Pubblicato da: giulianolapostata | 6 agosto 2011

Multivisioni – Sabato 6 agosto 2011

Multivisioni

Consigli appassionati su cosa vedere – e non vedere! – in TV

“Il cinema americano ha successo perché loro fanno bene i film. Noi facciamo bene la pizza”

R. Benigni

 “Il cinema italiano è deprimente”

Q. Tarantino

“Un qualsiasi stupido film americano contiene sempre un insegnamento, a differenza di un qualsiasi artistico film inglese”

 L. Wittgenstein

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Sabato 6 agosto

 

Il caso Mattei (F. Rosi, Italia, 1972), 24.00, DT

Nel 1962 Enrico Mattei, Presidente dell’ENI, che aveva cercato di razionalizzare l’approvvigionamento petrolifero italiano stabilendo rapporti diretti coi produttori, tagliando così fuori dalla torta le Sette Sorelle americane, morì in uno strano incidente aereo. Su questo episodio, e sugli ipotizzabili retroscena, Rosi e la sua ‘musa’, il grande Gian Maria Volonté, costruiscono un film mirabile, che è sì un film ‘politico’ – di quelli che praticamente non siamo più capaci di fare e lasciamo fare agli americani – ma anche un perfetto thrilling. Un capolavoro da rivedere, assolutamente, ma soprattutto da far vedere ai ragazzi, perché imparino quali profonde e oscure radici ha il marciume morale e sociale in cui – ahiloro – si trovano a vivere.

 

Metropolis (F. Lang, Germania, 1927), 16.15, DT

Metropolis è, in assoluto, uno dei film più belli della storia del cinema, ed anche uno dei più complessi: per i prodigi tecnici che vennero impiegati per la sua realizzazione, per la sua interpretazione e per i suoi simboli. Questa è solo una breve nota informativa, ma invito gli spettatori ad informarsi compiutamente e sul film e sul suo grandissimo autore: questi (http://it.wikipedia.org/wiki/Metropolis_(film_1927  – http://www.ultrasapiens.it/fritz_lang ) possono essere solo il suggerimento di un punto di partenza, ma la letteratura cinematografica potrà fornire ad ognuno materiali sterminati. Capolavoro del cinema espressionista tedesco, ‘padre’ del moderno cinema di fantascienza, film socialmente e politicamente visionario, Metropolis ancor oggi commuove per la sua bellezza quanto stupisce per la sua eccezionalità. Come tutte le autentiche opere di genio, la sua lettura fornisce tutt’ora innumerevoli spunti di lettura, ampiamente controversi. Cos’è, davvero, Metropolis? Un’invettiva neoluddista contro gli orrori della società industriale? O, al contrario, una specie di ‘manifesto riformista’ ante litteram, che invita alla ‘mediazione’ tra gli interessi dei padroni e quelli degli operai? O addirittura un’esaltazione del Nazismo nel suo progetto demiurgico di controllo totale dell’uomo e della società? Un’ipotesi, quest’ultima, francamente poco credibile. Dopo aver raccontato nei due film del Dottor Mabuse (1922 e 1933) l’incubo della dittatura ormai incombente, e nello stupendo M-Il mostro di Dusseldorf (1931) il male sotterraneo della pacifica società tedesca, nel 1933 Lang, duramente osteggiato dal regime anche perché di famiglia ebraica, dovette fuggire negli USA, dove continuò la sua carriera ancora per un trentennio, senza tuttavia mai più raggiungere gli eccelsi risultati dei primi anni. Anche il suo capolavoro conobbe la stessa sorte infelice. Modelli e scenografie andarono distrutti nei bombardamenti della Seconda Guerra Mondiale, ma soprattutto andarono perdute le pellicole originali. Solo una ricerca lunga più di cinquant’anni ha permesso di ricostruirne un’edizione il più possibile filologica, ma ancor oggi continuano a circolarne numerose versioni di durata variabile. Consiglio di non lasciarsi sfuggire questo passaggio TV – in cui, appunto, non so quale di queste verrà proiettata – davvero più unico che raro. Se c’è un film assolutissimamente imperdibile – credetemi – è questo. Buona visione.

