Pubblicato da: giulianolapostata | 7 maggio 2011

Multivisioni – 7 maggio 2011

Multivisioni

Consigli appassionati su cosa vedere – e non vedere! – in TV

 “Il cinema americano ha successo perché loro fanno bene i film. Noi facciamo bene la pizza”

R. Benigni

 “Il cinema italiano è deprimente”

Q. Tarantino

“Un qualsiasi stupido film americano contiene sempre un insegnamento, a differenza di un qualsiasi artistico film inglese”

 L. Wittgenstein

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Sabato 7 maggio

The Wolfman (J. Johnston, USA/GB, 2009), 21.00, DT

Sir Lawrence Talbot, fuggito in giovanissima età dalla dimora paterna per lasciarsi dietro l’incubo dell’atroce morte della madre, vi rientra in età matura, ormai attore affermato, su richiesta della fidanzata del fratello. Quest’ultimo è scomparso da vari giorni, ma quando Lawrence arriva il suo corpo viene trovato, orrendamente straziato e sbranato, nei boschi circostanti la tenuta. La gente del villaggio vocifera di una Bestia demoniaca che si scatena nelle notti di luna piena, e mentre Lawrence la sta cercando, ecco che essa appare, facendo strage degli abitanti e ferendo anche lui a morte. Tuttavia, stranamente, la ferita guarisce senza conseguenze. Le sue tracce, purtroppo, sono di tutt’altro genere. Ad aver morso il giovane Talbot è stato un licantropo, ed ora, all’apparire della nuova luna, anch’egli scatenerà la sua ferocia. A dargli la caccia, tutto il villaggio, alla testa del quale si pone l’Ispettore Aberline, cui brucia ancora il non esser riuscito, pochi anni prima, a catturare Jack lo Squartatore. Ad aiutarlo, un’ambigua ma gigantesca figura paterna, e soprattutto Gwen, ex fidanzata del fratello ed ora innamorata di lui.

Primo regista ad aver osato tentare un remake del mitico e bellissimo film omonimo di G. Waggner (USA, 1940), Johnston, pur senza avere alle spalle particolari titoli di nobiltà cinematografica, confeziona un film che può tranquillamente essere considerato un capolavoro del genere. Dimostrando cosi due cose. Primo. Se è vero che da sempre invoco una ‘legge’ che proibisca di fare i remakes, tuttavia bisogna fare un’eccezione per chi si accosti all’originale non col bisogno scioccamente protagonistico di dover per forza fare ‘meglio’ e ‘di più’, ma con rispetto ed intelligenza, avendone studiato e compreso a fondo l’ispirazione e gli stimoli, che in questo caso è allora legittimo innervare di nuovi spunti e idee. A patto di averne, naturalmente. Secondo, che la computer grafica, che tante sciagure ha prodotto negli ultimi tempi – fino al recentissimo bidone di Avatar – è non solo tollerata, ma anche benvenuta, quando però essa divenga uno strumento artistico, uno dei molti di cui un bravo regista può servirsi. Così è accaduto in questo ottimo film, in cui Johnston ha sì voluto con sé Rick Baker, premio Oscar per make-up ed effetti speciali del magnifico Un lupo mannaro americano a Londra (J. Landis, USA, 1981), ma anche Rick Heinrichs, premio Oscar anche lui per le scenografie del Mistero di Sleepy Hollow (T. Burton, USA, 1999). Ne è risultato un film magico, dalle atmosfere cupe, umide e nebbiose, inquietante, drammatico ed appassionante. Tutto è ‘vero’, in questo Wolfman, e ci entra nel cuore. Il sangue, le mutilazioni, i corpi fatti a brani vengono accennati per il minimo indispensabile, e comunque non sono mai splatter gratuito, banale gore per adolescenti, ma esprimono un orrore assoluto e incontrollato, sono il linguaggio di una Bestia che viene dall’Inferno, e che altro che così non potrebbe esprimersi. Lawrence Talbot, suo padre, Gwen, sono tutt’altro che profili di cartone messi lì a fare da silhouettes sulla luna piena. Lawrence pare quasi una vittima di quella società vittoriana che reprime le pulsioni inconsce e primigenie (siamo circa nel 1895, la data di pubblicazione della “Interpretazione dei sogni” di S. Freud). Suo padre è un re Lear debordante ed opprimente, la cui autorità costituisce la rovina dei figli. Gwen – una dolcissima Emily Blunt – assiste in disparte a malvagità in cui non ha assolutamente parte, e per lenire le quali può offrire solo la sua dolcezza e il suo amore. “Non c’è cura”, è vero, ma il ‘grazie’ di Lawrence è la presa di coscienza dell’unico rimedio possibile. Benicio del Toro ed Anthony Hopkins sembrano due eroi shakespeariani che duettano sulle tavole del Globe. Costumi, locations e scenografie creano un film più gotico che banalmente dark, un gioiello di genere quale non si vedeva da decenni.

