Pubblicato da: giulianolapostata | 2 luglio 2011

Multivisioni – 2 luglio 2011

Multivisioni – 2/7/11

Consigli appassionati su cosa vedere – e non vedere! – in TV

“Il cinema americano ha successo perché loro fanno bene i film. Noi facciamo bene la pizza”

R. Benigni

 “Il cinema italiano è deprimente”

Q. Tarantino

“Un qualsiasi stupido film americano contiene sempre un insegnamento, a differenza di un qualsiasi artistico film inglese”

 L. Wittgenstein

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Sabato 2 luglio

 

Non si uccidono così anche i cavalli? (S. Pollack, USA, 1969), 23.20, DT

A Los Angeles, nel 1932, al colmo della Grande Depressione, decine di disperati partecipano ad una maratona di danza massacrante: chi resisterà in piedi senza crollare e senza addormentarsi per più ore, vincerà il premio di 1500 dollari, per allora una fortuna. Feroce ritratto dell’altra America, quella dei perdenti e degli sconfitti, e grande interpretazione di Jane Fonda. Uno dei tanti capolavori del grande Pollack, ancora assolutamente imperdibile.

 

Green zone (P. Greengrass, GB/USA, 2009), 19.00, Sky

Il cinema sulla guerra (sulle guerre) in Irak è da un bel po’ diventato un genere, come a suo tempo quello sul Viet-Nam (criminale e dispendioso metodo per procurarsi del materiale cinematografico, quello di fare le guerre e poi pentirsene, ma questo è ovviamente un altro discorso). Dopo i brutti Three Kings (D.O. Russel, 1999) e Jarhead (S. Mendes, 2009), ecco l’illeggibile Syriana (C. Gaghan) e il bel Nessuna verità (R. Scott, 2008), indirettamente legati al tema, passando per il capolavoro, assolutamente sconosciuto, di Redacted (B. de Palma, 2007) per finire al bellissimo The Hurt Locker (K. Bigelow, 2008), giustamente premiato con una piccola valanga di Oscar. Buon ultimo, ecco ora questo film di Greengrass, abile mestierante, più qualificato per il secondo e terzo capitolo della saga di Jason Bourne che per il suo immeritatamente celebre Bloody Sunday (2002). Qui, in particolare, a Greengrass riesce il piccolo miracolo di costruire un thrilling avvincente su una trama di cui sappiamo già tutto, fino alle virgole: l’inesistenza delle celebri ‘armi di distruzione di massa’ in Irak, la costruzione di prove false fornite alla stampa e all’opinione pubblica mondiale, la volontà di scatenare comunque la guerra col fine di esercitare un controllo sui giacimenti petroliferi irakeni e di rafforzare la presenza USA in Medio Oriente. Miller è un ufficiale americano a capo proprio di una delle mitiche unità incaricate di trovare quelle armi. Quando scopre che i siti di stoccaggio indicatigli dall’Intelligence sono tutti vuoti, comincia a farsi qualche domanda, e soprattutto a farle in giro. Si renderà presto conto che quella che a lui appare una scandalosa verità è una specie di segreto di Pulcinella. Praticamente tutti lo conoscono, ed anche lo giustificano, in nome della ragion di Stato e, nella fattispecie, del diritto (divino?!) degli USA a governare e pacificare il mondo, ‘esportando la democrazia’. Pur non avendo voluto tratteggiare il protagonista come un eroe – è ‘un soldato, uno che fa il suo lavoro per il suo Paese’ – nel raccontarne la vicenda Greengrass ha comunque inserito molti temi ricorrenti del cinema americano, bellico e non: lo ‘uomo solo’ che con l’onestà sconfigge i corrotti, e la stampa, mito indistruttibile di libertà, verità e pulizia morale in una società altrimenti marcia fino alle midolla (non dimentichiamo nemmeno il bellissimo State of play, K. Macdonald, 2009, anch’esso legato alle operazioni sporche USA in Irak). Una lezione già saputa, dunque, ma mai come in questi casi repetita juvant, specie se vengono ripetute bene, e Geengrass ha fatto davvero un buon lavoro, girando un film appassionante, molto ben scritto, senza falle o inverosimiglianze. Un film, inoltre, che pur nell’ovvia struttura frenetica che una storia del genere implica, rimane leggibile e chiaro (il direttore della fotografia è lo stesso di The Hurt Locker), senza cedere alle fregola dei montaggi schizzati e folli che affliggono tanto cinema di oggi. Un’ultima osservazione: a memoria di cinefilo, io credo sia la prima volta che la parte del ‘buono’ la fa uno della CIA: attendo smentite.