 

 

Domenica 7 agosto

 

Non son degno di te (E.M. Fizzarotti, Italia, 1965), 14.30, Rai3

Nostalgica segnalazione una tantum di questo ‘musicarello’ anni Sessanta con Gianni Morandi. Quanta commozione, quanto tempo è passato … Non vergognatevi, se andrete a rivederlo …

 

Brancaleone alle Crociate (M. Monicelli, Italia/Algeria, 1970), 14.05, Rete4

Sequel del bellissimo L’armata Brancaleone (1966), non è inferiore all’originale, né per intelligenza né per divertimento. Anzi, oseremmo dire che in più di un punto lo supera, come nel metafisico duello tra Brancaleone e la Morte. Assolutamente imperdibile.

 

21 (R. Luketic, USA, 2008), 22.00, DT

Ben è uno studente del MIT di Boston. Col suo curriculum da “piccolo genio” vorrebbe studiare medicina ad Harvard, ma gli servono trecentomila dollari: un sogno proibito. Micky è il suo insegnante di matematica, ex giocatore di Black Jack, che ha messo insieme una squadra di studenti eccezionalmente dotati in campo matematico-probabilistico, con la quale sta sbancando i casinò di Las Vegas. Micky vuole anche Ben nel suo gruppo e ben, dopo molte riluttanze iniziali, accetta, perché vede che è l’unico modo per pagarsi gli studi. Quando avrà messo da parte la somma necessaria smetterà: “È solo un mezzo per il fine”. Ma poco per volta l’ebbrezza del gioco e del denaro facile gli danno alla testa, fino a metterlo in urta proprio col suo Pigmalione, e le conseguenze rischieranno di essere terribili. Una storia modestissima, sceneggiata ancor più modestamente (chi non ha capito perché Ben torna a chiedere scusa a Micky?!) e moderatamente noiosa. Ma la presenza di Kevin Spacey – uno degli attori più intelligenti del cinema contemporaneo, qui magnetico e gelidamente amorale – nella splendida interpretazione del professore, ne consiglia comunque almeno una visione.

 

Zatoichi (T. Kitano, Giappone, 2003), 21.00, DT

E’ la storia del samurai cieco Zatoichi, invincibile, nonostante la sua deformità, e della sua battaglia personale per liberare un villaggio di contadini dalla banda di ladri che lo angaria, profondamente intessuta di continui richiami alla cultura ancestrale giapponese. Le danze delle geishe, coi loro elaborati e raffinatissimi movimenti, il pazzo che gira attorno al villaggio urlando, la disperazione del ronin e il suo rapporto con la moglie, certi personaggi a metà tra il comico e il grottesco, le danze finali e tanti altri momenti, sono tutti ‘messaggi che il grandissimo Kitano ci offre dall’antico Giappone: le atmosfere rarefatte, le elegantissime scene di combattimento con la spada, i ‘balletti’ ritmati dei contadini sul campo e dei carpentieri attorno all’armatura della casa, la bellezza ieratica dei volti femminili, il sapore di un mondo per noi lontanissimo, e forse anche proprio per questo profondamente affascinante. Assolutamente imperdibile.

 

Va’ dove ti porta il cuore (C. Comencini, Italia/Francia/Germania, 1996), 17.20, Sky

Se il mondo avrebbe serenamente potuto fare a meno del romanzo della Tamaro (‘Susanna Luamaro’, l’hanno ribattezzata in Veneto, e il libro “Va’ dove ti porta il c***”), appartenente a quella branca di pseudoletteratura che in Germania viene etichettata come Trivialliteratur), ancor più sarebbe felicemente sopravvissuto senza il film che ne ha tratto la Comencini, nota esperta nella realizzazione di segoline sentimentali. Oltre ogni limite.