La morte ti fa bella (R. Zemeckis, USA, 1992), 19.10, DT

Ossessionate dal problema di rimanere belle, due amiche acquistano da una fattucchiera un filtro speciale, che garantisce l’immortalità. Ma il diavolo insegna a fare le pentole eccetera. Irriconoscibile lo Zemeckis brillante, frizzante e ironico di Ritorno al Futuro in questa storia banale e noiosa, che si regge solo per gli effetti speciali, allora mirabolanti, ma oggi francamente noiosi anche quelli. Goldie Hawn sarà anche oca ma è sempre un bel bocconcino; Meryl Streep è sempre eccitante (ed espressiva) come un igloo.

Domino (T. Scott, USA, 2005), 22.50, Sky

Un film vedibile ma mediocre nella filmografia di un regista che, per altro, da un pezzo sta facendo le scarpe a suo fratello, il quale invece, dopo i geniali esordi, per molto tempo non ha azzeccato un film decente (ma ultimamente si è rifatto!). Qui ci racconta la ‘storia vera’ – “più o meno”, come lui stesso onestamente ci dice nei titoli di testa – di Domino Harvey, una giovane ‘di buona famiglia’ che negli anni Cinquanta buttò nella spazzatura tutti i privilegi e le comodità che le sarebbero potuti derivare dalla sua nascita per aggregarsi ad una banda di bounty killers. Pochi anni vissuti molto maledettamente, tra sparatorie, alcol e droga, per morire poi ancora giovane, trentacinquenne, pochi mesi dopo la fine delle riprese: la vediamo nell’ultima inquadratura del film. Una storia indubbiamente interessante, e ricca di stimoli e di occasioni, che purtroppo raramente il regista riesce a cogliere. Per esempio, il gusto morboso della televisione per la violenza e il disordine sociale viene qui raccontato abbastanza piattamente, senza venir utilizzato per una qualche riflessione sulla cultura dei media nella società americana moderna. Ma il punto fondamentale è lo stile di regia, purtroppo ancora troppo legato alla sua provenienza dal mondo della pubblicità. Assistiamo ad un film schizzato e ultraveloce: colori acidi, inquadrature brevissime, fotografia volutamente sporca, sovrimpressioni e così via: tutto l’armamentario immaginabile per un film che ad un certo punto sembra un video per Voglio una vita spericolata, invece del racconto di una vita che ribelle e ‘contro’ a suo modo lo è stata veramente, ma di cui nel film non c’è gran traccia. Gli interpreti si adeguano. Passabile Keira Knightley, più per il suo bel faccino e il suo delizioso corpicino, che per la sua performance; passabile Edgar Ramirez (anche se più di una volta sembrano entrambi personaggi da fumetto, e quel loro “Ti amo”, che dovrebbe strappare una lacrima disperata, spinge molto di più alla risata). Ma Mickey Rourke è, semplicemente, impossibile. Dire che è la caricatura di se stesso può apparire una frase fatta, ma è la realtà. Porta in giro per tutto il film la sua faccia su cui le devastazioni della carriera di boxeur sono accentuate dal trucco, tentando invano di creare un personaggio maledetto, il ‘buono dalla vita bruciata’, ma riuscendo solo a dare l’impressione di un grosso pezzo di bollito. Guardatelo bene: nemmeno lui crede a quello che sta facendo. Attenti alla prima impressione, quando vedrete il film: storditi dalla valanga di suoni-luci-colori che vi viene scaraventata addosso, potrà anche capitarvi di indulgere ad un giudizio troppo generoso. Aspettate qualche ora, ripensateci, e ve ne accorgerete.

