Pubblicato da: giulianolapostata | 21 maggio 2011

Multivisioni – 21 maggio 2011

Multivisioni

Consigli appassionati su cosa vedere – e non vedere! – in TV

Il cinema americano ha successo perché loro fanno bene i film. Noi facciamo bene la pizza”

R. Benigni

 “Il cinema italiano è deprimente

Q. Tarantino

 “Un qualsiasi stupido film americano contiene sempre un insegnamento, a differenza di un qualsiasi artistico film inglese

L. Wittgenstein

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Sabato 21 maggio

Firewall (R. Loncraine, USA, 2006), 21.30, Rete4

L’esperto informatico di una banca ha messo a punto un firewall assolutamente invincibile, ma una banda di delinquenti prende in ostaggio la sua famiglia e minaccia di ucciderla se lui non li aiuterà a penetrare il sistema. Loffio e ‘già visto’ cento volte nella prima parte, diventa semplicemente ridicolo nella seconda, quando il buon Harrison Ford si trasforma in una specie di supereroe che ammazza tutti e salva la sua famigliola. Potete perdervelo tranquillamente.

A love song for Bobby Long (S. Gabel, USA, 2004), 17.30, DT

Pursy, diciottenne, eredita la casa della madre, una cantante di New Orleans che non vede da anni, ma scopre che essa, per lascito testamentario, è occupata da un professore di lettere semialcolizzato e da un suo discepolo. Ostili all’inizio, i tre scopriranno poco a poco di essere strettamente legati, e troveranno la via ognuno del cuore dell’altro. Capolavoro di un’esordiente al Sundance Film Festival, altro raffinato e delicato personaggio ‘in levare’ della bravissima Scarlet Johansson (Lost in translation), grandissima interpretazione di John Travolta. Un film ‘intimista’ e poetico, da scoprire ed amare, assolutamente imperdibile.

Lezioni di piano (J. Campion, Australia/Nuova Zelanda/Francia, 1993), 23.40, Sky

Nel 1825, una giovane scozzese muta fin dalla nascita arriva in Nuova Zelanda, moglie per procura di un coltivatore. Diverrà l’amante di un maori, che l’aiuterà a coltivare la sua passione per il pianoforte. Cult femminista a suo tempo, è uno dei più micidiali spappolamenti di marroni mai visto al cinema, una ‘sinfonia’ di pesanti estetismi fine a se stessi, uno di quei film di cui alla fine ti chiedi: chevvordì? Provare per credere, ma ci vuol coraggio.

Domenica 22 maggio

Rachel sta per sposarsi (J. Demme, USA, 2008), 15.00, DT

Oppure si poteva anche intitolarlo ‘La semplice e felice vita di Rachel’, perché è questo ciò che lei e i suoi familiari vorrebbero raccontarci. Di come lei sia tanto una brava ragazza, specializzanda in Psicologia, di come tutti siano felici da morire per il suo matrimonio, tra due o tre giorni, di come tutto “andrà benissimo”, come ci sentiamo dire mille volte. Ma non va tutto bene, a cominciare da un invitata ‘speciale’: Kim, sorella ex tossica di Rachel, ‘in licenza’ dal centro di disintossicazione in cui vive. Non si poteva non invitarla, naturalmente, ma non si può nemmeno far finta che sia ‘una come gli altri’. Lei è Kim, la tossica, ora “pulita da nove mesi”, sì, ma tossica comunque, e oltretutto con sulle spalle una scimmia perfino più cattiva dell’eroina e delle pasticche. Lei e la sua scimmia – tutti sanno di che si tratta, ma tutti fanno finta di niente, almeno finché si può – si aggirano tra gli invitati e i preparativi come un tarlo in una struttura lignea: un tocco di qua, un altro di là, e poco per volta tutta quella perfetta costruzione comincia a cigolare, a scricchiolare, e saltano fuori le crepe. Non si poteva fare a meno di invitarla, certo, ma chi l’ha fatto pensando di ‘controllarla’ e di farle recitare un copione prefissato si è sbagliato di grosso (Dancing with Shiva, ‘Ballando con Shiva’, il Dio della distruzione: questo era il bellissimo titolo originale del film). Kim non è lì per far presenza: è lì per vivere, per dire a tutti che esiste di nuovo, per reclamare il suo spazio, ed anche il suo diritto ad essere amata, come gli altri. Non le importa niente, tutto sommato, del matrimonio di sua sorella; comunque, non accetta che quello le impedisca di esprimersi. Rachel per prima se ne rende conto, dopo le smancerie d’obbligo: “Prima tutto girava attorno alla sua malattia, ora tutto deve girare attorno alla sua guarigione”. Ma uno dopo l’altro, tutti i fantasmi si ripresentano, e tutti quanti gli equilibri saltano: quelli col padre, che per tanti anni ha nascosto la verità prima di tutto a se stesso, quelli con la madre, la cui assenza ed anemotività sono state la causa principale di tutti i problemi di Kim, quelli con gli amici, preparati ad ignorarla e invece messi bruscamente a confronto col suo dolore e il suo bisogno di vita. Con lei, alla fine, tutti dovranno fare i conti, dopo di che ognuno andrà per la sua strada: senza grandi tragedie, né grandi soluzioni, né happy end. Ma Kim avrà avuto la possibilità di dire: ‘Amo, dunque esisto’. E sarà già stato moltissimo. Film raffinato, intenso, riccamente tessuto e raccontato su una splendida sceneggiatura di Jenny Lumet – figlia del grande Sidney – RGM è un’opera discreta e rara, che emoziona e affascina, pur senza mai cercare facili e banali coinvolgimenti. Semplicemente splendida Anne Hataway nel personaggio fragile ma determinato di Kim e sconvolgente Debra Winger in quello della madre, che ancora porta in giro imperterrita la propria follia. Assolutissimamente imperdibile.

