Pubblicato da: giulianolapostata | 13 luglio 2011

Multivisioni – Sabato 16 luglio 2011

Multivisioni

Consigli appassionati su cosa vedere – e non vedere! – in TV

“Il cinema americano ha successo perché loro fanno bene i film. Noi facciamo bene la pizza”

R. Benigni

 “Il cinema italiano è deprimente”

Q. Tarantino

“Un qualsiasi stupido film americano contiene sempre un insegnamento, a differenza di un qualsiasi artistico film inglese”

L. Wittgenstein

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Sabato 16 luglio

 

C’era una volta in America (S. Leone, USA, 1984), 21.15, DT

Un film epico, per la sua ricostruzione degli ambienti dell’emigrazione ebraica degli inizi del ‘900, e per la nascita del gangsterismo; ma anche – e soprattutto – una lirica e poeticissima meditazione sull’amicizia maschile, e sul trascorrere del tempo, che segna i corpi e le anime. È un tema che spesso il cinema ha trattato, ma rarissimamente a tali livelli. Viene in mente il bellissimo Un mercoledì da leoni, del grande John Milius: forse Leone, girando, ha respirato lo stesso profumo. Le musiche di Morricone sono quelle del sogno, la fotografia è quella appunto dell’epos e del mito. E De Niro? Di lui non si può ormai dire più nulla. De Niro non ‘recita’: ‘è’ ognuno dei suoi personaggi, entra ed esce dalle epoche e dagli animi, ogni volta è un altro. Quanti sono i grandissimi attori che sono arrivati a questo? Cinque? Meno di dieci? Film sullo strazio del tempo che trascorre, dolorosamente, portandosi via la giovinezza e i sogni. Film di un amore sempre inseguito e mai raggiunto. Film sull’amicizia, sui legami più che carnali che essa intesse tra gli uomini. Film sulla ‘inutilità’ della vita. Film intimamente, visceralmente ‘buddhista’. La chiave di lettura è negli ultimi trenta secondi. Disteso sul lettino della fumeria d’oppio, a Noodles giunge l’Illuminazione del Buddha, gli si squarcia davanti il velo di Maja: siamo tutti ombre cinesi, che si agitano goffamente e senza senso contro uno schermo vuoto. Quando se ne rende conto, prendendo coscienza della sofferenza dell’impermanenza, egli raggiunge il Nirvana, e sorride, come un Buddha. Film di bellezza sublime. L’ambientazione storica è sì perfetta, ma tutto sommato ‘superflua’: avrebbe potuto essere una qualsiasi altra, perché lo scopo, appunto, è un altro. Mai, nella sua carriera, De Niro ha raggiunto questi vertici di assoluta bravura: qui è l’anima che recita, e si esprime attraverso corpo e volto, che ne diventano puri strumenti. Un film assolutissimamente imperdibile, se mai ce n’è stato uno.

 

 

Domenica 17 luglio

 

K-Pax (I. Softley, USA/Germania, 2001), 22.40, DT

In K-Pax, favola poetica, delicata e tragica, Kevin Spacey è un angelo disceso sulla terra, che cerca soluzione al suo dolore, e forse a quello di ognuno di noi. La trova nella follia, o forse non la trova, ma intanto attraversa le nostre vite come un ‘uccello azzurro’, come quel sogno di felicità che anche tutti noi sempre disperatamente cerchiamo. Il sorriso di Spacey è quello ineffabile di chi si è lasciato alle spalle la vita, i bisogni, il male. E la sua recitazione, apparentemente dimessa, è quella del grandissimo attore, ineffabile anch’esso. Se la regia non brilla particolarmente – senza infamia e senza lode – sceneggiatore ed interprete ci hanno regalato con questo film un cristallo delicatissimo e fragile, da contemplare in segreto, nel cavo della mano, ascoltando sommessi le parole di Prot: “Voglio dirti una cosa, una cosa che ancora non sai: noi keypaxiani abbiamo vissuto abbastanza da averlo già scoperto. L’universo si espanderà, poi tornerà a collassare su se stesso, e poi si espanderà di nuovo, ripetendo questo processo all’infinito. Ciò che non sai è che quando l’universo si espanderà di nuovo, tutto quanto sarà come adesso. Qualunque errore commetterai in questa vita, lo ripeterai nel tuo prossimo passaggio. Ogni errore che commetterai sopravviverà, ancora e ancora, per sempre. Quindi il consiglio che ti dò è di fare le scelte giuste questa volta, perché questa volta è tutto ciò che hai”. Assolutissimamente imperdibile.

