Pubblicato da: giulianolapostata | 19 giugno 2011

Multivisioni – 18 giugno 2011

Multivisioni – Consigli appassionati su cosa vedere – e non vedere! – in TV

“Il cinema americano ha successo perché loro fanno bene i film. Noi facciamo bene la pizza”

R. Benigni

 “Il cinema italiano è deprimente”

Q. Tarantino

 “Un qualsiasi stupido film americano contiene sempre un insegnamento, a differenza di un qualsiasi artistico film inglese”

 L. Wittgenstein

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Sabato 18 giugno

 

Lo sceicco bianco (F. Fellini, Italia, 1952), 03.05, Rete4

Due sposi novelli vanno in viaggio di nozze nella Roma dei primi anni Cinquanta, e lei cerca di conoscere l’eroe dei fotoromanzi di cui è ghiottissima. Questa fu la prima regia di Fellini e, francamente, se ne sarebbe serenamente potuto fare a meno. A peggiorare il tutto c’è un’abbondante spruzzata di Neorealismo, per il quale anche Fellini ha avuto più di una sbandata (e tutte irritanti). Quanto alla Sig.ra Masina, non avrebbe mai recitato se non avesse sposato il Sig. Fellini.

 

Va’ dove ti porta il cuore (C. Comencini, Italia/Francia/Germania, 1996), 15.15, DT

Se il mondo avrebbe serenamente potuto fare a meno del romanzo della Tamaro (‘Susanna Luamaro’, l’hanno ribattezzata in Veneto, e i libro “Va’ dove ti porta il c***”), appartenente a quella branca di pseudoletteratura che in Germania viene etichettata come Trivialliteratur), ancor più sarebbe felicemente sopravvissuto senza il film che ne ha tratto la Comencini, nota esperta nella realizzazione di segoline sentimentali. Oltre ogni limite.

 

 

Domenica 19 giugno

 

La ragazza di Bube (L. Comencini, Italia/Francia, 1963), 07.45, Rai3

Raro passaggio tv di questo bel film dal bel romanzo di Carlo Cassola. La storia di Mara, una ragazza toscana che durante e dopo la Resistenza sacrifica la propria vita per amore di un partigiano condannato per omicidio. Bellissimo bianconero e bravissima Claudia Cardinale. Imperdibile.

 

Michael Clayton (T. Gilroy, USA, 2007), 21.30, Rete4

Michael è avvocato in un grandissimo studio legale. Il suo ruolo è di “quello che fa le pulizie”, ovvero di colui che, in un modo o nell’altro, copre le malefatte dei clienti più importanti. Ci vuole uno stomaco di ferro e un pelo alto così, per fare questo lavoro, ma a Michael sta bene, finché non si trova davanti un ostacolo inaspettato: il ‘problema’ da risolvere, questa volta, è un suo vecchio e caro amico, anche lui collegato allo studio, e il cliente importante è una multinazionale chimica i cui prodotti sono altamente cancerogeni. MC riesce nell’arduo compito di affrontare – e fallire – tre importanti generi in un colpo solo. Il primo è il legal thriller. Troppo ellittica la narrazione, troppo sintetica, troppo allusiva, e quando dopo mezz’ora di film si brancola ancora nel mare delle allusioni e del ‘non ho capito bene forse è andata così’, vuol dire che la sceneggiatura fa acqua. Quella del thriller vero e proprio. Non c’è nessuna vera suspense nel film, e le situazioni sono scontate e telefonate mezz’ora prima. Quella del cinema civile. Il problema di Michael rimane sempre e soltanto suo, per tutto il film, senza raggiungere mai il livello della metafora politica o sociale. George Clooney meno gigione e più misurato del solito, ma non basta assolutamente.