 

Amabili resti (P. Jackson, USA/GB/Nuova Zelanda, 2009), 22.55, Sky

Susie ha quattordici anni, una sorella più piccola, un fratellino più piccolo ancora, due amorevoli genitori, un inconfessato amore adolescenziale. Un giorno, mentre sta tornando da scuola, viene sequestrata ed uccisa da un serial killer di bambine, che vive nella casa di fronte alla sua, ma nell’aldilà la sua anima non trova pace. È colma d’odio per il suo assassino, non solo per averle strappato la possibilità di vivere quel primo romantico amore, e per aver distrutto la pace della sua famiglia, ma anche perché vede che ora sta ‘puntando’ la sorellina, che rischia di subire la stessa sorte. Prima di aprire definitivamente le porte del paradiso, Susie dovrà così cercare di pareggiare i conti col mondo dei viventi, dopo di che i suoi amabili resti potranno alfine trovare pace. Lasciando stare la trilogia del Signore degli Anelli – a tutti può capitare un momento di genio – Jackson rischia davvero di rimanere il regista di un solo film, e dopo King Kong (2005) – più che un film un videogioco – Amabili resti lo porta un passo più avanti sulla strada dell’abisso. Che cos’è questo film? Un manuale di spiritismo: ‘Colloqui con gli spiriti: istruzioni per l’uso’? Un decalogo antipedofilia: ‘Il maniaco della porta accanto: mai accettare caramelle dagli sconosciuti’? Oppure un pamphlet antiatei: ‘Il Paradiso esiste: io ci sono stato’? Di qualsiasi cosa si tratti, il risultato è una lagna dolciastra ed insopportabile, ma soprattutto un film ‘senza senso’, che cioè non ‘giustifica’ in alcun modo la propria esistenza. Tanto meno a livello fotografico. L’aldilà di Jackson è un pastrocchio inimmaginabile, che forse voleva imitare le scenografie oniriche di Al di là dei sogni (V. Ward, USA, 1998), ma che non ci si avvicina nemmeno. Il risultato è un frullato della più trita iconografia New Age, di Fantàsia (La storia infinita) e delle illustrazioni dalle rivistine dei Testimoni di Geova (con battute che potrebbero indurre al suicidio gli spettatori più ‘sensibili’: “Ma è bellissimo!”. “Certo che è bellissimo: è il Paradiso!”), colmo di simbologie o spaventosamente banali (il naufragio delle navi in bottiglia) o astruse e incomprensibili (il crollo del gazebo). Tra l’altro, si ride a raffica, in quel paradiso (risatine un po’ ebeti, a dire il vero: sembra una riunione di Born Again Christians, e Nikki SooHoo sembra la caricatura di Hello Kitty), o si piange ad annaffiatoio, e senza motivo, così, perché fa tanto anima in pena pentita. La sceneggiatura è la fiera dell’improbabile (e, trattandosi di colloqui coi fantasmi, avrei ben voluto vedere!): uno scava una buca in mezzo ad un campo piatto come una tavola, la attrezza e la arreda, e nessuno dal quartiere circostante vede niente?! Perché diavolo le gardenie appassiscono (e così appaiono nella foto)? Il tocco del Male?! Qual è l’elemento – parlo di elemento ‘logico’, non di percezioni extrasensoriali – grazie al quale il padre e la sorella scoprono la colpevolezza del vicino? Perché è viscido e antipatico?! Col che si arriva agli attori. Stanley Tucci, appunto, faceva prima ad attaccarsi al collo un cartello con scritto: ‘Sono un pedofilo viscido, ipocrita e antipatico’. Così com’è, fa solo ridere. Mark Wahlberg, che già nel 2008 ci aveva divertito la sua parte in E venne il giorno (M.N. Shyamalan), riprova qui invano a ‘fare il serio’. E, dulcis (è proprio il caso di dirlo) in fundo, Saoirse Ronan è troppo di tutto: troppo adolescente-ingenua-ai-primi-amori, troppo figlia-felice-di-mamma-e-papà-buoni-e-felici, troppo sorrisi-occhionisgranati-lacrimoni, troppo dolciastra e tenera, troppo di tutto. Invece che il cartello “Si avvertono gli spettatori che il film è proibito ai minori di 14 anni”, all’ingresso dovrebbero appenderne un altro: ‘Si avvertono i diabetici presenti in sala che la visione può provocare acute e pericolose crisi iperglicemiche’. Anche voi, siete avvertiti.

