Pubblicato da: giulianolapostata | 1 luglio 2011

“Tredici assassini”, T. Miike, Giappone/GB, 2010

Nel Giappone feudale del primo Ottocento, Naritsugo è il fratello dello Shogun (http://it.wikipedia.org/wiki/Sh%C5%8Dgun), destinato a succedergli al comando. È crudele e sanguinario, ma soprattutto non ha ‘rispetto’, né ‘onore’. Così, quando il nobile Zusho Mamiya, vassallo del clan Akashi, commette harakiri (http://it.wikipedia.org/wiki/Seppuku) per protestare contro le feroci sofferenze inferte alla sua gente, il nobile Doi, ufficiale dello Shogun, decide che la misura è colma, e si rivolge al valoroso samurai Shinzaemon Shimada, incaricandolo di uccidere Naritsugo. Shimada si rende conto che si tratta di una battaglia quasi senza speranza, e che chi la intraprenderà è destinato a morire: astuto è il fratello dello Shogun, e potenti le sue forze. Tuttavia accetta, per il bene del popolo, e comincia a mettere insieme un piccolo esercito di dodici samurai. Ognuno di loro è spinto da differenti motivazioni, ma tutti scelgono di mettere la loro vita nelle sue mani per una giusta causa. Dopo una lunga preparazione, i dodici si mettono in marcia per raggiungere un villaggio per il quale Naritsugu dovrà passare e tendergli un agguato, e lungo il cammino si unisce a loro Koyata. Bizzarra figura di cacciatore, picaro anarchico, l’uomo ostenta disprezzo per l’etica dei samurai e i loro codici, ma non può fare a meno di ammirare la loro lotta e il loro disprezzo per la morte. Nel momento della battaglia, Koyata si unirà al gruppo, divenendone il tredicesimo membro e il suo contributo sarà preziosissimo. Nel villaggio, trasformato in una pericolosa fortezza, lo scontro sarà spietato ed eroico. Shimada e quasi tutti i suoi compagni perderanno la vita negli scontri, ma avranno adempiuto al loro compito con l’onore che compete ad un samurai. Epico e risplendente, il bel film di Miike riprende lo stereotipo del manipolo di eroi (con qualche macchia e forse anche un po’ di paura) che scelgono di sacrificarsi per una causa apparentemente impossibile, già così tante volte raccontato dal cinema asiatico ed occidentale. Tuttavia, ovviamente, questo è un film giapponese, e dunque gli stereotipi non sono solo universali, ma ‘particolari’. Quella cui assistiamo non è solo una ‘semplice’ battaglia tra forze opposte: è uno scontro tra Bene e Male, dove il Bene è la fedeltà ai valori ancestrali di una cultura e di un popolo, e il Male è incarnato appunto da chi quei valori ha disprezzato. L’impresa dei samurai diventa dunque leggenda, avventura, esempio, paradigma di comportamenti e di valori ormai dimenticati ma nobilissimi e saldi. Miike ce la racconta con mezzi filmici di grande spessore. L’epica non si situa mai in una lontana dimensione mitologica, ma è riccamente realistica. Non si pensi solo al sangue che schizza dalle ferite, alle spade incastrate nelle ossa, all’agghiacciante clangor di spade nei duelli. Ma si osservi il galoppo frenetico dei cavalli sul sentiero fangoso sotto la pioggia – forse una delle scene più emozionanti del film nella sua semplicità – o la bellissima immagine del bambino nudo che orina sulla strada, o i volti grondanti sudore ed impiastricciati di polvere. Il tutto, conseguentemente, fotografato con colori naturali, mai inutilmente ‘vivaci’, e illuminato da una luce autentica e vera. Così pure, la fotografia evita accuratamente l’immobile estetica della ‘bella immagine’, e lascia la bellezza alle cose in sé: cielo, terra, corpi, movimenti. Un ottimo film, ed un’ottima occasione per imparare a conoscere un regista famoso e quotato, le cui opere in Italia sono purtroppo quasi sconosciute.

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