Pubblicato da: giulianolapostata | 28 maggio 2011

Multivisioni – 28 maggio 2011

Consigli appassion

Multivisioni

Consigli appassionati su cosa vedere – e non vedere! – in TV

“Il cinema americano ha successo perché loro fanno bene i film. Noi facciamo bene la pizza”

R. Benigni

“Il cinema italiano è deprimente”

Q. Tarantino

 “Un qualsiasi stupido film americano contiene sempre un insegnamento, a differenza di un qualsiasi artistico film inglese”

 L. Wittgenstein

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Sabato 28 maggio

 

Mr. Magorium e la bottega delle meraviglie (Z. Helm, USA, 2007), 21.10, Italia1

Inconcepibile scemenza, una di quelle che vien voglia di consigliare solo per mostrare a che punto può arrivare la povertà di idee. Un vecchio mago gestisce da 243 anni un negozio di giocattoli magici, ma arriva anche per lui il momento di morire. Lascerà l’attività ad una giovane assistente e ad un bambino, che erediteranno anche la magia. Oltretutto, la regola secondo la quale al cinema i bambini nel 99% dei casi non sanno recitare, qui viene confermata al 101%: mai vista una tal massa di infelici tutti insieme. Di Dustin Hoffman (ma chi glie l’ha fatto fare? Doveva pagare le tasse, come si suol dire?) non si può dir meglio di Morando Morandini: “Cerca di essere bizzarro ma è solo patetico”.

 

Be kind rewind (M. Gondry, USA, 2008), 18.30, DT

In una cittadina americana di provincia vive Jerry (un delizioso Joe Black, infantile e stralunato), un mattoide che passa le sue giornate cazzeggiando di misteriose microonde che proverrebbero dalla locale centrale elettrica, e che controllerebbero pensieri e azioni di tutti i cittadini. Il suo migliore amico è Mike (Mos Def, onestamente piuttosto incolore e insapore), sfigato per categoria esistenziale, commesso nello scalcinato noleggio di vhs di proprietà del vecchio Fletcher (Danny Glover: sa anche recitare, dunque, oltre a fare il buffone in Arma letale), malmesso come il suo negozio, che passa il tempo a cianciare improbabili storie su Fats Waller, un dimenticato cantante jazz del passato che sarebbe nato proprio nel suo edificio. Un giorno Fletcher parte per un viaggio: dice che deve andare ad una commemorazione di Fats, ma in realtà vuole dare a Mike l’occasione per ‘diventare grande’, affidandogli il negozio. Ma proprio quella sera, Jerry decide di attuare l’attentato alla centrale così a lungo sognato. Naturalmente gli va male, ma le scariche della recinzione elettrificata lo magnetizzano: disturba qualunque apparecchio elettrico con cui venga in contatto, e non appena entra nel negozio, tutte le videocassette si cancellano. Mike è disperato: è davvero uno sfigato, ed ha tradito la fiducia di Fletcher. Ma Jerry ha un’idea, totalmente bizzarra come i suoi pensieri. I film li rifaranno loro, tutti, e da soli. Con una telecamera a mano, fondali di cartone malamente colorato, travestimenti impossibili, i due cominciano a rifare tutti i titoli del catalogo, riducendone la durata, deformandone le storie, sconvolgendo le sceneggiature. Sembra follia, ma è fantasia, assoluta, talmente pura che entra nell’animo di tutti gli abitanti della cittadina, poco a poco coinvolti nella loro impresa. Chi conosce Michel Gondry ed ama i suoi film sa cosa aspettarsi da lui. Gondry dà l’impressione di non amare molto la realtà: Oltre quello che c’è, che si vede, per lui c’è sempre qualcos’altro, che è sempre infinitamente più bizzarro, più bello, più felice. Ma bisogna saperlo vedere, bisogna volerlo trovare. Se pur qui egli non raggiunge i vertici del commovente e geniale L’arte del sogno (Italia/Francia, 2006), tuttavia la sua poetica c’è tutta. BKR è una dichiarazione d’amore per il cinema, prima di tutto, come arte essenzialmente della finzione, e perciò della fantasia e del sogno. In secondo luogo, è un appello alla fantasia e al sogno che tutti custodiamo dentro di noi. Se riusciremo a tirarli fuori, troveremo una strada per la felicità. Imperdibile.

