Pubblicato da: giulianolapostata | 14 maggio 2011

Multivisioni – 14 maggio 2011

Multivisioni

Consigli appassionati su cosa vedere – e non vedere! – in TV 

Il cinema americano ha successo perché loro fanno bene i film. Noi facciamo bene la pizza” R. Benigni

“Il cinema italiano è deprimente” Q. Tarantino

“Un qualsiasi stupido film americano contiene sempre un insegnamento, a differenza di un qualsiasi artistico film inglese” L. Wittgenstein

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Sabato 14 maggio

L’ultimo samurai (E. Zwick, USA, 2003) 22.40, DT

Che delusione! US è un film americano, nel senso peggiore del termine, e mi dispiace di doverlo scrivere proprio io, che ho sempre amato molto il cinema americano, spesso – lo riconfermo – anche più di quello europeo (non parliamo di quello italiano). Ma qui la faccenda è grave. Qui siamo di fronte ad un film patinato e superficiale, in cui del Giappone feudale e del Bushido ci sono solo etichette, parole, slogan; un film inutile e culturalmente vuotissimo, che non fornisce nessun arricchimento alla conoscenza della cultura di cui parla (e non nutre nei suoi confronti alcun rispetto effettivo), ma anzi la ‘semplifica’, la banalizza, la riduce in pillole facilmente digeribili per un pubblico che, evidentemente, viene supposto essere di capacità abbastanza limitate. Per capire quanto US sia estraneo a coloro stessi che lo raccontano, è sufficiente guardare le facce degli attori ‘bianchi’ e confrontarle con quelle dei giapponesi. Nelle espressioni di questi ultimi – che comunque quella cultura hanno nel sangue – le vicende diventano dramma, turbano realmente, assumono una loro dimensione di ‘sacralità che invece manca completamente, per esempio, dalla recitazione di Tom Cruise, senz’altro bravo – devo ammetterlo, anche se a denti stretti – ma sostanzialmente estraneo ed emotivamente assente. Altri hanno parlato del Bushido non solo con maggior rispetto, ma soprattutto con maggior adesione e condivisione: si veda, per fare un confronto, il sublime Ghost Dog, film americano, certo (Jim Jarmush, 1999), ma colto, raffinatissimo, colmo di ieraticità. Qui siamo, con tutto il rispetto per quel capolavoro, a livello di Ben Hur, e non bastano poche, sia pur ottime, scene di battaglia, a salvare la frittata.

Puerto Escondido (G. Salvatores, Italia, 1992) 15.50, Sky

Dopo Mediterraneo (1991) – l’ultimo, e forse l’unico, bel film di Salvatores – ecco una storiellina appena appena accettabile sulle avventure messicane di tre milanesi, tra esotismo di serie B, fantasie allucinogene, traversie picaresche. Abatantuono simpatico, ma in preda ad una sceneggiatura sbrindellata, la Golino incapace come sempre. Complessivamente, da buttare, anche se con rimpianto.

Domenica 15 maggio

Conan il Distruttore (R. Fleischer, USA, 1983) 24.00, Italia1

Sequel del capolavoro di John Milius (Conan il Barbaro, 1982), questa è purtroppo una porcata ignobile, il cui regista (?!), privo di qualsiasi senso dell’epos e del Mito, ha pensato di buttar tutto in vacca confezionando una storiellina scema alla Fantaghirò, in chiave comico-grottesca. La presenza di Grace Jones, che all’epoca qualcuno si ostinava a trovare sexy (misteri della perversione umana), completa l’opera. Da evitare accuratamente.

