pensabile. L’uomo che verrà lo tiene tra le braccia proprio Martina, ma non si sa come sarà: “Siamo ciò che ci hanno insegnato ad essere”, è il tremendo insegnamento dell’ufficiale tedesco, e chissà chi gli farà scuola, a quel bambino, e di che cosa. Ancora una volta, il messaggio di Diritti è tutto meno che moralistico, o didascalico. La sua è una lezione che viene dalle cose, e perciò nel suo film sono le cose a parlare, non l’ ‘arte’. Il fatto è che, dal punto di vista della scrittura fotografica e cinematografica, questo film pare perfino superiore al precedente. Lunghissime inquadrature fisse, lunghi piani sequenza, scene d’azione pacate ed elementari, composte e ferme, colori figli della terra e delle stagioni, volti di chi davvero ha abitato e forse ancora abita il campo. E se nella stalla il cuore ci balza in petto per un istante, quando riconosciamo, nelle schiene di quelle vacche, quelle dipinte tante volte da Giovanni Fattori, non è perché Diritti ‘copi’ l’arte, ma perché l’arte è tale quando, con qualunque mezzo, parla della vita. Ha avuto dei ‘maestri’, Diritti? Certo, è impossibile, vedendo i suoi film non ripensare a Olmi, ma anche a M. Brenta, e F. Piavoli. Tuttavia è fin troppo evidente come, praticamente fin dai suoi esordi, egli sia Maestro da se stesso. Un Maestro che parla una lingua ‘antica’ e pura, quale pochissime volte nel cinema, soprattutto in quello italiano, ci è dato di ascoltare. Assolutissimamente imperdibile.

 Mercoledì 17 agosto

Il mandolino del capitano Corelli (J. Madden, USA/Francia/GB, 2001), 21.10, Rete4

Nel ’43, a Cefalonia, un capitano italiano si innamora di una ragazza del posto. Scampato per miracolo all’eccidio, tornerà a riprendersela dopo la guerra. Concentrato dei peggiori e più ignobili stereotipi sugli italiani pizza-e-mandolino, nella fattispecie arruolati nell’armata Sagapò. Farebbe ridere, e magari un po’ girare i coglioni, se non facesse indignare, visto che lo sfondo è uno dei più tragici episodi del Nazismo. Come Cage, altrove bravo ed anche ottimo attore, si sia prestato a questa porcata, è un mistero.

Beetlejuice (T. Burton, USA, 1988), 16.45, DT

Praticamente agli inizi della sua carriera – questo è il suo secondo lungometraggio, e il suo primo film di successo – Burton maneggia già da quel maestro che è sempre stato le sua armi migliori: il macabro grottesco, l’ironia, la satira, il dark. Due giovani sposi muoiono in un incidente stradale poco prima di occupare la loro nuova e bellissima casa, che viene venduta ad una numerosa e scombinata famiglia. I due, nel loro nuovo ruolo di fantasmi, faranno di tutto per spaventarli e cacciarli via, ma non è facile nemmeno per dei fantasmi combattere degli snob. Geniale, irriverente e divertentissimo, da rivedere assolutamente.

