Pubblicato da: giulianolapostata | 24 luglio 2011

La biblioteca del Capitano Nemo

 Da molto, ormai, non leggo più letteratura contemporanea, a parte rarissimi casi, in genere rappresentati, come per il libro che ha dato origine a queste riflessioni, da un amico fidato che mi propone una lettura. Da molti anni ho fatto mie le parole del Capitano Nemo: “In quel giorno ho comprato i miei ultimi volumi, gli ultimi opuscoli e giornali, e dopo d’allora voglio credere che l’umanità non abbia più né pensato né scritto”. Ralph W. Emerson ha detto: “Non leggete mai un libro che non sia vecchio almeno di un anno”: io moltiplico sempre questa cifra per dieci, più spesso per cento, e anche più, e me ne trovo benissimo.

Quand’è stato, per me, il giorno in cui ho chiuso le porte del Nautilus?

Dopo tanti anni di vita, e innumerevoli pagine lette, ad un certo punto sono giunto ad una conclusione.

Io credo che esistano due tipi, due ‘modelli’ di letteratura: la letteratura del ‘Noi’ e quella dell’ ’Io’, e che il momento in cui la seconda si è sostituita alla prima possa essere fatto coincidere più o meno con la Rivoluzione Industriale, diciamo con la cosiddetta ‘Modernità’.

La letteratura del ‘Noi’, dunque. Per secoli, anzi, per millenni, lo scrittore non ha mai scritto di se stesso, ma del suo ‘Noi’, inteso come bacino spirituale, culturale e antropologico dal quale sentiva di provenire. Omero – posto che sia esistito: ma qualcuno comunque li avrà pur materialmente scritti quei poemi – non racconta la sua storia, e al limite nemmeno quella di Odisseo o di Achille. Racconta la ‘Storia’ e la cultura di un popolo, anzi potremmo dire di un mondo. Lo stesso si può dire, tanto per fare un esempio, degli autori delle saghe medievali, del Ciclo Bretone e Arturiano, o della favolistica popolare, e non è un caso – anzi, è un segnale altamente significante – che in molti casi l’autore di queste opera sia quasi ignoto. A me pare insomma che, fino ad un certo punto, più che l’Individuo conti l’ ‘Appartenenza’: ad un Popolo, ad una Religione, ad un Re, ad una Tradizione, e così via. Conseguentemente, chi scrive non ha l’obiettivo di celebrare se stesso, bensì appunto la sua Appartenenza, e tanto più è ‘bravo’ quanto più riesce ad annullare il suo Io per esprimere il ‘Noi’ di cui si sente parte.

Ma giunge il momento in cui il ‘Noi’ viene negato e distrutto. Non a caso Rivoluzione Industriale e Rivoluzione Francese, entrambe rivoluzioni ‘borghesi’, sono più o meno coeve. Il Feudalesimo finisce d’un tratto e drammaticamente, e con esso scompare appunto il senso di far parte di un mondo coeso, di un sistema di valori ‘eterno’ e ‘assoluto’. Dio muore, il Re viene ghigliottinato: sul trono e sugli altari sale l’ Io’. L’ ‘Io’ non ha patria, non ha sistemi di riferimento, non ha Dèi. L’Io è autoreferenziale, ha come unico Dio se stesso.

L’agire dello scrittore, dunque, cambia radicalmente. Diventato improvvisamente un déraciné – a volta senza rendersene conto, a volte con cosciente e complice voluttà – egli non ‘appartiene’ più a nulla e a nessuno. Non ha più un ‘Noi’, ha un ‘Sé’: e quel ‘Sé’ diventa il suo unico mondo, il suo unico centro di interesse, il suo solo riferimento. La letteratura, insomma, cessa di essere epos – che di questo, in sostanza, si trattava prima – e diventa analisi, autoanalisi. L’apoteosi di questo processo è la messa a punto del metodo analitico freudiano : L’Interpretazione dei Sogni è del 1899. Dopo questa ‘svolta’, la prospettiva cambia radicalmente: uno scrittore è tanto più ‘bravo’ quanto più riesce a scavare il proprio Io, quanto più mette in ombra il Mondo per portare alla luce Sé:

Pochissimi sono, nell’Ottocento, gli scrittori che ancora operano ricordando un ‘Noi’. Penso, per esempio, ai libri davvero magici di Charles Dickens, non solo grandissimo ‘raccontatore’ di storie, ma poetico e nostalgico evocatore di un mondo di cui percepisce la prossima e definitiva scomparsa, e cupo relatore degli orrori del Mondo Nuovo.

