Pubblicato da: giulianolapostata | 25 giugno 2011

Multivisioni – 25 giugno 2011

 

 

Multivisioni

Consigli appassionati su cosa vedere – e non vedere! – in TV

Il cinema americano ha successo perché loro fanno bene i film. Noi facciamo bene la pizza”

R. Benigni

 “Il cinema italiano è deprimente”

Q. Tarantino

“Un qualsiasi stupido film americano contiene sempre un insegnamento, a differenza di un qualsiasi artistico film inglese”

 L. Wittgenstein

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Sabato 25 giugno

 

Il mio migliore amico (P. Leconte, Francia, 2006), 01.35, Rai1

François è un antiquario parigino di successo. Ha una bellissima casa, molti ‘amici’ di buon livello (bon chic bon genre, come si dice a Parigi), un’agenda fittissima di impegni, ed alcune idiosincrasie, tra le quali quella di non voler guidare nel traffico della città. Ha anche una donna, apparentemente innamoratissima di lui, ma questa relazione pare quasi ‘scivolargli’ addosso, senza coinvolgerlo minimamente nell’intimo. Dello stesso tipo sono anche i suoi rapporti col suo prossimo – gli ‘amici’ di cui sopra, i clienti, la gente che incontra e di cui ha bisogno: formalmente cordiali, educati e brillanti, senza che però nulla di sé vi rimanga compromesso. La sua vita scorre così, ‘felice’, sino a quando proprio la sera del suo compleanno, uno di coloro che egli considera appunto ‘amici’ gli getta addosso, crudamente ma con assoluta sincerità, la verità: lui non ha amici ‘veri’, non ne ha nessuno. Quelli che stanno attorno a quel tavolo sono sì dei buoni conoscenti, legati a lui da vincoli sociali ed economici, ma l’amicizia è un’altra cosa e, tanto per dirne una, probabilmente nessuno di loro verrebbe al suo funerale. François rimane irritato da questa uscita, che considera tanto bizzarra quanto assurda, e addirittura infantilmente scommette: entro la fine del mese, presenterà loro “il suo migliore amico”. Ha meno di quindici giorni di tempo. Convintissimo di risolvere la faccenda in poche ore, François si trova invece subito a sbattere la faccia con una realtà che non sospettava: di tutti quelli che affollano la sua agenda, nessuno si ritiene suo amico, men che meno quelli che lui riteneva più vicini. La sua sicurezza comincia lievemente ad incrinarsi, e rendendosi conto che, se non vuol perdere la scommessa – l’unica cosa che pare interessarlo – un amico ora deve farselo, sceglie come ‘maestro d’amicizie’ proprio il tassista che di solito lo scarrozza per Parigi, un giovane semplice, di modestissima cultura, di cui però l’ha colpito la straordinaria capacità di stabilire legami di simpatia praticamente con chiunque incontri. Comincia così uno stranissimo rapporto, che ha come scadenza la fine del mese che si avvicina, e come obiettivo la conquista di questo sospirato quanto – sembra – irraggiungibile “miglior amico”. Giorno dopo giorno, François sarà costretto a fare i conti con l’aridità della sua vita, e con la meschinità dei suoi rapporti umani; imparerà che l’amicizia non si insegna e nemmeno, come naturalmente lui pensava, si può comprare; conoscerà livelli di relazione umana che nemmeno sospettava che potessero esistere e che, di conseguenza, fatica a capire, perché gli sono estranei; scoprirà di essere davvero senza amici, solo come un cane; e dovrà trovare la strada, intima e inesplorata, della vera amicizia. Ancora una volta, questo è Patrice Leconte: il poeta a volte tragicissimo (Il marito della parrucchiera, 1990) a volte lieve e quasi favolistico (Confidenze troppo intime, 2003) dell’animo umano, che egli indaga e racconta sempre con massima levità, poesia e umanissima pietas. Lo coadiuva, questa volta, uno dei suoi attori-icona: quel Daniel Auteuil dall’immensa sensibilità, che dopo aver dato vita, in passato, ad uno dei personaggi più disperati del cinema francese (N. Garcia, L’Avversario, Francia/Svizzera/Spagna, 2002), ha dimostrato di sapersi cimentare anche in ‘commedie’ amare come questa, con una recitazione limpida e sfaccettata, praticamente perfetta.