Un mercoledì da leoni (J. Milius, USA, 1978) 17.00, DT

California, Anni Sessanta. Tre amici spendono tutte le loro giornate sulle tavole da surf, che non è solo sport, ma rito virile, ricerca mistica dell’assoluto, ‘prova di sangue’ che li lega indissolubilmente l’uno all’altro. La vita, il tempo, e soprattutto il Viet-Nam, li dividono e li disperdono, ma verrà il giorno in cui si ritroveranno ancora sulla spiaggia, ad aspettare la mareggiata, e l’onda più grande di tutte, che li porti ancora una volta e per sempre verso l’azzurro. Poetico, profondamente malinconico ed intenso poema su una generazione spezzata dalla guerra – l’ennesimo, ma uno dei più belli che il cinema americano ci abbia dato, assieme al Cacciatore di Cimino, dello stesso anno – UMDL è anche un lirico racconto di amicizia virile. Uno dei tanti capolavori del grande Milius. Assolutissimamente imperdibile.

Lost in translation (S. Coppola, USA, 2003) 19.15, DT

Bob è un ex-grande-attore, che ha scoperto che si guadagna molto di più pubblicizzando whisky; Charlotte è una giovane donna just married. Si incontrano in un grande albergo di Tokyo, elegantissimo ed asettico: Bob vi deve trascorrere una settimana mentre gira uno spot, Charlotte aspetta il marito, giovane fotografo sempre perso dietro ai suoi servizi. Bob cerca di mantenere in piedi via fax e telefono un rapporto già abbastanza critico ed inacidito con la moglie lontana (“sposata da venticinque secoli”) ed il figlio, Charlotte mendica sguardi ed attenzioni da un giovane uomo che semplicemente pare non vederla. Entrambi cercano di ammazzare il tempo, di lasciarsi scorrere i giorni addosso vagando tra le luci, i rumori e i colori di una città che appare come un immenso e lontano videogioco, ma che, soprattutto, è loro estremamente estranea. Quando s’incontrano, si studiano e si osservano. Si raccontano il vuoto e l’inutilità delle rispettive esistenze, ma con estremo pudore e ritegno, i medesimi con cui lasciano appena trasparire il loro immenso bisogno di affetto. Tanto i dialoghi tra Charlotte e il marito e tra Bob e la moglie traboccano di “ti amo”, tanto queste parole latitano rigorosamente negli incontri di Bob e Charlotte. Eppure è proprio amore quello che nasce tra i due, un amore tutto particolare, caldo e tenero, fatto di pietà e comprensione per le rispettive solitudini. Tale è il pudore che ognuno conserva nella sua sofferenza che quasi non riescono a confessarselo, nemmeno al momento dell’addio. Quelle parole mancano anche nell’ultimo, brevissimo incontro, sostituite da un abbraccio un po’ goffo, dagli occhi arrossati di Charlotte, da un cenno di saluto che scalda loro il cuore, ora nuovamente soli ma contenti di essersi scoperti ancora capaci di sentire e di vivere. LT è la storia delicata di due solitudini, ottimamente interpretata da Bill Murray e da una sensibilissima Scarlett Johansson, che costruisce personaggio ed emozioni per accumuli e accenni quasi invisibili. Tokyo è fotografata con distacco ma con estrema eleganza, come pure gli interni e i movimenti dei personaggi, a comporre una perfetta sinfonia della solitudine. Se Il giardino delle vergini suicide, primo film della Coppola, era bellissimo, questo e il successivo, lo stupendo Marie Antoinette, sono stati dei capolavori. Come dunque giustificare quell’inconcepibile boiata di Somewhere, il suo ultimo film?

Lunedì 16 maggio

Cuore di tuono (M. Apted, USA, 1992) 23.35, Rete4

Un agente FBI mezzo Sioux deve indagare sull’assassinio di un indiano in una riserva del South Dakota. L’indagine lo porterà a riscoprire le proprie radici e la cultura del suo popolo. Bel film, intelligente ed antropologicamente fondato, figlio di quel filone di controinformazione sulla cultura indiana che nella seconda metà degli anni Novanta ci ha dato numerosi pregevoli prodotti. Da vedere.