 

Amistad (S. Spielberg, USA, 1997), 22.40, Sky

Nel 1839 un gruppo di schiavi neri si impadronirono della nave spagnola che li trasportava, uccidendo l’equipaggio. Bloccati da una nave americana, vennero processati per pirateria. Forse a volte un po’ prolisso e didattico, ma fortissimo e adamantino nel suo racconto dell’orrore dell’istituzione schiavistica. Morgan Freeman è meraviglioso, ma Anthony Hopkins è al di là del bene e del male. Assolutamente imperdibile.

 

 

Lunedì 18 luglio

 

V per Vendetta (J. Mc Teigue, USA/Germania, 2005), 15.55, DT

Inghilterra, 1605. Guy Fawkes, un gentiluomo inglese convertitosi al cattolicesimo, progetta di far saltare in aria il Parlamento il giorno dell’apertura, il 5 novembre, per uccidere re Giacomo I° Stuart, nemico e persecutore dei cattolici. Scava una galleria sotto l’edificio, e la riempie con trentasei barili di polvere, ma all’ultimo momento lui e gli altri congiurati vengono scoperti: quelli che non vengono uccisi subito vengono imprigionati e torturati atrocemente, e moriranno alcuni mesi dopo sul patibolo. E’ la famosa Congiura delle Polveri. Londra, ai giorni nostri, in un futuro prossimo. Un Partito politico di ispirazione totalitaria e razzista, omofobo ed islamofobo, diffonde artatamente per l’Inghilterra un terribile virus, che provoca centinaia di migliaia di vittime. Sfruttando il caos e il terrore che questo fatto provoca, il Partito prende il potere, instaurando un regime parafascista. L’informazione è sottoposta a rigida censura, sostituita da una rozza demagogia, qualsiasi libertà è conculcata, e gli scherani del partito costituiscono un’élite che imperversa per il paese, violentando e taglieggiando. Improvvisamente, un anno prima dell’anniversario della Congiura, appare in città uno strano personaggio. E’ vestito alla moda del Seicento, con cappello e mantello, e nasconde il volto sotto una maschera che riproduce le fattezze di Fawkes. Esordisce facendo saltare per aria, in un tripudio di fuochi d’artificio colorati, l’Old Bailey, mentre dagli altoparlanti, che abitualmente trasmettono i deliranti proclami del Gran Cancelliere, il Dittatore, egli diffonde la trionfale Ouverture 1812 di P.I. Chaikowsky, che il grande musicista russo compose per celebrare la resistenza del suo popolo contro Napoleone. Seguono altre azioni di sabotaggio del sistema, ed una promessa, da parte del Vendicatore: di lì ad un anno, il giorno dell’anniversario della Congiura, egli compirà l’opera dell’antico cospiratore, facendo saltare in aria il Parlamento, e centinaia di migliaia di inglesi come