Pubblicato da: giulianolapostata | 5 giugno 2011

“Un gelido inverno”, D. Granik, USA, 2010

Frozen River“ (C.Hunt, USA), magnifico vincitore al Sundance Festival del 2008, raccontava la triste quotidianità della riserva Mohawk, a cavallo tra lo Stato di New York (USA) e quello del Québec (Canada), e degli sporchi traffici per far espatriare negli USA i migranti clandestini che dall’Asia raggiungono il Canada. Quando la protagonista spiega ad un’amica che per quei viaggi miserabili e pericolosi, quei poveracci pagano migliaia di dollari ai passeurs, l’altra sbotta sbalordita: “Per venire qui?!”, e sghignazza amaramente. Chissà cosa direbbe, vedendo la realtà raccontata dalla Granik nel film che ha vinto quest’anno. Qui siamo nel Missouri, gelido e miserabile, tra gli Appalachi e le Montagne Rocciose, dove certamente il Sogno Americano non ha mai abitato. La natura è dura e povera, fredda e ostile, elementare e squallida. La gente che vi abita è il prodotto del suo ambiente: ignorante e cattiva, chiusa e feroce. La dimensione ‘sociale’ non è nemmeno quella della tribù, ma del clan. I rapporti ‘sociali’ conoscono solo il livello della parentela e del ‘sangue’. La ‘società’ e lo Stato sono concetti mai come qui incomprensibili ed estranei. Quando lo Sceriffo viene a parlare con Ree, la protagonista, suo zio e suo cognato stanno appoggiati al loro pick-up, osservandolo come un Alieno ostile sceso da un’astronave. Quando Ree si reca al Centro di Reclutamento dell’Esercito, il suo colloquio con l’ufficiale reclutatore pare avvenire in una bolla di vuoto pneumatico, in cui ognuno usa una lingua incomprensibile all’altro, ma soprattutto in cui ognuno parla da mondi estranei, da sistemi solari lontani e non comunicanti. Ancor più bizzarro è, qui, parlare di ‘sentimenti’, sostituiti dalla più elementare e brutale lotta per la sopravvivenza: cibo per andare avanti, legna per non morire di freddo, capanna per chiudercisi dentro. Par di rileggere le cupe e misteriose pagine di quel genio di H.P. Lovecraft, le strade fangose di Dunwich, le sue catapecchie in rovina, abitate da larve umane colme di paura e di odio, assediate da mostri infernali. Oggi, in queste valli sperdute degli Appalachi, i mostri la gente se li coltiva in casa. Dalla distillazione clandestina di whisky è passata alla fabbricazione di metanfetamina, praticamente unica fonte di reddito e droga di tutti, per non rendersi conto della disperazione quotidiana: il Sogno Americano è diventato un lurido sballo continuo. Anche il padre di Ree è un produttore e con quei pochi soldi mantiene la famiglia: una moglie, Ree, che ha diciassette anni, un ragazzino di dodici, una bambina di cinque. Ma per sua moglie non basta, e lei ha scelto una fuga radicale, quale nemmeno la droga può dare: la follia, un silenzio catatonico che lascia fuori i bisogni e i drammi degli altri. Così tocca a Ree occuparsi di tutto: fare ‘l’uomo di casa’, come si diceva una volta, mettere insieme il pranzo con la cena. Ruolo particolarmente difficile ora, dato che suo padre è sparito: incriminato per spaccio, ha dato in cauzione terre e casa, poi è svanito nel nulla. Per cui o entro una settimana salterà fuori per presentarsi al processo o lo Stato si prenderà tutto, e il piccolo clan di Ree si troverà senza nemmeno le sue quattro assi, a vagare per i boschi. Ree capisce di essere sull’orlo dell’abisso, e comincia a cercare il padre, ma si trova a scontrarsi con una realtà che nemmeno lei poteva sospettare. Di fronte alla minaccia della Legge e delle sue rogne, neppure i legami di clan, neanche i rapporti di sangue valgono più. La ragazza viene rifiutata, respinta, perfino picchiata: se suo padre ha combinato qualcosa, cazzi suoi, e se lei perderà la casa, cazzi suoi ancora. La scadenza trascorre senza che l’uomo spunti fuori, ma quando Ree sta già bruciando in un bidone i pochi ricordi di una vita prima di abbandonare tutto, proprio da quel mondo impenetrabile ed omertoso fino al delirio le verrà un aiuto indiretto: una spiegazione, crudele e brutale, un pezzo di pane buttato sulla soglia, purché la finisca e li lasci in pace. E se ne torni a combattere finalmente da sola la battaglia per la sopravvivenza. Una storia violenta e disperata, un’ambientazione altrettanto dura e spietata. Ma tutto ciò non basta a salvare il film. Nonostante tutto, quello che manca sempre è il colpo d’ala, che sollevi la vicenda dal particolare della ‘storia’ ad una riflessione ‘universale’ o ‘politica’, come in “Frozen River”. “Un gelido inverno” non ‘racconta di’ per ‘parlare di’. Si limita appunto a raccontare, freddamente ed anche un po’ troppo lentamente, la vicenda di Ree, senza mai suggerirne una lettura simbolica, senza mai darle un ‘significato’ che vada oltre lo svolgersi dei fatti. Per quanto siano sconvolgenti i fatti raccontati, il film non riesce mai a coinvolgere emozionalmente lo spettatore, limitandosi ad un’esposizione strettamente anemotiva. L’happy end finale è deludente ed asfittico, con l’aggiunta di una venatura sentimentale che davvero stona con un contesto al quale è manifestamente estranea. Anche la fotografia non riesce mai ad elevare a simbolo lo squallore che mostra, per cui, visivamente parlando, l’impressione finale è di povertà artistica e di modestia espressiva. E se John Hawkes riesce a dare spessore umano allo zio, rottame in via di disfacimento, la giovane Jennifer Lawrence è piatta e quasi inespressiva, lontanissima dalla bella e tragica performance cui, nel 2009, l’aveva indotta Guillermo Arriaga nel magnifico “Burning Plain”. Ma, si sa, non tutti nascono Maestri, e questo, per ora, non pare il caso di Debra Grannik.

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