Samsara (P. Nalin, Germania/Francia/Italia, 2001) 03.30, Italia1

Dopo tre anni, tre mesi, tre settimane e tre giorni di meditazione, il giovane lama Tashi rientra nel suo monastero, ma non vi rimane a lungo. Il desiderio – sessuale, ma anche vitale – lo riporta nel mondo. Dopo numerose ed intense esperienze vi ritornerà, ponendosi ancora l’irresoluto problema: è più importante soddisfare mille desideri o conquistarne uno solo? Per il Buddhismo, il Samsara è il ciclo di nascita, morte e reincarnazione al quale ogni essere senziente è sottomesso finché vive nell’Ignoranza e non ha raggiunto l’Illuminazione. Intenso e profondamente problematico, senza facili soluzioni da misticismo New Age, Samsara è un bellissimo film, che può essere un’utile approccio al Dharma per chi non ne conosca nulla. Splendida la fotografia e gli esterni, girati nello Stato indiano del Ladakh, data l’impossibilità di girare in Tibet, come sappiamo sotto il tallone di ferro del nazicomunismo cinese. Imperdibile.

Balle spaziali (M. Brooks, USA, 1987) 23.45, DT

Fantascienza demenziale in salsa Mel Brooks: sempre geniale e godibilissimo.

La promessa (S. Penn, USA, 2001) 22.55, DT

Un detective in pensione cerca di risolvere il suo ultimo caso rimasto insoluto: arrestare un assassino di bambine. Per farlo, mette a rischio anche la vita della donna che ama. Da un dramma di Durrenmatt, un film – spiace dirlo, per un grande artista come Penn – davvero scialbo e confuso, che non riesce mai a dimostrare la sua ragion d’essere. Anche Nicholson, nella parte del protagonista, butta via inutilmente una grande interpretazione.

Alpha dog (N. Cassavetes, USA, 2006) 21.00, Sky

Un viaggio all’inferno, dove l’inferno non sta tanto, paradossalmente, nell’omicidio che conclude la vicenda, quanto nella vita quotidiana di questo gruppo di ragazzi californiani di buona famiglia. Perché voi provate a guardarli, mentre dilapidano notti e giorni in una non-esistenza incosciente ed inutile; provate a guardarli mentre bevono alcol senza misura, mentre si fanno di qualsiasi cosa capiti loro a tiro, mentre consumano una sessualità animale e priva di qualsiasi coinvolgimento emotivo; e poi domandatevi: cosa faranno ‘da grandi’? Quale sarà il loro futuro? E loro, come se lo immaginano? Ma se ne immaginano uno, questi ragazzi? Anzi: forse che possiedono il concetto stesso, di futuro? Quasi una docufiction, più che un film, Alphadog racconta una storia vera, accaduta in California nel 2000, talmente vera che il protagonista è stato arrestato quando il film era quasi finito, e Cassavetes è addirittura dovuto intervenire sul girato, e alla fine ha rischiato di non poter fare uscire il film per l’accusa di influire sul processo. Il capo del gruppo di cui si racconta è Johnny, dalla personalità carismatica, ammaliante come un serpente. Traffica in droga, a livelli ormai abbastanza importanti, spaccia, scopa, beve, si fa, domina. Tutti lo temono, lo servono, lo riveriscono. Tutti meno Jake, anche lui strafatto, anche lui implicato nei suoi giri, ma con una ‘dote’ che paradossalmente lo rende più ‘umano’ di Jake: la disperazione, quasi un’oscura cognizione dell’abisso in cui è precipitato. Il resto è presto detto. Jake deve a Johnny poche migliaia di dollari per un affare andato a male, e poiché non li ha, Johnny rapisce suo fratello, un quindicenne sciocco e sprovveduto, fondamentalmente in nulla diverso dal fratello maggiore, che già venera come un dio. Lo caricano su un furgone e poi, per tre giorni, se lo passano l’un l’altro, da un’orgia a una festa in piscina, da una notte in motel a guardare idiozie in tv a una passeggiata in periferia. Poi l’avvocato di Johnny gli chiarisce le idee: quello che hanno fatto è un rapimento in piena regola, e vale l’ergastolo per tutti, e lui trova “una soluzione”, folle come quello che ha già fatto: ammazzarlo, liberarsene. Ma anche nel crimine sono stati stupidi e incoscienti, si sono fatti vedere da tutti, e in poche ore vengono presi. Tutti meno Johnny, che può contare ancora sulla sua ‘influenza’: riesce a fuggire, e solo cinque anni dopo viene arrestato in America Latina. Figlio del grande John Cassavetes (“Assassinio di un allibratore cinese”, 1976: bellissimo) e già di suo detentore di una discreta filmografia (a parte il brutto John Q., 2001), Nick Cassavetes firma quello che, a tutt’ora, è senz’altro il suo capolavoro: un film ‘pulito’, forte, di alta professionalità, servito da un cast in cui i ‘minori’ (Ben Foster, Emile Hirsch, Justin Timberlake, Chris Marquette) sono perfino più bravi dei mostri sacri (Bruce Willis e Sharon Stone, qui comunque ‘attrice’, non la bambola di gomma di quegli orribili Basic Instinct), e da una perfetta colonna sonora di hip-hop, una musica disumana come il Male che accompagna e pare addirittura generare.