lui scenderanno in piazza, per opporsi alla dittatura e restaurare la libertà. Anche a costo, come fu per Guy Fawkes, della propria vita. Interrompo qui il racconto delle vicende di V, dei suoi segreti, dei suoi amori, della sua lotta. Lascio agli spettatori il piacere e l’emozione di scoprirli sullo schermo, in questo, che è uno dei film più belli, colti ed appassionanti degli ultimi vent’anni, ed anche, nonostante le sue caratteristiche fantastiche, uno dei più reali ed umani. Difficile davvero dire cosa emozioni e commuova di più, in questo capolavoro. La recitazione? Hugo Weaving è grande anche a volto coperto. Recita col corpo, coi movimenti del capo, coi giochi di luci ed ombre sulla maschera. Natalie Portman è intensa e ‘dolorosa’, quasi una vittima sacrificale che impersona e porta su di sé le sofferenze di tutto un popolo. Dolce e umanissimo John Hurt, il suo amico omosessuale. Ed è impossibile negare una menzione al raffinato e sensibilissimo doppiaggio di Gabriele Lavia. La fotografia: cupa e minacciosa, notturna e misteriosa, che rappresenta la notte dell’anima e dello spirito che avvolge l’Inghilterra. E poi, i numerosi e densi riferimenti culturali. Pare impossibile – ma una ragione pur ci sarà – se ogni regista o scrittore che abbia voluto tratteggiare un fascismo futuro lo abbia immaginato odiatore, oltre che della libertà, anche della bellezza e della cultura. Così è in 1984 di J. Orwell, uno dei padri evidenti di questa storia, ma soprattutto così è in uno dei film più belli ed importanti del Novecento, Fahrenheit 451, di F. Truffaut. Vedendo la galleria d’arte di V, e quelle sterminate pareti di libri, e l’amore trepido con cui John Hurt custodisce la sua antica copia miniata del Corano, è impossibile non richiamare alla memoria i roghi dei libri di quel capolavoro, e l’affetto con cui, contro quella dittatura, i libri venivano amati e protetti, fino ad immolarsi per loro. E non dimentichiamo, tra gli illustri padri di V, il grande feuilleton ottocentesco, con lo stereotipo dell’eroe tenebroso, del giustiziere misterioso ed eroico. Un ultima notazione per i dialoghi, davvero ‘teatrali’ nel senso più colto e nobile del termine: del resto, spessissimo, nonostante le scene d’azione o quelle in esterni, è davvero forte l’impressione di essere a teatro, ad assistere a un dramma shakespeariano. Inno alla libertà e alla dignità umana, anarchico ed eversivo ma ancor più umanissimo e vero, film denso di emozioni e significati, V per Vendetta è un raro capolavoro, che rimane nella mente, nel cuore e negli occhi. Un film da ricordare