 

Miracolo a Sant’Anna (S, Lee, USA/Italia, 2008), 20.30, Rai3

Ho sofferto, in quei giorni, leggendo le anticipazioni del film. Ho sofferto per Giorgio Bocca – uno degli uomini più nobili e diritti che ci siano rimasti in Italia – alla cui contenuta ma ferma indignazione, espressa sulla Repubblica del 1 ottobre, non è certo stata scusa sufficiente la rispostina stitica e formale data dal regista sul quotidiano del giorno successivo. Ho sofferto per la partigiana ottantasettenne che il pomeriggio di giovedì 2 ottobre, ai microfoni di Fahrenheit, su Radio3, piangeva ricordando il marito, ammazzato a ventiquattro anni dai nazisti proprio in quei luoghi una settimana dopo la strage, e tra le lacrime, molto mitemente, rimproverava a Lee: “Non a me, ma a lui, deve render conto di ciò che ha detto”. Ho sofferto per mio zio partigiano, scomparso da poco, che di ritorno dalla montagna si rimise a lavorare zitto zitto, senza chiedere onori o prebende. Poi ho visto il film, e mi sono reso conto di aver sofferto inutilmente. Sì, è vero, c’è un partigiano traditore, nel film, cui spetterebbe la responsabilità della strage, e al quale un ufficiale nazista rimprovera: “Tua è la colpa”. Sarebbe questa la ‘miracolosa’ rivelazione del film? Che nella Resistenza – come in qualsiasi altra guerra, partigiana o ufficiale che fosse – ci sono stati dei traditori? Una ben povera scoperta, che certo non meriterebbe di spendere tempo e soldi a farci un film, e che certo non può in alcun modo offendere la Resistenza, il momento più alto della storia repubblicana, l’unico in cui gli Italiani si siano davvero sentiti popolo. Anche se – diciamolo tra parentesi, quasi marginalmente – è curiosa questa ‘triangolazione’ antiresistenziale. Ad un vertice Spike Lee (‘di sinistra’, alfiere dei diritti dei neri, democratico e pro Obama) che ‘scopre’ (ma sarebbe meglio dire ‘inventa’: su questo torneremo più avanti) che c’era qualche partigiano traditore. Ad un altro Giampaolo Pansa, che ormai da anni – forse avendo fiutato con cinica preveggenza il vento revisionista e neofascista – rovescia fango sui partigiani. All’ultimo, il Ministro La Russa, che finalmente ha potuto togliersi lo sfizio di dire in pubblico che anche gli assassini repubblichini – quelli sì traditori: del loro Paese – in fondo erano bravi ragazzi che combattevano per onore. Chissà se Lee se n’è reso conto, chissà se ha letto, se si è documentato, se, insomma, ne sapeva qualcosa. Tutti sanno quanto io ami il cinema americano, ma come potrei spender pagine a descriverne i meriti, così sono prontissimo ad elencarne i difetti, tra i quali si colloca, spesso, una inconcepibile superficialità. Del resto, la dicono lunga sull’attendibilità di questo film già le sue origini, scritto com’è non partendo da una ricerca storica sul campo, ma ispirandosi ad un romanzo di tale James McBride. Romanzo? Ispirazione? Forse che non c’erano abbastanza dramma, abbastanza dolore, sufficiente sangue versato e dignità umana insultata, sull’Appennino toscano, perché bisognasse andarli a cercare in un anonimo romanzetto di vent’anni fa? Rimangono davvero oscure le ragioni di Spike Lee per aver fatto questo film, e per averlo fatto in questo modo, e se lo scopo era quello di esaltare il contributo delle Divisioni formate solo da neri americani nella Seconda Guerra Mondiale, allora non c’era bisogno di tirar fuori la Resistenza italiana: forse di apartheid ne saprà qualcosa, ma di quella – ci consenta – dà l’impressione di non sapere un cazzo. Non è dunque la figura del traditore, che può far male alla Resistenza, quanto, al massimo, un film che pretenderebbe di parlarne e invece non ne parla, che sembra raccontare di una cosa e invece sta raccontando di un’altra, un film allusivo, approssimativo e, appunto, superficiale, privo di un effettivo spessore culturale e storico. Quel che – molto indirettamente, dunque – può far male alla Resistenza (ma si consoli l’ANPI: ne fa di più all’arte del cinema), è un film confuso e malfatto, un pastrocchio bellico-sessual-sentimental-religioso che pare una grottesca caricatura di certe storie di Frank Capra, un film disordinato e mal raccontato, prolisso, discontinuo, con un altissimo tasso di improbabilità, spesso inutilmente didascalico. Un film, insomma, che si inserisce perfettamente nella filmografia di un regista sempre assolutamente sopravvalutato, cui l’importanza dei temi civili trattati nei suoi film ha sempre fatto velo al loro effettivo valore. Tutto sommato, bene ha detto Spike Lee quando, con arroganza tutta americana (evidentemente l’esser nero e discriminato non protegge dalla sindrome da Padroni-del-Mondo), rispondendo alle critiche fattegli in questi giorni ha ribattuto: “Nessuno può insegnarmi come fare un film”. Giusto, nessuno può insegnarglielo: è proprio un caso disperato.

