Pubblicato da: giulianolapostata | 11 giugno 2011

Multivisioni – 11 giugno 2011

Multivisioni

Consigli appassionati su cosa vedere – e non vedere! – in TV

“Il cinema americano ha successo perché loro fanno bene i film. Noi facciamo bene la pizza”

R. Benigni

 “Il cinema italiano è deprimente”

Q. Tarantino

“Un qualsiasi stupido film americano contiene sempre un insegnamento, a differenza di un qualsiasi artistico film inglese”

 L. Wittgenstein

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Sabato 11 giugno

 

Alice non abita più qui (M. Scorsese, USA, 1975), 01.20, Rai1

Un film atipico per Scorsese, semplice e lineare come una favola. Alice, rimasta vedova con un figlio di dodici anni, decide di tornare alle radici, alla sua Monterey, in California, da cui era partita tanti anni prima, e per pagarsi il viaggio riprende la sua vecchia professione di cantante. Dopo incontri, crisi ed avventure, Alice troverà una nuova ‘patria’ ed un nuovo amore, che non rappresentano però il solito caramelloso happy end hollywoodiano, ma quasi il premio per il suo coraggio di donna. Ennesimo racconto on the road dell’America, descritta con affetto ed umanità. Imperdibile.

 

Ladri di biciclette (V. De Sica, Italia, 1948), 04.00, Rete4

Odio il Neorealismo, forse dai tempi in cui, se non ti piacevano Ladri di biciclette (e, più avanti, i Fratelli Taviani, e più avanti ancora Nanni Moretti), il Commissario Politico della locale Sezione del P.C.I. ti diceva, se andava bene, che eri destinato ad essere abbandonato sul ciglio della luminosa via della Storia e del Progresso, e se era di cattivo umore ti consigliava una vacanza rieducativa in Siberia. Lo odio perché non ho mai potuto sopportare l’anima demagogica, populista e stracciarola della cultura italiana (e della sinistra italiana). Lo odio perché non ho mai potuto sopportare il ‘melodramma’, la retorica, la tromboneria. Una volta Ennio Flaiano scrisse che “i campi d’Italia son seminati a retorica”: Dio, quanto aveva ragione. Lo odio perché – anche, se non altro – il cinema neorealista è tutto meno che di sinistra, e dunque il suo è un culto che si morde la coda.

Ma l’avete visto, Ladri di biciclette? Dunque. C’è quest’uomo che finalmente trova un lavoro. Di merda – deve pagare per averlo (si impegna le lenzuola per disimpegnare la bici) – ma comunque è un lavoro: significa pane (quando ce n’era poco), e dignità (quando ce n’era ancora meno). Ma gli rubano la bici, e lui per riaverla attraversa una Roma sottoproletaria che è – quella sì, forse involontariamente: ma ci ritorno dopo – assolutamente sincera: cioè cattiva, imbrogliona e maligna. Cornuto e mazziato, alla fine rimane senza bici, cioè senza lavoro, e con le ultime lire in tasca. Beh, cosa credete che faccia? Che le usi per comprarsi una pistola e rapinare una banca? Che salga sul Colosseo e minacci di buttarsi di sotto se non gli danno un altro lavoro?  Che fondi una cellula anarco-insurrezionalista contro il sistema? Macché! Siamo italiani, non dimenticatevelo, e dunque con le sue ultime lire lui se ne va all’osteria: un fiasco di vino e una mozzarella in carrozza, e il mondo ti sorride. Chi ha avuto ha avuto ha avuto/chi ha dato ha dato ha dato/scurdammoce ‘o passato/nun ce pensamme ‘cchiù.

E Miracolo a Milano, l’avete visto anche quello? Con quel nanetto deficiente morto di fame e di freddo, vestito di stracci, che se ne va in giro per la città a dire ‘buongiorno’ a tutti? Ma – mi sono sempre chiesto – che cazzo di buongiorno ti dici? Dov’è il tuo ‘buon’ giorno? Tra le baracche? In mezzo agli stracci? Nel fango? Ma perché non t’incazzi, perché non fai anche tu una bella rapina, che ne so, un borseggio, almeno uno scippo ad una borghese impellicciata? Niente. Lui fa la fame, e dice ‘buongiorno’.