Il mondo dei replicanti (J. Mostow, USA, 2009), 15.45, Sky

Terminator, Io robot, Minority report, Blade Runner, Il sesto giorno, Il mondo dei robot … Sono molti i padri di questo ultimo prodotto della SF americana, ma la ricerca degli ascendenti e delle citazioni non deve farci perdere di vista l’essenziale, e cioè che si tratta comunque di un ottimo film, sia dal punto di vista delle idee che da quello cinematografico puro e semplice. Il che non è poco: per le idee, che nel cinema ultimamente la titano spesso, e per l’aspetto tecnico, di fronte ad un cinema che, appunto a corto di ispirazione, sembra ora aspettarsi ogni miracolo ed ogni salvezza dal 3D. Ma riparleremo di questo dopo l’imminente Avatar, di J. Cameron. Qui siamo in una storia che è, prima di tutto, ‘semplice’, a partire dalla struttura narrativa: una sceneggiatura cronologicamente lineare, che coniuga benissimo il thriller con una storia della più pura ed ‘ovvia’ fantascienza. Nel 2054 la scienza ha prodotto i ‘Surrogates’ (questo è anche il titolo originale del film): androidi perfettamente antropomorfi collegati on line col loro ‘originale’ umano. Essi vivono al suo posto, mentre lui riposa quasi fetalmente in una poltrona. Possono fare qualsiasi cosa, correre qualsiasi rischio, immuni come sono da qualunque pericolo: e se si rompono, si comprano nuovi. Poco per volta, le strade si riempiono di robots, che vivono, lavorano, si divertono, mentre le loro ‘anime’ umane, ormai terrorizzate dal contatto con l’esterno ed incapaci di qualsiasi relazione reale, se ne stanno chiuse in casa, al buio. Tutto il mondo appartiene alle macchine, eccetto poche zone di ‘antimodernisti’ ed antitecnologici guidati dal Profeta, che ha istituito delle riserve ‘robots free’: ma la loro sembra una lotta senza speranza, e la VSI (Virtual Self Industries) sembra dominare ogni cosa. Un giorno però accade una cosa inaudita: alcuni robots vengono distrutti con un’arma nuova e sconosciuta, ma assieme a loro muore anche l’umano che in quel momento era collegato e che li controllava. Il pericolo di una simile eventualità è evidente e gravissimo, e delle indagini viene incaricato l’agente Greer, il cui rapporto coi surrogates è estremamente conflittuale. La verità che scoprirà sarà davvero sconvolgente, e lo porrà di fronte ad una decisione profondamente drammatica e – e non per modo di dire – epocale. Tutto chiaro, avvincente, diretto. Altrettanto chiaro è lo stile del film, che rifiuta quasi integralmente l’overdose di effetti speciali che sembra caratterizzare la SF più recente (cosa ancor più lodevole da parte di Mostow, autore del fracassone Terminator III°, 2003), usandoli il meno possibile e affidandosi invece alla ‘semplicità’ delle immagini, con una fotografia che spesso ricorda grandi classici di serie B del passato: L’ultima spiaggia (S. Kramer, 1959), La fine del mondo (R. MacDougall, 1959) eccetera. Ancora una volta, l’ennesima, è la fantascienza a parlarci quasi senza mediazioni di noi. Qui in campo c’è, questa volta, la nostra ‘paura’, quella che da qualche tempo ci intossica tutti: paura dell’estraneo, e poi del ‘diverso’, e poi di chi ha la pelle di un altro colore, e poi – o prima di tutto – di noi stessi, delle nostre emozioni. Oggi ce ne difendiamo cancellando noi stessi con alcol e droghe, e cancellando gli altri nei ghetti. In Surrogates la difesa consiste addirittura nel far vivere delle macchine al posto nostro, e non si sa cosa sia peggio. Riusciremo mai a “vivere in prima persona”? Imperdibile.