Luther (E. Till, Germania, 2003), 00.15, DT

Il film narra, molto sobriamente, la vita di Martin Lutero (1483 – 1546), il fondatore della Riforma Protestante, ripercorrendone le tappe principali. Lo troviamo prima semplice monaco agostiniano, e poi docente di Filosofia e Teologia all’Università di Wittenberg. Inviato a Roma per conto del suo Ordine, Lutero vi concepì un profondo rifiuto per la corruzione morale e materiale della Chiesa romana, e in particolare per la pratica delle vendita delle indulgenze, allora introdotta da Papa Leone X per finanziare la costruzione della basilica di S. Pietro. Ritornato in Sassonia, egli affisse alla porta dell’Università le sue famose 95 Tesi, in cui, pur senza apertamente atteggiarsi a riformatore e ribelle, segnalava abusi ed esprimeva dubbi e pesanti critiche su alcune dottrine. Forte della Protezione del principe Federico II di Sassonia, Lutero proseguì sulla sua strada riformatrice. La Chiesa lo scomunicò, ma egli bruciò pubblicamente la Bolla papale di scomunica, dedicandosi poi a tradurre in tedesco la Bibbia, permettendone così la lettura a tutti i credenti. Curiosa è la scelta narrativa fatta dal regista e dallo sceneggiatore. Nel film è infatti completamente assente qualsiasi accenno agli aspetti teologici della Riforma Luterana, vale a dire il problema della grazia e della predestinazione, che, del resto, Lutero aveva assorbito da S. Agostino. Viene invece dato ampio spazio alle vicende storiche che accompagnarono la vita e la predicazione di Lutero – la Guerra dei Contadini, i contrasti tra feudatari ed Imperatore ecc. –  e grande risalto viene dato alla questione della vendita delle indulgenze. Di conseguenza, uno spettatore ‘ignorante’ di teologia, potrebbe credere che tutto quell’immenso rivolgimento sia avvenuto solo per la questione delle indulgenze: che fu certamente importante, ma non certo fondamentale, come invece fu – ognuno lo sa – la questione teologica. Scelta davvero bizzarra, come ho detto – tanto più se si tiene conto che, tra i finanziatori dei film, risulta un organismo legato alla Chiesa Evangelica Luterana – di cui mi sono a lungo chiesto il perché. Forse si è voluto evitare di addentrarsi in problematiche ‘alte’, che avrebbero richiesto trattazioni argomentate e raffinate? O forse si è pensato che un film del genere si rivolge soprattutto ad un pubblico ‘colto’, che conosce l’argomento? Quale che sia la spiegazione, sta di fatto che, secondo me, tale scelta mutila il film di un’importante chiave di lettura del fenomeno protestante. Detto ciò bisogna riconoscere che la narrazione scorre, per tutto il film, dignitosa e corretta – tanto da far apparire quasi eccessiva la strepitosa performance del grandissimo Peter Ustinov – evitando, e qui è evidente l’influsso della Chiesa Evangelica, ogni tentazione agiografica nei confronti del personaggio. In conclusione, un buon film storico, con un ‘difetto’ di fondo che è difficile decidere se sia difetto davvero, o caratteristica voluta. Allo spettatore la scelta.

Arlington Road (M. Pellington, USA, 1999), 23.05, DT

Un professore di Washington fa amicizia coi vicini, tanto simpatici e garbati, ma poco per volta si accorge che non sono affatto quegli americani per bene che sembrano. Ispirato all’ambiente della destra integralista in cui maturò il terribile attentato di Oklahoma City del 1995, è un bel film, interessante e moderatamente appassionante, in cui una tantum l’America si chiede se i ‘nemici’ debbano proprio essere sempre gli ‘altri’, specie se con la pelle di un altro colore. Da vedere.

Lunedì 23 maggio

I vicini di casa (J.G. Avildsen, USA, 1981), 18.35, DT

Una coppia di coniugi piccoloborghesi – lui è l’immenso John Belushi, ovverosia di come si può anche provare ad infilare lo spiritello in una camicia e in una cravatta, ma lui poi straccia tutto, salta fuori e rimette il mondo come dev’essere: alla rovescia! – vede la propria vita sconvolta dall’arrivo di due vicini anarcoidi e dai costumi molto ‘liberi’. Un anno dopo, il Poeta moriva, lasciandoci questa ennesima testimonianza di libertà e di eversione.

