Pubblicato da: giulianolapostata | 2 giugno 2011

Multivisioni – 4 giugno 2011

Multivisioni

Consigli appassionati su cosa vedere – e non vedere! – in TV

“Il cinema americano ha successo perché loro fanno bene i film. Noi facciamo bene la pizza”

R. Benigni

 “Il cinema italiano è deprimente”

Q. Tarantino

 “Un qualsiasi stupido film americano contiene sempre un insegnamento, a differenza di un qualsiasi artistico film inglese”

 L. Wittgenstein

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Sabato 4 giugno

 

L’anno del dragone (M. Cimino, USA, 1985), 22.45, DT

A parte Il cacciatore – per me, uno dei più bei film di tutti i tempi – e il malinconico e bellissimo Una calibro 20 per lo specialista, Cimino ha infilato una serie, peraltro breve, di film confusi e non convincenti. Così dicasi di questa pasticciatissima storia. Un poliziotto di New York viene incaricato di sventare le mire di un giovane mafioso cinese, che vuole far fare un salto di qualità alla sua organizzazione criminale. Sempre in bilico tra il filmone d’azione (spesso eccessiva) e il drammone intimista (spesso lagnoso), è un film tutto sommato noioso, che induce solo a rimpiangere tanto talento sprecato.

 

 

Domenica 5 giugno

 

In ascolto – The listening (G. Martelli, GB, 2006), 23.00, DT

Una ragazza romana trova una valigetta che contiene documenti su un gigantesco e potentissimo sistema di intercettazione telefonica, e l’azienda produttrice cerca di ucciderla perché i suoi segreti non vengano divulgati. La montagna – la paura di Echelon – ha partorito il topolino: un film pasticciato, confuso e fondamentalmente fragilissimo, che cerca – con molta buona volontà, bisogna riconoscerglielo – di fare il verso ai thrilling americani ma purtroppo non ci riesce.

 