Meno ancora sono coloro che, nei decenni a venire, si sentono ancora parte di un ‘Noi’ di riferimento, e di quello scrivono. Per alcuni, addirittura, è talmente pungente il bisogno di una patria ideale che, non potendola più trovare nel proprio mondo, ne immaginano una, situandola in un remoto passato, in cui ancora gli Uomini vivevano per i loro Dei e i loro Re: questo è per esempio, secondo me, il senso dell’opera di J.R.R. Tolkien.

Ciò non significa affatto che io disprezzi tutta la letteratura dell’Ottocento e del Novecento. Non sono un alieno, ma pur sempre un figlio del mio tempo, e a molti di questi che io definisco autori dell’ ‘Io’ devo grandissima parte della mia personalità, in molti di loro anzi mi riconosco intimamente. Addirittura la lista sarebbe lunga, e per citarne solo alcuni potrei nominare l’opera dell’immenso Joseph Conrad, del Santo laico Jack Kerouac, di Louis Ferdinand Céline, di Oscar Wilde e tanti altri. Per altrettanti altri, però, purtroppo per molti di più, scrivere è diventato un’attività solipsistica, uno sterile quanto inutile racconto di se stessi, che certo avrà soddisfatto il loro Ego, ma che, secondo me, non ha in alcun modo arricchito l’Umanità, e neppure ne ha interpretato le pulsioni. Penso, per fare un solo nome, all’insopportabile Marcel Proust, la cui opera è un interminabile conato onanistico, tanto vuoto ed inutile quanto presuntuoso ed irritante (negli ultimi decenni, questo ossessivo avvitarsi dentro di sé ha prodotto risultati di ineffabile e rara idiozia. Mi riferisco, per esempio, ai “Dialoghi della vagina” di Eve Ensler, 1996. Col mio solito umorismo, spesso pesantemente greve, ho chiesto ad un’amica femminista che me li esaltava cosa penserebbe se io scrivessi i “Racconti del buco del ****”, ma ne ho avuto in risposta un’occhiata di superiore compatimento).

Herta Muller, recente Premio Nobel per la Letteratura, di cui mi è stata recentemente proposta in lettura “L’altalena del destino”, appartiene secondo me, assieme alla stragrande maggioranza degli scrittori moderni, a questo ultimo filone. Qual è il ‘senso’ del suo libro? Che cosa ci dà in più di quanto già non avessimo? In che cosa ci ‘arricchisce’? A mio parere, in nulla. Si tratta di una asfittica ‘storia di se’, che mai nemmeno per un istante si innalza a livello dell’Universale, ‘impreziosita’, oltretutto, da una prosa pretenziosa, che dovrebbe avere la funzione di fornire alla pagina quella nobiltà ideale che non le viene dall’ispirazione, e che si traduce solo in fastidiosa artificiosità. Caratteristiche, queste, comuni a moltissimi scrittori moderni, il cui lavoro (appunto: parlano del proprio come di un ‘lavoro’, invece che considerarla ‘Arte’) consiste nella celebrazione in lungo e in largo del proprio Sé. Qui la lista sarebbe sterminata, a partire da certi pseudogeni come J.L. Borges per finire a ‘normali’ banalità quotidiane, come Daniel Pennac o Alessandro Baricco.

Di nuovo, non ci rimane che il vecchio. Più delle librerie, frequentate le biblioteche, le bancarelle dell’usato, i siti di libri fuori catalogo. Forse non sarete à la page, molto probabilmente diverrete più ricchi. E se dovrete subire l’assalto di amici ‘moderni’, che insisteranno per farvi leggere l’ultimo best-seller, consolatevi con queste parole di Franco Cardini:

L’attuale offerta di informazione, unita al bisogno-dovere che si ha di informarsi, sta toccando livelli funzionalmente e forse anche eticamente improponibili. Ne deriva la necessità di organizzare il samizdat della società dei consumi. Interrogatevi su quel che vi serve, su quel che ritenete essenziale. Leggete, guardate, ascoltate, ricordate quello; e, per il resto, acquistate il consapevole orgoglio della vostra ignoranza. Non cedete al ricatto di chi vi vorrebbe straricchi di sapere inutile per farvi dimenticare quello che bisogna avere sempre di continuo presente. Cercate l’essenziale, e regalate il superfluo agli imbecilli”.

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Responses

  1. Condivido quello che scrivi e ti ringrazio per aver citato uno studioso che stimo molto come Cardini.


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