Sindrome cinese (J. Bridges, USA, 1979), 00.45, DT

Finalmente, dopo la castrofe di Fukushima, si ricomincia (ma non troppo spesso: forse c’entra qualcosa la campagna del Governo a favore del nucleare e per boicottare i Referendum) a riprogrammare questo bellissimo film di trent’anni fa, che, accusato a suo tempo di eccessivo allarmismo e di isteria antinuclearista, dimostra oggi per l’ennesima volta, dopo Chernobyl e il Giappone, la sua terribile carica profetica. Un guasto ad una centrale nucleare americana potrebbe provocare la fusione del nocciolo. Il governo vorrebbe insabbiare la faccenda, a costo anche di una tragedia, ma un coraggioso direttore e due impavidi cronisti si impegnano per smascherare tutto. Ottimo esempio di cinema politico e civile americano, che ha tra i suoi punti di forza uno dei miti americani: la libertà di stampa. Con Jane Fonda e Jack Lemmon, decisamente più bravo nelle parti drammatiche che in quelle comiche che si sono sempre ostinati ad appiccicargli addosso (vedi Missing, Salvate la tigre ecc.). Imperdibile.

Agora (A. Amenàbar, Spagna/USA, 2009), 14.50, Sky

Morta nell’anno 415 dell’Era Cristiana – ma molto probabilmente lei avrebbe preferito che quell’anno venisse denominato come il 1168esimo dalla fondazione di Roma – Ipazia visse ad Alessandria d’Egitto. Era figlia di Teone, filosofo, matematico e custode del Serapeo, il tempio dedicato a Giove Serapide che era anche sede della famosa e preziosissima biblioteca, che custodiva i tesori del sapere greco. Allevata dal padre negli studi filosofici e matematici, divenne una delle persone più colte del suo tempo, ed uno dei filosofi più prestigiosi, tanto da essere chiamata a dirigere la Scuola Filosofica fondata da Plotino, nella quale teneva regolarmente lezione. Fu anche matematica ed astronoma di immenso valore, prodigiosamente in anticipo sui tempi. Nonostante, come vedremo, delle sue opere nulla sia rimasto, sembra estremamente probabile che essa fosse giunta ad intuire l’esistenza di quello che oggi chiamiamo Sistema Copernicano, e dell’ellitticità delle orbite celesti. Ciò nonostante – anzi, proprio per questo – Ipazia entrò presto in contrasto col clero cristiano, che, dopo le persecuzioni dei primi secoli, con Costantino prima e soprattutto con Teodosio poi (Editto di Tessalonica, 380 d.C.) aveva rialzato la testa, divenendo potentissima gerarchia e sistema di potere. A Tessalonica esso era rappresentato da Cirillo (oggi Santo e Dottore della Chiesa), un fanatico sanguinario che prima perseguitò ferocemente i pagani, poi rivolse il proprio odio contro gli Ebrei: a lui si deve l’invenzione del termine e del concetto di ‘Deicidio’, che tanta ‘fortuna’ conoscerà nei secoli avvenire in ambito cristiano. Quelli che – nei primi pogrom della Storia: Cirillo fu un precursore – non vennero cacciati dalla città, vennero massacrati a migliaia, e i loro cadaveri bruciati in pubblici roghi; anche qui, Cirillo fu fiero antesignano dei futuri orrori che avrebbero segnato i rapporti col mondo ebraico. Ipazia non poteva certo sottrarsi a quella furia. Malvista perché pagana e ‘politeista’, nemica perché assertrice del diritto di pensare liberamente – di contro ad una Chiesa che esigeva la sottomissione cieca ed ottusa alle Scritture (“Inginocchiati!” impone il Vescovo Sinesio al Prefetto Imperiale; ed era vissuto anche prima, nel II° secolo, l’apologeta Tertulliano, cui viene attribuita l’affermazione: “Credo quia absurdum”, ‘Credo in quanto è assurdo’) – odiata perché donna che pretendeva di agire liberamente in una società che, da semplicemente maschile, il Cristianesimo stava trasformando in ferocemente misogina, anch’essa soccombette alla barbarie montante. Rimasta sola dopo l’assassinio di Teone, tradita dai vecchi allievi, tutti ben presto riparatisi sotto l’ala protettrice della nuova Chiesa, alla fine venne arrestata dai Parabolani, una Militia Christi composta di fanatici ignoranti, veri e propri sicari agli ordini di Cirillo. Venne lapidata, le vennero cavati gli occhi mentre ancora respirava, poi venne squartata. Le sue opere vennero bandite e bruciate e di esse oggi, come abbiamo detto, non rimane nemmeno un rigo. Successivamente, la Chiesa operò nei suoi confronti anche una vera e propria damnatio memoriae, se è vero che, prima del film di Amenabàr e di alcune opere a stampa uscite di recente, rarissimamente la storiografia e forse mai la letteratura si erano occupati di lei. Agora – l’Agora delle città greche, lo spazio nel cuore della città ove filosofi e cittadini si recavano