La voltapagine (D. Dercourt, Francia, 2007), 17.30, DT

Mélanie ha undici anni, è figlia di bottegai di un paesino della provincia, e studia pianoforte. Non si tratta, come ci si potrebbe attendere, di un mezzo, da parte della famiglia, per nobilitarsi socialmente: i suoi genitori apprezzano veramente i suoi sforzi ed il suo talento, e la amano per ciò che è e ciò che fa. Mélanie, a sua volta, li ricompensa con una dedizione allo studio quasi religiosa, ed un fortissimo senso del dovere e degli obiettivi da raggiungere. Ma arriva il giorno del concorso che dovrà decidere del futuro della bambina, e di altre giovani promesse come lei. Nella giuria, una grande e famosa pianista, che però, durante l’audizione, tiene un comportamento che sconvolge letteralmente la piccola: arrogante, superficiale, vanagloriosa, riesce, senza rendersene conto, ad impedirle di esprimersi al meglio. Con un pianto composto, Mélanie esce dalla sala. Potrebbe riprovare, certo, ma qui non si tratta di un concerto andato male: qui, quello che è stato infranto è il rispetto, il senso della sua dignità. Ed è per sempre: tornata a casa, la bambina chiude a chiave il piano, come a significare la chiusura irrimediabile e definitiva di quella fase della sua esistenza. La ritroviamo circa dieci anni dopo, a Parigi, in cerca di lavoro. E’ bella, fine, elegante. Non le è difficile introdursi nella cerchia più intima della pianista, nel frattempo divenuta una donna fragile ed insicura: ne carpirà i moti più intimi dell’animo, si insinuerà in lei, fino a distruggere totalmente la sua vita. La voltapagine è una di quelle perle che spesso il cinema francese ci regala: un’indagine introspettiva delicatissima quasi appena accennata, che tuttavia arriva nel più profondo dell’animo umano. Misurato, quasi freddo nei movimenti e nelle situazioni, il film si snoda senza colpi di scena, ma allineando sequenze equilibrate, eleganti e spesso, nella loro semplicità, intensissime: una per tutte, l’inquadratura finale di Mélanie che cammina sulla strada. Più che la storia di una vendetta – sarebbe quanto mai banale – questa è la storia di un cuore spezzato, dell’immensità del dolore che vi può albergare, e della ferocia che può esprimere. Una ferocia ‘a misura di Mélanie’, però: tanto era diligente e corretta da bambina, tanto metodica è ora nel suo percorso, che segue fino in fondo, con una lucidissima consapevolezza dell’obiettivo che si è prefissata. Ottima senz’altro Catherine Frot nella parte della pianista, ma semplicemente prodigiosa la bella Deborah François (il misero L’enfant, dei Fratelli Dardenne, nel 2005, non le aveva certo reso giustizia) in quella di Mélanie, bravissima nel saper esprimere tutto un intero universo interiore senza parole, per gesti impercettibili, per moti del volto appena accennati. Invisibile nelle sale, come quasi sempre accade per le opere davvero di qualità.

Vatel (R. Joffé, Francia/GB, 2000), 19.00, DT

Nella primavera del 1671, Luigi XIV annuncia al Principe di Condé una visita di tre giorni. Trattandosi di ‘un’offerta che non si può rifiutare’, il Principe, pur sovraccarico di debiti, chiede a Vatel, il suo maestro di cerimonie, di organizzargli tre giorni fantasmagorici, tra giochi, feste e pranzi memorabili. A prezzo della propria consunzione, Vatel riesce nell’impresa, ma la sua dedizione non viene assolutamente riconosciuta da una corte cinica e crudele, di cui egli stesso finirà vittima. Capolavoro di ricostruzione storica e di indagine morale, tragico e fastoso, eroico e romantico, non si capisce come questa meraviglia sia uscita dalle mani di un regista che, a parte Mission (1986), è da seppellire sotto un pietoso silenzio. Grandissimo Depardieu e magnifica la Thurman. Assolutissimamente imperdibile: poi, per completare il ‘panorama’, correte a rivedervi il meraviglioso Marie Antoinette di Sofia Coppola e il coltissimo Il mondo nuovo di Ettore Scola.