 

Remember remember the Fifth of November,

the gunpowder treason and plot.

I know of no reason why the gunpowder treason

should ever be forgot.

 

Confidenze troppo intime (P. Leconte, Francia, 2004), 19.10, DT

Una deliziosa Sandrine Bonnaire, in cerca di un analista, entra per errore nello studio di un fiscalista, il sensibilissimo Fabrice Luchini: entrambi si racconteranno l’infelicità e i desideri di tutta una vita. Apparentemente – ma solo apparentemente! – meno intenso dei suoi film precedenti, CTI è un’altra delicatissima riflessione di Leconte, poeta e filosofo dell’amore e della solitudine. Ancora una volta, l’amore e la coppia sono un disperato miracolo, che fortuitamente ci passa accanto nella nostra panica solitudine, e che ci è dato di afferrare solo ed esclusivamente per caso. Assolutissimamente imperdibile.

 

 

Martedì 19 luglio

 

In America (J. Sheridan, GB/Irlanda, 2003), 17.25, Sky

Sarah e Johnny emigrano dall’Irlanda negli USA via Canada. Con sé portano pochi soldi, tante speranze ma soprattutto il ricordo di Frankie, il figlioletto di tre anni morto da poco di tumore al cervello. A New York trovano riparo in un quartiere degradato, in un vecchio edificio semidiroccato e rifugio di tossici e travestiti. Da lì parte la loro faticosa marcia verso la ‘normalità’, intesa non tanto come sicurezza economica, rispettabilità, benessere – valori a cui nessuno dei quattro, curiosamente, sembra dare grande importanza – quanto come assenza di dolore. Non è un cammino facile per nessuno. Sarah porta con sé il rimorso di essere in qualche modo responsabile della perdita del bambino; tuttavia è spinta da un’immensa speranza e da un fortissimo amore per le figlie, e quella speranza è tanto forte da aiutarla a farsi strada, semplicemente, giorno per giorno, e ad indurla a concepire una nuova vita. Per Johnny, invece la ferita è stata troppo profonda, tanto da aver spento entro di lui non solo il dolore e le emozioni, ma anche la capacità di provarne. Johnny si lascia vivere, lottando sempre più stancamente. Unica figura ‘forte’ è Christy, la maggiore, l’io narrante della storia. ‘Nascosta’ dietro il piccolo monitor della sue telecamera, Christy osserva e documenta le sofferenze e le gioie della sua famiglia, accumula ricordi e riflessioni, e anche lei tiene vivo il ricordo del piccolo Frankie, come un invisibile genio benefico che ancora protegge la famiglia. Sulle loro scale vive Mateo, un uomo misterioso, un nero gigantesco che si è isolato dal mondo, col quale comunica solo attraverso urla feroci e minacciose intimazioni ad andarsene. Sarà proprio Christy, nella sua pervicace ostinazione di vita, a ‘costringerlo’ ad uscire e ad aprirsi, permettendogli di rivelare il suo dolore per la morte inevitabile – l’AIDS – e dunque il suo disperato amore “per tutte le cose vive”, che aveva cercato di reprimere. In loro Mateo troverà per l’ultima volta serenità e amore, e grazie a lui e a Christy, la famiglia troverà speranza, fiducia e salvezza. Delicato e poetico miracolo di poesia e di bellezza, In America è interpretato da una piccola squadra di eccezionali attori. Magnifico Mateo, umanissimo, forte e semplice nel suo dolore; stupenda Sarah, dalla dolcissima femminilità, in cui – cosa rarissima, in un cinema costruito spesso di esteriorità e di stereotipi qual è quello attuale – meravigliosamente si fondono maternità e sensualità. Ma su tutti svetta l’incredibile bravura, l’inconcepibile maturità espressiva ed emotiva della tredicenne Christy (Sarah Bolger: segnatevi questo nome), qui, se non sbaglio, alla sua prima prova di recitazione, che racconta sentimenti ed emozioni con la sensibilità compiuta di una donna, di chi ha già conosciuto e metabolizzato dolore e felicità. Non un’espressione fuori posto, non un gesto esagerato, non uno sguardo sbagliato, in una interpretazione semplicemente strepitosa. Un film colmo di speranza, di fiducia nella vita, nel mondo, nel prossimo. Non è un incredibile regalo? Qualcuno ha parlato di Frank Capra, per questo film: è un grandissimo complimento, ed un parallelo perfettamente appropriato. Un ultimo invito a seguire Sarah – forse la compagna e madre dei nostri figli che tutti noi abbiamo sognato. E’ lei che parla, quando alla televisione appare un’inquadratura di Furore, con la madre, Ma Joad, che dice: “Noi ce la faremo”.

 

 

Mercoledì 20 luglio

 

American gigolo (P. Schrader, USA, 1980), 23.10, Rete4

Uno dei migliori film di R. Gere (non sono molti quelli buoni, a dire il vero …). Qui è un prostituto di lusso per signore ricche, coinvolto in un delitto che non ha commesso. Storia drammatica ed atmosfere morbose ma dolorose, per un film davvero interessante. Vale una serata.

