Pubblicato da: giulianolapostata | 19 giugno 2011

“In the electric mist”, B.Tavernier, USA/Francia, 2008

Sono così tanti I film ambientati in tutto o in parte in Louisiana che ci mancherebbe lo spazio anche solo per un elenco sommario. Possiamo citarne solo qualcuno, a cominciare dal magnifico Un tram che si chiama desiderio (E. Kazan, USA, 1951), proseguendo con Angel heart, il capolavoro di A. Parker (USA, 1987) e col bellissimo Il cattivo tenente (W. Herzog, USA, 2009), senza dimenticare il delicato e poetico A love song for Bobby Long (S. Gabel, USA, 2004) o il grande poema libertario Easy rider (D. Hopper, USA, 1969) Tutti risentono del fascino e del ‘clima’ particolare di questa terra ambigua, in cui la natura stessa non è mai esattamente una cosa o l’altra e terra e mare si confondono, in cui la cultura francese ed anglosassone convivono e si compenetrano senza mescolarsi, a fianco di quella degli ex schiavi neri, con la sua magia voodoo, e di quella amerindia (gli indiani Seminole, attori nell’Ottocento di feroci guerre coi bianchi, sono l’unica tribù che non abbia mai firmato un trattato di pace col Governo americano). Sarebbe stato bello che Tavernier, prima di girare questo film, se li fosse almeno rivisti, così ci avrebbe risparmiato un film brutto e noioso come questo, che sfigura pesantemente in una filmografia che pure vanta titoli di qualità (per nominarne uno solo, Che la festa cominci – Francia, 1975 – grande affresco etico-storico sull’Ancien Régime, prima della catastrofe rivoluzionaria). Già è difficile districarsi nella storia, e forse non è un caso che ad adattare per lo schermo il romanzo In The Electric Mist with Confederate Dead (1999), del texano James Lee Burke, siano stati Jerzy Kromolowski e Mary Olson, coautori del pesantissimo La promessa (S. Penn, USA, 2001). A New Iberia, in Louisiana appunto, il detective Dave Robicheaux sta indagando sulla morte di una giovane prostituta, barbaramente seviziata e poi uccisa. Ma i sentieri di Robicheaux si biforcano subito e più volte, quando nell’indagine entrano il cadavere di un ‘negro’ ammazzato dai bianchi quarant’anni prima (ed alla cui morte il detective ha assistito da bambino), un attore alcolizzato che sta girando un film sulla guerra di Secessione, il finanziatore del film, un boss corrotto e maniaco sessuale legato alla criminalità locale e un altro cadavere straziato di un’altra giovane donna. A ciò si aggiunge il passato da alcolista di Dave e gli incubi che ancora lo tormentano: il fantasma del Generale Confederato John Bell Hood, che gli appare guidandolo nella sua ricerca. Tanta, troppa carne al fuoco, e la cucina è indigesta e pesante. Il film procede faticosamente e senza un’autentica ‘necessità’ narrativa: va così, ma potrebbe andare colà e ancora colà. Si aspetta imbarazzati una conclusione che non arriva mai, e che quando arriva è confusa e imprecisa come tutto il resto della pellicola. Né valgono a chiarirci le idee – anzi, spesso che le confondono ancor di più – i vari sproloqui pseudofilosofici, pseudomoralistici, pseudoletterari, che la voce narrante dello stesso Robicheaux o il Generale Hood spesso ci ammanniscono. Anche la Louisiana par essere lì per caso. Potremmo essere da un’altra parte, e nessuno se ne accorgerebbe, ed anche i richiami alle devastazioni dell’uragano Katrina appaiono falsi, calati dall’alto, quasi ‘indicazioni di lettura’ estranee alla vicenda. Un ‘estraneo’ è anche Tommy Lee Jones, altrove grande e sensibile attore: troppo ‘buono’, troppo tormentato, troppo di tutto. Attorno a lui, un cast di nullità assolute, che si dimenticano un minuto dopo aver spento il lettore DVD. Francamente, un film inutile.

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