 

 

Lunedì 8 agosto

 

Il grande Lebowsky (J. e E. Coen, USA/GB, 1998), 17.35, DT

Jeff Lebowski, per gli amici Drugo (non si capisce perché, chevvordì, e già vi cominciano a vibrare le punte dei baffi) è un disoccupato losangelino negli anni Novanta: pigro, bevitore, ‘fumatore’. Trascorre le sue giornate al bowling assieme ad un gruppo di amici totalmente svitati ed altrettanto fancazzisti. Un giorno scopre di avere un omonimo, un miliardario cui è stata rapita la moglie e che lo incarica di fare da tramite coi rapitori per recuperarla. Da qui si inanellano tutta una serie di complicazioni e di equivoci che coinvolgeranno Drugo e i suoi amici, fino ad una bizzarra conclusione. Capolavoro dei Coen per alcuni, questo è invece molto probabilmente il loro film più irritante, quello in cui più compiutamente ed esplicitamente si svela la sostanza del loro pseudoumorismo: “cinema concettuale”, lo chiama qualcuno Come in tutti i loro film, anche qui i Coen raccontano una storiellina idiota, senza senso e senza nerbo, mascherandola però da chissà qual messaggio anarco-nichilista: se riuscite a coglierlo entrate di diritto a far parte del club e potete sentirvi intelligenti, altrimenti siete anche voi solo dei poveri sfigati. Ma se ascoltate attentamente, sentirete nel fondo i Fratelli Coen che sghignazzano: ‘Li abbiamo fatti fessi un’altra volta, quei cretini’.

 

Malcom X (S. Lee, USA, 1992), 22.35, DT

Sulla vita del celebre leader delle Black Panthers, assassinato dalla CIA nel ’65, Lee ha scritto, com’è suo solito, un film mortalmente lungo (più di tre ore!) e mortalmente noioso, raffazzonato ed approssimativo, verboso e pieno di chiacchiere, che si parla addosso, cronachistico, cioè meno ancora che documentaristico, che nulla aggiunge né alla gloria di Malcom X né al cinema. Come ho detto molte altre volte, non basta ‘essere di sinistra’ e ‘fare film di sinistra’ per fare bei film. Del resto, per rendersi conto di quanto Lee sia sopravvalutato, basta vedere quella intollerabile scemenza del suo ultimo film, Miracolo a Sant’Anna (USA, 2008).

 

 

Martedì 9 agosto

 