 

Django (S. Corbucci, Italia/Spagna, 1966), 14.15, Sky

Liberatosi finalmente dello pseudonimo (Sidney Corbett) con cui aveva firmato i precedenti film, Corbucci firma qui anche la sceneggiatura per uno dei capolavori minori del western all’italiana. Agli antipodi di Sergio Leone, Corbucci disegna quasi un antieroe, con gli stivali sempre immersi nel fango, e nei cui vestiti par di sentire la puzza di sudore e di stantio. Pur essendo estremamente violento, Django si muove come in una bolla di immaterialità, quasi ai limiti dell’iperrealismo. Fu il capostipite di una fortunatissima e lunghissima serie. Da non perdere.

 

 

Domenica 29 maggio

 

Il ponte sul fiume Kwai (D. Lean, GB, 1957), 15.50, Rete4

Durante la Seconda Guerra Mondiale, un gruppo di soldati inglesi prigionieri dei giapponesi viene costretto a costruire un ponte, che altri inglesi vogliono distruggere. Ho l’impressione che molti abbiano più familiarità con la bellissima colonna sonora che col film in sé, per cui questa è un’ottima occasione per rivedere questo bel film di guerra, appassionante, asciutto e rigoroso, che è anche una bella riflessione sulle follie dello spirito militare portato all’eccesso e sulla dignità della persona. Inoltre, un’occasione per rivedere due grandi del passato, David Niven e William Holden.

 

21 grammi (A.G. Inàrritu, USA, 2003), 21.00, DT

Film di grandissima eleganza, e di profondissimo dolore esistenziale, VG è un capolavoro di bellezza e di intelligente riflessione. La storia è quella di tre persone in cui destini sono casualmente – ma intimamente e tragicamente – legati da un incidente stradale. Ognuno dei tre, per mezzo degli altri due e con gli altri due, segue un suo percorso di ricerca del senso dell’esistenza, che non per tutti troverà una conclusione ‘positiva’. Benicio del Toro – intensissimo, veramente incredibile, dopo numerose prove superficiali e mediocri – dopo aver cercato se stesso in Dio, nel carcere e nella solitudine, ritroverà un rifugio. Naomi Watts – strepitosa, tragica, umanissima – avrà dalla vita una ‘sorpresa’ che non aveva messo in conto, e con cui dovrà confrontarsi, se ne sarà in grado. Sean Penn – senza ombra di dubbio, ormai uno dei più grandi attori viventi, a livello di Al Pacino e Robert De Niro – concluderà senza soluzione la sua ricerca. Non è tanto pessimismo, quello di VG, quanto pura e semplice convinzione di un’assoluta assenza di senso e di speranza. Anche quando, appunto, Naomi Watts apprende cos’è cambiato in lei, non si tratta di una ‘soluzione’, di una via d’uscita che il film ci offre, quanto di un caso, un accidente, in una vita che continua ad apparire priva di senso: è successo così, ma avrebbe potuto accadere altrimenti, e chissà come andrà poi. Il particolarissimo montaggio, lungi dall’essere di difficile lettura, o peggio ancora, come qualcuno ha detto, volutamente ed inutilmente ‘intellettuale’, ha invece la funzione di rendere percepibile l’estremo intrecciarsi e coinvolgersi di queste esistenze. Film estremamente raffinato, non solo intellettualmente ma anche visivamente – splendida la sua fotografia a volte sporca, che par voglia farci avvertire la fragilità di quelle esistenze – VG è quasi un opera prima, dopo Amores Perros, cui seguiranno, come ora sappiamo, altri capolavori.

 

Gone baby gone (B. Affleck, USA, 2007), 22.35, DT

Patrick è un giovane investigatore privato di Boston, che improvvisamente viene precipitato in un caso più grande di lui: la ricerca di una bambina rapita dalla sua casa. Non ne è molto convinto lui per primo, un po’ perché conscio della propria inesperienza, un po’ perché la madre della bambina, una tossica di facili costumi, non è proprio il tipo di causa per cui battersi. Tuttavia la paura per la sorte della bambina e l’insistenza degli altri parenti lo inducono a rimanere, e man mano che si inoltrerà nelle indagini scoprirà che la realtà è molto diversa da come appare, e soprattutto che non si tratterà solo di risolvere un enigma, quanto di fare i conti col proprio sistema di valori. Una sceneggiatura vorrei-ma-non-posso: contorta, improbabile, scombiccherata, che non sta in piedi. Una storia troppo evidentemente spezzata in due pezzi, che niente e nessuno riesce a rimettere insieme. Un dilemma etico, francamente, piuttosto banale, su cui è impossibile costruire un film. Due interpreti inesistenti: Casey Affleck è monoespressivo dall’inizio alla fine, e Michelle Monaghan è una bella patatina decorativa ma inutile, anche come personaggio, nell’economia di una storia già abbastanza fragile in sé. Non è andato molto bene il debutto nella regia di Ben Affleck. Si potrebbe dirgli: ‘Provaci ancora, Ben’, ma ci si potrebbe anche chiedere il perché di questa fregola che hanno troppi attori di passare dall’altra parte della macchina da presa, e dell’incapacità che hanno, quando falliscono, di riconoscere che quello non è il loro mestiere.