Couscous (A. Kechiche, Francia, 2007), 21.00, DT

Ma perché, perché, da certi condizionamenti ideologici non ci si libera mai, e per parlare di questo film qualcuno ha dovuto tirar fuori, come termine di confronto, il Neorealismo italiano? Perché quello sciaguratissimo periodo del nostro cinema (non che poi sia andata molto meglio …) deve ancora aggirarsi come un fantasma – anzi come un incubo – nella cultura del nostro paese? Forse perché in CousCous il protagonista è il ‘popolo’? Ma nel Neorealismo il ‘popolo’ non c’è mai: c’è la sua ‘idea platonica’, snobistica e astratta, tipica della sinistra dell’epoca, che aveva ‘commissionato’ quel cinema. Forse perché ci sono i ‘sentimenti’ e i ‘valori’? Ma anche quelli erano assenti nel Neorealismo, sostituiti da un’insopportabile retorica ad altissimo rischio diabetico, che, sia pur di segno opposto, evidentemente risentiva della falsità ipocrita e trombona del Ventennio appena trascorso. A meno che … – ma no, non ci credo, non oso crederci, non voglio crederci! – a meno che qualcuno non abbia visto, nella tragica conclusione della vicenda di Slimane, col furto del suo motorino, un parallelo col furto di Ladri di biciclette. Ma sarebbe assurdo anche questo, perché qui la tragedia di una vita povera e di lavoro c’è davvero, e ‘almeno’ Slimane muore per recuperare quel motorino. Le mille miglia lontano dall’altro finale grottesco, così tipicamente ‘italiota’, a magnarsi la mozzarella in carrozza: Chi ha avuto ha avuto ha avuto/chi ha dato ha dato ha dato/scurdammoce ‘o passato/nun ce pensamme ‘cchiù. Dunque lasciamo stare questi paragoni – ridicoli, inesistenti, e perfino offensivi – e parliamo di questo splendido film, pregno, anzi traboccante di vita, di vitalità, di sentimenti, di esistenza, di realtà. Slimane è un immigrato maghrebino, operaio sessantunenne nei cantieri navali di Sète, vicino a Marsiglia, e sta per essere licenziato: la globalizzazione arriva anche qui. È stanco, dopo trentacinque anni di lavoro, stanco non solo nel corpo, ma anche nello spirito: perché gli pare di non aver fatto abbastanza per la sua famiglia, anzi le sue famiglie. Slimane infatti è divorziato, e tuttavia si barcamena tra la prima famiglia – una ex moglie egoista e brontolona, dei figli che non lo capiscono – e quella nuova che si è rifatto con la proprietaria di un alberghetto e la figlia diciottenne, che lo ama come se fosse suo padre. Così, quando gli si presenta l’occasione di una barca da demolire, ha un’idea: comprarla e trasformarla in un ristorante di cibi tipici del suo paese, coinvolgendo nell’impresa tutta la sua multiforme famiglia: la ex moglie per il suo talento culinario, i figli per la ristrutturazione della barca e per la gestione del ristorante, Rym, la figlia acquisita, per aiutarlo nel disbrigo delle pratiche. Lo inaugurerà con una serata offerta ai maggiorenti del paese, per convincerli a dargli i finanziamenti e le autorizzazioni di cui ha bisogno. Ma, per uno stupido incidente, manca il piatto forte, il couscous di pesce. Gli ospiti cominciano a irritarsi, tutto sta per fallire: quando Rym decide di salvare la situazione, mettendo in gioco direttamente se stessa e il suo affetto per Slimane. La vita, quella vera, è il filo di cui è costituita la ‘trama’ di questo bellissimo film. I problemi di lavoro, di vita quotidiana, di salario, così autentici, semplicemente presenti e concreti. L’identità culturale di questa gente, che si sente “francese” pur conservando ancora un fortissimo legame con la terra d’origine. Il che non impedisce loro, però, di ‘praticare’ una multiculturalità concreta e reale. Julia, la moglie ucraina di Majid, uno dei figli di Slimane, e suo fratello Sergej, vengono più volte e sinceramente invitati ad ‘entrare’ nella loro rete di relazioni, e non sarà colpa loro se ciò non avviene, bensì del tradimento di Majid. E comunque, è a Slimane, suo ‘padre putativo’ che lei si rivolge con tutta la sua rabbia quando lo scopre. Poi c’è l’amicizia, un valore ‘vecchio’, obsoleto, da villaggio, che tuttavia il lavoro e la fatica non sono riusciti a distruggere, e che unisce tutto l’ambiente attorno a Slimane. E poi, sopra tutto, la famiglia. La famiglia è il cardine dell’esistenza di tutti, qui dentro. Non importano i divorzi, i nuovi matrimoni, i figli di sangue o acquisiti: c’è questo legame intenso e sotterraneo, non definibile o codificabile ma concretissimo, protettivo, vero; e il dramma di Julia è proprio quello di non essere riuscita ad entrarci, in quella famiglia, di sentirsene ‘estranea’. La famiglia è dove si trova compagnia, dove si trova ascolto, dove si sfugge alla solitudine, è depositaria di valori semplici ed elementari ma basilari. E’ talmente importante, talmente ‘fondante’, che essa agisce anche ‘per assenza’, e naturalmente con esiti negativi. Perché tout se tient, in questo bellissimo film, come, del resto, in ogni vera opera d’arte. Chi provoca l’incidente in seguito al quale va persa la pentola di couscous? Majid: il figlio ‘degenere’, superficiale e puttaniere, quello che non ha mai introiettato i valori dell’unità familiare e della fedeltà; quello che non ‘rispetta’ il padre, al punto da invitarlo senza mezzi termini a togliersi di mezzo e a tornare al paese d’origine. Ancora. Quando la prima moglie di Slimane ha finito di cuocere il couscous, mette da parte il “piatto del povero”, e chiede a Julia di andarlo a portare al primo povero che incontra. Ma Julia ‘si vergogna’, e rifiuta: proprio Julia, esclusa suo malgrado dalla famiglia, ma che appunto per questo non ha nemmeno lei potuto assorbirne tradizioni e valori. Sarà in seguito a quel rifiuto che Slimane non troverà in casa la ex moglie, e morirà, inseguendo il suo motorino. E ancora, per finire, un’osservazione che credo originale e importante. Chi sono i tre teppisti che rubano il motorino? Non li vediamo mai in faccia, ma certamente possiamo immaginarceli: ragazzi, appunto, senza una famiglia stabile, senza nessuno che cucini qualcosa di buono per loro, che li riunisca attorno ad un tavolo, che parli con loro, che mescoli la sua esistenza alle loro. E’ un film di parole e di dialoghi, CousCous: fitti, intensi, rumorosi, sovrapponentisi. Non sono affatto esageratamente lunghi, come qualcuno ha detto (per non parlare degli sciagurati che li hanno addebitati ad ‘improvvisazione’). In essi, al contrario, si recupera e vive la dimensione umanissima del conversare, del raccontarsi e del confidarsi, che la modernità e il progresso hanno distrutto, e che sono invece tipicamente costitutive delle culture preindustriali. Anche da questi sprizzano la vita, la verità dell’esistere e del fare quotidiani. Ed è, anche e forse soprattutto, un film di ‘femmine’. Belle o brutte, qui non ha nessunissima importanza. Ma vere, sincere, sensuali, materne, ironiche, buone e qualche volta cattive, punto di riferimento e portatrici, in fondo, di valori essenziali e basilari. Compreso quello del cibo, che in quest’universo è ancora cultura, segno identitario, elemento di unione e di collegamento: che esse soprattutto gestiscono, e che i maschi non possono far altro che apprezzare e riconoscere. Donne ‘sacerdotesse’ di vita, per cui la tanto ‘chiacchierata’ danza del ventre non ha nulla di osceno o di ruffianamente ammiccante – come invece la gran parte delle scene di sesso nel cinema contemporaneo, nella quasi totalità sostanzialmente inutili – ma esprime invece una sensualità ‘pagana’, naturale e primigenia, che se allude alla sessualità lo fa solo intendendo anch’essa come pulsione vitale ed essenziale: come il cibo, come la parola.  Irrompono sullo schermo, anche loro assolutamente veri, gli attori scelti da Kechiche, quasi tutti non professionisti, magnifici e sinceri. Bravissimo Habib Boufares nel dar vita ad uno Slimane umile, mite e stanco, ma determinato a realizzare il suo ultimo sogno; bravissima Hafsia Herzi nella parte di Rym, intelligente e sensibile. Bravissimo Abdel Kechiche nel creare un film che quasi fatichiamo a inquadrare e a percepire, tanto è lontano da quanto siamo abituati a vedere: senza artifici, senza l’ombra di una qualsiasi snobistica intellettualità, senza tesi ideologiche da dimostrare. ‘Semplicemente’, uno squarcio di vitalità autentico e commovente, che lascia la bocca pulita e il cuore allegro.