 

 

Domenica 26 giugno

 

Il muro di gomma (M. Risi, Italia, 1991), 23.50, Rete4

Il 27 giugno 1980 un DC-9 italiano cadeva nel cielo di Ustica per ragioni ‘misteriose’. Ci vollero dieci anni e l’impegno di un ottimo giornalista per arrivare ad un processo che svelasse, almeno in parte, la verità. Buon film civile e ‘giornalistico’, settore in cui gli americani sono maestri ma nel quale anche noi, quando mettiamo all’opera qualche buona testa, riusciamo a fare davvero bene. Quando il bravo Marco Risi (bellissimo il suo Fortapàsc del 2009, sull’assassinio di Giancarlo Siani) lo scrisse, forse non immaginava che dopo vent’anni la verità vera è ancora tutta da raccontare, che nessuno ha pagato davvero per quei morti, e che quel relitto è diventato un’icona grottesca di questo Stato golpista e imbelle, lasciata ad arrugginire in un hangar. Molto bravo Corso Salani. Angela Finocchiaro qualche volta sarà anche simpatica, ma questo è un film serio: che ci sta a fare qui?

 

Cleopatra (J. L. Mankiewicz, USA, 1963), 02.30, Rete4

Eccessivo, pesante, retorico. Ma monumentale, spettacolare, affascinante. Se questi erano i peplum, se questo era il grandissimo ‘mestiere’ con cui si facevano, aridateceli, per favore. Imperdibile.

 

Rain man (B. Levinson, USA, 1988), 21.00, DT

Un giovanotto cinico ed amorale pensa di trarre profitto dal genio matematico del fratello autistico per contare le carte e vincere a Las Vegas, ma naturalmente verrà punito e si pentirà. Storiellina moralistica e noiosetta, in cui l’innegabile bravura di Dustin Hoffmann non è sufficiente per sopportare la faccia da schiaffi di un giovane Tom Cruise e la faccia e basta di Valeria Golino.

 

 

Lunedì 27 giugno

 