liberamente a filosofare – le rende finalmente onore, strappandola dalle nebbie dell’indistinto e narrando pubblicamente il suo genio, la sua storia e la sua tragedia. Non è stato facilissimo nemmeno questa volta, squarciare il velo del silenzio, tant’è vero che, uscito due anni fa in Spagna con grandissimo successo, il film ha incontrato forti quanto misteriose e vaghe resistenze per essere distribuito in Italia. Niente di nuovo, comunque. Perfino i fumettoni di Dan Brown hanno conosciuto la persecuzione e l’ostilità delle gerarchie cattoliche: figuriamoci se non sarebbe accaduto lo stesso per questo film, che non di fantastiche sciocchezze narra, ma di quel fanatismo ed intolleranza che sono stati la cifra della storia del Cristianesimo, e le cui manifestazioni sono ben vive ancor oggi. Eppure sbaglierebbe – ed Amenabàr l’ha pubblicamente ed esplicitamente affermato – chi volesse vedere in Agora un pamphlet anticristiano. Certo: la ‘fondazione del Mito’ cristiano avvenne nel sangue, e se mai è accaduto che il Cristianesimo sia stata una religione d’amore e di pace, certo non lo fu in quei secoli, quando i detentori del potere erano degli assassini seriali impegnati solo a difendere se stessi, mentre le gerarchie ecclesiastiche non avevano altra funzione che di fornir loro il supporto ideologico adatto. Sarebbe tuttavia bastato solo che al film fosse stata allegata una ‘appendice’, che si fosse andati avanti non di molto, di soli due secoli: e si sarebbe arrivati al 642 d.C., Anno 20esimo dall’Egira, quando un altro fanatico, il Califfo Omar, in nome di un’altra fede, l’Islam, bruciò nuovamente la Biblioteca di Alessandria. Si dice che la sua motivazione sia stata che “o in quei libri ci sono cose già presenti nel Corano, o ci sono cose che del Corano non fanno parte: se sono presenti nel Corano sono inutili, se non sono presenti allora sono dannose e vanno distrutte”: se anche fosse leggendaria, come pare, è tuttavia perfettamente verosimile, e illuminante. La questione, infatti, non sta nel cercare di stabilire se esista un cristianesimo ‘buono’ ed uno ‘cattivo’ (falso problema che Amenabar smonta subito mostrando la sostanziale identità tra la posizione di Cirillo e quella di Sinesio) – come per esempio si sta cercando di fare da anni col ‘mito’ del Cristianesimo Postconciliare – né se esista parimenti un Islam ‘estremista’ ed uno ‘moderato’. Il problema è semplicemente e radicalmente un altro, e si chiama religione rivelata. Qualsiasi Rivelazione – giudaica, cristiana, islamica – contiene di per sé l’idea di Verità assoluta, non discutibile perché derivante direttamente da Dio. Il ‘fedele’ (muslim: ‘devoto a Dio, fedele a Dio’) di ognuna di queste Rivelazioni ha, non il diritto, ma il dovere di combattere chiunque la pensi diversamente, che in quanto tale è negatore della Verità, cioè negatore di Dio, naturalmente l’unico. Il ‘Male Assoluto’ è dunque il concetto stesso di Rivelazione. Certo, Ipazia è stata una martire del Paganesimo – e per questo la onoriamo, e libiamo ai suoi Mani – ma prima di tutto è stata una martire del monoteismo e della folle arroganza delle religioni rivelate. E sbaglierebbe anche chi volesse farne una specie di martire laica del Libero Pensiero, una specie di Santa illuminista. Non è il Libero Pensiero, quello che Ipazia rivendica, ma semplicemente la libertà di pensiero, la libertà di poter scegliere la visione del mondo preferita e di praticarla liberamente, senza scomuniche, senza persecuzioni e naturalmente senza chiese. Finché il Dio sarà sopra di noi, invece che dentro di noi, ciò non avverrà mai. Amenabàr racconta questa ‘storia’ con esemplare limpidezza. Tanto la ricostruzione storica è precisa e puntuale – persino il cielo notturno osservato da Ipazia è quello del tempo – quanto la narrazione è sobria e rigorosa, senza nessuna concessione a facili emotività, e l’ovvio romanzare delle vicende, che sempre si accompagna al film ed al romanzo storico, qui viene usato non per caricare ad effetto bensì per alleggerire certe situazioni, che troppo irrazionale orrore avrebbero suscitato nel pubblico se mostrate nella loro verità: per esempio, appunto, la morte della filosofa. Un film, come ho scritto non molte altre volte, ‘da mostrare a scuola’, come lezione sulla libertà e sulla tolleranza, ricordando sempre, come bene ha scritto Ferdinando Menconi su “Il Ribelle” n. 19/2010 (www.ilribelle.com), che “la tolleranza può anche essere una potente arma data in mano a chi tollerante non è, e che essa non può essere applicata agli intolleranti”.