Un’altra giovinezza (F.F. Coppola, Romania/Francia/Italia, 2007), 21.15, DT

F.F. Coppola, autore di grandi capolavori che sono stati anche grandi blockbuster (Dracula, Il padrino), di grandi blockbusters che – insisto a dirlo – sono stati dei sostanziali fallimenti (Apocalipse now), di autentiche boiate (Tucker) e di film ‘minori’, autentici gioielli di indagine umana e psicologica (La conversazione, Non torno a casa stasera). Coppola, un Maestro, che alla tenera età di 68 anni, seduto in cima ai suoi capolavori, economicamente indipendente, ha ormai (ma sarà vero?) rinunciato a fare il suo mitico ed immenso Megalopolis (e probabilmente a questo punto anche, purtroppo, quella mitica versione di On the road di Jack Kerouac di cui si favoleggia da decenni), e si ‘consola’ girando quello che dovrebbe essere il manifesto della sua mai doma giovinezza artistica, intellettuale e professionale, inciampando invece in quello che è, probabilmente, non solo il suo film più brutto, ma anche il più inutile. La materia prima è già discutibile: l’omonimo romanzo di Mircea Eliade (1907-1986), il grandissimo storico delle religioni rumeno che però non fu altrettanto grande nelle sue, per altro scarse, incursioni nella letteratura. Coppola se l’è sceneggiato da solo, con un atto di presunzione che forse sarebbe stato meglio si fosse risparmiato, incapace com’è stato di fare il necessario, e cioè da un lato alleggerire l’impianto filosofico dell’opera di Eliade (non si può filmare una lezione di filosofia e chiamarla film), dall’altro conservarne il contenuto ‘avventuroso’, costruendo un plot avvincente e appassionante, che proprio attraverso la storia inducesse a riflettere e a ‘filosofare’. Così non è avvenuto, e il risultato finale è, come qualcuno benissimo ha detto, un film alla David Lynch, ovverosia uno di quei film che sembrano volerti trasmettere chissà quali profondi ed esoterici messaggi ma nei quali, fondamentalmente, non si capisce un cazzo. Spesso tale effetto è specificamente voluto ed appositamente previsto dal regista, in modo che allo spettatore rimanga sempre il tragico dubbio: ma sono io che non capisco un cazzo, o qui non c’è proprio un cazzo da capire? E nell’incertezza taccia. La storia è quella di Dominic Matei, giovane ma già insigne linguista nella Romania del 1938, che alla sua opera sulle origini della lingua, del pensiero e del senso del tempo ha sacrificato tutta la sua esistenza ed anche il grande amore della sua gioventù (dovrebbe ricordarci Margherita?). Vecchio, stanco e deluso (e lui sarebbe Faust?), si prepara al suicidio (il patto con Mefistofele?), ma mentre sta per attuarlo un fulmine lo colpisce. Tutti si aspettano che debba morire entro poche ore, o sopravvivere rimanendo gravemente leso nel corpo e nella mente, ma invece accade l’incredibile. La scarica elettrica riporta Dominic al vigore dei suoi trent’anni (di nuovo Faust?), permettendogli di riprendere le sue ricerche, di giungere (quasi) al completamento dei suoi studi e di ritrovare addirittura il suo antico amore, reincarnato in una giovane donna anch’essa vittima di un fulmine. Sarà proprio col suo aiuto che Dominic riuscirà a spingere all’estremo il suo cammino verso lo scopo della sua esistenza. La filosofia di Eliade si trasforma qui in teorie astruse (gli effetti ‘catartici’ di una possibile guerra atomica), in filosofemi spesso incomprensibili impartiti da figure la cui funzione rimane inspiegata (il Doppio), in estetismi tanto fastidiosi quanto inutilmente decadenti (le rose). Stilisticamente molto elegante, ed ottimamente recitato da un bravissimo Tim Roth e da una sensibile Alexandra Maria Lara, che finalmente riscatta la sua grottesca prova ne La caduta (O. Hirschbiegel, Austria/Germania/Italia,2004), il film rimane dunque sempre ‘in superficie’, senza mai riuscire a chiarire e a chiarirsi, senza fornire quell’illuminazione e quegli insegnamenti di cui sembrerebbe voler essere portatore. Fondamentalmente, una delusione, e per gli estimatori di Coppola e per gli studiosi di Eliade, che del grande Maestro ritrovano qui solo gli elementi peggiori.

 

La notte dei morti viventi (G. A. Romero, USA, 1968), 22.55, DT

Per noi fu l’epifania del genio di Romero, che tanti altri capolavori ci avrebbe dato negli anni successivi, ma che forse mai come qui fu ‘perfetto’, semplice, essenziale, a partire da quel bianco/nero rozzo e sgranato, quasi ‘documentaristico’ (della fine tragica del sogno americano!), quasi una ri-scoperta per palati già abbondantemente avvelenati dalle bellurie del Technicolor. Brillante e geniale nel plot, e nella sublime conclusione, e ferocemente politico nella lettura, e c’è da chiedersi quanto tempo l’America ci abbia messo a riconoscere, nelle squadre della morte che alla fine battono la città per fare ‘pulizia’, gli sgherri scatenati dal Presidente Johnson contro i giovani americani che rifiutavano l’arruolamento in Viet-nam. Non ci sono parole, per film come questi, se non rivederli mille volte. Un capololavoro visivamente ed intellettualmente, assolutissimamente imperdibile.