Un bacio romantico (W. Kar-wai, Francia/Cina/Hong Kong, 2007), 22.35, DT

A New York, nel ristorantino di Jeremy, Elizabeth scopre la fine della sua relazione. E’ stata tradita, forse stupidamente e senza motivo, e questo aumenta il dolore e il senso di smarrimento. Ma anche Jeremy è uno di quelli col cuore spezzato: forse vecchi amori, certo sogni abbandonati e mai realizzati. Gli altri cuori infranti che capitano nel suo locale lo riconoscono, lo sentono, per empatia, e gli raccontano le loro storie, gli affidano brandelli di vita che forse, se le cose si aggiusteranno, torneranno a riprendersi. Lui, da dietro il bancone, ascolta, con saggezza e levità, consola, regala un sorriso. Così è per Elizabeth, che sera dopo sera torna lì, mangia la sua torta di mirtilli (My blueberry nights, è il bellissimo titolo originale), beve, qualche volta si ubriaca, racconta ed ascolta, magari si addormenta sul bancone con sulle labbra ancora le briciole. Percepisce la sunpatia con Jeremy, ma non è sufficiente, non potrebbe essere la soluzione, troppo semplice come via di fuga. E anche se una sera, mentre dorme, la testa abbandonata su piano, lui le ruba un bacio (ma l’avrà sentito?), lei decide di partire, per ritrovare se stessa, prima, eventualmente, di ritrovare l’amore. Settimana dopo settimana, mese dopo mese, la strada la porta sempre più lontana da Jeremy. Tuttavia, gli scrive continue cartoline, perché “certe cose vanno scritte”, ma senza mai indicare l’indirizzo, perché lei non ce l’ha ancora, un indirizzo: perché non si è ancora ritrovata. Anche Jeremy la pensa, certe volte la cerca, telefonando assurdamente a caso in giro per gli USA, forse aspettando. Ogni tanto Elizabeth si ferma, ogni volta cambiando nome, ogni volta cercando se stessa. E ogni volta incontra altri cuori infranti, altre vite turbate, ognuno alla ricerca del suo pezzettino di felicità. Quando, finalmente, avrà capito chi è – “MI piaccio così come sono” – il cerchio si chiuderà, nuovamente sul bancone di Jeremy. Ancora una fetta di torta, ancora qualche bicchiere. Ma quando lui si chinerà ancora a rubarle un altro bacio, lei sarà pronta a rispondere. L’amore non è più, la sera, dietro le finestre illuminate degli altri. E’ mille cose insieme, questo ‘piccolo’ capolavoro di Kar-wai. E un ‘Via col vento’ di cuori solitari, tutti spasmodicamente in cerca d’amore, tutti terribilmente incapaci di esprimerlo. E’ un ‘On the road’ di vite, di memorie, di sogni e di rimpianti. E’ un lungo quadro di Edward Hopper, in cui i protagonisti escono per un istante dallo sfondo, scendono per un attimo dalla sopraelevata a raccontare le loro solitudini. Kar-wai scrive un film di sublime poesia, che anche quando tocca il dolore più inteso non rinuncia mai ad uno stile delicato e purissimo. E di incredibile raffinatezza. L’uso insistito del ralenti ferma l’attenzione sui sentimenti, che si dilatano, imponendosi e divenendo pregnanti, assoluti. Le riprese stroboscopiche e la messa a fuoco su più livelli moltiplica emozioni e vite, che non sono più quelle singole, ma una e centomila, tutte ‘legate’ dal karma, tutte irrimediabilmente lontane tra loro. C’è, oltre ogni ombra di dubbio, una vena kerouakiana, nella sensibilità che Kar-wai qui esprime per il dolore e la bellezza dell’umanità. Formalmente perfetto, il film è di un romanticismo intenso ma sobrio ed essenziale. Tutti, qui danno il meglio di sé, ed anche di più. A cominciare da Jude Law, che recita per sfumature, per accenni, quasi di nascosto, dimesso e riflessivo, certamente mai così bravo. E poi Rachel Weisz: quando ancora si è visto esprimere così, così assolutamente, il dolore di un cuore? E David Strathairn, che la sua sofferenza invece la chiude in fondo al cuore. E Natalie Portman, che sorride per non piangere, e corre via su una strada che chissà dove mai la porterà. Una stupenda storia d’amore, un film sublime.

 