Domenica 8 maggio

Crossing over (W. Kramer, USA, 2009), 19.10, Sky

L’aspirazione al Sogno Americano non è solo prerogativa, come saremmo portati a pensare, di miserabili dalla pelle di strani colori, disposti a rischiare la vita nel deserto per passare il confine tra Messico e Stati Uniti. Certo, prima di tutto c’è la storia della messicana Mireya Sanchez (Alice Braga), per cui il limbo della clandestinità significa la differenza tra la vita e la morte non solo sua, ma del suo bambino. Ma ci sono anche altre opzioni, davvero insospettabili. C’è per esempio quella di Claire Shepard (la bellissima, e brava, Alice Eve), un’attricetta australiana che per avere la Green Card, che le consenta di scalare il mondo dello spettacolo USA, è disposta a tutto: a comprare documenti falsi da un losco trafficante, ma anche a prostituirsi a Cole Frankel (un bravissimo Ray Liotta), funzionario dell’ICE (Immigration and Customs Enforcement), che ha il potere di rilasciarle quel magico documento. C’è l’iraniana Zahra Baraheri (Melody Khazae), la cui famiglia è da molto tempo integrata nella società americana, tanto che tra pochi giorni celebrerà il rito laico della naturalizzazione, ma che non è disposta a tollerare che, per Zahra, integrazione sia divenuto sinonimo di emancipazione e liberazione personale. C’è l’adolescente bangla Taslima Jahangir (Summer Bishil), che a quel sogno pare aver creduto troppo letteralmente, senza rendersi conto che la libertà di pensiero e di parola, di questi tempi, anche nella ‘libera’ America è diventata un concetto molto relativo. C’è il giovane coreano Yong Kim (Justin Chon), che per arrivare più in fretta a quel sogno vuole percorrere la strada più facile, quella del crimine, come, del resto, proprio i film americani gli hanno insegnato. E c’è anche Max Brogan (un bravo e ‘dimesso’ Harrison Ford), agente dell’ICE addetto ai ‘rastrellamenti’, che assiste impotente e contro il suo stesso animo a tutto quel dolore. Destini che si incrociano e si sfiorano – ma non si intersecano, e la più colossale scemenza che sia stata detta su questo film è che appartenga alla ‘scuola’ di Guillermo Arriaga o Paul Haggis – in un film che non fa ‘filosofia’, ma racconta l’inutile stupidità della quotidiana caccia ai clandestini (e non è un caso, l’ho già scritto altrove, che in inglese vengano chiamati ‘aliens’), tra burocrati ottusi o di buon cuore, a seconda di come vuole la sorte, fili spinati e centri di detenzione, ‘rondisti’ più o meno stupidi e violenti. Una caccia fin troppo facile, quasi ‘da riserva’, perché le pattuglie dell’ICE vanno a colpo sicuro e sanno dove trovarli: nelle fabbriche, a produrre ricchezza per rendere il sogno americano ancora più sfavillante. E fateci caso: quando i poliziotti li inseguono, i padroni di quelle fabbriche non si vedono mai: solo si vedono i migranti, fuggire tra gli scatoloni come topi impazziti che cerchino un riparo dal falco. Pur non possedendo la poesia e la profondità antropologica di L’ospite inatteso (T. McCarthy, USA, 2008) o la lucida freddezza di Frozen river (C. Hunt, USA, 2008), Crossing over è un film ‘modesto’ ma interessante e ben fatto, che merita di essere visto e conosciuto, cosa che l’uscita alla fine di giugno 2009 certo non gli ha permesso.

Lunedì 9 maggio

Ultimatum alla terra (R. Wise, USA, 1951), 01.00, DT

Uno dei molti ‘capolavori minimi’ che la fantascienza americana produsse in quegli anni, anni assolutamente d’oro per questo genere, che quei fasti non ha più conosciuto. Un alieno giunge sulla terra col suo disco volante e, mostrando ai terrestri le immense ed inconcepibili capacità distruttrici della sua tecnologia, li induce ad abbandonare i loro contrasti tra nazioni per stabilire una pace duratura. Tanto semplice, rigoroso, elementare quanto intenso ed emozionante, ed anche un’autentica lezione di cinema. Assolutissimamente imperdibile. Assolutissimamente da evitare, invece, il penoso remake di S. Derrickson (USA, 2008).