Brothers (J. Sheridan, USA, 2009), 19.30, DT

Da anni invochiamo una proposta di Legge composta di un solo articolo: “È proibito fare i remakes”. Anzi, se siamo ancora in tempo vorremmo suggerire a Berlusconi di inserire detto articolo nella manovra, togliendo una delle innumerevoli cazzate che ci ha messo: farebbe felici i cinefili, e il resto d’Italia. Se avessimo avuto quella legge, ci saremmo risparmiati, per esempio, questo film, deludente al punto da far rimpiangere il già sgradevole originale di S. Bier (Danimarca, 2004). La storia è la stessa: ma proprio la stessa, come diremo tra poco. Il capitano Sam Cahill viene dato per disperso dopo una missione in elicottero sull’Afghanistan. A casa rimangono la moglie, le due figlie e il fratello Tommy, un ‘poco di buono’, ubriacone e nullafacente. Ma proprio la tragedia pare tirar fuori il meglio da Tommy, che un po’ alla volta dà una sterzata alla sua vita. Si presta a mille lavoretti per rimettere in sesto la casa, si propone come una specie di ‘padre alternativo’ alle bambine, aiuta la cognata ad uscire dall’abisso di dolore in cui è precipitata, al punto che la sua amicizia comincia a trasformarsi in amore. Riesce perfino a  riconquistare l’affetto del padre, ombroso reduce del Viet-Nam semialcolizzato, che gli aveva sempre preferito Sam, un eroe, un perfetto ragazzo americano. Quando però il fratello viene ritrovato e torna a casa, tutto prestissimo si infrange: Sam porta con se un orribile segreto, maturato nei mesi di prigionia, che lo sta distruggendo. Nuovamente, sarà  Tommy, il ‘brutto anatroccolo’ di casa, a tendergli una mano e a salvarlo, ad un passo dall’abisso. Come scrivemmo per l’originale, una storia bella e tragica, che tuttavia mai, nemmeno per un istante, trova il colpo d’ala per diventare arte e messaggio. Il film si trascina stancamente, per colpa di una sceneggiatura stanca e superficiale, che o riproduce tout court l’originale (va bene che questo è un remake, ma a volte si ha la fastidiosa sensazione di vedere un calco), o riesce addirittura a peggiorarlo (come nella figura del padre ‘deluso’, rozza ed approssimativa, decisamente inferiore al potente personaggio della Blier), o accumula banalità, per difetto di autentica ispirazione (troppe volte viene ripetuto ‘sono tuo fratello’: sostanza, non parole). Anche qui, incredibilmente, accade la stessa cosa del film originale: due ottimi attori protagonisti (la Portman non è che si dia eccessivamente da fare) la cui interpretazione tuttavia pare galleggiare nel vuoto senza corpo di un film che, insomma, non ha ragion d’essere. Incomprensibile un simile risultato da un regista che, oltre al bel Nel nome del padre (Irlanda, 1993), ha firmato nel 2003 (GB-Irlanda) lo stupendo In America, un capolavoro di poesia e di umanità che non ha più avuto seguito. Poscritto. Dio perdoni chi ha paragonato Brothers a Nella valle di Elah (P. Haggis, USA, 2007): diciamo che deve aver visto un altro film.

 Giovedì 18 agosto

Il destino di un guerriero (A. Diaz Yanez, Spagna, 2007), 21.15, DT

Spagna, XVII secolo. Don Diego Alatriste, capitano nell’esercito di Filippo IV, diviene il padre putativo del figlio di un commilitone morto in battaglia. Lo guiderà tra amori, battaglie e intrighi, finché soccomberà ad uno dei suoi numerosi nemici. Dai romanzi di Arturo Perez-Reverte, che già sono una palla di suo, un film mortalmente noioso, estremamente confuso nella sceneggiatura e completamente privo di spessore psicologico. Più che un film, una sfilata di inquadrature semi immobili ‘alla Velasquez’, una specie di gioco delle belle statuine tutto in funzione dell’abilità del costumista ed dell’ego smisurato del fotografo di scena. Lento e pesante anche nelle scene di battaglia – inevitabile il richiamo al Mestiere delle armi, uno dei peggiori film di Olmi (Italia/Francia/Germania, 2001) – non si salvano qui nemmeno gli attori. Tutti gli sforzi dell’altrove magnifico Viggo Mortensen per fare il bel tenebroso stufano presto, e più di una volta le sue occhiate malinconiche o malandrine di sotto la tesa del cappello ci fanno soffocare in gola una risata. Enrico Lo Verso – l’abbiamo già detto molte volte in passato – è un talento comico naturale. Quando se ne renderà conto, forse allora la smetterà di farci ridere nei suoi vani tentativi di interpretare personaggi drammatici e ci farà sghignazzare direttamente facendo il comico, magari in qualche commedia all’italiana: un ottimo partner per Ceccherini o De Sica.

 Indian, la grande sfida (R. Donaldson, Nuova Zelanda/USA, 2005), 17.20, DT

La storia vera del neozelandese Burt Munro che nel 1967, con pochi soldi in tasca ma un insopprimibile entusiasmo, partì con la sua vecchia moto Indian per lo Utah, dove riuscì a stabilire dei record tutt’ora imbattuti. Il tutto cucinato sotto forma di una favoletta dolciastra dal buonismo insopportabile. Anthony Hopkins gigioneggia atrocemente: quasi quasi sono meglio i numerosi comprimari, davvero bravi.