 

Somewhere (S. Coppola, USA, 2010), 19.00, Sky

Mai, nella mia vita di cinefilo, avrei pensato di dovere un giorno parlar male di un film di Sofia Coppola, ma il troppo è troppo, soprattutto quando, dopo tre capolavori (Il giardino delle vergini suicide, 1999; Lost in translation, 2003; Marie Antoinette, 2006), il suo quarto film è una vuota nullità; soprattutto quando questa nullità viene premiata col Leone d’Oro, per ragioni che, francamente, ci sfuggono. A meno che non si debba dar retta ai pettegolezzi sull’influenza che avrebbe avuto sulla scelta la passata liaison tra il Presidente della Mostra e la regista: ma, sinceramente, a questo non vogliamo nemmeno pensare. Comunque, le cose stanno così. Johnny è un attore divorziato, che trascorre giornate inutili tra alcol, droghe, sigarette e sesso senza volto. Improvvisamente, la ex moglie gli scarica per alcune settimane la figlia Cleo, undicenne: dovrà occuparsene fino alle vacanze estive. La normalità e la semplicità di Cleo e la naturalità del suo affetto scuotono e turbano Johnny, che grazie ad esse viene  poco a poco indotto a riflettere sulla mancanza di senso della propria esistenza. Dopo averla accompagnata alla partenza, Johnny improvvisamente dà un taglio a tutto il suo vivere precedente, lasciando dietro di sé, mentre s’incammina nel deserto, il simbolo più bello della sua vita apparente. Attenzione, però. Quello che vi abbiamo raccontato non è un film: è uno story board, sono note a margine, didascalie, sono le ‘finestre’ che nel cinema muto intervallavano le scene per spiegare (appunto), commentare (appunto) e introdurre. Perché niente, nel film, assolutamente niente di quel che vedete ‘parla da solo’, niente ‘esprime’, niente ‘simbolizza’. Quella che vedete è una serie senza fine di scene lentissime e piatte, quasi a sé stanti, di cui intuite quale dovrebbe essere il significato (come se alla base dello schermo stesse scorrendo il copione), ma che mai, nemmeno una volta, acquistano vita propria, si gonfiano di sentimenti, emozioni e ‘significati’. Si consulta ossessivamente l’orologio, seduti in sala, mentre passano implacabili novantotto minuti di nulla, di rado interrotti da micidiali banalità, cui si stenta perfino a credere (“La mamma non so quando torna, e tu non ci sei mai”. “Mi dispiace di non esserci mai”). Lasciando perdere le incongruenze. Ma chi c**** glie li manda, gli sms: la sua ‘metà oscura’? La CIA nel suv nero? Gli alieni? La performance attoriale, chiamiamola così, è coerente col tutto. Elle Fanning sembra uscita dal set di “Piccole modelle crescono”, inconsistente ed inespressiva; Stephen Dorff sembra sempre appena alzato dal letto, senza saper bene che fare di sé. Dopo il primo minuto (sessanta infiniti secondi: cronometrateli), in cui una Ferrari gira in tondo nel deserto da destra a sinistra, un bello spirito, che evidentemente aveva già capito tutto, ha udibilmente mormorato dal fondo: “Tranquilli, nel secondo tempo gira da sinistra a destra”. Molti hanno sghignazzato, qualcuno lo ha guardato male. Ma anche loro, alla fine, l’hanno cercato per stringergli la mano.

 