 

 

Lunedì 6 giugno

 

Un tram che si chiama desiderio (E. Kazan, USA, 1951), 21.00, DT

Blanche, vedova ma sessualmente inibita, si trasferisce a New Orleans, a casa della sorella. Lì, mentre cerca di farsi sposare da un corteggiatore di mezza età, subisce invece, prepotentemente, il fascino animale e vitalistico del cognato, e questa ‘schizofrenia’ la condurrà all’autodistruzione ed alla follia. Capolavoro dolente e malinconico, da un dramma di Tennessee Williams, magnificamente interpretato da un Marlon Brando forse mai così ‘forte’, e da una Vivien Leigh struggente e delicata. Un magnifico dramma di morte, fotografato in un b/n denso e sensuale. Assolutissimamente imperdibile.

 

Dune (D. Lynch, USA, 1984), 18.40, DT

Fantascienza ‘medievalista’ (molto meglio di quella boiata di Stars Wars!), magica e barocca versione di un libro che, al contrario, ho sempre trovato estremamente noioso. Inoltre, assieme ad Una storia vera, uno dei pochissimi film di Lynch ‘comprensibili’. Delizioso, da vedere.

 

Segnali dal futuro (A. Proyas, USA/GB, 2009), 18.55, Sky

Solo un acuto e disperato sentimento di autolesionismo può indurre una persona a girare un film del genere, ed io ho compassione di Proyas, il cui ultimo film è stato sì quella boiata di Io, robot (USA, 2004), ma che ha esordito con un capolavoro senza tempo, Il corvo (USA, 1994), dopo il quale gli si può perdonare ogni cosa. Qui non ha fatto del male solo a se stesso: ne ha fatto agli spettatori, indecisi se andarsene o cominciare a tirare i popcorn sullo schermo, al simpatico Nicholas Cage, trascinato in una sciagurata avventura, ed ai suoi non indegni partners, ed anche al cinema, specie quello americano, che nel genere ‘catastrofe-e-fine-di-mondo’ ha prodotto forse molte baracconate, ma sempre di qualità (vedi R. Emmerich). Qui, carissimi, i miei occhi di cinefilo hanno visto cose che si vergognano perfino a riferire. Una bambina sensitiva che nel ’59 riceve da (non ve lo posso dire subito, se no poi alla fine non ridete più) dei messaggi sulle catastrofi prossime venture. La piccola carogna non solo non le rivela a nessuno, lasciando che migliaia di persone muoiano come mosche, ma le trascrive sotto forma di codice numerico (ecchec****: se le scriveva semplici semplici era finito il film) e le seppellisce in una capsula del tempo, che dopo cinquant’anni viene recuperata da … provate a indovinare chi? Un parrucchiere? Un fruttivendolo? Ma naturalmente no: un astrofisico, che ovviamente interpreta subito il codice e capisce che non c’è più trippa per gatti. Aggiungeteci: lo scienziato ateo che si converte sullo sfondo delle fiamme (sembra Clark Gable in San Francisco, W.S. Van Dyke II, USA, 1936), gli alieni prima simil-gay poi trasparenti e luminosi, alla Incontri ravvicinati (pochi film hanno fatto tanto danno all’immaginario collettivo come quello …), le voci bisbiglianti (dall’aldilà?) ed avrete un fritto misto di banalità indegno di qualsiasi esordiente, con contorno di assurdità: perché gli alieni non parlano mai? Si son presi la faringite, come i marziani de La guerra dei mondi? Perché deve salvarsi solo chi ha ricevuto la “chiamata”? È un sadismo da paura. E perché poi una “chiamata”? Non sta mica arrivando il Messia, solo la fine del mondo: basta dirlo, caricare tutta l’Umanità su quelle belle astronavi rotanti (come, a questo punto, le palle dello spettatore) e scaricarla sul pianeta di Alice nel Paese delle Meraviglie (dite se non è vero che ci assomiglia: c’è perfino il Bianconiglio!). Invece no, ed è vano chiedersi il perché. Comunque, non è tutto da buttar via. Godetevi gli ultimi 30 secondi (e ringraziate il cielo che ci sono almeno quelli, se no all’uscita mordereste il bigliettaio), quando il fly solare devasta il pianeta: splendide immagini davvero, angoscianti e paniche, assolutamente degne di un film migliore di questo.

 

 

Martedì 7 giugno

 

L’impero dei lupi (C. Nahon, Francia, 2005), 21.10, DT

Se leggendo il titolo avete pensato a lupi mannari e orrori simili, magari, ma disingannatevi. Qui si parla dei Lupi Grigi, la celebre organizzazione turca di estrema destra, questa volta impegnata a Parigi in una storia complicatissima fatta di traffico di eroina, traffico di immigrate, esperimenti pseudoscientifici sul ricondizionamento mentale, vendette personali e chi più ne ha più ne metta. Un papocchio quasi invedibile, nel quale non si capisce perché si sia fatto coinvolgere, nella caricatura di se stesso, un attore fine e intelligente come Jean Reno, peraltro non nuovo a ‘complicità’ in solenni boiate (vedi il remake di Rollerball).

 

Hidalgo (J. Johnston, USA, 2003), 15.10, Sky

Tipica produzione Disney per ragazzini: melensa, improbabile, stereotipa, ridicola. Secondo la ‘leggenda’, Hopkins era un pony express, mezzo sangue indiano, cui tocca di portare gli ordini per il massacro di Wounded Knee. Disperato e distrutto, prima si imbranca con le pagliacciate del circo di Buffalo Bill, e poi parte per l’Arabia, per partecipare ad una mitica gara di resistenza nel deserto. Dovrà combattere contro beduini arroganti e infidi traditori (frutto di un esotismo da operetta) ma – of course – l’eroe senza macchia e senza paura alla fine vincerà (lasciando dietro di se – of course di nuovo – un cuore infranto) e coi soldi del premio comprerà e libererà dei mustang selvaggi che stanno per essere uccisi. Gli spunti di involontario (?) ridicolo – il cavallo che ‘parla’ col padrone – si mescolano ad una fotografia leccata e artificiosa, che si risolve in una serie di inquadrature-cartolina che sembrano sponsorizzate dalla Pro Loco Sahara. E chi volesse sapere che fine fecero davvero gli ultimi mustang selvaggi, vada a rivedersi quel disperato capolavoro che è Gli spostati (J. Huston, 1961).

 

 

Mercoledì 8 giugno

 

Miami vice (M. Mann, USA, 2006), 21.00, DT

Anche se – diciamolo subito – sarebbe stato difficile ripetere l’exploit di un film puro e disperato come Collateral (in assoluto il più bel film di Mann, assieme all’Ultimo dei Mohicani), tuttavia anche questa volta il maestro ha dato una lezione di cinema, ed anche questa volta l’ha fatto con una storia apparentemente ‘fredda’, perché già vista mille volte, quella di due agenti infiltrati in una grossa organizzazione criminale per smantellarla (ma l’aveva già fatto in The Heat, con lo ‘stereotipo’ della caccia tra il vecchio poliziotto e il vecchio criminale). Anzi, qui si è addirittura preso il lusso di fare quello che potrebbe sembrare un remake della vecchia e (immeritatamente) celebre serie TV. Con la quale questo film non ha nulla in comune, se non il titolo, e lo schema dei due sbirri che vivono pericolosamente. Tutto il resto è Mann, il solito Mann: visionario, entusiasmante, scenografico, col suo incredibile senso del ritmo e della composizione delle scene (ho sempre pensato che, se non avesse fatto il regista, forse avrebbe fatto il coreografo). Il solito Mann, ‘esteta’, se vogliamo, per il quale par quasi che ad essere importante non sia tanto la storia, ma il modo in cui viene raccontata, anzi: mostrata. E’ questo, ancora una volta, che entusiasma e turba, in questo suo nuovo film. Tutto diventa emozione pura: la tensione notturna in una discoteca (par quasi un fissazione per lui: ricordate il sublime ‘balletto’ della sparatoria nella discoteca in Collateral), la scia di un off-shore sul mare, i murales che ‘esplodono’ dai muri scrostati di Haiti, le palme agitate dal vento davanti ad un appartamento vuoto, la violenza macellaia di una sparatoria. Tutto sembra ‘già visto’, in questo film, e tutto è diverso, tutto viene ‘da dentro’ le cose, e si scrive dentro di noi. Come, per esempio, l’inseguimento sull’autostrada, che non è un videogioco alla Fast&Furious, ma una corsa verso la morte. Eppure, non è estetismo puro e fine a se stesso, il suo. Lo dicono i cieli spesso in tempesta, i lampi inquietanti che graffiano il buio, i tuoni, che minacciano distruzione. Lo dice la fotografia, a volte sgranata fino ad entrare nei pori della pelle e negli animi, a volte lucidissima, come l’occhio di uno scienziato. Comunque, ancora una volta, Mann ci da un film ‘culturale’: non un’indagine poliziesca, che ci avrebbe annoiato a morte, ma un’indagine nei nostri luoghi oscuri – quelli del nostro animo e quelli attorno a noi. Forse, a ripensarci, la distanza dal killer nichilista di Collateral non è poi così grande. Assolutissimamente imperdibile.

 

84 Charing Cross Road (D. Jones, GB, 1987), 17.25, Sky

Nel 1949, una squattrinata scrittrice americana scrive al commesso di una libreria inglese per farsi inviare dei libri. Nasce un amicizia che durerà per vent’anni, senza che, a causa di una serie infinita di contrattempi, sia loro mai possibile incontrarsi. Quando ci riusciranno, sarà troppo tardi, Film delicatissimo e poetico, film sulla vera amicizia, ma anche sull’amore per i libri, la letteratura, la cultura. Anthony Hopkins e Anne Bancroft semplicemente mirabili e commoventi. Un gioiello, capolavoro ‘minore’ raramente in tv, assolutissimamente imperdibile.

 

 

Giovedì 9 giugno

 

The new world (T. Malick, USA, 2006), 23.35, Rete4

Forse la cosa più irritante di questo film di Malick – e della Sottile linea rossa, l’unico altro suo film che, per mia fortuna, io abbia visto – sono i cartelli che compaiono ogni tanto tra una scena e l’altra. Li avete notati? Per esempio: “Avviso: come probabilmente molti di voi staranno pensando, non si è affatto inchiodato il proiettore. Quella che state vedendo è invece una stupenda inquadratura, pregna di profondi significati psicologico-filosofici, talmente stupenda e talmente pregna che ve la facciamo vedere almeno per una trentina di secondi, così potete cacciarvela bene in testa, rozzi che non siete altro”. Oppure, dello stesso genere: “Attenzione, segue fotogramma ad alto contenuto mistico, preparare bocche ad O”. Oppure: “No, avete sbagliato anche stavolta. Non si è rotto l’audio, siete voi che dovete ‘riempire’ il silenzio con le vostre profonde riflessioni. Siete proprio dei poveri di spirito, anche se non in senso evangelico, ma io, che sono un Genio, vi perdono”. Se poi ogni tanto avvertite anche una leggera scossa ed un senso di colpa che non sapete spiegare, è perché, in modalità random, passano anche dei veloci comunicati subliminali, del tipo: “Ehi, lei, laggiù in ultima fila a destra, si svegli, perdio!”, oppure: “Guarda che ti ho visto, tu, fila F posto 16: metti subito via quel videogioco!”. Eccetera. Insomma, una festa, e non posso dire di non essermela cercata. Sopravvissuto miracolosamente, sette anni fa, alla visione de La sottile linea rossa (il mio medico curante mi salvò da un terribile attacco di orchioclastia (rottura di coglioni) sottoponendomi a dosi massicce di cartoons di Hanna e Barbera), ero molto indeciso se andare a vedere anche questo. Il mio medico – ormai un caro amico, che in tutti questi anni mi ha curato amorevolmente, anche dopo la visione dei film di Bertolucci – me l’aveva detto: ‘Sta’ attento, hai più di cinquant’anni, sei a rischio ecc.’. Non ho voluto ascoltarlo, ho osato: e mi sono ritrovato in un letto d’ospedale, miracolosamente salvato da un’équipe di cinefili con applicazioni massicce di film di Stanlio ed Ollio. Che altro dire, di questo ‘capolavoro’? Sbollita la rabbia e spenti i fuochi dell’ironia, di cose da dire ce ne sono molte. Retorico oltre ogni dire, prima di tutto. Ma non di quella retorica ‘esibita’ che si mostra e afferma se stessa quasi con orgoglio, bensì, come ho cercato di dire più sopra, di una specie più sottile, più ‘arrogante’, che pretende riconoscimento e adorazione ‘di per sé’, senza ‘giustificarsi’, in altre parole senza motivare le sue scelte stilistiche e narrative. Perché, tra l’altro, uno dei problemi è proprio quello di capire cosa vuol dirci Malick con questo film. Nella prima parte, forse, la ‘morale’ è abbastanza evidente, se è vero che mai si è visto un tentativo così ‘sfacciato’ di illustrazione dell’assunto russoviano (cito a memoria): ‘In natura l’uomo nasce buono, ma è la civiltà che poi lo corrompe e lo rende cattivo’. Un assunto, certo, a cui però manca assolutamente la sostanza. Vediamo sullo schermo figure angelicate, irreali, ‘collegate’ poco o punto con la Storia, se non per alcune considerazioni fuori campo che danno tanto l’impressione di banali riletture della relazione di Las Casas. Non, appunto, ‘documenti’, o ‘metafore’ storiche, ma eteree figurine, trasparenti acquerelli inconsistenti. Considerazioni che valgono sia per loro che per i bianchi, spesso incomprensibili ed ininterpretabili stereotipi. A dar manforte a questa scelta stanno, con tutta evidenza, i brani di musica classica scelti per la colonna sonora. L’Oro del Reno, di Wagner, che ‘spinge’ le inquadrature mistiche di cui sopra verso un orgasmo estetico sempre irrisolto; oppure il Concerto per Piano n. 23 di Mozart, che asciuga ed anestetizza emozioni e sensazioni, isolandole in un iperuranio irraggiungibile ed assolutamente astratto. Anche il ‘filo logico’ della narrazione, di conseguenza, ad un certo punto si perde. Perché la Principessa accetta di divenire ostaggio dei bianchi? Perché accetta il nuovo matrimonio? E perché mai, a Londra, quel colloquio col Capitano diventa così risolutore da farle ritrovare il contatto (quale e perché?) con la Dea madre e da farle finalmente ‘riconoscere’ il nuovo marito? Misteri, che forse a noi umani non è dato penetrare. La sottile linea rossa terminava con quell’inquadratura, banalissima ed insopportabilmente retorica, della noce di cocco che germoglia. Qui la noce è cresciuta, e il film finisce, coi soliti dieci secondi di camera fissa, su un albero che svetta verso il cielo: nuova metafora mistica? Anelito di speranza verso un mondo migliore? Chissà. Forse ci verrà spiegato tra sette anni, al prossimo capolavoro: ma io, ve lo giuro, non ci sarò.