Bambole russe (C. Klapisch, Francia, 2005), 18.50, DT

Nel 2002, Klapisch firmava il bel L’appartamento spagnolo, vite intrecciate di un gruppo di universitari europei di varie nazionalità che s’incrociano per un anno in un appartamento di Barcellona, commedia tenera ed intelligente sull’incontro di personalità e sensibilità, ma soprattutto di culture. Bambole russe ne costituisce il sequel, forse non all’altezza del primo – perché un po’ dispersivo e a volte un po’ superficiale – ma che di quello conserva comunque la leggerezza, l’affettuosa attenzione ai sentimenti, la delicatezza nel raccontare la vita. Il protagonista è ancora Xavier, trentenne, che ha finalmente realizzato il suo sogno di divenire scrittore. La strada però è ancora lunga e difficile, e Xavier si è adattato a percorrerne i livelli più bassi: fa il ghoshtwriter, e peggio ancora l’autore di sceneggiature per orribili soap televisive. Intanto, oltre alla sua vera natura di artista, e nell’attesa di capire cosa farà da grande, cerca anche di trovare il grande amore della sua vita. Lasciato dalla sua ex – Audrey Tautou, deliziosa come sempre – che tuttavia non si decide mai a lasciarlo in pace, Xavier passa da un amore all’altro, da una donna all’altra, non però come un volgare e cinico sciupafemmine, ma nella convinzione che prima o poi troverà quella giusta. Le donne che incontra, dice, sono come le matrioske russe: dentro ad ognuna ce n’è un’altra, e poi un’altra, e poi un’altra ancora. Alla fine dovrà ben saltar fuori quella giusta per lui. Klapisch segue con affettuosa partecipazione la vita un po’ convulsa sua e dei suoi amici, anch’essi tutti in cerca di un ubi consistam che dia finalmente senso alla loro esistenza, attraverso l’Europa e attraverso vicende e famiglie strampalate ma stranamente ‘normali’. In attesa del terzo sequel – che pare proprio si stia per fare – Klapisch ci ha di recente regalato il suo capolavoro, quel commovente e delicatissimo Paris, attualmente disponibile in DVD, in cui Romain Duris, il suo attore-icona, protagonista anche di queste Bambole russe, ha certamente dato il meglio di sé. Un regista ed un team di attori, da seguire certamente, in un cinema che può presentare alti e bassi, ma che comunque si tiene rigorosamente lontano dalla volgarità e dall’eccesso che troppo spesso, nel cinema odierno, vengono scambiati per arte.

 

 

Martedì 28 giugno

 

Moon (D. Jones, UK, 2009), 19.25, Sky

Sam lavora sulla ‘faccia oscura della Luna’ (dovrebbe essere una metafora dell’oscurità della sua situazione? Una delle mille citazioni di questo film che sembra scritto con pagine strappate dai copioni di cento altri film di fantascienza? Mah, ne riparleremo) in una miniera completamente automatizzata di cui è l’unico operatore, ad estrarre l’Elio 3, un preziosissimo minerale che, sulla Terra, ha risolto il problema delle fonti di energia. Sua unica compagnia è il robot Gerty, perché i contatti con la Terra sono interrotti a causa del guasto del satellite-ponte. Mancano solo due settimane alla fine del contratto di tre anni, dopo di che Sam potrà tornare a casa, dalla moglie e dalla figlia, ma durante un’uscita alla miniera Sam ha un incidente. Si risveglia nell’infermeria della base, assistito da Gerty, e quando esce per vedere cos’è successo, scopre nei rottami del suo veicolo un altro uomo gravemente ferito. Lo soccorre e lo porta con se, ma a quel punto comincia a porsi un problema. Da dove salta fuori quel tipo? Non doveva essere Sam l’unico abitante della base? Forse le cose non stanno proprio come sembrano e come la compagnia mineraria continua a raccontargli nei suoi messaggi? Agli spettatori – a quelli che avranno il coraggio di vederlo fino alla fine – l’ardua sentenza. Moon è un film che definire noioso sarebbe già azzardato, perché significherebbe riconoscergli un qualche livello di creatività, sia pur negativa, che invece è anch’essa assente. Più che altro non è un film: è, come abbiamo anticipato, un frullato non amalgamato di altri film, una collezione di citazioni cui si fatica perfino a tener dietro. È anche – e forse questo è ciò che alla fine irrita di più – un frullato di incongruenze, illogicità, sospesi e assurdità, tanto che, volendolo recensire con due righe, come si faceva una volta sui quotidiani, si potrebbe cavarsela con: “Non si capisce un c****”, ed avremmo già finito. La povertà di mezzi, tragicamente evidente – peraltro giustificata ed anzi funzionale quando il film è di suo pregnante di simboli: penso a quel grandissimo capolavoro che è Gattaca (A. Niccol, USA, 1998) – si accompagna qui ad un’altrettanto tragica povertà di idee. Non una sola idea originale che sia una viene a infondere un po’ di vita in una storia che procede per conto suo, cui assistiamo con totale estraneità emotiva, rilevando freddamente gli innumerevoli quanto vuoti tentativi di creare una tensione. Clone (pour cause …) abortito e inutile, Moon è un film da dimenticare, come da dimenticare in fretta è la ridicola performance di Sam Rockwell, suo unico interprete. Aridatece “Il pianeta proibito”, per favore.