Martedì 17 maggio

Collateral (M.Mann, USA, 2004) 23.25, Rai2

Max è un tassista nero, una persona mite e ‘normale’. Esegue il suo lavoro con precisione, ma anche con molta cura e passione, il suo taxi è “uno dei più puliti” della città, e quando trasporta un cliente lui cerca di stabilire, per quei pochi minuti che passano insieme, un rapporto che non sia solo cliente/fornitore, ma che contenga anche qualche elemento di umanità e di socialità. Una sera raccoglie una giovane avvocato, anch’essa nera. Nel tragitto fino al suo studio si raccontano reciprocamente paure e sogni, e quando lei, prima di scendere, gli lascia il biglietto da visita, Max ha l’impressione che quel ‘rapporto’ sia stato più ricco e più intenso degli altri. Chissà. Ma il cliente successivo turberà alle radici l’esistenza del tassista. E’ Vincent, un killer a pagamento, che decide di affittare il taxi per l’intera notte: ha cinque incarichi da svolgere, e non vuole perder tempo. Non passeranno molti minuti prima che Max scopra tragicamente di quale genere siano quegli ‘incarichi’: uccidere, uccidere cinque persone che lui non conosce, ma per la cui morte è stato emesso un ‘contratto’ e lui è stato pagato. Max non può ribellarsi, e deve continuare nel suo viaggio. Ma quello che lo sconvolgerà sempre più, ora dopo ora, è non solo e non tanto l’assistere al reiterarsi di violenza e morte, quanto la persona stessa di Vincent. Nei lunghi percorsi in macchina, egli si insinua pian piano nella vita e nei valori del tassista, combattendoli e disgregandoli. A Max, che prova orrore per questo uccidere senza odio, senza motivazioni personali, senza coinvolgimento emotivo, Vincent oppone la sua spaventosa filosofia nichilista. Non siamo nessuno, non contiamo niente, nessuno di noi. Siamo un granello di polvere nell’universo, e vita, morte, bontà, malvagità, sono parole senza senso: “non esiste una buona ragione per vivere o per morire” e il suo è solo “un lavoro”, tutto qui. Passano ore, prima che Max riesca a ribellarsi a questa letale ed ipnotica magia, prima che riesca a rovesciare la situazione, dandole un epilogo inatteso e spiazzante. Ma intanto abbiamo assistito alla sua odissea attraverso una città buia e fredda, solitaria e ‘disumana’, una città che, nel suo modo di ‘essere’, di ‘presentarsi’, di coagire coi protagonisti, par quasi dar ragione a Vincent, anziché a lui. Quando Max ed Annie scenderanno dalla metropolitana, alla fine, quello che potrebbe apparire un happy end non lo è affatto: escono in una strada illuminata dalle luci incerte dell’alba, di fronte ad un serpente di macchine che scorre ininterrotto ed indifferente, senza sorrisi, senza abbracci, senza speranza. Hanno salvato la vita, ma hanno incontrato il male: non quello paradossalmente ‘banale’ dell’uccidere, ma quello, più profondo e terribile, del cuore umano. Chissà se, in quel momento, Max riuscirebbe ancora a raccontare della sua isola da sogno. Si è ricordato, a proposito di questo film, il bellissimo Vivere e morire a Los Angeles (a proposito: chissà perché i thrilling americani più cupi sono ambientati spessissimo a Los Angeles, e non, come ci si potrebbe aspettare, a New York, celebre per la sua mitica ‘cattiveria’), e forse si è detto bene: da anni l’anima dannata di una metropoli non veniva raccontata con tanta intensità e tanta forza. C’è solitudine, violenza, estraneità e assenza, in quelle strade: non c’è altro, e sempre più, col procedere del racconto, Vincent appare, più che un ‘cattivo’, un naturale prodotto di quello stile di vivere. Raro e raffinato capolavoro, questo Collateral, noir più che thrilling (non si sa se la scena della sparatoria in discoteca sia più eccitante per la sua drammatica e perfetta costruzione o più sconvolgente per la spietata malvagità di cui è intrisa) che più che indagare esplicita i risvolti più inquietanti dell’animo umano. Ma sono davvero inquietanti? O sono la vera quotidianità? Tom Cruise è irriconoscibile e, per la prima volta nella sua carriera, grande e geniale attore. I suoi occhi, puntati fuori dai finestrini, in realtà non ‘vedono’, guardano oltre, non riconoscono vita, relazioni, esistenze: il mondo non esiste, per lui, è uno dei mille scenari dei mille pianeti di un universo senza senso. Regista non particolarmente prolifico, ma la cui cifra artistica è senz’altro l’eleganza e l’intensità narrativa, Michael Man aggiunge questo film raffinato, colto e spietato ad una filmografia non particolarmente prolifica, ma tutta di capolavori.