 

Fuga di mezzanotte (A. Parker, GB, 1977), 23.30, DT

La storia vera di Billy Hayes, arrestato negli anni Settanta all’aereoporto di Istanbul con due chili di hashisch, il quale, per colpa di un’assistenza legale estremamente rozza – ma soprattutto per la volontà del governo turco di ‘dare una lezione’ a spese del primo fesso che gli fosse capitato per le mani – venne condannato all’ergastolo. Rinchiuso nelle carceri turche, Hayes si trovò improvvisamente precipitato in un girone infernale di violenza, abiezione, follia e malattia che lo ridusse ad una larva umana. Solo per un caso fortuito riuscì a fuggire e a raggiungere l’ambasciata americana, che lo fece espatriare. Un bel film, forte e duro, con una bella sceneggiatura di O. Stone. Da vedere soprattutto ora, quando con tracotanza la Turchia preme per entrare in Europa: la stessa Turchia dove, l’8 marzo dell’anno scorso, uno sparuto drappello di donne e omosessuali, che aveva osato mostrare la faccia nel centro di Istanbul, venne massacrato di botte dalla polizia. La stessa Turchia che tutt’oggi nega il genocidio degli Armeni, uno dei più orribili della Storia recente. La stessa Turchia dove il genocidio e l’etnocidio dei Curdi sono tutt’ora in atto. La stessa Turchia dove, di recente, il portavoce del Ministero della Giustizia ha dichiarato: “Tutti gli uomini vogliono sposare una vergine: chi lo nega è un ipocrita” ed anche “Una donna violentata è meglio che sposi il suo violentatore: il tempo guarirà le ferite, lei lo amerà e saranno felici”. Oltretutto, un ottimo film, veramente da vedere.

 

 

Lunedì 20 giugno

 

Brooklyn’s finest (A. Fuqua, USA, 2009), 21.10, Sky

Non è riuscito, ad Antoine Fuqua, lo stesso colpo del bellissimo Training Day (USA, 2001), che valse addirittura un Oscar a Denzel Washington. Quella fu una moderna e terribile Odissea, di due poliziotti losangelini attraverso la corruzione, la violenza e l’amoralità di una città in cui pare che a dividere poliziotti e delinquenti sia, certe volte, solo il colore degli abiti. Un film stupendo, che richiamò inevitabilmente alla memoria quello che si può definire il padre di tutti i noir metropolitani americani, il magnifico Vivere e morire a Los Angeles (W. Friedkin, USA, 1985). La presenza di tale capolavoro nella sua filmografia pare aver schiacciato Fuqua sotto il peso della sua irripetibilità, e quello che vediamo oggi (a noleggio, perché nelle sale è stato un vero flop) non è altro che un faticoso, raffazzonato e deludente remake del modello, costruito, per di più, tramite citazioni stilistiche di molti padri (P. Haggis, G. Arriaga ecc.) e di troppi luoghi comuni. Ritroviamo così il poliziotto immorale, alcolizzato e corrotto (un Richard Gere di rara inespressività), che riscatta una vita ed una carriera inutili con un ultimo beau geste. Ritroviamo il poliziotto corrotto ma cattolico, ossessionato dai sensi di colpa (per caso vi ricorda Harvey Keitel nel capolavoro di Ferrara? Purtroppo anche a me), che per amore della famiglia è disposto a qualsiasi bassezza. E c’è anche l’infiltrato che, a forza di stare immerso nel fango, ha imparato a riconoscere i fiori che vi si possono trovare: lealtà, amicizia maschile, onore, e ad essi sacrifica vita e carriera. Costituita dunque quasi solo di stereotipi visti mille volte, e soffocata dal loro peso, la sceneggiatura non riesce perciò ad esprimere uno straccio di storia vedibile, accettabile e credibile. Il racconto si trascina stancamente per centoquaranta interminabili minuti, e l’unico espediente per tenere alta la tensione è quello di infarcirlo di cupa e sanguinosa violenza, e di torbidi squarci d’atmosfera che rimangono assolutamente fine a se stessi, senza mai farsi autentico dramma. Come non c’è storia, così non c’è conclusione. Sono almeno due o tre i momenti in cui lo spettatore ha l’impressione che il film sia (finalmente) finito, ma per arrivare davvero in fondo bisogna aspettare il botto finale, un’esplosione di violenza macellaia cui Fuqua delega il compito di esprimere quella tragedia che lui non è assolutamente riuscito ad esprimere. Un vero peccato, da parte di un regista che, se pur non eccelso, nel frattempo ci aveva regalato King Arthur (USA, 2004), uno dei più bei fantasy degli ultimi anni. Sarà per un’altra volta, speriamo.