 Somewhere (S. Coppola, USA, 2010), 19.15, Sky

Mai, nella mia vita di cinefilo, avrei pensato di dovere un giorno parlar male di un film di Sofia Coppola, ma il troppo è troppo, soprattutto quando, dopo tre capolavori (Il giardino delle vergini suicide, 1999; Lost in translation, 2003; Marie Antoinette, 2006), il suo quarto film è una vuota nullità; soprattutto quando questa nullità viene premiata col Leone d’Oro, per ragioni che, francamente, ci sfuggono. A meno che non si debba dar retta ai pettegolezzi sull’influenza che avrebbe avuto sulla scelta la passata liaison tra il Presidente della Mostra e la regista: ma, sinceramente, a questo non vogliamo nemmeno pensare. Comunque, le cose stanno così. Johnny è un attore divorziato, che trascorre giornate inutili tra alcol, droghe, sigarette e sesso senza volto. Improvvisamente, la ex moglie gli scarica per alcune settimane la figlia Cleo, undicenne: dovrà occuparsene fino alle vacanze estive. La normalità e la semplicità di Cleo e la naturalità del suo affetto scuotono e turbano Johnny, che grazie ad esse viene  poco a poco indotto a riflettere sulla mancanza di senso della propria esistenza. Dopo averla accompagnata alla partenza, Johnny improvvisamente dà un taglio a tutto il suo vivere precedente, lasciando dietro di sé, mentre s’incammina nel deserto, il simbolo più bello della sua vita apparente. Attenzione, però. Quello che vi abbiamo raccontato non è un film: è uno story board, sono note a margine, didascalie, sono le ‘finestre’ che nel cinema muto intervallavano le scene per spiegare (appunto), commentare (appunto) e introdurre. Perché niente, nel film, assolutamente niente di quel che vedete ‘parla da solo’, niente ‘esprime’, niente ‘simbolizza’. Quella che vedete è una serie senza fine di scene lentissime e piatte, quasi a sé stanti, di cui intuite quale dovrebbe essere il significato (come se alla base dello schermo stesse scorrendo il copione), ma che mai, nemmeno una volta, acquistano vita propria, si gonfiano di sentimenti, emozioni e ‘significati’. Si consulta ossessivamente l’orologio, seduti in sala, mentre passano implacabili novantotto minuti di nulla, di rado interrotti da micidiali banalità, cui si stenta perfino a credere (“La mamma non so quando torna, e tu non ci sei mai”. “Mi dispiace di non esserci mai”). Lasciando perdere le incongruenze. Ma chi c**** glie li manda, gli sms: la sua ‘metà oscura’? La CIA nel suv nero? Gli alieni? La performance attoriale, chiamiamola così, è coerente col tutto. Elle Fanning sembra uscita dal set di “Piccole modelle crescono”, inconsistente ed inespressiva; Stephen Dorff sembra sempre appena alzato dal letto, senza saper bene che fare di sé. Dopo il primo minuto (sessanta infiniti secondi: cronometrateli), in cui una Ferrari gira in tondo nel deserto da destra a sinistra, un bello spirito, che evidentemente aveva già capito tutto, ha udibilmente mormorato dal fondo: “Tranquilli, nel secondo tempo gira da sinistra a destra”. Molti hanno sghignazzato, qualcuno lo ha guardato male. Ma anche loro, alla fine, l’hanno cercato per stringergli la mano.

Venerdì 12 agosto

Blade (S. Norrington, USA, 1998), 23.30, Italia1

Il primo della saga, e certo il migliore, per le atmosfere cupe e misteriose e per la bellezza di numerose scene (tra cui – magica! – quella della doccia di sangue). In una New York sotterranea e minacciosa, un semivampiro lotta per impedire che i veri vampiri contagino tutta l’umanità. Davvero bello, al cui confronto scompaiono videogiochi come Underworld e il suo inutilissimo sequel.