E Sciuscià? Avrete visto anche quello. Coi due ragazzini in riformatorio – è facile immaginarli stuprati, umiliati, riempiti di botte – che invece di organizzare una bella rivolta, magari prendendo in ostaggio il direttore e le guardie, che c**** ti fanno? Sognano un cavallo bianco!!!

Qualcosa si salva, comunque. Umberto D., forse il più antiretorico dei film neorealisti, e proprio per questo quello che ha avuto minor successo, di critica e di pubblico, a dimostrazione ancora una volta che quel che piaceva agli italiani del neorealismo erano i suoi contenuti strappalacrime, da sceneggiata napoletana, e che se appena appena gli mostravi la verità voltavano la faccia dall’altra parte. E Roma città aperta, un film asciutto, rigoroso e ‘spietato’, con una grandissima prova d’attore del grande Aldo Fabrizi (grande come è sempre stato: permettetemi di ricordare, anche se qui non c’entra, il tragico personaggio del palazzinaro nel bellissimo C’eravamo tanto amati di Scola); talmente bello da avermi fatto sopportare perfino la presenza di Anna Magnani, credo l’attrice che più detesto nel cinema, icona della ‘sottoproletaria’ in tutte le varianti possibili: mamma ‘materna’, femmina da sensualità da borgata – ricordate le sue sottovesti nere e le ascelle sudaticce nella Rosa tatuata (D. Mann, USA, 1955)? Ripugnante – pescivendola volgare e becera: insomma, un’autentica ‘italiana’. E si salva, spesso, la fotografia, povera ed essenziale, anche se, appunto, mi pare che indulga troppo spesso ad un linguaggio più pauperistico che povero, e molto sentimentale.

Comunque, tornando alla questione, è di destra o di sinistra, il cinema neorealista? Né l’uno né l’altro. Il cinema neorealista è stato il primo esempio in Italia di cultura bipartisan. Era di sinistra, perché la sinistra ama credere che i poveri siano buoni, e dunque quel cinema li dipingeva così: buoni, gentili, poveri-ma-belli. Era di destra, perché la borghesia italiana del dopoguerra aveva bisogno che i poveri se ne stessero buoni buoni, allineati e coperti, a lavorare per la ricostruzione, ed aveva terrore ed orrore della ribellione; e dunque l’attacchino derubato e disperato invece di ribellarsi va a magnarsi la mozzarella, i barboni milanesi invece di salire sulle barricate VOLANO IN PARADISO (!!!), e i figli di nessuno, invece di distruggere la Bastiglia sognano cavalli bianchi.

C’è stato un solo film, in Italia – non neorealista ma semplicemente realista – che abbia dipinto i poveri come sono davvero, com’è ovvio che siano, quando sono vittime del degrado morale e materiale indotti dalla povertà: Brutti, sporchi e cattivi, del geniale Ettore Scola (Italia, 1976: purtroppo il Neorealismo era già finito e aveva già fatto i suoi danni, e dunque non poteva più imparare la lezione), e naturalmente è stato accusato di essere di destra. Questo è il destino di chi dice la verità a chi, per una ragione o per l’altra, proprio non vuol sentirsela dire.

 

Greystoke (H. Hudson, GB, 1984), 18.00, DT

Bella versione filologica del Tarzan di E.R. Borroughs, il personaggio creato nel 1912, in un film che non si limita a mettere in scena scimmie ammaestrate e petti virili, ma racconta il contrasto insanabile tra la libertà della natura e i condizionamenti della ‘civiltà’ (quella dei bianchi, naturalmente). Da non perdere.