L’arte del sogno (M. Gondry, Francia/Italia, 2006), 22.45, DT

Dopo alcuni bei film – Human nature (2000), Se mi lasci ti cancello (2004) – variamente trattati o bistrattati e non sempre compresi e amati – Gondry ci regala qui un film bellissimo, poetico, straziante e geniale. Stéphane è un giovane grafico dalla creatività onirica e sfrenata. Tornato a Parigi dal Messico (ma torna veramente? Il taxi che lo deposita davanti alla porta riparte con Stéphane all’interno, che guarda se stesso davanti alla porta …), in cui ha vissuto fino a quel momento, va ad abitare dalla madre, nella sua vecchia casa, e scopre che nell’appartamento di fronte abita Stéphanie, ‘artista’ strampalata, che cuce animali di pezza. E’ amore, quello tra Stéphane e Stéphanie, ma non tanto ‘a prima vista’. Si tratta di sintonia, affinità elettiva, comunione emotiva, sintesi onirica. Lui rincorre lei, e poiché teme di non averla nella realtà, la corteggia e la seduce nel sogno. Lei, ancora immatura e spaventata dall’amore, fugge lui, in una continua fusione/commistione/confusione tra sogno e realtà che affascina e rapisce mente e cuore. Il sogno, i sogni di Stéphane sono i grandi protagonisti di questo incredibile film che se può ricordare la doppia dimensione del sia pur bellissimo Amélie (2001) di J.P. Jeunet – altro grande ‘sognatore’ – travalica e supera quel capolavoro per viaggiare in una dimensione davvero ‘altra’. Stéphane entra ed esce dai suoi sogni, li riporta nel mondo attraverso le macchine magiche che inventa, le quali macchine usa poi per fuggire ancora. Gondry è un genio, che crea magie ricorrendo ad una tecnica di animazione degli oggetti che già conoscevano nella cinematografia dell’Est, qui portata a vertici poetici davvero eccezionali. Si ‘consuma’, l’amore tra Stéphane e Stéphanie? O davvero “la vita è sogno”, come insegnava Calderon de la Barca? O davvero “noi siamo fatti della stessa materia di cui sono fatti i sogni”, come insegnava Shakespeare? Anche l’amore è sogno? Cosa è ‘reale’? Il bacio – sommamente straziante! – che Stéphanie pone sulla fronte di Stéphan addormentato? Lui e lei che cavalcano in una foresta di carta su un cavallo di pezza? Si ‘consuma’, dunque, questo amore? E’ pur reale, il dialogo surreale alla fine del film, tra tettine, pompini e uccelli duri, eppure così lunare e giocoso da spingere nuovamente verso una dimensione sognata, di coprolalia quasi ‘infantile’. Un capolavoro, nel quale/anche perché ogni istante è al tempo stesso immensamente creativo e tuttavia intimamente ‘controllato’, voluto e collegato col tutto, in una sinfonia onirica senza pari. Gael Garcia Bernal recita come un bambino che – appunto! – sogni di essere entrato in un immenso magazzino di giocattoli. Charlotte Gainsbourg commuove e innamora: non più – forse mai – ‘attrice’, ma Musa, simbolo, icona di una femminilità sensuale, giocosa e pura.

Martedì 24 maggio

La leggenda del Re Pescatore (T. Gilliam, USA, 1991), 17.55, DT

La mente devastata dalla morte della moglie, un professore di Storia Medievale si perde tra i barboni di New York, cercando un impossibile Graal, e la sua resurrezione. Continuamente e poeticamente in bilico tra realismo e fantasia, è una storia profondamente umana e al tempo stesso visionaria sui valori essenziali della vita: amore ed amicizia. Intenso e commovente: una delle migliori interpretazioni di R. Williams, ed una delle perle del genio di Gilliam, che purtroppo non è assolutamente riuscito ad eguagliarsi nel recente Parnassus.

Mercoledì 25 maggio

L’uomo senza ombra (P. Verhoeven, USA/Germania, 2000), 23.10, Rete4

In un laboratorio del Pentagono, uno scienziato elabora e prova su di sé un siero che lo renderà invisibile, ma questo nuovo potere lo condurrà alla follia e al delitto. Remake del bellissimo L’uomo invisibile (J. Whale, USA, 1933), a sua volta fedelmente ispirato al bel romanzo di H.G. Wells, svolge nuovamente il tema della ‘follia’ della scienza quando infrange i limiti umani. Ma il progresso tecnologico, qui, ha dato alla testa a Verhoeven – per altro autore, in passato, del genialissimo Starship Troopers (USA, 1997) – e il film si risolve in una rutilante esibizione di effetti speciali e splendidi trucchi da baraccone, che fanno dire: “Oooh!” allo spettatore ma che lasciano poco o punto spazio alla riflessione.

The Body (J. McCord, USA/Israele, 2001), 16.30, DT

Cazzatina fantascientifico-religiosa costruita sulla scoperta, in uno scavo archeologico a Gerusalemme di un corpo che potrebbe essere quello di Gesù: un’archeologa israeliana ed un emissario del Vaticano si battono per confermare ciascuno la propria ‘verità’. Sarebbe da ignorare, se non fosse da segnalare per la stupida e veramente fuori luogo propaganda antipalestinese che lo ispira. Cosa aspettarsi, del resto, da una coproduzione Padrone/Servo?

Changeling (C. Eastwood, USA, 2008), 18.35, DT

Certe volte non si capisce bene che tipo di cinema faccia Clint Eastwood. Dopo Fino a prova contraria (1999), para-thrilling sentimentaloide sulla pena di morte, Debito di sangue (2002), sgangheratissima sceneggiatura sui drammi di un trapiantato cardiaco, banale e retorica, e Million dollar baby (2004), una soap saccarotica e indigeribile, ecco un film che si segnala innanzitutto per la sua totale ‘inutilità’. La vicenda è presto detta. Nella Los Angeles del 1928, Christine Collins denuncia la scomparsa da casa di David, il figlio di nove anni. Dopo sei mesi, la polizia annuncia con gran pompa di averlo ritrovato, e organizza una cerimonia pubblica per restituirglielo, ma lei non lo riconosce, affermando che quello non è suo figlio. Ma la polizia, già estremamente in crisi davanti all’opinione pubblica per la sua violenza sanguinaria e la sua corruzione ad ogni livello, non può ammettere l’errore, e fa internare la donna in manicomio. Solo la scoperta di un serial killer di bambini, di cui David è forse rimasto vittima, e soprattutto l’aiuto del pastore della Chiesa locale, impegnato nelle lotte per i diritti civili (un improbabile John Malkovic), riusciranno a far liberare la donna e a dare un violento scossone alla struttura della polizia losangelina. Detto ciò, detto tutto. Non una volta il film ‘spiega’ quale sia il suo scopo, quale ‘messaggio’ intenda dare, quali richiami vi si debbano leggere. Forse nell’orrore e nella violenza si devono vedere i prodromi della crisi che un anno dopo sconvolgerà l’America? Mah, chissà, ma non si capisce perché. Forse vi si dovrebbe cercare una metafora del fondo oscuro che abita nel cuore umano? Mah, di nuovo. Che se poi l’intenzione era quella di fare un noir ‘di maniera’, nostalgico e rétro, allora il confronto con L.A. Confidential (1997), il capolavoro di Curtis  Hanson, è tragicamente impari, e questo film banale e noioso ne esce rovinosamente sconfitto. Forse invece, una parentela può essere cercata, purtroppo, in Black Dalia (2006), l’ultima delusione di Brian de Palma. Anche qui, il massimo delle energie sembra essere stato speso nella ricostruzione storica, calligrafica in modo maniacale. Gli abiti di Angelina Jolie (meno ‘diva’ del solito, ma sempre troppo immersa in se stessa per riuscire ad immergersi nella parte) sembrano usciti dallo scatolone della sarta un attimo prima, par che odorino di naftalina. Le macchine sono lucide, smaglianti, senza un graffio, senza un granello di polvere: il taxi giallo che invade lo schermo in una delle ultime scene è talmente perfetto da infastidire. Dopo di che, non c’è altro, se non le scelte incomprensibili di quello che è certamente uno dei maggiori registi americani degli ultimi vent’anni, ma che, spesso e volentieri, perde qualche colpo.

La Rosa Bianca (M. Rothemund, Germania, 2005), 21.00, DT

Nel febbraio del 1943, a Monaco di Baviera, gli studenti universitari Sophie Scholl, suo fratello Hans ed alcuni loro amici vengono arrestati per aver diffuso volantini contro Hitler e la guerra. In cinque giorni, dopo un processo-farsa, in cui uno pseudogiudice – in realtà burattino del regime – vomita loro addosso squallidi insulti razzisti (è importante sapere che oltre il 90% dei dialoghi sono basati sui verbali originali), vengono condannati per tradimento e ghigliottinati. Sommamente eroica la testimonianza della Rosa Bianca – questo era il nome che i ragazzi si erano dati – soprattutto perché non si trattava di un gruppo politico, legato a qualche organizzazione partitica. Di fede evangelica, i componenti della Rosa Bianca basavano la loro lotta unicamente su motivazioni religiose e sull’obbedienza alla retta coscienza instillata loro dai genitori. Forse un po’ legnoso nella struttura, denunciando così la sua origine ‘giudiziaria’ (meglio ha fatto Peter Weiss con la sua bellissima Istruttoria, ricavata dai verbali di Norimberga), La Rosa Bianca riesce comunque ad essere un film commovente e coinvolgente che finalmente rende giustizia a questo episodio fino a poco tempo fa praticamente sconosciuto della Resistenza tedesca. Il film ha avuto l’Orso d’Argento per la miglior regia e la migliore interprete femminile al Festival di Berlino del 2005. Su un episodio analogo, cioè su una protesta nata non da motivazioni ideologiche o politiche, bensì semplicemente dall’urgere della coscienza, si legga anche lo splendido romanzo Ognuno muore solo di Hans Fallada, recentemente ripubblicato da Sellerio.

