Pubblicato da: giulianolapostata | 23 giugno 2011

In memoria di Mario Rigoni Stern

 Il 18 agosto del 2008 moriva Mario Rigoni Stern, uno dei più grandi scrittori italiani del Novecento, l’unico che, assieme a Primo Levi, avrebbe meritato il Nobel per la Letteratura, andato invece – non si è mai capito perché – ad un modesto attore che di ‘letteratura’ in vita sua non ha mai scritto una riga.

Desidero ricordarlo, a tre anni dalla morte, con un mio pezzo, pubblicato la prima volta il 9 aprile 2004 dal settimanale vicentino “VicenzaABC” n. 4 anno III, e ripreso poi in occasione della sua scomparsa.

MARIO RIGONI STERN, SCRITTORE MAESTRO E SCIAMANO

Immenso ed immedicabile è il dolore per la scomparsa di Mario Rigoni Stern, non ‘scrittore’, ma Maestro, Padre spirituale, Sciamano. Oggi la sua anima ha compiuto il suo ultimo volo, ha raggiunto il Genio delle vette. Aleggia immortale sui campi di neve, sulle cime degli abeti, sulle pietraie deserte. Potremo percepirla ogni volta che cercheremo di comprendere l’assoluta e mistica bellezza delle montagne e degli alberi. Ci ha lasciato il Maestro, il Padre semplice ed umile, l’uomo degli alveari, dei cani e degli alberi, il cacciatore, l’aedo degli umili. È un dolore ingiusto e intollerabile. Sarà mai possibile consolarsene? Tratteniamolo nel cuore e nella mente. Chi crede, lo ritroverà un giorno, sorridente, assiso sulle cime; chi non crede, vorrebbe credere, per avere anch’egli questo dono. Raccontiamo di lui agli uomini.

Addio, Mario, ti piango e ti saluto. Ora finalmente posso darti del tu?

 