 

I padroni della notte (J. Gray, USA, 2007), 22.55, DT

Ottimo, ottimo poliziesco ‘come quelli di una volta’, coi buoni che sono davvero buoni, cavalieri senza macchia e senza paura, i cattivi che sono davvero cattivi e senza cuore (“Infame!”), e in mezzo i traviati, che ad un filo dall’abisso del Male si fermano, ritrovano la loro stella e tornano sulla retta via. Stereotipi? Forse, ma di stereotipi è fatta da sempre tutta la narrativa, dall’Iliade a Pinocchio, e dunque il problema non sta nel servirsene, magari anche a piene mani – anzi – ma, caso mai, nel servirsene male. Cosa che appunto non avviene in questo bel film di Gray, in cui si affrontano due fratelli e un padre. Il padre è Burt (un ‘vecchio’ e sempre bravissimo Robert Duvall), capo della polizia di New York. I figli sono Joseph e Bobby. Il primo ne ha abbracciato i valori e seguito le orme, diventando anche lui apprezzato ufficiale di polizia e dedicandosi completamente al lavoro, cui sacrifica tutto, anche gli affetti familiari. L’altro, invece, ha scelto la ‘libertà’. Bobby dirige un grande locale notturno della città. Donne facili, alcol, un tiro di coca ogni tanto, amici ad ogni tavolo, soldi in abbondanza. La vita e i valori della sua famiglia d’origine non fanno per lui, li trova noiosi, ridicoli – “Mickey Mouse” è il soprannome che i suoi amici danno ai poliziotti – e se n’è scelto un’altra d’adozione, quella del suo padrone, un vecchio russo importatore di pellicce e proprietario di vari altri locali in città. Il padre e il fratello cercano di riportarlo con loro, con affettuosa durezza, ma lui li rifiuta con irrisione. Bobby non è così stupido da non vedere i giri strani del locale: tossici, spacciatori, assassini coi loro guardiaspalle, ma preferisce guardare da un’altra parte e illudersi che la cosa non lo riguardi (“Io non spaccio”). Però, quando Joseph va a fare una retata proprio nel suo locale, e per punizione la mafia russa gli spara in faccia, in quel momento il suo muro di ignavia comincia ad incrinarsi. E non è solo il fratello, in pericolo. I mafiosi minacciano lui, la sua donna e soprattutto suo padre. Bobby si decide, salta il fosso e decide di collaborare, ma il rischio è altissimo, e la strada del riscatto sarà lastricata di sangue e di dolore. Molti sono i maestri di Gray e, senza offesa, si riconoscono tutti: William Friedkin, col suo bellissimo Il braccio violento della legge (1971), o il grande John Frankenheimer, col suo disperato e poetico Ronin (1998). Gray prende il meglio da loro (lo squallore degli interni, nelle stazioni di polizia, per esempio; o il bellissimo inseguimento in macchina, che solo chi ha ben studiato l’antiretorica degli inseguimenti di Ronin avrebbe potuto girare) e da altri, confezionando un poliziesco tradizionale, rigorosamente di genere – e si intendano questi termini come elogi, non come critiche – quasi un film “in costume”, come benissimo ha scritto Fabio Ferzetti sul Messaggero del 14/3/08. Ne risulta un film tanto ‘semplice’ ed ‘elementare’ nella struttura quanto turgido, barocco e sanguigno nello stile. Un film i cui ingredienti non sono gli effetti speciali – quasi completamente assenti: qui si respira cinema autentico – ma la ‘verità’: la famiglia, i valori religiosi, la giustizia, il Bene e il Male, la coscienza, il peccato, la redenzione. Bravissimo, come abbiamo già detto, Duvall. Meno Joaquin Phoenix, che dà vita ad un’interpretazione un po’ troppo ‘romantica’, e Mark Wahlberg, come sempre troppo ingessato. Due poscritti finali. Primo: per la serie “A volte ritornano” godetevi la dignitosissima comparsata di Tony Musante (è il poliziotto che dice: “Io sono all’antica: prima ascolto”): ne è passato di tempo dall’Anonimo veneziano, vero?! Secondo. Eva Mendes sarà anche bravina (ma non c’è da stracciarsi le vesti) e moderatamente f*** (ma c’è tanto di meglio in giro). Tuttavia alzi la mano chi, onestamente, non ha pensato che la scena di sesso iniziale – peraltro davvero conturbante e pregevolmente p**** – non sia assolutamente inutile, e che se non fosse stata inserita il film non avrebbe perso o guadagnato nemmeno un’oncia. Mah, cosa non si fa per vendere …

