Pubblicato da: giulianolapostata | 14 luglio 2011

“Departures”, Y. Takita, Giappone, 2008

Daigo, giovane violoncellista di Tokio, trovatosi improvvisamente disoccupato per lo scioglimento dell’orchestra in cui lavora, decide di ricominciare una nuova vita trasferendosi in campagna, nella vecchia casa lasciatagli dalla madre e ancora piena dei ricordi del padre, misteriosamente sparito, sembra con un’altra donna, quando lui era ancora bambino. Alla ricerca di un nuovo lavoro, Daigo si imbatte in un’agenzia di Tanatoestetica, ovvero il nokanshi, antica tradizione giapponese che consiste nel lavare, abbigliare e truccare il corpo del defunto prima della sepoltura, in modo che i parenti possano ricordarlo nel suo aspetto migliore. Perplesso e addirittura scioccato all’inizio, poco per volta il giovane viene affascinato da questo nuovo e stranissimo lavoro, e dall’intensa personalità del suo titolare. La moglie e gli amici si allontanano da lui perché trovano disdicevole la sua attività, ma Daigo insiste, sempre più preso, finché non solo riuscirà a convincerli dell’intimo valore di ciò che fa, ma anche, proprio grazie al nuovo impiego, avrà finalmente l’occasione di sciogliere l’irrisolto conflitto con la figura del padre.

Acclamato all’uscita come un piccolo miracolo del cinema giapponese, addirittura inspiegabilmente gratificato dell’Oscar 2009 come Miglior Film Straniero, Departures infligge purtroppo una cocente delusione allo spettatore, per lo meno a quello che abbia la forza di arrivare in fondo ai 130 prolissi e lunghissimi minuti di proiezione. Non si sa neppure da che parte prenderlo, un film come questo. Si potrebbe per esempio parlare della chiave narrativa, sempre in bilico tra il registro comico-grottesco (la goffaggine di Daigo, la scena del video di presentazione, la sua reazione di fronte al corpo in decomposizione) e un registro drammatico affannosamente cercato e postulato, ma mai nemmeno lontanamente raggiunto. Oppure, e conseguentemente, dei numerosi siparietti pseudospeculativi di cui il film è implacabilmente disseminato, ai quali, in mancanza di altro, dovrebbe spettare il compito di dargli appunto quello spessore filosofico che probabilmente, più che nelle intenzioni, stava nelle vane speranze di Takita, ma che non si realizza mai: il vecchio sul ponte sotto cui passano i salmoni, l’impiegato del forno crematorio, il titolare dell’Agenzia nella serra … Si potrebbe parlare anche della fotografia, generalmente modestissima, sempre disperatamente alla ricerca di qualche trovatina che conferisca al film quei contenuti che non ha, e che perciò deve accontentarsi di miseri espedienti, come le stucchevoli cartoline di Daigo che suona il violoncello sull’argine (tra parentesi: perché è lì? Ogni momento narrativo, che si tratti di prosa o cinema o che altro, va ‘giustificato’). E ancora. Il viaggio in macchina nella nebbia, dovrebbe forse simbolizzare la condizione umana, sempre ai confini della morte? Mah. Per non parlare della banalissima, rozza ed insopportabile sovrimpressione delle fiamme del forno crematorio col volo dei cigni: simbolo del ‘viaggio dell’anima’? Ma mi faccia il piacere, come direbbe Totò. Ci si trascina stancamente per più di due ore, annoiati e irritati non si sa se più dalla infantile banalità della storia – alzi la mano chi non ha capito sin dall’inizio che, ovviamente, alla fine Daigo avrebbe ritrovato il padre – o dai cocciuti quanto inutili tentativi di strappare una lacrima. Così grande e nobile è la tradizione cinematografica giapponese che un film come questo non solo delude, ma perfino offende. Forse, prima di mettersi dietro alla macchina da presa, per qualcuno un corso di storia del cinema potrebbe essere addirittura obbligatorio.

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