In fondo, ho sempre avuto l’impressione che  Mario Rigoni Stern – non ho il coraggio di chiamarlo per nome: del resto, ai suoi tempi, al padre si dava del voi – ho sempre avuto l’impressione, dicevo, che Rigoni Stern non abbia mai goduto, in Italia, di eccessiva stima letteraria, e che sia sempre stato considerato uno scrittore ‘minore’, vorrei dire regionale [1], se non addirittura di genere. Nella migliore delle ipotesi, un vecchio alpino, che con un bicchiere in mano racconta ai nipotini, commosso ma nel fondo fiero, le sue imprese guerresche. Nella peggiore, una specie di vecchio nonno, che narra di cosa mangiano i caprioli, o di dove va a nascondersi ‘il’ lepre (ma come parlano strano questi montanari). Sì, insomma, un brav’uomo, senz’altro, e rispettabilissimo, ma dopo che l’abbiamo ascoltato possiamo stringergli la mano, e tornare, con un sorriso di sufficienza sulle labbra , alle cose davvero importanti della vita. È spiegabilissimo, anzi è consequenziale e ‘giusto’, un simile atteggiamento, nell’ambiente letterario italiano, dove, salvo rarissime e fulgide eccezioni – Primo Levi, Elsa Morante, Dino Buzzati, Natalia Ginzburg – i ‘letterati’, gli ‘intellettuali’, sono piccoli buddha autoreferenziali, che passano il tempo a contemplarsi l’ombelico, a riflettere sulla propria grandezza, sull’eccezionalità del proprio ‘messaggio’, sull’assoluta originalità della propria ‘sperimentazione’ letteraria, pronti a reagire rabbiosamente e istericamente contro chiunque mostri di non averli compresi e adorati (ogni allusione a Alessandro Baricco è del tutto voluta), infoiati di successo, di prime pagine, di visibilità, di potere. A riprova di questa mia teoria si veda qual è stato il comportamento degli intellettuali contemporanei riguardo alle segnalazioni per il Nobel della Letteratura. Nel 1997 si è voluto assegnare il premio a Dario Fo, che sarà anche un bravo attore, ma i cui testi sono poco più che canovacci, estremamente legati alla contingenza sociale e politica del nostro paese, e comunque di valore letterario minimo. Altri c’erano in Italia, che per sensibilità e valore morale avrebbero meritato la sponsorizzazione: P. Levi, per esempio, o N. Ginzburg. Levi se ne andò tragicamente nell’87; Ginzburg ci lasciò discretamente nel 1991. Ci rimaneva Mario Rigoni Stern, forse il più grande scrittore italiano del Novecento, cantore della dignità umana e del dolore dell’Uomo sotto la barbarie della guerra, Sciamano che parla con gli animali e gli alberi, Maestro di vita e di valori naturali ed ancestrali. Ma lui ha un difetto, appunto, imperdonabile per la nostra cultura: quello di essere ‘invisibile’, modesto, alieno da piazze e studi tv, legato alla terra, alla meditazione silenziosa e discreta. Non si è mai fatto vedere, Rigoni Stern, e dunque non è stato visto. Ma il tempo passa. Qualcuno ha riflettuto, forse si è reso conto dell’immane stupidaggine commessa ed ha avuto un’idea per rimediare: nominarlo senatore a vita. Senza pensare che proprio in Veneto si dice: ‘pezo el tacòn del buso’. L’idea ha raccolto consensi bipartisan: dal Governatore Galan, che con la cultura di Rigoni Stern decisamente non ha molto a che spartire, e dalla CGIL, che, con retorica patriottarda – che testimonia anch’essa scarsissima confidenza coi suoi valori – lo ha definito “il più illustre e speciale alpino d’Italia”. Nessuno, invece, ha avuto il coraggio di dire che, lungi dall’essere un riconoscimento, questa proposta rappresenta, nei suoi confronti, una presa in giro, se non addirittura un insulto. Non si è avuto il coraggio, o la capacità, di riconoscerne il valore e i meriti? Data la povertà ideale della nostra società, ciò per lui costituisce un titolo di merito. Ma ora, che lo si lasci in pace, e lo si rispetti. Non è un bambino, dal quale si cerchi di farsi ‘perdonare’ un torto con una caramella. E’ un Grande Vecchio, è un Maestro, è Mario Rigoni Stern. Amiamolo leggendo i suoi libri, parlando di lui a chi non lo conosce; portiamo i nostri figli sull’Altopiano e da lontano, ma senza disturbarlo, indichiamo la sua casa, e diciamo: ‘Ecco, vedi, lì abita quel signore che parla con gli urogalli, che in Russia ha conosciuto gelo e sofferenze, che coltiva gli alberi nel suo arboreto’. Non esibiamolo – per acquietare la nostra cattiva coscienza – sotto quelle luci che non ha mai cercato. Onoriamolo con la nostra ammirazione e la nostra devozione, e rallegriamoci di esser vissuti nel suo stesso tempo e di avere avuto il bene di conoscerlo. Certamente, lui non ci chiederà mai di più. Come poteva, invece, quella gente, capire Rigoni Stern? Come poteva capire uno che, dopo la guerra, la ritirata di Russia, e la prigionia, dopo aver conosciuto morte, freddo e fame, dopo tutto questo, torna a casa, in silenzio, quasi temendo di disturbare, quasi paventando un qualche festeggiamento per il ritorno del reduce, e si mette a fare l’impiegato comunale? L’impiegato comunale: non è un lavoro da protagonisti, e neppure da eroi. È un lavoro ‘quotidiano’, semplice: tutti i giorni dalle otto alle quattordici, scrivere, fare i conti giusti, tenere in ordine le carte, tener pulita la scrivania, rispondere – umanamente, senza arroganza – ai bisogni della gente, tornare a casa con la coscienza del lavoro compiuto onestamente. “La consigne c’est la consigne” avrebbe commentato un altro grande poeta degli uomini, Saint-Exupéry. Poi, a casa – la sua casa, la casa in mezzo agli alberi, la casa con i figli e i pochi amici, con gli alveari, col cane, con gli uccelli che passano e il bariletto dei crauti, la casa che vibra di altri suoni e odori che non quelli delle nostre vite di déracinés – il momento del silenzio, del ricordo. Sui suoi quaderni, pian piano, tornava tutto. La giovinezza, la guerra, il freddo, i compagni morti, il ritorno. Ma non solo. Tornavano anche – dalla sua esistenza e da quelle di coloro che l’avevano preceduto – le storie di caccia, di animali, di boschi. Tutto ritornava, lentamente, e l’impiegato, il cacciatore di urogalli, l’ex soldato, stava lì seduto e dava voce a tutti, uno alla volta. Da quel suo ‘esistere’ e riflettere, sono nati i suoi libri, umilmente e ‘naturalmente’. Così nacquero i primi, e così ha continuato a ‘partorirli’, e se pur, ad un certo punto, si è trovato investito di una certa celebrità, si ha sempre avuto l’impressione che il suo editore dovesse quasi strappargli ogni tanto un suo nuovo fascicolo di pagine, quasi che lui se ne schermisse, e poi arrivavano a noi, ed era ogni volta una nuova epifania. Così è stato fino alle sue ultime righe di poco tempo fa, a quella Ultima partita a carte, ultimo cristallo trasparente.