 

 

Domenica 3 luglio

 

La Zona (R. Plà, Spagna/Messico, 2007), 23.20, Rai3

La Zona sta a Città del Messico. E’ una vastissima area cintata da alti muri di cemento, sormontati da filo spinato elettrificato. All’interno, un gruppo di ricchi ha costruito la propria oasi personale. Case bellissime, strade pulite, prati, boschetti, scuole. Coadiuvato da una fitta rete di telecamere, un agguerrito gruppo di vigilantes privati sorveglia giorno e notte la tranquillità e la pace di questo paradiso privato, impedendo qualsiasi contatto con la miseria e il degrado sociale delle favelas circostanti. Vi si vive un’esistenza perfetta, chiusi in una bolla di vetro. Ma una sera un incidente consente a tre ragazzi di entrare a rubare. Subito scoperti, uccidono la proprietaria della casa in cui si trovano. Due di loro vengono abbattuti come cani per strada, il terzo riesce a fuggire, ed a quel punto tutta la comunità si mobilita: deve nascondere i cadaveri, per evitare intromissioni della polizia che possano farle perdere i suoi privilegi e la sua ‘extraterritorialità’, e per le stesse ragioni deve trovare ed eliminare il sopravvissuto. In questa caccia, ogni parvenza di civiltà e di umanità scompare. I felici abitanti della zona – professionisti, laureati, managers – si rivelano per quello che sono: una tribù minoritaria di privilegiati impegnati in una guerra spietata contro l’oceano di povertà e disperazione che li circonda. In un batter d’occhio, la crosta di perbenismo salta, portando a galla ferocia, odio, ignoranza e corruzione, morale e materiale. Del resto, è una falsa tranquillità, quella della Zona. Tutti lo sanno, ma non osano confessarselo. Quasi mai gli abitanti si guardano direttamente negli occhi: gli sguardi sono sempre sbiechi, infidi, quasi temessero di ammettere perfino con se stessi l’assurdo della loro condizione. Le telecamere che ovunque spiano strade e case, lungi dal trasmettere sicurezza danno invece la sensazione di una vita totalmente alienata e folle, di criceti in una gabbietta di lusso. La pioggia, battente ed ossessiva, e le continue mancanze di corrente accentuano il senso di fragilità e di precarietà di questo ‘universo privato’ che, invece, si vorrebbe perfetto. Le luride favelas che hanno cercato di tener lontane, incombono tuttavia come un incubo onnipresente dalle colline circostanti, ma tutti le ignorano, fanno finta di non vederle, in un assurdo tentativo di rimuovere il problema. La tragedia che si troveranno a vivere non cambierà certamente nulla nell’organizzazione sociale del loro mondo, ma almeno servirà a rivelarli a se stessi. Un film di sconvolgente attualità, questa bella opera prima di Plà, giustamente premiata all’ultima Mostra del Cinema di Venezia. Più che essere una metafora della nostra condizione quotidiana – l’Occidente assediato dagli eserciti di miserabili che esso stesso, con la sua economia di rapina, ha prodotto – rischia di esserne una cronaca, un diario, e sospettiamo che molti, qui in Europa, vedendo il film, avranno pensato che non sarebbe una cattiva idea fare lo stesso anche da noi. Chissà se, prima che sia troppo tardi, riusciremo a capire quanto stupido e disumano sia il mondo che abbiamo costruito.

 