Il deserto dei Tartari (V. Zurlini, Italia/Francia/RFT, 1976) 18.30, Sky

Dall’omonimo e bellissimo capolavoro di Dino Buzzati, un bel film, che riesce a rendere in modo più che accettabile la febbre esistenziale e lo straniamento dalla realtà espressi nelle pagine del grande scrittore italiano. Un cast strepitoso (Vittorio Gassman, Giuliano Gemma, Philippe Noiret, Jean-Louis Trintignant, Max von Sydow) per un film molto poco conosciuto, che merita assolutamente di essere visto.

Mercoledì 18 maggio

Rue des plaisirs (P. Leconte, Francia, 2001) 11.50, DT

Non l’ho mai visto, ma è del grandissimo Leconte …

Sette anni in Tibet (J.J. Annaud, USA/GB, 1997) 21.00, DT

Versione un po’ romanzata ma accettabile del bel libro omonimo (Oscar Mondadori) dell’ alpinista austriaco Heinrich Harrer (1912-2006), che alla fine degli anni Quaranta si recò in Tibet, divenendo amico e consigliere del Dalai Lama. Ottima occasione per ricordare la tragedia che sta vivendo il popolo tibetano, sottoposto all’etnocidio e al genocidio del Reich cinese. Da non perdere.

Donnie Brasco (M. Newell, USA, 1997) 21.00, DT

Donnie Brasco è il nome con cui Joseph Pistone, un agente FBI, ormai da due anni tenta di infiltrarsi in una grande famiglia mafiosa. Per farlo, ricerca l’amicizia di Lefty Ruggiero, un gangster di mezza tacca che gravita ai margini della famiglia. Da trent’anni Lefty si dà da fare per avere un po’ di considerazione, e un posto più importante, più vicino al ‘grande capo’, ma nessuno lo prende sul serio, e ogni volta che si presenta qualche buona occasione, gli viene preferito sempre qualcun altro. Il suo ruolo è di sicario e killer quando occorre, ma generalmente di servo, di cameriere, che deve essere sempre pronto a soddisfare ogni capriccio dei potenti. In trent’anni – continua a ripeterlo, e a rimpiangerli – non ha combinato niente: sempre senza soldi, con una casa modestissima, il figlio drogato all’ultimo stadio, Lefty è un fallito, e lo sa benissimo. Improvvisamente, la stima di quel ragazzo sembra dargli uno scopo nella vita: lo addestra, gli insegna trucchi e gergo, lo introduce nelle segrete cose della mafia, si espone e compromette per lui, assumendo nei suoi confronti un atteggiamento paternalistico, di grottesca superiorità. Donnie, intanto, per questa sua lunghissima assenza da casa vede disfarsi poco a poco il suo matrimonio e il rapporto con le figlie. Non solo: un po’ per volta, egli viene irretito da quel mondo e dalle sue regole, e sente sempre più forte il rapporto con Lefty, fino a dire, in un drammatico colloquio: “Io non penso come uno di loro, io sono uno di loro”. Quando finalmente l’FBI deciderà di chiudere l’operazione, Donnie tornerà al suo mondo con la coscienza del dovere compiuto, ma col rimorso di aver tradito ‘gli amici’. La narrazione procede lenta, ma fredda ed impietosa; l’ambiente dei mafiosi viene mostrato in tutta la sua stupidità, la sua cattiveria e la sua miseria: non vi sono eroismo o dignità in quei quattro animali rozzi che, attorno, ad un tavolo, si spartiscono mucchietti di dollari, cercando di escogitare qualche altro squallido espediente per far soldi. Una pulizia narrativa ed un efficacia espressiva che si cercherebbero invano nei film di Scorsese sullo stesso ambiente. Quanto agli attori, francamente non condivido le lodi sperticate che, per questa interpretazione, sono state fatte a Johnny Depp. Sì, indubbiamente bravo, ma nulla di più: un lavoro dignitoso, tra le righe; anzi, forse sarebbe meglio non