Queste mie righe – e spero, anche quelle di altri migliori di me – siano dunque per tributargli onore e rispetto, ed intimissimo affetto.

Gli umili

Aedo degli umili, degli ultimi, dei poveri, degli sconfitti, Rigoni Stern conosce quale sia il gusto del sale della terra, e chi con quel sale la renda fertile e viva. I protagonisti delle sue storie sono sempre contadini, montanari, povera gente. Questo non per una scelta ‘politica’, o per meglio dire ideologica; nemmeno per la povera ragione – ché questo sì lo ridurrebbe ad uno scrittore ‘paesano’ – che si tratta della gente in mezzo a cui ha sempre vissuto. No. Rigoni Stern ha raccontato gli umili perché sa che sono essi a costruire il mondo, che loro sono le fatiche, loro i sudori, loro, quando occorre, il sangue. Loro è anche la dignità. I poveri di Rigoni Stern paiono non ribellarsi mai: vanno in guerra, oppure faticano, mangiano il formaggio con la crosta perché hanno fame, patiscono il freddo, muoiono. Ma quella non è viltà, né rassegnazione. È, appunto dignità, quella di chi trova la propria dignità di uomo nel seguire il proprio ‘destino’ (ancora la ‘consigne’ saintexuperiana, che diventa divisa esistenziale) – pur avvertendone benissimo la durezza, e conoscendone le ineguaglianze – e preferisce lasciare agli altri, ai ‘potenti’, agli individui eccezionali, i beaux gestes, i discorsi altisonanti, la ‘gloria’ e, se del caso, la fuga ignominiosa e la vergogna. Sconfitti, dunque, solo apparentemente; in realtà, vincitori, operatori nel mondo di giustizia e di bene, inteso come rigore morale, umanità. Un mondo umano e narrativo, dunque, quello di Rigoni Stern, che lungi dall’essere angusto, limitato, particolare, diventa profondamente, imprescindibilmente universale. Gli esseri umani di Rigoni Stern sono ciò che sono già stati, in passato, in culture e società certo più povere ma più essenziali della nostra; sono ciò che dovrebbero essere oggi, se avessero orecchie per udire; sono ciò che dovranno essere, se vorranno salvarsi dalla perdizione.