 

Le piacevoli notti (A. Crispino/L. Lucignani, Italia, 1966), 10.55, DT

Tre episodi (come si usava allora) di ambientazione rinascimentale e di sapore boccaccesco, ma pieni di spirito e di verve, grazie anche alla presenza di un cast davvero di qualità: Vittorio Gassman, Ugo Tognazzi, Adolfo Celi, Luigi Vannucchi, Omero Antonutti, Paolo Bonacelli. Un capolavoro, in confronto alla commedia all’italiana ‘postribolare’ che si scatenò negli anni successivi. Vale una mattina.

 

Ai confini della realtà (J. Landis/ S. Spielberg/ J. Dante/ G. Miller, USA, 1983 ), 22.35, DT

Modestissimo omaggio all’omonima e bellissima serie tv degli anni Cinquanta. Da segnalare solo il primo episodio, in cui un ottuso razzista viene ‘punito’ nel modo più atroce.

 

Indipendence Day (R. Emmerich, USA, 1996), 21.00, Sky

Tutti sanno come io abbia una certa simpatia per Emmerich – lo so, la sconterò nella mia prossima rinascita – ma ciò non mi impedisce di riconoscere che questa è una delle più colossali puttanate della storia del cinema. Attorno alla vicenda di un’invasione aliena si costruisce un minestrone indigeribile di patriottismo parafascista, di machismo del cazzo, di militarismo da latrina.  Jeff Goldblum, altrove molto simpatico e bravo, non si capisce perché si presti a questa macchietta antisemita, Will Smith è ai vertici della sua naturale antipatia. Invedibile.

 

 

Venerdì 10 giugno

 

The Queen (S. Frears, GB/Francia, 2006), 21.00, DT

Per quanto Hellen Mirren possa essere stata brava nell’interpretazione di Elisabetta II, la questione non è questa. La questione è come diavolo a qualcuno possa essere venuto in mente di fare un film sulla vita e sulla morte di quella stupida ed inutile ***** di lady Diana, e come diavolo a qualcuno possa interessare di vedere un film sulla vita e sulla morte di quella stupida ed inutile ***** di lady Diana. Misteri della perversione umana.