 

 

Lunedì 30 maggio

 

Shakespeare in love (J. Madden, USA, 1998), 00.15, Rete4

Non si sa bene cosa sia, questo film. Forse una specie di biopic, genere rarissimamente interessante, perché di un artista quasi mai interessa con chi ha parlato e con chi è andato a letto: interessa la sua opera, e se quella è bella allora qualsiasi ‘indagine’ è benaccetta e giustificata, altrimenti nessun racconto riuscirà ad accendere un interesse che può venire solo dall’arte. Così, è scarsamente interessante questa storia, tutta di fantasia, sugli amori e le défaillances  creative di Shakespeare, e non pare proprio che un così grande artista, che si nobilita da solo coi suoi splendidi racconti di amori e destini, con la sua lingua di acciaio e smalto, avesse bisogno di questa favola, indubbiamente elegante e ben fatta, ma, sostanzialmente, del tutto inutile.

 

 

Martedì 31 maggio

 

La ciociara (V. de Sica, Italia/Francia, 1960), 23.10, DT

Nell’estate del ’43 una vedova romana con la figlia tredicenne si rifugia in un paesino della Ciociaria, ma entrambe vengono violentate da un plotone di soldati marocchini. La tragedia dello stupro usata come spunto per una retorica esaltazione del mito della mamma italiana, e per una nauseante sviolinata sull’altro ‘mito’, anche quello molto ‘popolare’ e ‘italiano’, della verginità. Naturalmente la Loren, musa del cinema sottoproletario, si trova perfettamente a suo agio nella parte. Un’altra pagina, tarda ma ancora irritante e fastidiosa, del Neorealismo.

 

Ogni cosa è illuminata (L. Schreiber, USA, 2005), 18.30, DT

Jonathan, giovane ebreo americano, stereotipo dell’ebreo succube della famiglia, parte per l’Ucraina in cerca della donna che cinquant’anni prima salvò suo nonno dallo sterminio nazista. E’ accompagnato da un giovane ucraino col nonno, un vecchio che pare aver rifiutato il presente rifugiandosi in una sua personale follia. Tutti e tre concluderanno il viaggio avendo ognuno trovato la propria illuminazione, anche se potrà costare carissimo. Opera prima dell’esordiente Schreiber, il film è un gioiello di poesia e di malinconico umorismo, un racconto apparentemente semplice e lineare quanto invece turgido di sentimento e di umanità. Assolutamente imperdibile.

 

Il tè nel deserto (B. Bertolucci, GB/Italia, 1990), 21.00, DT

Morbose e malate atmosfere di una coppia di turisti americani in viaggio in Algeria alla fine degli anni Quaranta. Allusioni che non portano a niente, simboli che non rimandano a nulla, esistenzialismo  impenetrabile, noia assassina: Bertolucci. (ma Novecento e L’ultimo tango, li ha fatti proprio lui?!).

 

Black Hawk Down (R. Scott, USA, 2001), 21.00, Sky

Ottobre 1993, Mogadiscio, occupazione americana. Una ‘normale’ operazione di polizia urbana si trasforma in un attacco in cui decine di soldati americani rimarranno feriti e uccisi. Da questo episodio, Scott ha tirato fuori uno dei suoi film peggiori, un videoclip schizzato, dai colori acidi e dal montaggio allucinato, uno spot militarista e fanatico in cui gli americani sono buoni ed eroici (ma non si capisce che cazzo ci stiano a fare lì) e i ‘negri’ (è tanto se si dice che siamo in Somalia, ma sul perché del conflitto mutismo totale) barbari, sanguinari e cattivi. Of course: è per questo che sono andati ad esportare la democrazia anche in Irak e in Afghanistan.