Brooklin’s finest (A. Fuqua, USA, 2009), 21.10, Sky

Non è riuscito, ad Antoine Fuqua, lo stesso colpo del bellissimo Training Day (USA, 2001), che valse addirittura un Oscar a Denzel Washington. Quella fu una moderna e terribile Odissea, di due poliziotti losangelini attraverso la corruzione, la violenza e l’amoralità di una città in cui pare che a dividere poliziotti e delinquenti sia, certe volte, solo il colore degli abiti. Un film stupendo, che richiamò inevitabilmente alla memoria quello che si può definire il padre di tutti i noir metropolitani americani, il magnifico Vivere e morire a Los Angeles (W. Friedkin, USA, 1985). La presenza di tale capolavoro nella sua filmografia pare aver schiacciato Fuqua sotto il peso della sua irripetibilità, e quello che vediamo oggi (a noleggio, perché nelle sale è stato un vero flop) non è altro che un faticoso, raffazzonato e deludente remake del modello, costruito, per di più, tramite citazioni stilistiche di molti padri (P. Haggis, G. Arriaga ecc.) e di troppi luoghi comuni. Ritroviamo così il poliziotto immorale, alcolizzato e corrotto (un Richard Gere di rara inespressività), che riscatta una vita ed una carriera inutili con un ultimo beau geste. Ritroviamo il poliziotto corrotto ma cattolico, ossessionato dai sensi di colpa (per caso vi ricorda Harvey Keitel nel capolavoro di Ferrara? Purtroppo anche a me), che per amore della famiglia è disposto a qualsiasi bassezza. E c’è anche l’infiltrato che, a forza di stare immerso nel fango, ha imparato a riconoscere i fiori che vi si possono trovare: lealtà, amicizia maschile, onore, e ad essi sacrifica vita e carriera. Costituita dunque quasi solo di stereotipi visti mille volte, e soffocata dal loro peso, la sceneggiatura non riesce perciò ad esprimere uno straccio di storia vedibile, accettabile e credibile. Il racconto si trascina stancamente per centoquaranta interminabili minuti, e l’unico espediente per tenere alta la tensione è quello di infarcirlo di cupa e sanguinosa violenza, e di torbidi squarci d’atmosfera che rimangono assolutamente fine a se stessi, senza mai farsi autentico dramma. Come non c’è storia, così non c’è conclusione. Sono almeno due o tre i momenti in cui lo spettatore ha l’impressione che il film sia (finalmente) finito, ma per arrivare davvero in fondo bisogna aspettare il botto finale, un’esplosione di violenza macellaia cui Fuqua delega il compito di esprimere quella tragedia che lui non è assolutamente riuscito ad esprimere. Un vero peccato, da parte di un regista che, se pur non eccelso, nel frattempo ci aveva regalato King Arthur (USA, 2004), uno dei più bei fantasy degli ultimi anni. Sarà per un’altra volta, speriamo.

Martedì 10 maggio

30 giorni di buio (D. Slade, USA, 2007), 23.35, Italia1

Nella cittadina di Barrow, in Alaska, la notte artica dura trenta giorni, un mese senza i raggi del sole. Ne approfitta una nave di vampiri, che sbarca nell’ultimo giorno di luce per banchettare un mese intero. Riusciranno i nostri eroi a sfangarla così a lungo? A parte alcune – poche – preziosità della fotografia (molto bella la camera che scorre dall’alto sulla città, mentre nelle strade innevate si consuma il macello in un silenzio quasi irreale), è il solito banalissimo film ‘di vampiri’, in cui si crede che basti qualche bidone di salsa di pomodoro per far paura. Particolarmente da schiaffeggiare lo sceneggiatore, per le innumerevoli lacune e contraddizioni. Fate voi.

La famiglia (E. Scola, Italia/Francia, 1986), 21.00, Sky

Attraverso la vita di Carlo – un magnifico, grandissimo Vittorio Gassman, di fronte ai cui film il figlio dovrebbe decidersi a cambiar mestiere – la ‘vita intima’ e la ‘storia minima’ della società italiana dai primi del Novecento alla fine degli anni Ottanta, raccontata coi soliti schemi di Scola: delicatezza, poesia, compassione, umanità. Un grande film, che scorre piano ed armonioso come un fiume, da apprezzare con calma, momento dopo momento. Assolutamente imperdibile.

Brutti, sporchi e cattivi (E. Scola, Italia, 1976), 23.15, Sky

Uno dei film più intensi e duri di Scola, ed uno dei suoi più interessanti, anche se forse non uno dei più belli. Comunque un film ‘utile’, perché questa storia di borgatari romani, immersi in un degrado che è morale e materiale insieme, è un salutare antidoto ‘antipasoliniano’, nel senso che distrugge il mito e la mistica del sottoproletario ‘buon selvaggio’. Imperdibile.