 

 

Domenica 12 giugno

 

La battaglia di Alamo (J. Wayne, USA, 1960), 21.00, Sky

Una delle due sole regie del grande (l’altra è stata l’atroce Berretti verdi). Questo, però, (sul sacrificio di duecento volontari americani a Fort Alamo, nel 1836, contro l’esercito messicano)  è un capolavoro: un poema epico ed eroico, un racconto di uomini eccezionali, superiori, buoni, disinteressati, onesti, sinceri . Retorica? Certamente, ma di grandissima qualità, ed il risultato è un film commovente ed avvincente, davvero imperdibile.

 

 

Lunedì 13 giugno

 

Bello, onesto, emigrato Australia, sposerebbe compaesana illibata (L. Zampa, Italia, 1971), 15.05, Sky

Uno dei vertici della volgarità sordiana. Ci sono molte ragioni, purtroppo, per vergognarsi di essere italiani, non ultima quella che si venga illustrati e rappresentati all’estero da film come questo.

 

 

Martedì 14 giugno

 

The burning plain (G. Arriaga, USA, 2009), 21.10, Canale5

Il divorzio artistico consumatosi due anni fa tra  Alejandro González Iñárritu e il suo sceneggiatore ‘storico’ Guillermo Arriaga aveva gettato nello sconforto tutti gli estimatori del cinema di alta qualità. Prima infatti di andarsene sbattendo la porta, Arriaga aveva dato alla coppia tre film tra i più belli e intensi che si siano visti negli ultimi  dieci anni: Amores perros (2000), 21 grammi (2003) e Babel (2006), la famosa ‘trilogia dell’incomunicabilità’. Stanco di vedere le sue magnifiche storie illustrate da altri, Arriaga, come abbiamo detto, ha rotto il sodalizio piuttosto bruscamente ed ha esordito nella regia con un film tutto suo, di cui finalmente firma anche la regia, e che è, ancora una volta, un film davvero speciale. Più che l’incomunicabilità, qui il tema sembra essere una sua ‘variante’, cioè la solitudine. Sono tutti soli, infatti, i personaggi di questa storia – anzi: sole, perché è soprattutto una storia di donne, questa – e tutti cercano disperatamente una via d’uscita. Gina, sposata con quattro figli, ha perduto il seno sinistro per un cancro, e con esso ha perduto anche la confidenza col proprio corpo. Anche il marito non riesce più a desiderarla. Ma lei ha un segreto: un altro amore, un uomo che la desidera così com’è, con la sua sofferenza e la sua fragilità. In questa sua relazione, Gina viene spiata dalla figlia adolescente Mariana, e dopo che lei e l’amante moriranno in uno spaventoso incidente, Mariana avrà una storia proprio col figlio di lui. Molto lontano, Silvia lavora in un ristorante di lusso. Passa convulsamente da un uomo all’altro, cercando assurdamente qualcuno che per magia le offra un’esistenza ‘diversa’, ‘altrove’, e ferisce il suo stesso corpo, quasi a punirlo di una colpa oscura. E la giovanissima Maria vede il proprio padre schiantarsi al suolo col suo piccolo aereo da turismo. Ancora una volta, à la Arriaga, vedremo come tutti questi destini siano intrecciati, esploreremo tutte queste strade di solitudine, da dove sono iniziate sino alla loro conclusione, scoprendo nuovamente quanto fragile e solo sia l’essere umano, e quanto immensamente difficile sia riuscire a comunicare, a gettare ponti, a chiedere aiuto. Un bel film, davvero, al cui regista forse manca ancora un po’ di mestiere. Abituati com’eravamo all’eleganza e all’armonia della scrittura di Inarritu, qui si avverte a volte una certa qual ‘rozzezza’ narrativa ed una certa meccanicità costruttiva. Ma si farà, ne siamo certi. Comunque, ogni riserva viene superata di fronte alle performances degli attori, semplicemente prodigiosi. Charlize Theron è Silvia, un animale disperato in fuga da se stesso; Kim Basinger è Gina, delicata e trepida, bisognosa d’amore; Tessa Ia è l’adolescente Maria, davvero bravissima, che aspettiamo in prove più mature.