 

Diamond 13 (G. Behat, Francia/Belgio/Lussemburgo, 2009), 19.15, Sky

Mat è il comandante della divisione criminale di Anversa, e tenta di salvare la sua umanità interiore dalla corruzione e dal male che quotidianamente la insidiano. Quando Franck – vecchio amico, in forze all’Antidroga – lo contatta proponendogli di mandare a monte una grossa transazione di stupefacenti, intascandone però il guadagno, Mat accetta. Così facendo, però, ha messo in moto una macchina criminale che gli devasterà ulteriormente l’esistenza, facendo definitivamente il vuoto intorno a lui. Come si vede, dunque, un polar secondo le regole. Ed effettivamente, tutti i crismi sono qui rispettati, a cominciare dalla regia – Behat è un autore esperto di questo genere – passando per la produzione (Olivier Marchal, autore di due grandi capolavori in questo ramo: 36 Quai des Orfèvres, del 2004, e L’ultima missione, del 2007) e per la cointerpretazione dello stesso Marchal, obiettivamente molto bravo. Anche il contorno è adeguato: le luci malate della notte, i locali notturni in cui poliziotti disillusi annegano nel Calvados la loro disperazione, strade sporche, perfino i dialoghi (“Sei soddisfatto della tua vita?” “E questa tu la chiami vita?”). Tuttavia, fin dalle prime battute è evidente che qualcosa non funziona. Come abbiamo detto, i pezzi del puzzle ci sono tutti, ma purtroppo non vanno al loro posto. Anzi: sembrano rimanere lì, vicini uno all’altro, ma senza saldarsi mai, senza mai riuscire a fondersi in un’opera compiuta con uno stile suo. Questo non è un film di Marchal: è un film ‘alla maniera di’ Marchal, ma l’imitazione sfiora appena l’originale. La storia è ‘fredda’, senza emozioni, e non coinvolge se non minimamente lo spettatore, in ciò ‘aiutata’ da una sceneggiatura abbastanza contorta, in cui spesso è difficile seguire chi sta facendo cosa. Perfino il grandissimo Dépardieu – uno di quegli attori cui ormai non occorre più nemmeno ‘recitare’: basta che mostri la faccia – appare, nonostante tutto il suo impegno, estraneo, quasi indifferente, e ben poco convincente. A coronare il mezzo disastro sta la parte, per fortuna limitata, di Asia Argento, che fornisce una prova di rara insipienza professionale: incapace di recitare (la sua versione di donna fatale e maledetta sfiora il grottesco), incapace di parlare (forse una logopedista sul set avrebbe aiutato molto), la sua presenza nel cinema si conferma uno dei più tragici casi di nepotismo della storia del cinema.

 

 

Mercoledì 10 agosto

 

Cartagine in fiamme (C. Gallone, Italia/Francia, 1959), 09.10, Rai3

Uno degli ultimi film del grande autore di Cabiria (1914). Un peplum comme il faut, da vedere per divertirsi veramente.

 

Sherlock Holmes – Soluzione sette per cento (H. Ross, USA, 1976), 18.35, DT

Ormai pesantemente dipendente dalla cocaina (che assume in una soluzione al 7%), Holmes si fa convincere da Watson ad andare in cura presso un giovane ma già celebre medico viennese, tal Sigmund Freud (che qualche rapporto con la cocaina ce l’ha anche lui …). Qui si troverà a dover risolvere il mistero dell’assassinio di una tossicodipendente, e nell’indagine metodo deduttivo ed analisi freudiana si mescoleranno genialmente. Bellissimo pastiche sul celeberrimo investigatore inglese, che Nicholas Meyer ha tratto dal suo libro omonimo, uscito nel 1973 (da leggere), è anche un film intelligente e convulso, raffinato ed elegante, con un bellissimo inseguimento in treno ed un cast di alta qualità: Robert Duvall, Vanessa Redgrave e Laurence Olivier. Imperdibile.

 

Il profeta (J. Audiard, Francia, 2009)

Gran Premio della Giuria al Festival del Cinema di Cannes 2009

9 volte Prix César

21.00, Sky

Malik El Djebena ha solo 19 anni. È un giovane arabo ignorante, di quelli che “ragionano con l’uccello”. È cresciuto tra orfanotrofio e riformatorio, ma ora, con la maggiore età, gli tocca il carcere vero, degli uomini veri: sei anni per aver accoltellato un poliziotto, probabilmente nemmeno lui sa perché. Quando è dentro, Malik prova a rinchiudersi di nuovo nella sua monade di solitudine e di estraneità al mondo, ma si rende conto immediatamente che lì non è possibile. Il carcere è un campo di battaglia, l’indifferenza non esiste, i neutrali vengono schiacciati senza pietà, ci si può solo schierare, o da una parte o dall’altra. Per Malik – senza arte né parte, perfino analfabeta – schierarsi non può voler dire altro che servire. Proprio la sua debolezza è quella che torna utile a César Luciani, potente e sanguinario boss corso che controlla uno dei due ‘eserciti’. L’altro è quello dei maghrebini, disprezzato e odiato. Luciani obbliga Malik ad uccidere appunto un arabo che deve testimoniare in un processo contro di lui, e lo costringe col più elementare e convincente degli argomenti: “Se tu non lo ammazzi, io ammazzo te”. Per Malik è uno shock terribile, ma anche la più immediata ed efficace delle scuole. Dopo l’omicidio, egli appunto capisce che se vuol sopravvivere – ma non solo nel carcere: sopravvivere come persona, nella società, per lo meno nell’unica ‘società’ che lui conosce, quella del crimine e della violenza – l’unico modo è appunto ‘armarsi’: di conoscenze e di forza. Malik comincia così il suo lungo cammino verso la ‘emancipazione’. Da servo di Luciani, poco per volta diventa uno dei suoi uomini di fiducia, suo ‘plenipotenziario’, suo alter ego fuori dal carcere, quando comincia ad usufruire di permessi premio. Malik frequenta la scuola del carcere, non perché nutra qualche interesse culturale, ma semplicemente perché si rende conto che ‘gli può servire’. Impara la lingua corsa, perché così può spiare meglio il suo padrone, non solo e non tanto per carpirne i segreti, quanto per ‘imparare come si fa a fare il capo’. Uno dopo l’altro, i sei anni passano. Malik cresce, in età e in addestramento, in abilità e in forza, e tutto il suo tempo e le sue forze le impiega a costruirsi un potere fuori dalle mura del carcere. E mentre la stella di Malik sale, poco per volta quella di Luciani tramonta. I suoi uomini, i pretoriani che ne costituivano la potenza in carcere, cominciano ad uscire. Lui fa sempre meno paura, sia dentro che fuori, dove i suoi vecchi complici stanno rendendosi conto che ora devono cominciare a fare i conti con un altro. Mancano ormai solo poche settimane all’uscita definitiva di Malik, e nel cortile del carcere, quei pochi metri quadrati che per anni erano stati un mondo, in cui si erano giocati i destini di tutti, si consuma la ‘uccisione del padre’. Luciani è tramontato, Malik sorge, e fuori dal portone l’aspettano i simboli del potere. Ora tocca a lui. Già autore di due stupendi noir, Sulle mie labbra (2001) e Tutti i battiti del mio cuore (2005), Audiard scrive qui un altro magnifico film, di carcere ma anche di esseri umani, e alla fattura di questo capolavoro, immeritatamente trascurato nella notte degli Oscar, non è certo estraneo lo sceneggiatore, quell’Abdel Raouf Dafri che due anni fa aveva scritto la sceneggiatura del bellissimo Nemico pubblico n. 1, di J-F. Richet. Ancora una volta, un noir che non racconta solo di delitti e corruzione, ma di persone, di vite. Sono l’animo umano, la solitudine, l’emarginazione, i protagonisti del Profeta (Malik è “un” profeta, come benissimo dice il titolo francese: uno di quelli che interpretano il mondo e lo guidano, magari a proprio vantaggio), e Audiard ci racconta ‘storie di vita vissuta’ nel senso più viscerale del termine. Ci racconta di uomini cui sarebbe folle proporre il concetto di riabilitazione, semplicemente perché antropologicamente non conoscono altro universo che quello della sopraffazione. Ci racconta uno dei migliori apologhi sul carcere che siano mai stati scritti, mostrando come esso, lungi dal poter e saper recuperare chi ha sbagliato ai valori della vita ‘civile’, sia invece una macchina perfetta di distruzione e di alienazione, che riesce a trasformare perfino un poveraccio come Malik in un delinquente di prima grandezza. Magnifica storia, dunque, raccontata e fotografata con grande asciuttezza, appena inquinata qua e là da qualche leziosità di troppo, che non impedisce comunque di salutare questo film come uno dei più belli di Audiard. Prodigiosi gli interpreti. Alaa Oumouzoune (Malik) recita quasi in animazione sospesa la parte di uno che dietro un volto apparentemente indifferente, quasi spersonalizzato, nasconde la perfetta presa di coscienza della ferocia che sta attraversando. Niels Arestrup (César) è insinuante e spietato finché può, ma quando, nell’ultima scena, siede sulla panchina del cortile, quasi mendicando l’attenzione di Malik, sul suo viso stanco, spaurito, scavato dalle rughe, sembra quasi di leggere – sarebbe mai possibile? – lo strazio dell’abbandono, il dolore per la perdita del ‘figlio’.