parlare di una sua certa monotonia espressiva da cui non si discosta mai, quale che sia la situazione in atto. Forse pero, oltre a questo c’è da dire un’altra cosa: che chiunque sarebbe scomparso, sarebbe stato annullato da un’altra, l’ennesima, straordinaria interpretazione di Al Pacino. Come sempre, Pacino recita con l’anima. Lui è Lefty, veramente: di Lefty sono le smorfie, le occhiate malinconiche e ciniche, i vestiti fuori moda e volgari, le chiacchiere stupide, la miseria. C’è solo lui, sullo schermo e nella storia, che diventa la sua storia, la saga di un povero sfigato che da una vita si sbatte per essere qualcuno, e ormai sa che non sarà mai nessuno. Un ottimo film, una grandissima interpretazione, una bellissima storia: e, tanto per non buttar via niente, dei bellissimi titoli di testa.

Moon (D. Jones, UK, 2009) 23.15, Sky

Sam lavora sulla ‘faccia oscura della Luna’ (dovrebbe essere una metafora dell’oscurità della sua situazione? Una delle mille citazioni di questo film che sembra scritto con pagine strappate dai copioni di cento altri film di fantascienza? Mah, ne riparleremo) in una miniera completamente automatizzata di cui è l’unico operatore, ad estrarre l’Elio 3, un preziosissimo minerale che, sulla Terra, ha risolto il problema delle fonti di energia. Sua unica compagnia è il robot Gerty, perché i contatti con la Terra sono interrotti a causa del guasto del satellite-ponte. Mancano solo due settimane alla fine del contratto di tre anni, dopo di che Sam potrà tornare a casa, dalla moglie e dalla figlia, ma durante un’uscita alla miniera Sam ha un incidente. Si risveglia nell’infermeria della base, assistito da Gerty, e quando esce per vedere cos’è successo, scopre nei rottami del suo veicolo un altro uomo gravemente ferito. Lo soccorre e lo porta con se, ma a quel punto comincia a porsi un problema. Da dove salta fuori quel tipo? Non doveva essere Sam l’unico abitante della base? Forse le cose non stanno proprio come sembrano e come la compagnia mineraria continua a raccontargli nei suoi messaggi? Agli spettatori – a quelli che avranno il coraggio di vederlo fino alla fine – l’ardua sentenza. Moon è un film che definire noioso sarebbe già azzardato, perché significherebbe riconoscergli un qualche livello di creatività, sia pur negativa, che invece è anch’essa assente. Più che altro non è un film: è, come abbiamo anticipato, un frullato non amalgamato di altri film, una collezione di citazioni cui si fatica perfino a tener dietro. È anche – e forse questo è ciò che alla fine irrita di più – un frullato di incongruenze, illogicità, sospesi e assurdità, tanto che, volendolo recensire con due righe, come si faceva una volta sui quotidiani, si potrebbe cavarsela con: “Non si capisce un c****”, ed avremmo già finito. La povertà di mezzi, tragicamente evidente – peraltro giustificata ed anzi funzionale quando il film è di suo pregnante di simboli: penso a quel grandissimo capolavoro che è Gattaca (A. Niccol, USA, 1998) – si accompagna qui ad un’altrettanto tragica povertà di idee. Non una sola idea originale che sia una viene a infondere un po’ di vita in una storia che procede per conto suo, cui assistiamo con totale estraneità emotiva, rilevando freddamente gli innumerevoli quanto vuoti tentativi di creare una tensione. Clone (pour cause …) abortito e inutile, Moon è un film da dimenticare, come da dimenticare in fretta è la ridicola performance di Sam Rockwell, suo unico interprete. Aridatece “Il pianeta proibito”, per favore.