Greystoke (H. Hudson, GB, 1984), 21.15, DT

Bella versione filologica del Tarzan di E.R. Borroughs, il personaggio creato nel 1912, in un film che non si limita a mettere in scena scimmie ammaestrate e petti virili, ma racconta il contrasto insanabile tra la libertà della natura e i condizionamenti della ‘civiltà’ (quella dei bianchi, naturalmente). Da non perdere.

Alice in Wonderland (T. Burton, USA, 2010), 21.00, Sky

Ahi-ahi-ahi: e due …Nel 2008 Burton ci aveva lasciato con Sweeney Todd, la storia vera del barbiere londinese che nell’Ottocento uccideva e trasformava le sue vittime in pasticci di carne a prezzi popolari. Fu quello un eccezionale esercizio di stile, una grande dimostrazione di mestiere, ma anche un film sostanzialmente vuoto, che non scendeva di un pollice sotto l’elegantissima superficie. Perdonabile tuttavia: e, appunto, per la solita, grande abilità dimostrata e perché – si pensò – anche gli artisti come lui hanno bisogno di un po’ di relax. Lo si aspettava alla prova successiva, quella Alice di cui si favoleggiava da tempo. Quale soggetto migliore per un visionario dark come Burton, dissero moltissimi suoi fans? È vero, dissero subito molti altri, ma stiamoci attenti, perché proprio per questo il Nostro corre uno dei rischi peggiori: quello di fare un film ‘alla Burton’, senza riuscire nemmeno questa volta a raggiungere le radici della sua ispirazione. Stiamo a vedere. Ora abbiamo visto, e avevano ragione loro. Dopo Mars Attacks (1996) e Il pianeta delle scimmie (2001), questo è certamente non tanto il film più brutto di Burton, quanto il più inutile. Acuto è il rimpianto del cartoon disneyano del 1951, col quale questo film è strettamente imparentato, non solo per il soggetto, quanto – ed è questo il punto – per la produzione. Paradossalmente però, il passaggio dal cartoon al film non solo non ha giovato, ma è stato disastroso. Colpa anche dei sessant’anni trascorsi. Nonostante tutta la pruderie degli anni Cinquanta, tuttavia allora il politically correct era ancora un concetto abbastanza sconosciuto. Ne risultò così un cartoon acidino e cattivello, allusivo, inquietante anzichenò, che non a caso non è mai stato ai vertici delle preferenze dei bambini per quel che riguarda la produzione disneyana classica. Ma, appunto, il tempo è passato, Disney è diventata una major, muove somme favolose, e non può permettersi errori. Il risultato è dunque, questa volta, un film che più piccoloborghese non si può: politically very correct, pudico, beneducato. Un film che non contiene una sola scintilla di originalità e di provocazione, e che si adagia in un perbenismo familiare della domenica desolante. Un film in cui i ‘cattivi’ vengono liquidati in fretta, per evitare che qualcuno in sala si faccia domande (e c’è più trasgressione in un capello del Principe Azzurro di Shrek che in tutto il Fante della Regina Rossa) e i buoni sono loffi e noiosi. Un film in cui, tra l’altro, Burton è completamente assente: sparita la cattiveria irriverente di Beetlejuice (1988), spariti gli incubi dark e sanguinosi di Sleepy Hollow (1999), spariti i sogni e gli strazianti ricordi di Big Fish (2003). Rimane una storia banale, nello svolgimento e nella conclusione. ‘Istruita’ dalla sua permanenza in Wonderland, Alice diventa un mercante in Cina. Fantastico! Tutto ‘sto casino per trafficare in oppio e schiavi?! Sarebbe questa la lezione ‘libertaria’ del personaggio?! Aridatece il cartoon, per favore … Ad affossare definitivamente la storia contribuiscono massicciamente i trucchi. Come ha scritto il critico di Liberazione – mi inchino a tanto sarcastico genio – il Cappellaio Matto sembra la caricatura del Mago G di Galbusera. E, aggiungo io, Anne Hataway, nella parte della Regina Bianca, pare la caricatura di Cicciolina, con l’aggravante di essere evidentemente in preda ad una grave crisi confusionale. Sarà stata una scelta registica o si era fatta un cannone prima di andare sul set? Non lo sapremo mai. Quel che sappiamo è che questo è un film fallito, che ci siamo annoiati a morte e che Burton è (era?) un altra cosa.

 

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

Categorie

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: