Pubblicato da: giulianolapostata | 4 agosto 2011

Italiani, what else?

La lettera del Dott. Dario Calimani, pubblicata sulla Repubblica del 3/8/11, in cui racconta di aver sentito usare normalmente, nella sede veneziana di Mediaword, gli epiteti “ebreo di merda” e “negro di merda”, è al tempo stesso ‘banale’ ed eccezionale. E’ banale, perché non rappresenta che l’ennesima manifestazione di un comune sentire ormai talmente diffuso in Italia che, appunto, non desta più né scandalo né sorpresa. Gli insulti razzisti negli stadi sono cosa ordinaria, fanno parte del folklore sportivo della nazione, e molto raramente vengono stigmatizzati o, meno ancora, puniti: esuberanze giovanili, ragazzate, insomma, come quando si va di notte a dar fuoco ad un immigrato, così, tanto per vedere l’effetto che fa. Da circa vent’anni siamo governati da un partito che ha fatto della più becera e rozza xenofobia uno dei suoi elementi fondanti. E se quel partito ha sempre evitato (o trascurato?) di prendersela con ‘gli Ebrei’, molto probabilmente è solo perché un ebreo non è in alcun modo immediatamente identificabile, e conseguentemente utilizzabile come ‘nemico’. Per il resto, la letteratura di quel partito contro i ‘negri’ è ricca e articolata, e può dar dei punti alle infamie rosenberghiane sugli ebrei dai labbroni e dal naso camuso.

Al tempo stesso quell’episodio è eccezionale, perché costituisce un esempio paradigmatico dell’abisso etico in cui il Paese è precipitato, un abisso dal quale non so come riuscirà a sollevarsi. Di cosa si stupisce, il Dott. Calimani? Non è certo necessario ricordare a lui come, salvo poche ma non significanti eccezioni, nel 1938 le Leggi Razziali siano state accettate dagli Italiani con sostanziale indifferenza, in ciò molto più colpevoli dei Tedeschi, i quali almeno potevano accampare, come ‘scusante’, il massiccio indottrinamento che in tal senso per un decennio aveva operato su di essi il Nazismo. In Italia – popolo fondamentalmente ‘plebeo’, che non ha mai del tutto compiuto il passaggio dallo status di suddito a quello di cittadino – piccola borghesia e proletariato spesso accettarono con entusiasmo la nuova dottrina, deliziati nello scoprire che esisteva qualcuno ‘più inferiore’ di loro, qualcuno da poter insultare e disprezzare impunemente. Nel Basso Vicentino in cui vivo, si sussurra (ma si sussurra soltanto, perché siamo nel Veneto democristiano e cattolico, quello in cui se fa ma no’ se dixe, in cui se dixe el pecato ma no’ el pecatòr) che molti dei patrimoni terrieri che spuntarono alla fine della guerra fossero il risultato di acquisizioni seguite a denunce di famiglie ebree. E dunque, appunto, di che stupirsi? Rimane solo la vergogna, ma anche questa, nel lupanare morale cui è stato ridotto questo Paese, è merce ormai rarissima. Insomma, come al solito: Italiani, what else?

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Responses

  1. Ciò che lei scrive è condivisibile, perfettamente corrispondente al vero e alla storia, al punto da essere tristemente deprimente. Continuo a chiedermi se valga la pena, in una società come la nostra, sorprendersi e continuare a reagire, rispondere, contestare. Ma non se ne può fare a meno. La ringrazio.

  2. Si può, si deve, si vuole continuare


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