 

Il nemico alle porte (J-J. Annaud, USA/Germania/GB/Irlanda, 2000), 21.00, Sky

Durante il terribile assedio di Stalingrado, che le truppe naziste tentarono inutilmente di piegare in una morsa durata dal settembre del 1942 al gennaio del 1943, un giovane soldato russo dimostra incredibili doti di tiratore, per cui gli alti vertici dell’esercito decidono di utilizzarlo per terrorizzare gli assedianti tedeschi con la micidiale infallibilità dei suoi colpi. I tedeschi reagiscono contrapponendogli un altrettanto abile ufficiale tedesco. Mentre il feroce inverno russo prosegue, e la città soffre la tragedia del gelo e della fame, tra i due si ingaggia una specie di duello personale, che diventa simbolo della guerra ‘universale’ che si sta combattendo al di fuori, e del riscatto che il popolo sovietico sta cercando all’invasione nazista. Uno dei migliori film di Annaud, che racconta quanto sia spietata e disumana la guerra anche se combattuta per nobili cause (terribile la scena delle reclute spinte a combattere a colpi di pistola). Rarissimo passaggio tv. Assolutamente da vedere.

 

 

Mercoledì 15 giugno

 

Un lupo mannaro americano a Londra (J. Landis, USA, 1981), 01.15, DT

Capolavoro horror del grande Landis, narrativamente semplice, ma di grande fascino. Magiche le scene nella brughiera, magnifiche quelle della metamorfosi, che solo il recente The Wolfman (J. Johnston, USA/GB, 2009) è riuscito ad eguagliare. Un raro passaggio tv, davvero imperdibile.

 

Omicidio in diretta (B. De Palma, USA, 1998), 22.50, DT

Durante un incontro di boxe in un grande stadio, un terrorista uccide il Ministro della Difesa, e viene a sua volta immediatamente eliminato dal responsabile della sicurezza. Quattordicimila sono i testimoni, tanti quanti gli spettatori, più le innumerevoli telecamere che hanno ripreso la scena. Tuttavia per Rick Santoro, poliziotto corrotto e volgare, che ha molto da farsi perdonare, le cose non sono così semplici. Risalendo poco per volta e faticosamente la scala delle omertà e delle complicità, Santoro scopre, dietro a quel delitto così ovvio, un complotto politico che si sperava di riuscire a nascondere. Thriller-capolavoro, questo magnifico film è uno dei migliori di De Palma. Da un lato, una costruzione tanto ben congegnata e raffinatamente raccontata quanto fluida e drammatica. Dall’altro una lezione di stile di grande livello, che comincia e finisce con due lunghi e magnifici piani sequenza, e che insegna a ‘destrutturare’ la realtà, leggendo quel che essa sembra mostrare ed invece nasconde dietro alla sua apparente ed indiscutibile ‘oggettività’.. Imperdibile.