 

Cafè express (N. Loy, Italia, 1980), 21.00, Sky

Come Alberto Sordi, anche Nino Manfredi è stato spesso – e purtroppo volentieri – il ‘cantore’ delle volgarità e delle miserie sottoproletarie italiane. Così è anche in questo film, in cui si raccontano le peripezie di un venditore abusivo di caffè sui treni di linea del Sud. Ridicolo è dir poco, anche se è riuscito a fare di peggio (Cioccolata a colazione).

 

Notte prima degli esami (F. Brizzi, Italia, 2006), 21.00, Sky

E’ l’ultimo giorno di scuola, e sapendo che non rivedrà più i suoi insegnanti – lo aspetta la Maturità – Luca vuole togliersi un rospo dallo stomaco: va dal suo professore di italiano, soprannominato La Carogna, e gli vomita addosso tutto l’odio e il disprezzo che ha accumulato contro di lui per tre anni. Ma non sa una cosa: che proprio lui, all’ultimo momento, è stato nominato commissario interno all’esame, e quando lo scopre capisce di non avere futuro. Per consolarlo, gli amici lo portano ad una festa, e là Luca ha una visione: Claudia, la “donna della sua vita”. Ma non sa chi è, e inoltre l’ha vista insieme ad un burino alto il doppio di lui, e pieno di muscoli. Nella ricerca di questa fantomatica creatura, e nel tentativo di trovare una soluzione alla sua mostruosa gaffe, si consumano i giorni e le notti che separano Luca dall’esame. Ben lungi dall’essere l’ennesimo teenager-movie, sporcaccioncello  e volgarotto, NPE è un film delizioso, una commedia garbata, intelligente, discreta, piena di buon gusto e di spirito, e, tra l’altro, divertentissima. Dal micidiale colloquio iniziale con La Carogna all’ultima inquadratura, le avventure di Luca e dei suoi amici si susseguono attraverso un fuoco di fila di battute esilaranti e di situazioni comicissime, senza tuttavia che mai una sola volta si scada nella volgarità postribolare che è oggi la cifra e l’unico contenuto della commedia italiana (Boldi, De Sica e i Vanzina dovrebbero guardarselo non stop, per ventiquattr’ore filate). Fausto Brizzi – un signor nessuno dal luminoso avvenire, almeno a giudicare da questo esordio – è evidentemente un uomo di buone letture, perché raramente si è vista una sceneggiatura così squisitamente teatrale, dalla commedia degli equivoci di Feydeau al bellissimo Casa a due porte non puoi sorvegliare, di Calderon de la Barca, cui moltissime situazioni sono ‘sfacciatamente’ ma intelligentemente ispirate. In questo suo primo lavoro è stato coadiuvato da un cast davvero di qualità. Prima di tutto, ottimi i ragazzi del gruppo, impegnati solo a recitare, cioè a fare il loro lavoro, non a mettersi in mostra. Ma gli elogi maggiori vanno ai due principali interpreti adulti. Prima di tutto, è ovvio, Giorgio Faletti, semplicemente strepitoso nel dar vita ad una ‘carogna’ che però ha dentro di sé un animo e una storia, con una recitazione efficacissima, ma sempre misurata e sotto le righe, senza cedere una sola volta al tentativo di far riemergere, magari solo con un guizzo, i suoi vecchi (e peraltro pregevolissimi!) personaggi di cabaret, con cui si fece un nome a Drive In. In secondo luogo, elegantissimo, sensibile e bravissimo, ai limiti della commozione, Riccardo Miniggio, nella piccola parte del fidanzato della nonna, ad ennesima dimostrazione della sacrosanta legge per cui non esistono cattivi attori, o ruoli ‘minori’, ma solo cattivi registi. Lo aspettiamo alle prossime prove, ma certo qui cattivo regista Brizzi non è stato. Ci lascia con un altro tocco di professionalità, evitando un terrificante e stucchevole happy end che avrebbe rovinato tutto e con dei simpaticissimi titoli di coda affettuosamente ispirati ad Animal House, dopo un film che ricorderemo a lungo con vero piacere.