Duemiladodici (R. Emmerich, USA/Canada, 2009), 21.10 Sky

Beh, insomma, lo sapete com’è Emmerich: o lo amate (si fa per dire) o lo buttate. Non è Michael Mann, per capirsi, e tanto basterebbe per cambiare canale. Tuttavia, qualcosa per salvarlo si può trovare, e, onestamente, non si tratta d’una difesa d’ufficio. Primo. I film di Emmerich sono, per lo meno, ‘divertenti’: nel senso che stai lì a vedere come va a finire, che fai il tifo per l’eroe di turno, che non dici miodiochepallequandofinisce. Secondo. Nei film di Emmerich gli effetti speciali non sono fine a se stessi, come in quel genere di cinema ultimamente accade sempre più spesso (Transformers 2 non è un film, è uno spot pubblicitario della Industrial Light & Magic, e Parnassus vi si avvicina molto), ma strumenti di un particolare tipo di cinema. Di cui qualcuno può anche legittimamente dire che ‘non è cinema’, ma questo è un altro discorso. Terzo. Nei film di Emmerich non è mai tutto da buttar via, come sembrerebbe a prima vista. Così è di questo 2012, secondo film di quel suo sottofilone di cinema catastrofico che potremmo chiamare ‘Pentitevi-figli-di-p******-che-la-fine-del-mondo-è-vicina’. Il primo è stato The day after tomorrow (2004), in cui la fine arrivava per colpa dei cambiamenti climatici causati con criminale e suicida incoscienza da parte dell’uomo (chissà se Obama e i suoi amichetti cinesi l’hanno visto). Fu, sia pur nella sua ‘spettacolarità’, un film in grado di farci riflettere sull’immensa fragilità della nostra società tecnologica, e non fu facile dimenticare quelle terribili immagini di strade, fino a poco prima colme di auto e merci, improvvisamente invase dall’acqua, che trasformava tutto in un ammasso di inutile ferraglia; o di quella città, fino a poco prima arrogante nella sua potenza e ricchezza, in pochi giorni ridotta ad un pack gelido e mortale, in cui pochi sopravvissuti bruciavano libri e mobili per scaldarsi, e contendevano il cibo ai lupi di uno stabulario (la nemesi!). Qui il pericolo viene da fuori: una particolarissima stagione di tempeste solari aumenta oltre ogni limite il flusso di neutrini che investe la terra, rendendo fluida la crosta terrestre, causando il fluttuare delle placche e provocando inimmaginabili terremoti, apocalittiche eruzioni e tsunami da Diluvio Universale. L’Umanità, di fronte alla minaccia, mostra il suo lato peggiore. Nell’impossibilità di salvare tutti, costruisce quattro gigantesche ‘arche’ destinate a navigare sulle acque dopo la catastrofe, in cerca di un nuovo Ararat su cui rifondare la razza umana. Naturalmente il costo di questa operazione è immenso, per cui i biglietti sono riservati solo ad una ricchissima élite di politici e potenti, mentre tutti gli altri vengono tenuti rigorosamente all’oscuro. È angosciante il cinismo classista che Emmerich mette in bocca a questa gente (tra parentesi, è impressionante la somiglianza tra il bravo Oliver Platt, che interpreta Carl Anheuser, il peggiore di loro, e il Ministro Brunetta: che ci sia uno stereotipo fisiognomico degli *******?!), e la presenza di pochi ‘buoni’ non consola troppo. Un altro elemento collega i due film. Nel primo, gli americani trovano riparo dalla nuova Glaciazione proprio in quel Messico contro il quale hanno innalzato un Muro. Qui, dopo la catastrofe, le arche fanno rotta verso quell’Africa da cui tanti miseri barconi di disperati partono ogni giorno, unico continente, pare, sopravvissuto intatto alla rovina: forse un altro ‘messaggio’ non casuale del regista. Altro elemento positivo, la sceneggiatura: divertente, scoppiettante, mai loffia (esilarante la mimica del pollo in procinto di essere decapitato: e davanti ad un monaco buddista!), che riesce a ritagliarsi uno status autonomo di fronte ad effetti speciali semplicemente mirabolanti. Insomma: continuo a pensare che c’è di peggio, e quando a Natale cominceranno ad arrivare i Boldi e i De Sica, vedrete che mi darete ragione.