 

V per Vendetta (J. Mc Teigue, USA/Germania, 2005), 21.00, DT

Inghilterra, 1605. Guy Fawkes, un gentiluomo inglese convertitosi al cattolicesimo, progetta di far saltare in aria il Parlamento il giorno dell’apertura, il 5 novembre, per uccidere re Giacomo I° Stuart, nemico e persecutore dei cattolici. Scava una galleria sotto l’edificio, e la riempie con trentasei barili di polvere, ma all’ultimo momento lui e gli altri congiurati vengono scoperti: quelli che non vengono uccisi subito vengono imprigionati e torturati atrocemente, e moriranno alcuni mesi dopo sul patibolo. E’ la famosa Congiura delle Polveri. Londra, ai giorni nostri, in un futuro prossimo. Un Partito politico di ispirazione totalitaria e razzista, omofobo ed islamofobo, diffonde artatamente per l’Inghilterra un terribile virus, che provoca centinaia di migliaia di vittime. Sfruttando il caos e il terrore che questo fatto provoca, il Partito prende il potere, instaurando un regime parafascista. L’informazione è sottoposta a rigida censura, sostituita da una rozza demagogia, qualsiasi libertà è conculcata, e gli scherani del partito costituiscono un’élite che imperversa per il paese, violentando e taglieggiando. Improvvisamente, un anno prima dell’anniversario della Congiura, appare in città uno strano personaggio. E’ vestito alla moda del Seicento, con cappello e mantello, e nasconde il volto sotto una maschera che riproduce le fattezze di Fawkes. Esordisce facendo saltare per aria, in un tripudio di fuochi d’artificio colorati, l’Old Bailey, mentre dagli altoparlanti, che abitualmente trasmettono i deliranti proclami del Gran Cancelliere, il Dittatore, egli diffonde la trionfale Ouverture 1812 di P.I. Chaikowsky, che il grande musicista russo compose per celebrare la resistenza del suo popolo contro Napoleone. Seguono altre azioni di sabotaggio del sistema, ed una promessa, da parte del Vendicatore: di lì ad un anno, il giorno dell’anniversario della Congiura, egli compirà l’opera dell’antico cospiratore, facendo saltare in aria il Parlamento, e centinaia di migliaia di inglesi come lui scenderanno in piazza, per opporsi alla dittatura e restaurare la libertà. Anche a costo, come fu per Guy Fawkes, della propria vita. Interrompo qui il racconto delle vicende di V, dei suoi segreti, dei suoi amori, della sua lotta. Lascio agli spettatori il piacere e l’emozione di scoprirli sullo schermo, in questo, che è uno dei film più belli, colti ed appassionanti degli ultimi vent’anni, ed anche, nonostante le sue caratteristiche fantastiche, uno dei più reali ed umani. Difficile davvero dire cosa emozioni e commuova di più, in questo capolavoro. La recitazione? Hugo Weaving è grande anche a volto coperto. Recita col corpo, coi movimenti del capo, coi giochi di luci ed ombre sulla maschera. Natalie Portman è intensa e ‘dolorosa’, quasi una vittima sacrificale che impersona e porta su di sé le sofferenze di tutto un popolo. Dolce e umanissimo John Hurt, il suo amico omosessuale. Ed è impossibile negare una menzione al raffinato e sensibilissimo doppiaggio di Gabriele Lavia. La fotografia: cupa e minacciosa, notturna e misteriosa, che rappresenta la notte dell’anima e dello spirito che avvolge l’Inghilterra. E poi, i numerosi e densi riferimenti culturali. Pare impossibile – ma una ragione pur ci sarà – se ogni regista o scrittore che abbia voluto tratteggiare un fascismo futuro lo abbia immaginato odiatore, oltre che della libertà, anche della bellezza e della cultura. Così è in 1984 di J. Orwell, uno dei padri evidenti di questa storia, ma soprattutto così è in uno dei film più belli ed importanti del Novecento, Fahrenheit 451, di F. Truffaut. Vedendo la galleria d’arte di V, e quelle sterminate pareti di libri, e l’amore trepido con cui John Hurt custodisce la sua antica copia miniata del Corano, è impossibile non richiamare alla memoria i roghi dei libri di quel capolavoro, e l’affetto con cui, contro quella dittatura, i libri venivano amati e protetti, fino ad immolarsi per loro. E non dimentichiamo, tra gli illustri padri di V, il grande feuilleton ottocentesco, con lo stereotipo dell’eroe tenebroso, del giustiziere misterioso ed eroico. Un ultima notazione per i dialoghi, davvero ‘teatrali’ nel senso più colto e nobile del termine: del resto, spessissimo, nonostante le scene d’azione o quelle in esterni, è davvero forte l’impressione di essere a teatro, ad assistere a un dramma shakespeariano. Inno alla libertà e alla dignità umana, anarchico ed eversivo ma ancor più umanissimo e vero, film denso di emozioni e significati, V per Vendetta è un raro capolavoro, che rimane nella mente, nel cuore e negli occhi. Un film da ricordare

 

Remember remember the Fifth of November,

the gunpowder treason and plot.