Giovanna d’Arco (L. Besson, Francia/USA, 1999), 24.00, Rete4

Non so se ve ne siete mai accorti, ma ci sono certi film che, come questo, danno la netta impressione di essere stati fatti per sbaglio. Nel senso che una mattina il regista si alza e dice: Che ca@@o faccio oggi? A tennis non ho voglia di andare, in tv non c’è niente, faccio un film. Dopo di che fa quattro telefonate, mette insieme cinque o sei attori, uno sceneggiatore, un direttore della fotografia, e tutti insieme vanno, fanno il film, e poi la sera si mangiano una pizza tutti insieme, contenti perché si son guadagnati la pagnotta. Naturalmente gli attori e tutti gli altri si adeguano al ca@@eggio generale, per cui, per esempio, attori semplicemente geniali come John Malkovich, Vincent Cassel o Dustin Hoffman danno la netta impressione di essere lì per caso: fanno la loro scena, dicono le loro battute, ma con un evidente ed assoluto disinteresse, come se – giustappunto – non glie ne potesse fregare di meno di esser lì. Addirittura si vede che, se non si trattenessero, qualche volta gli scapperebbe perfino da ridere. L’unica che recita al meglio delle sue capacità professionali – e dunque da cani – è Milla Jovovich, che finché fa ‘la seria’ è ancora tollerabile, ma quando si mette ad urlare – crisi mistica o furore bellico che sia – dà la netta impressione di essere in preda ad una crisi isterica per aver visto un topo sul set. Stendiamo un velo pietoso sugli effetti fotografici (quei banalissimi cieli che scorrono), sulla sceneggiatura, in particolare sulle fregnacce che dice la ‘coscienza’ di Giovanna e sui dementissimi inserti di grottesco (Giovanna che si addormenta dopo la ferita) che evidentemente fanno molto ‘americano’, e sulle citazioni da Dreyer (le inquadrature dal basso dei volti degli ecclesiastici: che il Maestro li perdoni). Un film sciocco e inutile.

 

 

Lunedì 4 luglio

 

Thirteen days (R. Donaldson, USA, 2000), 21.00, Sky

Ottimo esempio di film ‘storico’, è una ricostruzione della crisi dei missili di Cuba dell’ottobre 1966. Quando gli USA scoprirono che i sovietici avevano sistemato missili nucleari sul territorio del loro alleato, minacciarono un attacco atomico se le installazioni non fossero state immediatamente smantellate (giustamente: si trattava di armi di distruzione di massa, mentre quelli che avevano loro erano fuochi artificiali per la Festa del Ringraziamento). Comunque, una ricostruzione efficace, corretta ed avvincente. Da far vedere ai figli che non ne sanno nulla, e da non perdere: i suoi passaggi sono sempre abbastanza rari.

 

La fortezza (M. Mann, USA, 1983), 23.00, DT

Tratto da P.F. Wilson, La Fortezza, Mondadori, 1981 – che è, ve lo dico da intenditore, un piccolo capolavoro della letteratura horror – è il terzo film da regista di Mann. Durante la Seconda Guerra Mondiale – questa è la trama del romanzo – un battaglione tedesco occupa la desolata fortezza di Passo Dinu, in Romania, ma, una notte dopo l’altra, un essere invisibile e ferocissimo massacra e strazia i soldati. Le SS si rendono presto conto che il nemico contro il quale devono combattere è ben diverso dai partigiani e infinitamente più pericoloso, e il loro comandante sarà costretto a chiedere aiuto ad un vecchio ebreo, esperto di folklore locale. Mann, evidentemente ancora non del tutto padrone dei suoi mezzi (ma già nel 1986 avrebbe girato l’ottimo Manhunter), si lascia convincere ad alterare inutilmente il plot iniziale, presentando una sceneggiatura in cui le modifiche risaltano come inserti farraginosi e sgradevoli. Così pure, modesta ed ingenua è la rappresentazione del ‘demone’ che infesta la fortezza, e vien da pensare cosa si sarebbe potuto fare coi mezzi offerti oggi dalla computer grafica. Tuttavia il grande Maestro denuncia comunque la sua presenza. La fotografia è bellissima, pittorica e profonda, come sarà definitivamente nelle sue opere più mature, e crea atmosfere davvero magiche e angoscianti. Bellissima anche la scenografia, nella quale pure si vede la sua mano e il suo gusto. Insomma, da non perdere affatto.

 

 

Martedì 5 luglio

 

Travolti da un insolito destino nell’azzurro mare d’agosto (L. Wertmuller, Italia, 1974), 23.20, Rete4

Un marinaio comunista ‘duro e puro’ e un’arrogante sciura milanese vengono gettati da un naufragio su un’isoletta deserta del Mediterraneo. Finché durerà sarà una ‘rivoluzionaria’ inversione di ruoli, ma appena restituiti alla vita civile, ognuno tornerà ‘al suo posto’. Se mai a Giancarlo Giannini e Mariangela Melato è capitato per sbaglio di essere attori, non è stato certo in questo film, dove mettono in scena due macchiette di un’ovvietà desolante. Come poi la Wertmuller, cui dedico questa segnalazione una tantum, sia assurta nell’Olimpo del cinema italiano, potrebbe essere un gaudioso mistero, se in quell’olimpo non ci fossero già Muccino, Castellitto, Ozpetek eccetera. Cambiate canale.