 

 

Martedì 21 giugno

 

Il Maestro e Margherita (A. Petrovic, Italia/Jugoslavia, 1972), 11.10, DT

Un film integralmente fallito, che non conserva un’oncia della sublime bellezza del romanzo omonimo di M. Bulgakov (Einaudi Ed.) da cui è tratto, uno dei grandissimi libri del Novecento. Inutilmente virato su un registro di pesante grottesco, sciocco e banale (e ‘incompiuto’), non ha nulla del libro: non la grandissima eleganza stilistica, non la severità morale, non l’assolutezza dei temi proposti e trattati: il senso del Bene e del Male, la Giustizia, l’Amore. Oltretutto, l’idea di prendere Tognazzi come interprete è semplicemente blasfema. Da rifiutare, semplicemente.

 

Memento (C. Nolan, USA, 2000), 21.10, DT

Vittima di un disturbo della memoria che gli azzera i ricordi ogni dieci minuti, un poliziotto cerca gli assassini della moglie organizzandosi un complicatissimo sistema di ricordi, fatto di numeri telefonici tatuati sul corpo, foto, eccetera.  Prima di quella sconclusionata palla di Insomnia (2002), un’altra insopportabile palla di Nolan, talmente incomprensibile che lui stesso ha sentito il bisogno di metterne in circolazione una versione montata in ordine cronologico. Oltretutto, l’inverosimiglianza trionfa: non bastava tenere un diario?! Da suicidio.

 

In America (J. Sheridan, GB/Irlanda, 2003), 21.00, Sky

Sarah e Johnny emigrano dall’Irlanda negli USA via Canada. Con sé portano pochi soldi, tante speranze ma soprattutto il ricordo di Frankie, il figlioletto di tre anni morto da poco di tumore al cervello. A New York trovano riparo in un quartiere degradato, in un vecchio edificio semidiroccato e rifugio di tossici e travestiti. Da lì parte la loro faticosa marcia verso la ‘normalità’, intesa non tanto come sicurezza economica, rispettabilità, benessere – valori a cui nessuno dei quattro, curiosamente, sembra dare grande importanza – quanto come assenza di dolore. Non è un cammino facile per nessuno. Sarah porta con sé il rimorso di essere in qualche modo responsabile della perdita del bambino; tuttavia è spinta da un’immensa speranza e da un fortissimo amore per le figlie, e quella speranza è tanto forte da aiutarla a farsi strada, semplicemente, giorno per giorno, e ad indurla a concepire una nuova vita. Per Johnny, invece la ferita è stata troppo profonda, tanto da aver spento entro di lui non solo il dolore e le emozioni, ma anche la capacità di provarne. Johnny si lascia vivere, lottando sempre più stancamente. Unica figura ‘forte’ è Christy, la maggiore, l’io narrante della storia. ‘Nascosta’ dietro il piccolo monitor della sue telecamera, Christy osserva e documenta le sofferenze e le gioie della sua famiglia, accumula ricordi e riflessioni, e anche lei tiene vivo il ricordo del piccolo Frankie, come un invisibile genio benefico che ancora protegge la famiglia. Sulle loro scale vive Mateo, un uomo misterioso, un nero gigantesco che si è isolato dal mondo, col quale comunica solo attraverso urla feroci e minacciose intimazioni ad andarsene. Sarà proprio Christy, nella sua pervicace ostinazione di vita, a ‘costringerlo’ ad uscire e ad aprirsi, permettendogli di rivelare il suo dolore per la morte inevitabile – l’AIDS – e dunque il suo disperato amore “per tutte le cose vive”, che aveva cercato di reprimere. In loro Mateo troverà per l’ultima volta serenità e amore, e grazie a lui e a Christy, la famiglia troverà speranza, fiducia e salvezza. Delicato e poetico miracolo di poesia e di bellezza, In America è interpretato da una piccola squadra di eccezionali attori. Magnifico Mateo, umanissimo, forte e semplice nel suo dolore; stupenda Sarah, dalla dolcissima femminilità, in cui – cosa rarissima, in un cinema costruito spesso di esteriorità e di stereotipi qual è quello attuale – meravigliosamente si fondono maternità e sensualità. Ma su tutti svetta l’incredibile bravura, l’inconcepibile maturità espressiva ed emotiva della tredicenne Christy (Sarah Bolger: segnatevi questo nome), qui, se non sbaglio, alla sua prima prova di recitazione, che racconta sentimenti ed emozioni con la sensibilità compiuta di una donna, di chi ha già conosciuto e metabolizzato dolore e felicità. Non un’espressione fuori posto, non un gesto esagerato, non uno sguardo sbagliato, in una interpretazione semplicemente strepitosa. Un film colmo di speranza, di fiducia nella vita, nel mondo, nel prossimo. Non è un incredibile regalo? Qualcuno ha parlato di Frank Capra, per questo film: è un grandissimo complimento, ed un parallelo perfettamente appropriato. Un ultimo invito a seguire Sarah – forse la compagna e madre dei nostri figli che tutti noi abbiamo sognato. E’ lei che parla, quando alla televisione appare un’inquadratura di Furore, con la madre, Ma Joad, che dice: “Noi ce la faremo”. Assolutissimamente imperdibile.