 

 

Giovedì 21 luglio

 

Solomon Kane (M.J. Basset, Francia/Repubblica Ceca/GB, 2009), 21.10, Sky

Assieme a J.R.R. Tolkien, Robert Ervin Howard (1906-1936) è stato il maggior scrittore di Fantasy del secolo scorso. Di questa branca della letteratura fantastica egli ha esplorato praticamente tutti i sottogeneri, ma soprattutto grandissimo è stato nell’heroic fantasy (o sword & sorcery), ambito nel quale creò – oltre a Solomon Kane, cui è ispirato questo film – anche il più celebre Conan il Barbaro. Succube di una madre oppressiva, ma anche delle sue stesse fantasie, Howard visse un’esistenza breve e tormentata, che per alcuni aspetti ricorda quella del suo ‘predecessore’, E.A. Poe – scrittore peraltro ampiamente sopravvalutato – ma soprattutto quella del suo ‘maestro’, il grandissimo H. P. Lovecraft. Nonostante ciò, la sua produzione letteraria fu amplissima, e tutta di ottima qualità, e merita assolutamente di essere riscoperta: gran parte di essa è oggi disponibile in traduzione italiana. Curiosamente, Howard è stato pochissimo frequentato dal cinema. Vien da pensare che sia accaduto a lui ciò che è accaduto a Dumas: scrittori la cui prosa è di per sé talmente ricca e densa, a livello immaginifico e narrativo, da renderne paradossalmente ardua la trasposizione sullo schermo (e infatti i film tratti da Dumas sono, in genere, piuttosto banali). Se non sbaglio, prima di questo due sono state le traduzioni cinematografiche da Howard. La seconda – Conan il Distruttore, R. Fleischer, USA, 1983 – è una ridicola parodia, con una sceneggiatura da dimenticare e il penoso contributo di Grace Jones. Ma il primo – Conan il Barbaro, J. Milius, USA, 1982, con un bravissimo A. Schwarzenegger – è un capolavoro del genere Fantasy, che non sfigura affatto a fianco del recente Signore degli Anelli. La bellezza del film, però, è in gran parte merito del regista, il grande John Milius che, già di suo sensibile ai temi dell’eroe e della regalità, trovò nell’immaginario di Howard e nel suo personaggio un soggetto ideale, scrivendo una storia colma di grandezza, magia ed avventura, stilisticamente ‘elementare’, che fa un uso minimo e ridottissimo di qualsiasi effetto speciale. Purtroppo quei tempi son passati, ed anche quei registi. La nostra è l’era della computer grafica, che consente a chiunque di credersi un genio del cinema e di poter fare qualsiasi cosa. Così è stato per questo signor Basset, che dubitiamo seriamente sia in grado di lasciare nel cinema una gran traccia di sé. Invece di scavare, appunto, nel materiale letterario, culturale e fantastico dello scrittore americano, invece di esplorare il personaggio di Solomon Kane – mortale spadaccino in un’imprecisata Europa del Cinquecento, un blade runner sempre in bilico tra nemici sanguinari ma concreti e ben più pericolosi nemici infernali e soprannaturali – Basset si limita a confezionare la solita orgia di creature virtuali che cominciano ormai a sapere pesantemente di déjà vu. Anche l’ambientazione, a dir la verità più al sapor di cupo Medioevo che di Cinquecento, è risaputa, e soprattutto eccessiva. Raramente il mestiere, se pur c’è, salva dalla sostanziale assenza di ispirazione. Un film vedibile, con l’impegno di correre però subito dopo in libreria, perché, come dice Conan: “Volete vivere in eterno?!”.

 

 

Venerdì 22 luglio

 

La famiglia (E. Scola, Italia/Francia, 1986), 21.00, Sky

Attraverso la vita di Carlo – un magnifico, grandissimo Vittorio Gassman, di fronte ai cui film il figlio dovrebbe decidersi a cambiar mestiere – la ‘vita intima’ e la ‘storia minima’ della società italiana dai primi del Novecento alla fine degli anni Ottanta, raccontata coi soliti schemi di Scola: delicatezza, poesia, compassione, umanità. Un grande film, che scorre piano ed armonioso come un fiume, da apprezzare con calma, momento dopo momento. Assolutamente imperdibile.

 

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