La guerra

Anche il suo approccio alla guerra, la sua posizione ‘antibellicista’, è assolutamente particolare, verrebbe quasi da dire ‘indiretta’. Mai, nei suoi libri, si troveranno proclami, concioni, roboanti discorsi contro la guerra. Mai egli si impanca a tribuno: ‘non fa per lui’, come direbbe Chaplin. Rigoni Stern non attacca mai direttamente la guerra. Eppure, quant’è profondo ed assoluto il rifiuto che ce ne insegna. Lui guarda alla guerra, ancora una volta, dal basso, dal punto di vista dei minimi. Essi la fanno, a volte, la guerra, perché ce li mandano, perché ce li trascinano – i poveri, da sempre ‘carne da cannone’ – ma la considerano anche, la giudicano, e la condannano, senza appello, senza giustificazioni, senza remore. Vedono sfilare davanti a sé questa macchina violenta e distruttrice, che tritura case, campi e vite, che polverizza in un istante anni e secoli di lavoro umano, che annulla vite, ed ognuna è unica ed insostituibile (nell’Uomo del treno, il capolavoro di Patrice Leconte, uno dei protagonisti dice: ‘Più invecchiamo e più diventiamo preziosi’). Vedono davanti a sé le azioni di questo Moloch, e vedono che, oltre che barbare, esse sono stupide, perché a nessun’altra logica obbediscono se non a quella del potere e della sopraffazione, ovverosia ad una logica ‘biologicamente’ contraria a quella del genere umano, che è quella della solidarietà. Il ‘pacifismo’ e l’antifascismo di Rigoni Stern sono, appunto, ‘biologici’, naturali. Nascono dalle cose, dall’essenza delle cose, sono così perché così dev’essere, e non potrebbe essere altrimenti [2]. È quasi un sillogismo: la guerra ed il fascismo sono antiumani, io sono un essere umano, io sono contro la guerra e contro il fascismo [3]. Anche quando militò – sempre con estrema discrezione – in partiti politici della sinistra, anche quando girava le scuole italiane per tenere discorsi agli studenti, il suo pacifismo non è mai stato ‘politico’, non nel senso settario del termine. La sua voce ha sempre detto no alla guerra perché distrugge le case, perché uccide gli esseri umani, perché nega la solidarietà ed insegna l’odio, perché non è ‘umana’. Quanto più una verità è elementare, tanto più è assoluta.

La prosa

Forse ciò che meno è stato apprezzato di Rigoni Stern è proprio la sua prosa, che molti avranno trovato ‘povera’. E così è, in effetti. Rigoni Stern non conosce prosa lirica, voli pindarici, metafore ardite, raffinatezze stilistiche, esercizi retorici: lui conosce la vita. E la vita, per essere raccontata, non ha bisogno di orpelli: basta lasciare che scorra, eventualmente, ogni tanto, fermandosi a liberare la corrente dalla mille impurità di cui noi stessi l’abbiamo ingombrata. Così lui ha fatto. Rigoni Stern scrive per sottrazione, filtrando e setacciando continuamente la sua prosa, privandola di tutto: intrusioni personali, commenti, giudizi, allusioni. Tutto cade dalla penna, tutto il superfluo se ne va. Rimane l’essenziale: la vita, le cose, gli accadimenti. Vi sono testi di Rigoni Stern semplicemente incredibili (Uomini, boschi e api, per esempio, o Arboreto salvatico), dove la distillazione è stata portata al massimo grado, e dove la pagina vibra, e balugina di colori e luci. Non è più letteratura, è la musica interna delle cose. Questa è la sua ‘povertà’, una povertà adamantina che riesce a pochissimi, solo a coloro che sanno vedere e intendere l’armonia dell’Universo.

C’è poi un’altra sua caratteristica che merita di essere annotata. Il suo è un narrare di tipo aedico. Rigoni Stern non ‘inventa’ storie perché vengano pubblicate sui libri, perché si dica che sono belle o brutte, non ha fini ‘letterari’. Lui è il genius populi. Da che la prima parola scorre sulla pagina, subito la narrazione si alza a livelli vertiginosi. Non sono storie, racconti: sono l’epos, sono vicende universali, che rombano nel tempo, e parlano un linguaggio essenziale. Aedo dei poveri, cantore dei valori fondamentali dell’uomo, Rigoni Stern con la sua opera ha composto un unico poema indiviso.