Borsalino (J. Deray, Francia/Italia, 1970) 18.50, Sky

Nella Marsiglia degli anni Trenta, due gangster prima si combattono e poi si alleano per conquistare la città. Storia di un’amicizia virile, e magnifica gangster story scritta da un grande Maestro del genere (recuperate il suo stupendo Sinfonia per un massacro, del 1963), con un grande cast ‘di genere’ anch’esso: Alain Delon e Jean-Paul Belmondo. Imperdibile.

Giovedì 19 maggio

Solo due ore (R. Donner, USA, 2006) 21.00, DT

Jack, un poliziotto vecchio e stanco, deve scortare in tribunale un piccolo delinquente per una testimonianza. Non glie ne frega niente di quell’incarico, ma quando si accorge che la polizia sta cercando di uccidere lui e il testimone, che conosce parecchie porcherie riguardanti poliziotti corrotti, proprio in quell’incarico ritrova la sua dignità, e la forza di ‘protect and serve’. Non male: una storia stereotipa, raccontata cento volte anche negli western, ma almeno raccontata bene, con ritmo e tensione. Vedibile.

Venerdì 20 maggio

Il profeta (J. Audiard, Francia, 2009) – Gran Premio della Giuria al Festival del Cinema di Cannes 2009, 9 volte Prix César – 21.10, Sky