 

Ombre bianche (N. Ray/B. Bandini, GB/Francia/Italia, 1960), 17.30, Sky

Raro passaggio tv di questo film vecchio ma ancora bello ed interessante, sulla vita degli Innuit e sul dramma del loro incontro con la civiltà occidentale. Davvero da non perdere, anche per la stupenda fotografia.

 

 

Giovedì 11 agosto

 

Un tram che si chiama desiderio (E. Kazan, USA, 1951), 09.10, Rai3

Blanche, vedova ma sessualmente inibita, si trasferisce a New Orleans, a casa della sorella. Lì, mentre cerca di farsi sposare da un corteggiatore di mezza età, subisce invece, prepotentemente, il fascino animale e vitalistico del cognato, e questa ‘schizofrenia’ la condurrà all’autodistruzione ed alla follia. Capolavoro dolente e malinconico, da un dramma di Tennessee Williams, magnificamente interpretato da un Marlon Brando forse mai così ‘forte’, e da una Vivien Leigh struggente e delicata. Un magnifico dramma di morte, fotografato in un b/n denso e sensuale. Assolutissimamente imperdibile.

 

 

Venerdì 12 agosto

 

Qualcuno volò sul nido del cucùlo (M. Forman, USA, 1975), 21.10, DT

Un ospedale psichiatrico è, in realtà, una specie di lager, in cui lo scopo non è assolutamente quello del recupero e della riabilitazione dei malati ma al contrario quello della loro sottomissione assoluta, psichica e se necessario anche fisica. Un nuovo venuto cercherà di sovvertire le regole, ma verrà sconfitto, non senza esser riuscito a dar vita ad una breve stagione di felice libertà. Curiosa questa visione ‘nazista’ che spesso il cinema americano offre delle istituzioni psichiatriche (ricordate Terminator 2?): sembrerebbe peggio dell’Italia, il che è tutto dire. Un film intelligente, ma che spesso fa venire il sospetto di essere, soprattutto, molto abile e ruffiano. Comunque, da vedere, anche perché in suoi passaggi in TV sono molto rari (pour cause?).

 

Rollerball (N. Jewison, USA, 1975), 22.30, DT

Imperdibile gioiello della fantascienza intelligente: il racconto di una società futuribile violenta, repressiva ed infelice. Oltre alle sequenze del gioco, bellissime sono quelle della festa, soprattutto quella in cui gli ospiti, ebbri e ‘disperati’ per la loro alienazione, incendiano gli alberi: stupenda e terribile. Imperdibile. Da evitare come la peste, invece, il remake di J. McTiernan (USA, 2001): un incrocio tra un videogioco e un flipper, quello veramente invedibile.

 

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