 

Memento (C. Nolan, USA, 2000), 21.10, DT

Vittima di un disturbo della memoria che gli azzera i ricordi ogni dieci minuti, un poliziotto cerca gli assassini della moglie organizzandosi un complicatissimo sistema di ricordi, fatto di numeri telefonici tatuati sul corpo, foto, eccetera.  Prima di quella sconclusionata palla di Insomnia (2002), un’altra insopportabile palla di Nolan, talmente incomprensibile che lui stesso ha sentito il bisogno di metterne in circolazione una versione montata in ordine cronologico. Oltretutto, l’inverosimiglianza trionfa: non bastava tenere un diario?! Da suicidio.

 

Nemico pubblico (M. Mann, USA, 2009), 21.15, DT

Film come questo appagano e consolano. Appagano, perché l’emozione – le emozioni – sono tali e tante, così raffinate, così diversificate, che occorrono giorni e settimane, se non mesi, per metabolizzarle tutte, e intanto la meraviglia continua a ripetersi nella mente. Consolano dalla visione del ‘resto’, di un cinema che sì, a volte offre certamente ‘prodotti’ apprezzabili, ma che, a fronte di un’opera d’arte come questa, si allontana immediatamente in uno sfondo indistinto nel quale ogni elemento si perde, senza personalità e senza connotazioni. Mann – è stato detto giustissimamente – è un autore “classico”, e non a sproposito, durante la visione, ci è venuto alla mente il grandissimo John Ford, e il suo Ombre rosse, quel film la cui bellezza e perfezione ancor oggi incantano e ammaestrano, di cui NP condivide molteplici livelli artistici. La ‘fisicità’ delle figure, per esempio, che rende oggetti e persone ‘veri’ e vivi, anche con un uso della macchina da presa che insegue e concretizza uomini e scene (e certo non è stato estraneo alla scrittura di questa dimensione fisica il fatto di aver girato non solo negli stessi paesaggi, ma spesso nelle stesse strade e addirittura nelle stanze in cui Dillinger agì e morì). Per Mann, nessun bisogno di 3D, l’ultimo misero espediente di un cinema ormai privo non solo di idee ma ancor più di ispirazione, che si affida disperatamente ai ‘trucchetti’ per cercare di strappare qualche ‘oooh’ di superficiale meraviglia. L’epicità, ancora. Eroi trionfanti, eroi perdenti, quelli di Ford. Eroe malinconico questo Dillinger di Mann: che vive e brucia la sua esistenza in meno di due anni, che non ‘pensa al futuro’ (non è un caso se un altro americano, Jack Kerouac, pochi decenni dopo scriverà: “Gli unici che contano per me sono i matti, gente che è abbastanza pazza da vivere, da parlare, da lasciarsi salvare, da desiderare tutto e subito, quelli che non sbagliano mai, che non parlano per luoghi comuni, ma bruciano, bruciano, bruciano e sembrano fuochi d’artificio gialli che esplodono, aprendosi come ragni tra le stelle e lasciando intravedere nel mezzo il punto azzurro dello scoppio e tutti fanno: “Ahhh!”); cavaliere con un senso infrangibile dell’onore, che non dimentica mai un amico o un benefattore, che promette, e mantiene fino all’ultimo: ‘Avrò cura di te’; che continua a sfidare la morte faccia a faccia, mentre altri hanno già scoperto le sozze manovre del crimine organizzato e delle sue sporche compromissioni con la politica. Ford ‘scrive’ magnificamente la scena vibrante dell’inseguimento alla diligenza, e qui parallelamente ritroviamo quella che possiamo chiamare la maestria coreografica di Mann (senza confronti, assolutamente, per esempio, la sparatoria nella discoteca in Collateral, o l’inseguimento sulla falesia e il cercarsi dei due innamorati nel cortile del forte nell’Ultimo dei Mohicani): lasciano senza fiato, in NP, le entrate nella banca, armoniose e potenti come grandi scene di ballo. Fisicità anche come ‘realtà’. “La Depressione nel film non c’è”, scrive Natalia Aspesi nella sua recensione sulla Repubblica di sabato 7 novembre (assolutamente da leggere: esempio unico di cecità assoluta di fronte ad un capolavoro). La Depressione c’è eccome, ma Mann, come Baudelaire, pensa che “I poemi lunghi sono la risorsa di coloro che non ne sanno scrivere di brevi”, per cui a lui non servono teorie di miserabili lungo le strade, mense operaie, fabbriche chiuse, caricature di Uomini e topi. Basta l’immagine folgorante di quella donna col suo vestito misero e scolorito, in piedi davanti ad una casa cadente ed altrettanto misera, persa in un deserto di nulla, che dopo avere ospitato la banda dopo la rapina, chiede a Dillinger: “Portami via con te”, con nel cuore la desolazione di nessun futuro, e negli occhi la bellezza di una meteora che ha appena visto passare, e non rivedrà mai più. Lì c’è tutto, e non occorre altro. Con Ford, Mann ‘condivide’ anche, diciamo così, un cast di attori prodigioso. Depp si esprime più per sguardi ed emozioni che per parole, in quella che certo è la sua più matura e profonda interpretazione. Christian Bale è forse – possiamo osare dirlo? – perfino anche più bravo. ‘Attore’ di un ordine che significa solo morte, a quella stessa morte guarda con curiosità da entomologo, finché il suo significato gli giungerà al cuore, conducendolo al suicidio pochi anni dopo la morte di Dillinger. In NP Mann continua quello ‘sperimentalismo fotografico’ già presente in Miami vice ma soprattutto in Collateral. Ne risulta una fotografia anch’essa ‘attrice’ e strumento drammatico, che dalla dimensione della realtà può passare a quella della tragedia. Mirabile, semplicemente mirabile, la scena successiva alla morte di Dillinger, in cui le cose paiono sbriciolarsi, le superfici si sgretolano e si frantumano, le immagini si sfaldano e la luce si sgrana e si impolvera. Pare una fine del mondo (così è per Purvis, che attraversa la scena travolto dalla bufera del suo cuore), ed è un ultimo, incredibile, sprazzo di genio e maestria.