Malik El Djebena ha solo 19 anni. È un giovane arabo ignorante, di quelli che “ragionano con l’uccello”. È cresciuto tra orfanotrofio e riformatorio, ma ora, con la maggiore età, gli tocca il carcere vero, degli uomini veri: sei anni per aver accoltellato un poliziotto, probabilmente nemmeno lui sa perché. Quando è dentro, Malik prova a rinchiudersi di nuovo nella sua monade di solitudine e di estraneità al mondo, ma si rende conto immediatamente che lì non è possibile. Il carcere è un campo di battaglia, l’indifferenza non esiste, i neutrali vengono schiacciati senza pietà, ci si può solo schierare, o da una parte o dall’altra. Per Malik – senza arte né parte, perfino analfabeta – schierarsi non può voler dire altro che servire. Proprio la sua debolezza è quella che torna utile a César Luciani, potente e sanguinario boss corso che controlla uno dei due ‘eserciti’. L’altro è quello dei maghrebini, disprezzato e odiato. Luciani obbliga Malik ad uccidere appunto un arabo che deve testimoniare in un processo contro di lui, e lo costringe col più elementare e convincente degli argomenti: “Se tu non lo ammazzi, io ammazzo te”. Per Malik è uno shock terribile, ma anche la più immediata ed efficace delle scuole. Dopo l’omicidio, egli appunto capisce che se vuol sopravvivere – ma non solo nel carcere: sopravvivere come persona, nella società, per lo meno nell’unica ‘società’ che lui conosce, quella del crimine e della violenza – l’unico modo è appunto ‘armarsi’: di conoscenze e di forza. Malik comincia così il suo lungo cammino verso la ‘emancipazione’. Da servo di Luciani, poco per volta diventa uno dei suoi uomini di fiducia, suo ‘plenipotenziario’, suo alter ego fuori dal carcere, quando comincia ad usufruire di permessi premio. Malik frequenta la scuola del carcere, non perché nutra qualche interesse culturale, ma semplicemente perché si rende conto che ‘gli può servire’. Impara la lingua corsa, perché così può spiare meglio il suo padrone, non solo e non tanto per carpirne i segreti, quanto per ‘imparare come si fa a fare il capo’. Uno dopo l’altro, i sei anni passano. Malik cresce, in età e in addestramento, in abilità e in forza, e tutto il suo tempo e le sue forze le impiega a costruirsi un potere fuori dalle mura del carcere. E mentre la stella di Malik sale, poco per volta quella di Luciani tramonta. I suoi uomini, i pretoriani che ne costituivano la potenza in carcere, cominciano ad uscire. Lui fa sempre meno paura, sia dentro che fuori, dove i suoi vecchi complici stanno rendendosi conto che ora devono cominciare a fare i conti con un altro. Mancano ormai solo poche settimane all’uscita definitiva di Malik, e nel cortile del carcere, quei pochi metri quadrati che per anni erano stati un mondo, in cui si erano giocati i destini di tutti, si consuma la ‘uccisione del padre’. Luciani è tramontato, Malik sorge, e fuori dal portone l’aspettano i simboli del potere. Ora tocca a lui. Già autore di due stupendi noir, Sulle mie labbra (2001) e Tutti i battiti del mio cuore (2005), Audiard scrive qui un altro magnifico film, di carcere ma anche di esseri umani, e alla fattura di questo capolavoro, immeritatamente trascurato nella notte degli Oscar, non è certo estraneo lo sceneggiatore, quell’Abdel Raouf Dafri che due anni fa aveva scritto la sceneggiatura del bellissimo Nemico pubblico n. 1, di J-F. Richet. Ancora una volta, un noir che non racconta solo di delitti e corruzione, ma di persone, di vite. Sono l’animo umano, la solitudine, l’emarginazione, i protagonisti del Profeta (Malik è “un” profeta, come benissimo dice il titolo francese: uno di quelli che interpretano il mondo e lo guidano, magari a proprio vantaggio), e Audiard ci racconta ‘storie di vita vissuta’ nel senso più viscerale del termine. Ci racconta di uomini cui sarebbe folle proporre il concetto di riabilitazione, semplicemente perché antropologicamente non conoscono altro universo che quello della sopraffazione. Ci racconta uno dei migliori apologhi sul carcere che siano mai stati scritti, mostrando come esso, lungi dal poter e saper recuperare chi ha sbagliato ai valori della vita ‘civile’, sia invece una macchina perfetta di distruzione e di alienazione, che riesce a trasformare perfino un poveraccio come Malik in un delinquente di prima grandezza. Magnifica storia, dunque, raccontata e fotografata con grande asciuttezza, appena inquinata qua e là da qualche leziosità di troppo, che non impedisce comunque di salutare questo film come uno dei più belli di Audiard. Prodigiosi gli interpreti. Alaa Oumouzoune (Malik) recita quasi in animazione sospesa la parte di uno che dietro un volto apparentemente indifferente, quasi spersonalizzato, nasconde la perfetta presa di coscienza della ferocia che sta attraversando. Niels Arestrup (César) è insinuante e spietato finché può, ma quando, nell’ultima scena, siede sulla panchina del cortile, quasi mendicando l’attenzione di Malik, sul suo viso stanco, spaurito, scavato dalle rughe, sembra quasi di leggere – sarebbe mai possibile? – lo strazio dell’abbandono, il dolore per la perdita del ‘figlio’.

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