 

Il mercante di Venezia (M. Radford, Italia/USA/GB/Lussemburgo 2004), 21.00, DT

Ci vuole impegno a spegnere il fuoco, lo smalto e il sangue della prosa di Shakespeare, eppure Radford c’è riuscito, in questo film patinatissimo, leccatissimo e noiosissimo. Su sfondi da cartolina – la Pro Loco Venezia ringrazia – i personaggi scorrono come figurine senza spessore e la storia si trascina verso un finale senza passione. Perfino il grande Al Pacino pare annichilito da tanto sfarzo, e la sua recitazione, di solito ‘sopra le righe’, è atrofizzata e minimale.

 

Cassandra crossing (G.P. Cosmatos, GB/Italia/RFT, 1976), 18.45, Sky

Anche dopo tanti anni, conserva ancora la sua bella dose di ansia questo bel thrilling con Burt Lancaster. Due terroristi infettati con un virus mortale salgono su un treno, e l’unica soluzione è distruggere il convoglio con tutti i passeggeri. L’ideale sarebbe stato, assieme al treno, eliminare anche Sofia Loren, una delle icone della volgarità sottoproletaria italiana: ma non si può avere tutto dalla vita.

 

 

Giovedì 16 giugno

 

Blueberry (J. Kounen, Francia/Messico/USA, 2004), 21.10, DT

Ispirato ai fumetti di Moebius, la storia di uno sceriffo del New Mexico allevato dagli indiani, che nasconde nel proprio passato un oscuro ricordo, e che deve difendere la sua tribù d’origine dalle mire di un bandito che vuole impadronirsi di un favoloso tesoro nascosto. Troppo evidente – nei volti, nei colori carichi e barocchi, nell’uso degli effetti speciali – la derivazione da Moebius, e francamente insopportabile il delirio grafico a cui si abbandona nel tentativo, veramente ingenuo, di descrivere i ‘viaggi’ col mescal. Comunque, Vincent Cassel è sempre affascinante, e il nudo subacqueo di Juliette Lewis è davvero piacevole e magico.

 

Frantic (R. Polanski, USA, 1988), 21.00, DT

Due medici americani si recano a Parigi per un congresso, lei sparisce, lui si mette a cercarla. Probabilmente il film più mortalmente noioso di Polanski, semplicemente micidiale. Del resto, a parte pochissimi titoli, tutto il cinema di Polanski è assurdamente sopravvalutato.

 

 

Venerdì 17 giugno

 

La ragazza del lago (A. Molaioli, Italia, 2007), 23.30, Rete4

In una cittadina di montagna, una giovane atleta della locale squadra di hockey viene trovata assassinata in riva ad un laghetto. Il commissario indaga tra i familiari e gli amici. Essere stato aiuto regista del grande Mazzacurati non pare esser servito a molto a Molaioli, se non a montarsi la testa. Ma già si sa, oggi son tutti geni, e appena hanno visto due film si mettono subito a rifare Via col vento. A parte un’ottima fotografia (non sono riuscito a trovare il nome del Direttore delle fotografia, ma è da tenere d’occhio), limpida, fredda, pulita, praticamente non c’è niente in questo film. Una sceneggiatura strampalata e massimamente ondivaga, che semina dubbi e indizi e conclude senza nessuna logica interna: avrebbe potuto farlo dieci minuti prima o dieci minuti dopo, con qualsiasi altro personaggio, e sarebbe stato lo stesso. Ma bisognava finire il film. Una storia senza ‘senso’, nonostante i numerosi tentativi di darle una dimensione simbolica cui non arriva mai. Un cast ‘inutile’: un grandissimo attore come Omero Antonutti sprecato in una parte assurda, un ottimo attore come Toni Servillo mono-tono dall’inizio alla fine (e meno male che abbiamo visto cosa sa fare in Gomorra e Il Divo!), Valeria Golino meno peggio del solito. Serenamente perdibile.

