Pubblicato da: giulianolapostata | 20 luglio 2011

“Venere nera”, A. Kechiche, Francia/Italia/Belgio, 2010

Nel XVII° secolo gli Olandesi, dopo aver occupato la regione del Capo di Buona Speranza, definirono Ottentotti le popolazioni indigene che abitavano quelle terre. Il termine deriva da una parola in lingua afrikaans che significa ‘balbettare, essere balbuziente’ (è interessante ricordare che già i Greci avevano inventato la parola ‘barbari’ derivandola da una radice bar-bar che indicava il balbettio incomprensibile di esseri semiferini, incapaci di esprimersi nella lingua degli umani: la ‘barbarie’ del razzismo ha radici antiche, e propaggini indistruttibili) ad indicare l’estrema incomprensibilità delle lingue koisan proprie di quella gente, lingue indegne di un essere umano (idest bianco, biondo e con gli occhi azzurri) e adatte solo ad Untermenschen come i Khoekhoen e i San (detti anche Boscimani). Nei secoli successivi, quei ‘sottouomini’ sarebbero stati sterminati a centinaia di migliaia, con ferocia e scientifica determinazione, fino a ridurli a quella disperata minoranza che oggi ormai sono. Ma la ‘razza bianca’, autoproclamatasi superiore, non si contentò dell’eliminazione fisica dei sottouomini. Contemporaneamente, ed anche prima, essa li ‘studiò’, per dimostrare la loro natura animale, fornendo così agli sterminatori anche una giustificazione culturale ed etica (sarebbe interessante a questo punto aprire una parentesi relativa al diritto che da secoli la specie umana, basandosi soprattutto sugli insegnamenti della cultura giudaica, si è arrogata di considerare ‘inferiori’ gli animali, usandoli e sterminandoli a suo piacere). Quando ne accolse qualche membro ‘in società’, fu solo come ‘fenomeno’ da baraccone, o appunto come oggetto di studio ‘scientifico’, non passandole nemmeno per la testa che potesse trattarsi di un ‘essere umano’. Questo fu per esempio, nell’Ottocento, il caso di Saartjie Baartman, boscimana del Capo. Unica superstite della sua famiglia, sterminata da un’incursione di Boeri, venne ridotta in schiavitù e, nel 1810, portata a Londra da Hendrick Cezar, fratello del suo padrone. Là per alcuni anni venne esibita in un baraccone di freaks. Poi, venduta ad un francese, continuò la sua carriera di ‘mostro’ in Francia, dove attirò anche l’attenzione ‘scientifica’ del grande paleontologo Georges Cuvier (1769-1832). Quando l’interesse per la sua ‘diversità’ scemò, Baartman si diede alla prostituzione e all’alcolismo, morendo a soli venticinque anni, forse di vaiolo, ma più probabilmente di sifilide. Il suo corpo venne ceduto al Museo di Storia Naturale di Parigi, che lo trattò come un qualsiasi oggetto anatomico. Dopo averne fatto un calco in gesso, scheletro, genitali e cervello vennero asportati, conservati ed esibiti al pubblico, fino al 1974, quando probabilmente un soprassalto di pudore indusse i responsabili del Museo a toglierli dalle sale. Nel 1994, Nelson Mandela, nella sua veste di Presidente della Repubblica Sudafricana ne chiese la restituzione, che ottenne solo nel 2002. Tornate nel suo Paese, le spoglie di Saartjie Baartman vennero finalmente sepolte in Gambia nell’agosto di quell’anno. Questa è la vicenda, orribile e vergognosa, che Kechiche ci mostra. Purtroppo, diciamolo subito, il film che ne ha ricavato non è assolutamente all’altezza degli orrori razzisti che egli racconta. Non c’è traccia, qui, di quello stile solare, arioso, fresco, di cui il regista aveva dato prova nel 2007 con “Cous-cous”, il suo capolavoro. Questo è un film asfittico e spento, in cui la storia di Baartman non diventa mai Storia né simbolo, poiché manca del tutto quella dimensione ‘universale’ che probabilmente era nelle intenzioni di Kechiche. La vicenda si snoda piattamente e anemotivamente, spesso, troppo spesso, cadendo nella noia e nella ripetitività. Lo stile della fotografia, che privilegia un uso ossessivo dei primi piani e delle luci spente degli interni, rende il film pesantemente claustrofobico. I personaggi non hanno carattere né spessore psicologico, sembrano figurine ritagliate nel cartone colorato di un diorama storico, al punto che nemmeno il razzista Cuvier riesce ad ispirare il disprezzo che pure gli sarebbe dovuto. Il minidocumentario che scorre alla fine, a fianco dei titoli di coda, non fa che accentuare questa sensazione di inadeguatezza, rendendo quanto mai evidente l’ ‘estraneità’ del film alla disumanità della vicenda raccontata. Davvero una delusione, specie appunto dopo il precedente e bellissimo film. Attendiamo il riscatto dell’amato Kechiche.

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