I know of no reason why the gunpowder treason

should ever be forgot.

 

 

 

Mercoledì 1 giugno

 

Assassinio sull’Eiger (C. Eastwood, USA, 1975), 21.10, DT

Un discreto ‘mountain thriller’, nobilitato comunque dal mestiere di Eastwood e dalle sue belle riprese di scalate. Piacevole. Varrebbe comunque la pena, se avete tanta ma tanta pazienza, di andare a cercare, su qualche bancarella o in qualche biblioteca di provincia, i romanzi di Trevanian (J.B. Savage, 1925-1992), da uno dei quali è tratto questo film: sono gialli raffinati, intelligenti e colti, che non deludono (Il ritorno delle gru, Il castigo dell’Eiger ecc.).

 

 

Giovedì 2 giugno

 

36 Quai des Orfèvres (O. Marchal, Francia, 2004), 23.05, DT

Non immeritatamente è stato fatto, per questo film, il nome di J.P. Melville, il grande regista degli anni Cinquanta di cui questo bellissimo noir sembra riecheggiare atmosfere e sensazioni (penso al suo penultimo capolavoro, l’eccezionale I senza nome, del ’70). Qui due poliziotti lottano tra loro per arrestare una sanguinaria banda di rapinatori ai portavalori, ma la vera posta in palio sono non solo il posto di Direttore della Polizia Giudiziaria, quanto l’amore di Valeria Golino, prima compagna di Depardieu e poi moglie innamorata di Daniel Auteuil. Per rubare il posto al collega/nemico, ma soprattutto per vendicarsi dell’abbandono, Depardieu sarà disposto a qualsiasi bassezza, compresa la delazione e l’omicidio. Ma sarà proprio il male che lui stesso ha coltivato a punirlo. Eccezionalmente bravo Depardieu nella parte del poliziotto traditore, ma Daniel Auteuil è ormai uno dei più grandi e sensibili attori del cinema francese. Assolutissimamente imperdibile.

 

 

Venerdì 3 giugno

 

Evolution (I. Reitman, USA, 2001), 21.00, Sky

Nel deserto dell’Arizona cade un meteorite, contenente un brodo di coltura ricco di unicellulari alieni. Il reperto viene sottoposto allo studio di due pseudoscienziati del locale college: Ira, ex ricercatore del Pentagono, cacciato per un clamoroso errore medico, e Harry, un geologo unicamente interessato ai favori delle allieve. I due fanno appena in tempo a scoprire che gli unicellulari si evolvono ad una velocità prodigiosa – concentrando in pochi giorni un processo che alla vita sulla Terra ha richiesto centinaia di milioni di anni – quando vengono espropriati delle loro ricerche da un battaglione dell’esercito, il cui comandante è proprio quello che aveva licenziato Ira. Mentre la ‘evoluzione’ continua a ritmi acceleratissimi, disseminando nella cittadina vicina stranissime e primitive forme di vita, i militari proseguono i loro studi e, di fronte al pericolo concreto che gli organismi prendano il posto dell’umanità, decidono di eliminarli col napalm. Ma i due scienziati, non solo scoprono che col calore gli organismi si evolveranno ancor più velocemente, ma, di fronte all’ottusità dei militari, riescono ad escogitare una soluzione che distrugge gli alieni e salva il mondo intero dalla sopraffazione. Se non fosse per i discreti effetti speciali, un film inesistente, scontato e noioso, tutto giocato su battute e situazioni che definire grassocce e goliardiche è poco, e su personaggi che non sono nemmeno stereotipi, ma macchiette da teatro dell’arte. Se ne è detto che voleva essere un affettuoso ed ironico richiamo alla fantascienza anni ’50, ma, se è così, si tratta di un esperimento fallito.

 

 

 

 

 

 

 

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