 

Il Commissario Pepe (E. Scola, Italia, 1969), 15.40, DT

Uno dei film meno noti del grande Scola – forse anche perché da anni è misteriosamente assente dal mercato dell’home video (nel quale però, se volete istruirvi, potete trovare l’Opera Omnia dei Fratelli Vanzina) – ma non per questo meno bello ed importante. Un commissario di mezza età, onesto ma cinico e disincantato, viene inviato in una cittadina veneta di provincia per indagare su un inoffensivo giro di prostituzione. Scoprirà invece una fitta rete di porcherie che coinvolgono i più alti notabili della città, e quando deciderà di inquisirli, fedele al principio che “La Legge è uguale per tutti”, verrà trasferito. Satira amara e cattiva di Scola, temperata da una vena di umana pietà, e servita da un Tognazzi assolutamente in stato di grazia (che ricorda la sua grande performance nel bellissimo In nome del Popolo Italiano, D. Risi, 1971). I vicentini riconosceranno moltissimi esterni della loro bella città, e molte figure della Vicenza degli anni Sessanta, che si prestarono a comparsate e brevi particine: il compianto Virgilio Scapin, mitico libraio di via Do Rode, Araldo Geremia detto Lallo, Piero Chilesotti ecc. Imperdibile.

 

Cloverfield (M. Reeves, USA, 2008), 21.10, DT

Innumerevoli volte la cultura americana ha delegato alla fantascienza il compito di raccontare i suoi incubi, o i suoi sogni, e quasi sempre con esiti eccezionali. Troppo lunga, e ricca, sarebbe la lista dei capolavori per commentarla qui. Diciamo solo che perfino due soap zuccherose e francamente invedibili come Incontri ravvicinati del terzo tipo (S. Spielberg, USA, 1977) ed ET (S. Spielberg, USA, 1982) contengono una scintilla di quel desiderio di pace e solidarietà che ancora abitava l’America alla fine degli anni Settanta, e che perfino una boiata pazzesca come La guerra dei mondi (S. Spielberg, USA, 2005) è servita ad esprimere l’insicurezza che scorre nelle vene dell’America di Bush. Cloverfield è invece un geniale gioiello di questa catena, un film, nella sua ‘minimalità’, talmente colto e intelligente – anche e soprattutto per il ‘mercato’ della SF – che non a caso è passato abbastanza inosservato. Lo si è accusato di volersi arruffianare i media con un lancio pubblicitario ‘subdolo’ e multimediale: ma, a dire il vero, di tutto ciò non si è poi visto gran che. Il passaggio nelle sale è stato il minimo possibile, e nessun marketing gli si è sviluppato intorno. Eppure, eppure Cloverfield è uno dei più sottili e raffinati incubi dei nostri tempi, un film che forse, proprio per questa sua sobrietà, sarà dimenticato, ma per essere riscoperto e mai più scordato. La trama è semplicissima, come tutte quelle delle opere essenziali. Rob è un giovane newyorkese, in partenza per il Giappone (Godzilla: avete presente?), dove ha conquistato un lavoro di prestigio. Nel suo appartamento con vista sul Central Park è in corso una festa d’addio, quando forti scosse scuotono il grattacielo, e la luce comincia a saltare. I notiziari danno notizie vaghe: sembra che un’enorme creatura emersa (Them: avete presente?) dalle acque stia attaccando la città. In preda al panico, tutti si precipitano in strada, dove all’improvviso piomba, staccata da una bestiale unghiata, la testa della Statua della Libertà (Il pianeta delle scimmie: avete presente?). La Bestia (anche il suo numero sarà 666?) avanza veloce, abbattendo i grattacieli, che riempiono di nuvole di fumo acre le strade, costringendo la gente a rifugiarsi nei negozi (11 settembre: avete presente?). Dal suo ventre partorisce piccoli granchi ripugnanti, che feriscono, mutilano e uccidono una popolazione allo sbando. Non la si vede quasi mai, la bestia. Se ne intuiscono il profilo, la sagoma, quando una coda immensa abbatte il Ponte di Brooklyn, o una zampa