Pubblicato da: giulianolapostata | 8 maggio 2011

“Il Lupo”, S. Calvagna, Italia, 2007

I film dell’orrore hanno spesso dovuto sopportare l’accusa di essere stati responsabili morali di fatti di sangue, come se i più efferati assassini fossero andati a trovare in loro l’ispirazione per la loro crudeltà. Così è stato altrettanto spesso per i film dedicati a banditi e criminali, accusati di esaltare e mitizzare figure negative, ‘nemici della società’ che invece avrebbero dovuto soltanto essere additati all’odio universale. Misere idiozie entrambe. Perché il Male, il delitto, l’orrore e il dolore abitano in noi, e l’Arte, lungi dall’esserne maestra ed ispiratrice, non ne è che la testimone, spesso l’unico sfogo disperato.

A questo destino di condanna non si è sottratto “Il lupo”, l’ottimo film che Stefano Calvagna ha girato nel 2007, ricostruendo la vicenda umana e criminale di Luciano Liboni. Ostracizzato e condannato dalla critica moralista e di regime, il film è stato diffuso in poche copie, ma quasi subito è sparito dalle sale. Anche il mercato dell’home video se n’è tenuto alla larga, ed attualmente infatti il film non è disponibile. Non è stato facile riuscire a procurarselo.

Forse molti se lo ricorderanno, Luciano Liboni. Nato nel 1957 in Umbria da una famiglia poverissima, in cui la miseria produsse presto non solo emarginazione ma anche disagio sociale e mentale, Liboni decise prestissimo di reagire alla sua condizione scegliendo la strada della ribellione violenta e del crimine. In seguito a risse e ai primi furti, conobbe presto il carcere minorile, ma dopo di esso la sua esistenza si avvitò in una spirale di violenza che – era chiaro sin dall’inizio – non gli lasciava speranza né soluzione. Dal 1990 al 2002, Liboni passò da un furto ad una rapina, reagendo sempre con violenza e col sangue alle forze dell’ordine e sfuggendone sempre le ricerche nascondendosi in boscaglie e luoghi selvatici, nutrendosi di quel capitava. Fu questa sua vita solitaria e selvatica che, fin da allora, gli guadagnò il soprannome di “Lupo”. Nel 2002, la sua parabola accelerò bruscamente verso la fine. Dopo vari e sanguinosi conflitti a fuoco, ad un controllo documenti Liboni uccide un carabiniere. Ma quel carabiniere non è uno qualunque: è il figlio di un colonnello dei carabinieri, e il destino di Liboni è da quel momento segnato. Parte contro di lui una caccia all’uomo serrata, il fine della quale – e chi ha letto le cronache di quegli anni ricorderà come ciò si percepisse chiaramente – non è l’arresto, ma l’eliminazione del ‘lupo’, da sempre nemico antropologico della società ‘normale’ e ‘civile’. Liboni scende a Roma e riesce ancora a sfuggire alla cattura nascondendosi questa volta in altri ‘boschi’, la città invisibile dei barboni e dei senza casa. Ma la sua strada è finita. Al Circo Massimo viene circondato dai carabinieri e ferito gravemente. In ambulanza tenterà un’ultima feroce ribellione, colpendo infermieri e carabiniere di servizio, ma in ospedale arriverà già morto.

“La sua fine dà l’impressione di un’esecuzione”, dichiarerà Calvagna, aggiungendo: “Se avesse sparato al figlio di un idraulico, anziché al figlio di un carabiniere, oggi sarebbe ancora vivo”. Certo, è molto probabile, ma il punto è un altro. Da dove traeva origine, dove affondava le sue radici il ‘Male’ di Liboni? Era un deviato lombrosiano o un prodotto della società, di quella società cui i Liboni sono paradossalmente funzionali, perché in essi può specchiarsi ab contrario, affermando la propria ipocrita purezza? Era un semplice ladro ed assassino, o nella sua rivolta esprimeva qualcosa di più, la ribellione di chi non ha mai avuto chances, di chi sin dall’inizio ha dovuto combattere per non subire e soccombere? È questa ‘rabbia’ sociale ed atavica, che Calvagna ha voluto raccontare col suo film? Forse sì, unendovi anche l’insegnamento brechtiano secondo il quale la fondazione di una banca è un delitto più grave della rapina alla banca stessa. Una ‘rabbia’ che del resto il regista conosceva bene per i suoi trascorsi nelle curve degli ultras laziali, là dove si esprime un’aggressività che, lungi dall’essere calcistica, è espressione di ribellione cieca e senza speranza, che trova manifestazione e voce solo nella violenza e nella distruzione dell’ordine e della ricchezza.

Comunque sia, il lavoro di Calvagna è davvero di ottimo livello, se si escludono alcuni semplicismi stilistici (forse troppo insistite, anche se indubbiamente pregnanti e significanti, le inquadrature sul GRA) o alcune cadute sentimentalistiche (un po’ troppo ‘fiabeschi’ gli inserti della donna marocchina di Liboni). È nel complesso un film forte, ben raccontato, di semplice struttura, e benissimo recitato, almeno da Massimo Bonetti, bravissimo nella parte di Liboni, e dallo stesso Calvagna, che interpreta Gladio, un piccolo delinquente che a Liboni offre aiuto e protezione. Quali titoli, invece, abbia avuto Enrico Montesano per entrare nel cast (interpreta il colonnello dei Carabinieri) non si sa, e la sua è una performance appena accettabile, che spesso sfiora la macchietta, sua unica cifra espressiva da sempre.

Della ‘ambiguità’ della figura di Luciano Liboni, intesa nel senso di una possibile lettura sfaccettata della sua persona e della sua vita, che si sottraesse ad un rozzo e reazionario manicheismo Bene/Male per interpretarne invece la disperazione esistenziale e il ribellismo sociale, la gente si rese conto subito, prima ancora della sua morte. Nei mesi delle accanite ed infruttuose ricerche, sui muri di Roma apparvero scritte davvero incredibili: “Un mercoledì da Liboni”, e ancora “Luciano Liboni, il padre che non ho mai avuto”. Dopo la sua morte, gli sono state dedicate canzoni e ballate. Forse la più bella è quella che Calvagna fa scorrere in sottofondo alla fine del film, in dialetto romanesco. Vale la pena di ascoltarla, fino all’ultimo verso: “Massimo rispetto, Fratello Lupo”.

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