 

 

Mercoledì 22 giugno

 

Mission to Mars (B. de Palma, USA, 2000), 23.10, DT

Noiosissima e insopportabilmente lenta storia di fantascienza (aridatece Maciste!). Un’astronave precipita su Marte e dopo varie peripezie scopre i marziani lunghi, diafani e buoni (probabilmente fondi di magazzino avanzati da Incontri ravvicinati del terzo tipo). Penoso.

 

 

Giovedì 23 giugno

 

Master & Commander (P. Weir, USA, 2003), 21.10, Rete4

Dai romanzi marinari di P. O’Brian, un ottimo film storico e d’avventura, tanto interessante nell’ambientazione e nella sua verosimiglianza quanto appassionante per la vicenda. Durante il contrasto tra Inghilterra e Francia napoleonica per il predominio sui mari, il veliero inglese Surprise ingaggia un lungo duello col francese Acheron che gli è superiore per armamenti ma inferiore quanto a perizia di comando. Interessantissimo e quasi ‘documentaristico’ nelle scene di guerra e di vita marinara, è una lezione di storia al cinema, oltretutto magnificamente fotografata, e raccontata con slancio ed entusiasmo.

 

L’ultima follia di Mel Brooks (M. Brooks, USA, 1976), 22.55, DT

Una delle solite storie demenziali del grande comico americano, che qui immagina che un regista cerchi di girare un film muto (Silent movie è il titolo originale) con la partecipazione di grandi attori, tra i quali il grandissimo mimo francese Marcel Marceau, recentemente scomparso, che pronuncia l’unica parola del film. Geniale, raro, imperdibile.

 

 

Venerdì 24 giugno

 

Essi vivono (J. Carpenter, USA, 1998), 21.00, DT

Per me, il capolavoro di Carpenter, nel senso del suo film più ‘sfacciatamente’ e violentemente politico. Un disoccupato di Los Angeles, dopo aver assaggiato l’altra faccia del ‘miracolo americano’, scopre casualmente che l’umanità è dominata da alieni che, mediante messaggi subliminali, la inducono al consumismo più folle e sfrenato e all’assoluta obbedienza alle autorità. Film poverissimo, girato con quattro soldi, ma visivamente allucinante e terribilmente inquietante e profetico. Assolutissimamente imperdibile.

 

Neverland (M. Foster, GB/USA, 2004), 21.00, DT

Ce ne vuole per riuscire a ‘spegnere’ la magia interpretativa di Johnny Depp, ma questo film – una biografia di James Matthew Barrie (1860-1927), il celeberrimo inventore di Peter Pan – purtroppo c’è riuscito in pieno. La storia è piatta e senza nessun coinvolgimento emotivo, il ritmo narrativo è lento, la fotografia è artificiosamente e stancamente elegante. Deludente e inutile.

 

L’esercito delle dodici scimmie (T. Gilliam, USA, 1995), 21.00, DT

C’è un premio in palio, a cura dell’Internazionale Masochista, per chi riesce a raccontare logicamente la trama di questa insopportabile palla, uno dei più balordi film di fantascienza che si siano mai visti sullo schermo, ma non l’ha mai vinto nessuno. Le estimatrici possono godersi Brad Pitt, ma non so se basta a compensare Bruce Willis. Evidentemente il registro della SF non si addice all’immaginario visionario e fantastico di Gilliam, altre volte grande e sognante artista (La leggenda del re Pescatore, del 1995, e il magnifico Tideland, del 2005).

 

 

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