 

 

Mercoledì 6 luglio

 

Ovosodo (P. Virzì, Italia, 1997), 00.20, Rete4

Semplice e delicata storia sugli amori e le illusioni giovanili di uno studente livornese degli anni ’80. Non sarà da urlo, ma non è da buttare.

 

Io sono leggenda (F. Lawrence, USA, 2007), 21.15, DT

Nessuno è infallibile – io meno di chiunque altro, naturalmente! – e così sono stato davvero contento di veder contraddetto uno dei miei comandamenti cinefili favoriti, quello in cui invoco una legge composta da un solo articolo, che dica: “E’ proibito fare i remakes”. Perché questo è non solo un remake – addirittura un remake di un remake! – ma è anche un ottimo film, sia per spettacolarità che per intelligenza, un film che sarebbe stato un peccato se non fosse stato fatto, e che può offrire molti utili spunti di riflessione. Probabilmente tutti conoscono la trama, tratta dal bel romanzo omonimo di Richard Matheson. Dopo una prima versione cinematografica di Ubaldo Ragona (L’ultimo uomo sulla Terra, 1961), poco vista e poco conosciuta, la storia divenne celebre con la versione di Boris Sagal del 1971 (1975: Occhi bianchi sul pianeta Terra), ottimamente interpretato da Charlton Heston. Là, in seguito alla diffusione di un virus provocato da una guerra batteriologica tra URSS e Cina, tutta l’umanità diventa preda di una malattia simile al vampirismo. Un solo uomo non si ammala, cercando disperatamente una cura e cercando contemporaneamente di sopravvivere alla caccia spietata che gli danno i vampiri (è davvero una nemesi che proprio Heston, ‘fascista’ e icona della National Rifle Association, abbia interpretato alcuni tra i migliori film a sfondo ‘antimilitarista’ degli ultimi decenni, per esempio quel capolavoro che fu, nel 1968, Il pianeta delle scimmie, di F.J. Schaffner). Qui la causa scatenante del virus è diversa, e la scelta non appare dettata tanto da un banale adattamento ai temi di moda – negli anni Settanta la catastrofe nucleare, oggi le controversie sugli abusi della scienza – quanto la percezione diffusa di un pericolo reale, quello di una scienza demiurgica, di un Golem uscito dalle mani dell’uomo ma che gli sta rivoltando contro, e può giungere fino a distruggere il suo creatore. In una sua conferenza tenuta a Vicenza circa un anno fa, anche lo storico Massimo Fini, parlando degli orrori della Modernità, aveva inveito contro il nostro “ravanare”, come lui lo aveva definito, nell’intimo dell’essere umano, ed è proprio questo che accade in questo film. Una scienziata scopre una cura definitiva per il cancro, ottenuta modificando geneticamente un virus. Ma la modifica va oltre le intenzioni, il virus continua la sua evoluzione fino a trasformarsi in una versione devastante della rabbia, che infetta tutta l’umanità. Sopravvive solo Robert Neville, militare e biologo, che trascorre le sue giornate a caccia di cibo e in continui e fallimentari esperimenti per trovare una cura. Le notti, invece, si nasconde nel suo bunker, perché altri, ferocissimi e dalla forza smisurata, danno la caccia a lui. Il rimpianto per la moglie e la figlia perse all’inizio dell’infezione, la delusione per i suoi continui fallimenti, e