Giovedì 26 maggio

Le miniere di Re Salomone (C. Bennet/A. Marton, USA, 1950 ), 16.35, Rete4

Ai primi del Novecento, Allan Quatermain (quello che ritrovate nella Leggenda degli uomini straordinari!) parte per l’Africa nera e misteriosa, alla ricerca di un uomo scomparso ma anche del segreto per raggiungere le favolose miniere. Gran bel film d’avventura, come non se ne fanno assolutamente più, tratto da uno dei romanzi di H. Rider Haggard, un genio del mistery avventuroso ormai dimenticato. Cercateli e leggeteveli.

State of Play (K. MacDonald, USA, 2009), 22.50, DT

In un’altra occasione ho scritto che gli americani dovrebbero farsi assegnare il marchio D.O.C. per i legal thriller, tanti sono, e quasi tutti ottimi, quelli usciti dalla loro cinematografia, ma forse ancor di più dovrebbero farselo dare per i film sulla stampa e sulla libertà di stampa, per loro non semplici elementi costitutivi di una società civile, ma veri e propri miti ‘salvifici’, ultima spiaggia cui ricorrere quando tutti gli altri valori sembrano essere caduti. La lista sarebbe lunghissima, e quasi tutta gloriosa, con pochissime cadute di livello (per esempio, di recente, il balordo Fino a prova contraria, C. Eastwood, 1999) ma con innumerevoli successi: uno per tutti, il mitico, magnifico L’ultima minaccia (R. Brooks, 1952), che questo bellissimo film di MacDonald – attenzione: già regista, nel 2007, del magnifico L’ultimo re di Scozia –  ricorda per molti versi. Anche qui siamo di fronte ad una prossima e possibile chiusura del giornale, in questo caso per colpa dei nuovi proprietari che vogliono vendite e soldi cash – a costo di sbattere in prima pagina mostri e marchette – ma anche per l’incalzante concorrenza di Internet, che Bogart – beato lui – nemmeno sapeva cosa fosse. Ma, mentre nel film di Brooks era il Direttore a combattere in prima linea per la sopravvivenza del giornale ma soprattutto per la ‘verità’, qui il Direttore è una figura, se non ambigua per lo meno tormentata (una bravissima Helen Mirren), stretta com’è tra la necessità di far contento il ‘padrone’ dandogli quello che vuole e il rispetto per il suo vecchio redattore, Cal McAffrey (un mostruosamente bravo Russel Crowe). E’ proprio Cal, qui, che, come Bogart nel film di Brooks, prende su di se l’incarico e il dovere di cercare la ‘verità’, ad ogni costo e nonostante tutto, che si tratti di vecchi amici o di vecchi amori. La storia va solo accennata, tra l’altro, tanto questa sceneggiatura è perfetta: intelligente, urgentemente immersa nel quotidiano, con una costruzione dei tempi semplicemente mirabile, con situazioni di fronte alle quali non sai se commuoverti per la loro forza o applaudire per la genialità delle atmosfere e delle citazioni (e ditemi se non profuma di Frank Capra quella scena in cui, a notte ormai fonda, Cal sta battendo sulla tastiera le ultime parole del suo pezzo, mentre Direttore e redattori, muti e a bocca aperta, lo spiano da dietro le spalle). Una sceneggiatura da Oscar, se mai ne ho vista una. Cal, appunto ‘vecchio’ cronista dell’inesistente Washington Globe, inciampa in una storia apparentemente banale: un piccolo spacciatore e un ragazzo qualunque ammazzati con due colpi precisi, al petto e alla testa, una sera, vicini uno all’altro, e senza motivo. Cal capisce che c’è qualcosa di strano quando, nel cellulare dello spacciatore, trova il numero dell’assistente del senatore Stephen Collins, attualmente impegnato in una campagna di indagine e moralizzazione contro una grossa compagnia di contractors in Irak (ma non solo lì). Quando poi la medesima assistente nelle stesse ore viene suicidata sotto i vagoni della metro, allora Cal parte in caccia. Quel che troverà sarà brutto, sporco, doloroso ed anche molto pericoloso, ma mai, nemmeno una volta, gli passerà per la mente di ritirarsi o far sparire qualche carta scomoda, perché, ancora una volta, “questa è la stampa, bellezza”. Tra le molte considerazioni cui questo film induce, c’è anche quella del perché la stampa italiana non abbia mai ispirato non dico un filone, come appunto negli USA, ma nemmeno sporadici episodi filmici (se non ricordo male, sono davvero poche le pellicole su questo tema: Sbatti il mostro in prima pagina, M. Bellocchio, Italia/Francia, 1972, e pochissime altre), e la risposta forse sta nel rapporto particolare che il giornalismo italiano ha, secondo me, sempre avuto con la politica. Sarebbe difficile trovare, nella stampa italiana, un ‘tipo’ come Cal. Il punto è che spesso i giornalisti italiani sono politicamente ‘schierati’, o ‘in quota’. Non voglio dire affatto che si tratti di embedded – è un’offesa infamante, che non penso assolutamente – ma semplicemente che per molti di loro prima viene l’opinione – la loro personale, o quella cui sono fedeli – poi il mestiere. E’ evidente che anche Cal, nel suo agire, ‘fa politica’ – sarebbe ingenuo se non stupido negarlo – ma la fa ‘da fuori’, da ‘professionista’ dell’informazione, che analizza e spiega i fatti senza – apparentemente – alcun coinvolgimento personale nei fatti stessi e nei poteri che li hanno messi in moto, in nome unicamente della ‘verità’ e della ‘libertà di stampa’. Che sono miti, favole, forse: oggi come nell’america di Brooks; ma quant’è bello, qualche volta, sentirsele raccontare, le favole. Venendo all’oggi, e sempre relativamente all’Italia, è difficile immaginare un Cal in un paese che Freedom House, organizzazione no-profit e indipendente, ha appena declassato – unico Paese europeo – nella classifica di quelli in cui esiste la libertà di stampa, retrocedendolo dal gruppo dei “Paesi con stampa libera” a quelli in cui la libertà di stampa è “parziale”. La causa è, secondo la F.H, la “situazione anomala a livello mondiale di un premier che controlla tutti i media, pubblici e  privati”. Nell’attuale classifica, l’Italia viene retrocessa assieme a Israele, Taiwan e Hong Kong, e in una classifica che va da 0 (i Paesi più liberi) a 100 (i meno liberi) l’Italia ottiene 32 voti: unico Paese occidentale con un punteggio così basso. I primi sono cinque nazioni del nord Europa (tanto per cambiare): Islanda, Finlandia, Norvegia, Danimarca e Svezia: gli ultimi Corea del Nord, Turkmenistan, Birmania, Libia, Eritrea e Cuba. No comment, ma una sola domanda: voi ve lo vedreste Cal a lavorare al TG4 con Emilio Fede? Io no, sinceramente. A proposito: Freedom House non è stata fondata da un’oscura accolita di terroristi bolscevichi, ma da Eleanor Roosevelt, nel 1941. Un ultimo consiglio: non alzatevi subito dalla sedia, non perdetevi i titoli di coda, un gioiellino, una specie di piccolo film nel film. I personaggi sono usciti di scena, rimane solo la macchina da presa che segue lentamente, passo per passo, la ‘fattura’ del giornale: prima i rotoloni di carta che arrivano alla tipografia, poi i negativi che vengono inseriti, poi la stampa, i nastri che trasportano i giornali ai camion, le copie nei distributori, la mano che ne prende una. Non c’è il febbrile clanger di rotative che accompagna le parole finali di Bogart, ma una pacata e forte consapevolezza di aver fatto la cosa giusta. Ancora una volta, “questa è la stampa, bellezza, e non puoi farci niente”. Assolutamente imperdibile, s’intende.