 

Robin Hood (R. Scott, USA/GB, 2010), 21.00, DT

Circa una trentina di film (per non parlare delle decine di telefilm!), dal mitico RH muto di A. Dwann (USA, 1922) con Douglas Fairbanks, all’altrettanto mitico RH di M. Curtiz (USA, 1938) con Errol Flynn e Olivia de Havilland, passando per la sciocca ed insipida parodia di Robin e Marian (R. Lester, USA, 1976),  e tanti altri a seguire: tutti, comunque, per un verso o per l’altro superiori a quell’invedibile ciofeca di Robin Hood principe dei ladri (K. Reynolds, USA, 1991) da segnalare solo per il Razzie Awards attribuito a Kevin Costner come peggior attore protagonista. Quasi quasi – anzi, di sicuro – è meglio Robin Hood, un uomo in calzamaglia, di quel geniaccio irriverente di Mel Brooks (USA, 1993).

Ma qui, vorrei dire per la prima volta, finalmente voliamo alto, e quel ‘finalmente’ va ad onore soprattutto di Ridley Scott, che con questo film sembra definitivamente confermare la fine di quello che è stato, secondo me, un lungo ed infelice periodo di mediocrità. Dopo aver esordito con quattro film che hanno fatto la storia del cinema – I Duellanti (1977), Alien (1979), Blade Runner (1982) e Legend (1985) – Scott si era perso in una serie di film modestissimi, quando non addirittura francamente stupidi e orribili: Soldato Jane (1997) e Black Hawk Down (2001), tanto per fare due esempi. Ma già due anni fa l’ottimo Nessuna verità (2008) ci aveva fatto sperare che la brutta stagione fosse finita, ed ora, finalmente, sembra che ne abbiamo la conferma.

Scott sceglie, per questa sua rentrée di lusso, appunto questo personaggio leggendario, che le ricerche storiche più recenti collocherebbero nel regno di Edoardo II° Plantageneto, ma che l’immaginario popolare ha d’autorità attribuito al XII° secolo, all’epoca della Terza Crociata, prima sotto il regno di Riccardo Cuor di Leone, morto nel 1199, e poi sotto quello del fratello, Giovanni Senza Terra, che gli succedette sul trono. L’armata di Riccardo sta appunto tornando in Inghilterra, ma a pochi chilometri dalla Manica il re muore in combattimento. Robin Longstride è un arciere al suo servizio. Con un gruppo di amici cerca di tornare in patria per suo conto, ma si imbatte in Sir Robert Loxley, colpito a tradimento dai Francesi. Prima di morire, sir Robert impegna Robin a riportare al vecchio padre la sua spada, sulla cui elsa sta scritto un motto che, oscuramente, Robin sente familiare: “Ribellarsi e ribellarsi ancora, finché gli agnelli diventeranno leoni”. Per mantener fede al giuramento, Robin Longstride raggiungerà il vecchio sir Walter, e prenderà addirittura il posto del figlio morto: nell’affetto del padre, nel governo delle terre e nel cuore di Lady Marion, la sua vedova. Diverrà così cosciente dei soprusi di re Giovanni e poco per volta si troverà a capo della rivolta dei baroni, che chiedono al re una carta dei diritti che ne attenui il potere assoluto (è la Magna Charta Libertatum che verrà concessa nel 1215). Li convincerà ad appoggiare Giovanni nella sua resistenza all’invasione francese, organizzata dal traditore Sir Godfrey, ma, vinta la battaglia, il re spergiuro rifiuterà di onorare le sue promesse. Ai baroni egli opporrà il diritto divino dei re, mentre Robin verrà dichiarato fuorilegge e bandito dal regno. Lui e i suoi si rifugeranno allora nella foresta di Sherwood, nel Nottinghamshire, da dove combatteranno per la libertà e contro l’ingiustizia.

Già da questo inquadramento storico risultano evidenti l’interesse e l’originalità dell’approccio di Scott al tema. Invece di limitarsi, come tutti gli altri prima di lui avevano fatto, a raccontare le picaresche avventure degli allegri compari di Sherwood, egli si dedica a ri-costruire le radici storiche del mito: impresa difficile nella fattispecie, perché su Robin Hood non esiste praticamente nessuna documentazione storica attendibile, ma massimamente difficile e rischiosa in sé, data la irriducibilità del Mito, per sua stessa natura, agli stretti confini della Storia (sulle radici celtiche del mito di RH consiglio almeno la lettura dell’ottima pagina presente su Wikipedia: http://it.wikipedia.org/wiki/Robin_hood). Il risultato di questa operazione è, bisogna dirlo, semplicemente grandioso. Ne risulta un personaggio che, nella mente e nel cuore dello spettatore, si libra appunto in quella terra di mezzo che sta tra ‘verità’ ed immaginazione, un Eroe che per la sua parte di Uomo calca la terra, suda e sanguina, ma per la sua parte semidivina è lì lì per spiccare il balzo nella Leggenda: “Così comincia la leggenda” ci dice lo stesso Scott, negli ultimi fotogrammi del film. Una specie di prequel, insomma, per poter fare anche il prossimo film? Tutto sommato è vero, ma sarebbe ben misero chi vedesse come una gretta operazione commerciale quella che, praticamente, è una scelta artisticamente obbligata. Non solo, infatti, sarebbe stato semplicemente impossibile schiacciare in un solo film tutta la materia, ma, come abbiamo detto, questa scelta inoltre conferisce autentico corpo e sostanza e alla storia e al personaggio, rendendoli massimamente vivi, appassionanti e ‘veri’.