La natura e la caccia

Il senso della natura di Rigoni Stern è profondamente religioso. Vi è, nelle sue opere, una religione della natura che non è cristiana. È – questa sì – figlia della sua terra, delle sue genti, dei Cimbri che l’hanno preceduto e da cui discende, pagana nel senso che si accomuna a quella religiosità naturale praticata da tutti i popoli europei prima della cristianizzazione. La natura in Rigoni Stern è prima di tutto sacra nella sua bellezza, e negli innumerevoli modi in cui la manifesta; è nutrice, poiché fornisce, a chi sa cercare ed ascoltare, cibo e riparo; è maestra, poiché insegna a sopravvivere, a superare le difficoltà, a comparare e adattare i suoi ritmi ai nostri; è spettacolo di armonia e di misura. Non è mai nemica. E anche quando può parere che lo sia, anche quando il gelo uccide i compagni, allora è perché noi ne abbiamo violato il regno e le regole. Altrimenti, spira in tutte le sue pagine un profondo misticismo dell’albero, del bosco e dell’animale, una religiosità panica che accomuna esseri umani, insetti, erbe, neve e vento, raccontando quell’unità perfetta e primigenia che abbiamo infranto e che siamo incapaci di ricostruire.

Così, il suo rapporto con la caccia è sciamanico [4]. La caccia per Rigoni Stern non è quella stupida falcidie indiscriminata che è oggi, sterminatrice di ogni forma di vita selvatica e trionfo della potenza e della violenza. Il cacciatore di Rigoni Stern è il cacciatore del neolitico, è l’uomo dei boschi, è appunto lo sciamano, colui che si fa bestia, traccia, usta, in un rapporto di stretta colleganza e ‘fratellanza’ con l’animale cacciato, che fornirà a lui ed alla sua famiglia cibo e nuove forze. Il suo cacciatore non odia, non prova rabbia, non agisce per desiderio di conquista: egli adempie un ciclo naturale, ‘necessario’, equilibrato e perfetto, che perciò diventa anche rito [5]. L’ennesimo richiamo al Gran Cerchio che l’uomo ha spezzato, l’ennesima ‘lezione’ del Maestro.


[1] È solo perché lui ha sempre posseduto ed ostentato, ben chiari e forti, gli anticorpi contro ogni forma di razzismo e di particolarismo, altrimenti mi stupirei di come nessun ‘intellettuale’ (?) leghista abbia mai pensato di ‘arruolarlo’ come ‘cantore della vigoria e delle tradizioni delle genti venete’ (la ‘razza Piave, di gentiliniana memoria). Certo lui li avrebbe allegramente mandati in mona, ma ciò non toglie che non sarebbe assurda un’ipotesi del genere, da parte di gente che ha protestato perché, a suo tempo, ad interpretare Giorgio Perlasca in televisione, fosse stato chiamato un attore meridionale (Luca Zingaretti) e non un ‘padano’, com’era effettivamente Perlasca.

[2] Pochissimi hanno espresso un tale livello di sentire. Forse Mario Bonfantini, in Scomparso a Venezia, o Hans Fallada, in Ognuno muore solo.

[3] E forse dev’essere per questa sua posizione ‘naturale’ che un altro ‘arruolamento’ non è mai stato tentato nei suoi confronti: quello delle associazioni excombattentistiche, che troppo spesso, sotto la commozione per i caduti, nascondono nostalgie bellicistiche, viriloidi e patriottarde, e che perciò devono aver capito di non potersi fidare di questo vecchio, fiero sì, ma solo della propria umanità.

[4] Mi rendo conto di ripetermi, ma l’ennesimo ‘arruolamento’ che non è mai riuscito è stato quello da parte delle associazioni venatorie: anche quelli hanno capito che non era facile tirare dalla propria parte uno che ‘parlava’ con gli urogalli.

[5] “Ci dispiace ucciderti, fratello, rendiamo onore al tuo coraggio, alla rapidità e alla tua forza” dice il mohicano Chingachgook al cervo appena ucciso, nell’Ultimo dei mohicani di Michael Mann (1992).

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