 

 

Mercoledì 29 giugno

 

King Kong (J. Guillermin, USA, 1976), 21.00, DT

Tra l’ingenuo e bellissimo originale (M.C. Cooper/E.B. Schoedsack, USA, 1933), e l’invedibile videogioco di P. Jackson (USA, 2005), un’onesta versione sempre troppo immeritatamente stroncata dalla critica. Frequenti i momenti di vera magia (per esempio la lotta tra Kong e le creature preistoriche in un paesaggio onirico) e Jessica Lange, giovane e semplice, è una deliziosa e fragile bambolina bionda tra le mani del Re. Guardatelo, ne vale la pena.

 

L’imbalsamatore (M. Garrone, It., 2002), 22.55, DT

Valerio è un giovane cameriere in un ristorante napoletano. Viene adocchiato da Peppino, un uomo di bassissima statura, di professione imbalsamatore, che gli propone di andare a lavorare con lui per uno stipendio molto più alto di quello attuale. Valerio accetta e in breve tempo viene irretito dalla forte personalità di Peppino e dalle sue mille attenzioni: denaro, regali, donne, cene che si trasformano in orge di gruppo. Peppino, che ha contatti con la camorra, si deve trasferire per qualche giorno a Cremona, dove gli viene chiesto di recuperare della droga da un cadavere, e lì Valerio conosce Deborah, una ragazza scappata di casa e sbandata. Si innamorano, e in breve decidono di andare a stare insieme, ma questo spezza il cuore di Pepino, ambiguamente innamorato di Valerio. L’imbalsamatore cerca allora di riprendersi il ragazzo con la forza, ma Deborah si mette sulla sua strada. Per liberarsi di quella presenza, che non li lascerà mai liberi, i due uccidono l’uomo, e ne affondano il cadavere nel Po. Una storia che potrebbe avere tutto, ma che non ha nulla. Non ci sono gli attori: a parte Peppino (il bravissimo Ernesto Mahieux), gli altri due ci mettono indubbiamente tanta buona volontà, ma tanta poca esperienza. Ma soprattutto, quello che non c’è è l’anima. Il film è un lungo esercizio stilistico, tanto perfetto, elegante, raffinato, quanto freddo e vuoto. Le inquadrature delle spiagge fuori Napoli, desolate e deserte, le luci elettriche e malate, le brume di Cremona, le strade strette sono splendide, ma fine a se stesse; con insistita evidenza dovrebbero suggerire solitudine, malessere, disperazione, ma invece, proprio per la loro eccessiva ricercatezza stilistica, rimangono estranee alla vicenda, eleganti spot senza cuore. Peccato: fondamentalmente, un’antologia di buone intenzioni sprecate e di abilità inutili.

 

 

Giovedì 30 giugno

 

Il pianeta delle scimmie (F.J. Schaffner, USA, 1968), 16.35, Rete4

Capolavoro della fantascienza ‘profetica’, ed uno dei più bei film di fantascienza della storia del cinema. Un’astronave precipita su un pianeta in cui la razza dominante è quella delle scimmie, mentre gli umani sono considerati alla stregua di bestie stupide e pericolose. L’unico superstite scoprirà la tragica ed orribile causa di questa incredibile situazione. Per ironia della sorte, il protagonista di quello che è uno dei film più violentemente antimilitaristi della storia del cinema è quel Charlton Heston, divenuto, in patria, campione del diritto al possesso di armi, ma grandissimo attore, recentemente scomparso. Onore a lui e a questo film assolutamente imperdibile.

 

 

Venerdì 1 luglio

 

Il mondo dei robot (M. Crichton, USA, 1973), 23.05, DT

Rara apparizione di questo vecchio, bello ed intelligente film di fantascienza, davvero da vedere. In un futuribile parco dei divertimenti, è possibile vivere in un Far West animato da perfetti robot. Ma il meccanismo si guasta, e gli umani sono in grave pericolo.

 

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