Giulio Cesare (J.L. Mankiewicz, USA, 1953), 23.05, DT

Superba riduzione cinematografica da Shakespeare, sublime interpretazione del grandissimo Marlon Brando. Capolavoro è un termine riduttivo. Assolutissimamente imperdibile.

Venerdì 27 maggio

Mulholland drive (D. Lynch, USA/Francia, 2001), 23.30, Rete4

A pensarci bene, credo che nella mia – ormai, purtroppo, abbastanza lunga – carriera di cinefilo mi sia capitato non più di due volte di aver visto un film che rientra a pieno titolo nella categoria dei film-dove-non-ci-si-capisce-un-beato-c…. La prima fu nel 1965, con Alphaville, di Godard, una incomprensibile storia di fantascienza (forse), in cui un tipo deve combattere contro un gigantesco computer (pare) e non si sa cosa succede e come va a finire. Ma con MD siamo al ‘capolavoro’ puro del genere. Due ore e quaranta di immagini totalmente isolate, di storie completamente slegate le une dalle altre e assolutamente incomprensibili, di simboli del tutto indecifrabili, di atmosfere pseudoinquietanti e di inquadrature pseudoansiogene che però non dicono nulla, di assurdità incomprensibili e senza spiegazione alcuna. Due ore e quaranta di puro nonsense, in cui non prendi a calci la tv solo perché, disperatamente, speri sempre che finalmente arrivi qualcuno a raccogliere i fili e a dare un senso a tutto quell’assurdo casino, e quando ti accorgi che ti hanno solo preso per il c… ormai hai troppo sonno e devi andare a letto. Gli attori . . . ma sono lì per recitare? Naomi Watts è brava, d’accordo, ma nemmeno lei sa cosa ci sta a fare, ma Laura Elena Harring è gelida come una Playmate nel paginone centrale, e non bastano le sue belle tette a renderla sopportabile. Come sia possibile che l’autore di un film ‘perfetto’, delicato, poetico ed al tempo stesso assolutamente ‘vero’, come Una storia vera, abbia potuto dar vita a questa incredibile boiata, è uno dei misteri più insondabili della natura umana.

The big Kahuna (J. Swanbeck, USA, 2000), 23.45, DT

‘Teatro filmato’, questo bellissimo film tutto ambientato in una camera d’albergo, in cui tre venditori aspettano un ricco cliente col quale sperano di concludere l’affare della loro vita, e intanto mettono a nudo sogni, speranze ed esistenze. Magnifico e sensibile, come sempre, Kevin Spacey, e molto bravo anche Danny de Vito. Da non perdere.

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