smisurata sbriciola una casa. L’esercito è nelle strade e nell’aria, tenta di opporsi, ma, come dice un soldato: “Non sappiamo cosa sia, ma qualunque cosa sia, ora sta vincendo lui”. Dunque nessuno sa, e nessuno nemmeno testimonia. Noi spettatori sappiamo qualcosa solo grazie alla videocamera di un amico di Rob, che stava documentando gli addii alla festa e che ora lo segue per la città devastata. Girato dunque tutto in soggettiva con una videocamera mobile, il film è un lungo video appunto ‘soggettivo’. Quella dei due ragazzi è l’unica realtà, l’unica ‘verità’: non c’è più nessuno a raccontarne altre (tra le pregevoli imbecillità che sono state dette su questo film è che questa tecnica di lavoro indica come esso sia figlio della cultura di YouTube …). Ed è anche – rischia di essere, pare che sia – l’unica testimonianza di un passato che rimane nel nastro magnetico a spezzoni, brandelli di voci che richiamano un mondo … scomparso? Il nastro – ci dice una didascalia all’inizio – è stato ritrovato dall’esercito in un sito precedentemente conosciuto come Central Park. E dunque, che è successo ‘dopo’ (che succederà di noi? Che ne sarà del nostro futuro?)? La bestia è stata sconfitta e l’uomo sta ricostruendo il suo mondo? La bestia sta ancora dominando la terra e l’uomo è asserragliato nei suoi fortini per un’ultima e inutile resistenza? Non lo sappiamo. Seguiamo i ragazzi nel loro peregrinare per una città ormai perduta: l’esercito sta evacuando chi può con gli elicotteri (Saigon: avete presente?), dopo di che la raderà al suolo: Operazione Tabula Rasa. Dopo aver elevato con tanto orgoglio la Torre di Babele, ecco che uno ‘scherzo’ della Natura ci costringe a distruggerla. Nel loro peregrinare inutile, i due si rifugiano sotto uno dei ponticelli di Central Park, mentre gli aerei cominciano a bombardare. “Dobbiamo andarcene da qui”. “Ma non c’è nessun posto dove andare”: e la bestia infligge il suo morso. Inevitabile il richiamo a quello splendido racconto di fantascienza di Robert Sheckley The mountain whitout a name (Einaudi, 1961). Sulla Terra e nei pianeti colonizzati, improvvisamente tutto comincia ad andare a pezzi: catastrofi naturali inconcepibili distruggono i pochi giorni millenni di civiltà. Un astronave si stacca in fretta da un pianeta, prima che frane e alluvioni spianino tutto, lì e in tutto l’Universo conosciuto. “Siamo pronti” dice il pilota. “Ma per andare dove?”. Non si sa, appunto, e Cloverfield è la magnifica espressione di questa inquietudine, di questa paura che è, essa sì, veramente ‘globale’. Che ne sarà di noi? Come ci salveremo? Ma ci salveremo, prima di tutto? E’ possibile una salvezza dalla rovina che noi stessi abbiamo costruito, e che sta cominciando a mandarci i suoi primi, apocalittici avvertimenti? A raccontare questa paure ci aveva già provato, due anni fa, Frank Schätzing, nel suo romanzo Il quinto giorno (Ed. Nord), un libro certo interessante, ma a volte prolisso, e soprattutto incapace di evitare un happy end conciliatorio e buonista. Per Matt Reeves – alla prossima, certamente! – non c’è lieto fine: sotto il pavimento della casa che abbiamo costruito in ispregio alla Natura, abitano solo i mostri che ci divoreranno. E non avremo dove scappare. Un grandissimo capolavoro, assolutissimamente imperdibile.

 

 

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Responses

  1. Mi fa molto piacere veder nominato e consigliato “Il commissario Pepe”…

    • Che vuoi: è il minimo, per un film come questo, in cui è presente la solita umanità di Scola, ed anche la sua amara ironia. Amo molto tutti i suoi film, ma soprattutto “C’eravamo tanto amati”, un capolavoro che da tempo è assente dai palinsesti. Un’occasione per consigliare anche questo!


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