soprattutto la solitudine, stanno uccidendo Robert nella mente e nell’animo. Ogni giorno, a mezzogiorno, egli invia messaggi radio in cerca di sopravvissuti alla cui esistenza lui per primo non crede, e i suoi interlocutori sono diventati i manichini dei negozi, o i personaggi dei ‘vecchi’ film di Shrek. Non spera più in nulla, Robert, e quando un’altra sopravvissuta gli parla di Dio e di speranza, Neville nega rabbiosamente ogni possibilità: “Questa cosa non l’ha fatta Dio, l’abbiamo fatta noi. Dio non c’è!”. Non fatica, Will Smith, a riempire la scena da solo per più di mezzo film (riscattando con un’ottima performance una carriera costellata da molte scemenze), anche perché il protagonista non è lui. Il protagonista sono le nostre città, selve di grattacieli orgogliosamente puntati alla conquista del cielo, di cui la foresta si sta sistematicamente riappropriando, abbattendone la ùbris, abitate non più dall’homo, rivelatosi davvero poco sapiens, ma da antilopi e leoni, che stanno ricostruendo lo stato di Natura. Protagonisti sono le migliaia di automobili ridotte a ferraglia stupida, le nostre armi spaventose divenute inutili monumenti rugginosi, e il denaro, questo Dio malefico cui tutto stiamo sacrificando, che serve da lettiera a mostri senz’anima. Ancora una volta, dopo L’alba del giorno dopo (R. Emmerich, USA, 2004), il cinema ci ripropone una riflessione sul nostro presente e sul nostro possibile futuro. Ma a quel film, questo è senza confronti superiore, per stile, forza e contenuti, ed anche nella conclusione. Troppo consunto è ormai lo schema dell’happy end perché la Hollywood più intelligente ci caschi ancora, e quello di Io sono leggenda certo non lo è. Semplicemente, il caso, e l’intelligenza di un uomo ci danno un’altra occasione: ma sapremo coglierla?

 

 

Giovedì 7 luglio

 

Tu mi ami (A. Kollek, USA/Francia, 1987), 19.22, DT

Dal Canada, Val, giovane attrice squattrinata ed ambiziosa, cala a New York in cerca di fortuna. Senza un dollaro in tasca, vive da senza tetto, tra mille rinunce ed espedienti, sempre sostenuta da una solare fiducia in se stessa e da una visione del prossimo colma di gioia e di speranza. Tra balordi e drop-out di ogni tipo, finalmente raggiunge il successo, e, lungo la strada, il grande amore. E’ ormai un tormentone quello di rimproverare ad Audrey Tautou di ripetere sempre il personaggio di Amélie Poulain, mentre invece dovremmo ringraziarla per queste sue storie colme di poesia e di grazia. Imperdibile.

 

 

Venerdì 8 luglio

 

Alba rossa (J. Milius, USA, 1984), 21.15, DT

Allo scoppio della Terza Guerra Mondiale, gli USA vengono invasi da cubani e comunisti: gli studenti vanno in montagna a preparare la resistenza. Probabilmente il peggior film del grandissimo Milius, che ha messo la sua visione del mondo ‘eroica’ al servizio di una sceneggiatura ridicola e farsesca: nemmeno Bondi, quando preparava la campagna elettorale di Berlusconi, avrebbe potuto inventarsi qualcosa di peggio. Da vedere, proprio per questo, senza dimenticare che Milius è uno dei più grandi geni del cinema.

 

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