Un ‘barcamenarsi’, questo, tra mito e realtà, tra vero ed immaginario, che possiamo ritrovare anche nelle scelte filmiche: poteva Scott aver dimenticato di essere stato l’autore delle perfette immagini dei Duellanti?! Tutta la CGI che spesso soffocava le inquadrature del Gladiatore e delle Crociate, quasi sovrapponendosi alla narrazione, qui è stata sostituita da una splendida ‘realtà’: le magnifiche foreste del Galles, e le ricostruzioni ambientali così potenti e ‘vere’ di Arthur Max, lo scenografo da tempo collaboratore di Scott. Location ‘reali’, dunque, e che perciò, proprio per questo, ci permettono di sognare, di proiettare l’immaginazione lontano, fino ad un XII° secolo tanto concreto quanto ‘mitico’. E dal Mito, non può che nascere l’Epos. Non immeritatamente, infatti, possiamo usare questo termine, a proposito del film. Epica è la cavalcata dei Baroni tra le colline verdeggianti, lo snodarsi dei cavalieri per i sentieri, il loro radunarsi nell’incerta luce dell’alba sotto la silhouette del cavallo di pietra (a proposito: sbaglio, o quella è una citazione da Braveheart?). Epica è la minacciosa avanzata dei barconi francesi sulle acque tumultuose della Manica, che non si limita ad essere un omaggio a Salvate il soldato Ryan di Spielberg ma appunto acquista una sua intensa e cupa personalità.

La volontà di Scott di recuperare un linguaggio registico ‘antico’ è evidente anche nelle scelte relative alla dinamica dell’azione e al montaggio. La pura e semplice ‘narrazione’ si stende semplice e chiara, sempre perfettamente logica e comprensibile, senza disperdersi in sbavature inutili ma senza nemmeno negarsi pause di riflessione e descrizione. Il montaggio delle scene d’azione è – finalmente: questo sì finalmente! – leggibile e chiaro, e se la battaglia nella Foresta Nera era un incubo schizzato, ai limiti della percezione subliminale, quella di Dover è forte e violenta, ma anche concreta e godibile, come una ‘ripresa dal vero’.

Realtà e Mito, anche nella resa dei personaggi. Tutti perfetti, e tutti ‘grandi’, con appena quella sfumatura di stereotipo di cui tutta l’arte è per sua natura intessuta, e che non può mancare a chi si muove ai confini della leggenda. Il vecchio Loxley, cieco e vacillante, è quasi un antico bardo che narra le storie della sua terra. Sir Godfrey è un magnifico vilain che non scade mai nella caricatura di se stesso, Marion è una donna intelligente, forte e sensuale, che s’impone e affascina. Robin … beh, Robin è molte cose. Non ha tutti i torti chi ha detto che è tornato il Gladiatore, anche se alcuni importanti distinguo devono assolutamente essere fatti. Se nello sguardo di Longstride è presente la malinconia di chi ha già vissuto una parte importante della vita, ed ha visto ingiustizie ed anche orrori, da esso sono assenti però quell’ansia di morte e di vendetta, quel cupio dissolvi che rendevano gli occhi di Maximus due cupi pozzi senza fondo. È la sua una malinconia che diventa saggezza, disincanto, perfino ironia, e che gli permette di affrontare le nuove prove con equilibrio e ponderatezza.

Se, come dicevamo all’inizio, non è ancora tempo per gli allegri compari di Sherwood di mettere in scena le loro bravate, tuttavia l’intelligenza di Scott non si nega qualche piccola incursione nella farsa, quasi a voler alleggerire tanto ‘eroismo’, insaporendolo con un po’ di beffa e di carnalità. Divertentissimo il fascio di preti legati tutti assieme, costretti a farsi sette miglia a piedi ruotando su se stessi, ma semplicemente deliziosa, vorrei dire perfetta, la baldoria di Will, Little John e Allan con le fanciulle di Loxley, tra canti da osteria ed epiche bevute di idromele: “Una notte che non si dimenticherà facilmente”, come commenta ironicamente Lady Marion.

Insomma: bentornato, Ridley, con tutta la tua arte, il tuo talento e la tua poesia. Arrivederci a Sherwood!

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  1. Ah finalmente Ho trovato qualcuno che dice apertamente quello che io penso da una vita su lady diana!


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