Mercoledì 11 maggio

Ben Hur (W. Wyler, USA, 1959), 16.15, Rete4

Charlton Heston sarà stato anche un reazionario, ma non ci si stanca mai di rivedere questo capolavoro, che definire un peplum è davvero offensivo e riduttivo. La battaglia navale o la corsa delle bighe sono momenti conosciuti da tutti, ma vi invito a considerare un episodio apparentemente insignificante. I soldati romani stanno conducendo la colonna di schiavi alle galere, e si fermano a bere ad un pozzo. Un centurione, per ordine di Messala, allontana violentemente la ciotola dalle labbra riarse di Ben Hur, ma Gesù, che non viene mai inquadrato (!), la raccoglie e glie la porge di nuovo. Il centurione fa per reagire, ma si blocca. Guardate con attenzione il suo volto: esprime il timore ‘panico’ di chi si trova di fronte al Divino, che – data la malvagità e la ‘povertà’ del suo animo – gli è impossibile riconoscere e comprendere, ma che tuttavia lo annichilisce. Pochi secondi che valgono davvero un Oscar.

The dreamers (B. Bertolucci, Francia/Italia/GB, 2003), 21.15, DT

Sesso (tanto), politica e rock&roll fra uno studente nordamericano e due gemelli francesi, fratello e sorella, nella Parigi del sessantotto. Insopportabile, semplicemente. Per i dialoghi pseudofilosofici, per le immagini, leccate e patinate, da porno-soft, per la storia, astrusa e criptica. Ho scritto altre volte che il cinema italiano, specie quello ‘intellettuale’, è onanistico, ma qui lo è sul serio, nel senso proprio del termine (vedere per capire!). Un’osservazione per Bertolucci. Al ’68 – che se non fu una rivoluzione fu almeno una rivolta, epocale, che mutò culture e sensibilità – parteciparono anche studenti ed operai ‘normali’, che abitavano in condomini, non in appartamenti di lusso, i cui genitori erano operai e disoccupati, non ricchi borghesi che staccavano assegni. Rendiamo onore almeno a loro.

Apollo 13 (R. Howard, USA, 1995), 21.00, DT

Se i tre astronauti americani coinvolti nell’incidente del ’70 sono sopravvissuti, quelli che rischiano di morire, ma di noia, sono gli spettatori di questo piatto e pallosissimo film.

Dorian Gray (O. Parker, GB, 2009), 21.00, Sky

 “Il ritratto di Dorian Gray”, di Oscar Wilde, è non solo e non tanto uno dei più bei romanzi, ma uno dei libri più grandi del Novecento. Lo attribuisco a questo secolo perché, pur essendo stato pubblicato nel 1891, esso stenderà la sua profezia etica e filosofica proprio sul secolo successivo, giungendo fino al nostro. Epitome di ogni possibile suggestione del Decadentismo, vertice della letteratura ‘gotica’, romanzo immensamente raffinato e colto, terribilmente bello e ‘demoniaco’, “Il ritratto” è anche, occorre dirlo, un libro totalmente e visceralmente amorale, la cui lettura e meditazione turba e induce alla vertigine, tanto profondo è l’abisso sul quale apre uno squarcio. Meno di dieci anni prima, Friedrich Nietzsche aveva proposto al mondo la sua Teoria del Superuomo (nel 1882 con Die froeliche Wissenschaft, “La gaia Scienza” e nel 1883/1885 con Also sprach Zarathustra, “Così parlò Zarathustra”). Nelle pagine del “Ritratto”, Wilde tradusse la filosofia in vita, creando un personaggio che del delirio superomistico si fa primo attore e nuovo teorizzatore, simbolo e stereotipo dell’umanità avvenire. Per noi, che lo leggiamo più di un secolo dopo, esso sembra suggerire le linee guida delle follie che sconvolgeranno il Novecento, e dell’inesausto cupio dissolvi che sta portando il nostro alla rovina. Bastano queste poche righe, per farci tremare: “Lo scopo della vita è lo sviluppo di noi stessi, la perfetta attuazione della nostra natura: è questa la ragion d’essere di ognuno di noi. Oggi gli uomini hanno paura di sé, hanno dimenticato il più alto di tutti i doveri, quello che abbiamo verso noi stessi. Naturalmente sono caritatevoli, nutrono chi ha fame e vestono gli ignudi. Ma la loro anima muore d’inedia e di freddo. Il coraggio ha abbandonato la nostra razza, o forse non lo abbiamo mai realmente avuto. Il terrore della società, che è la base della morale, il terrore di Dio, che è la base della religione: ecco le due leggi che ci dominano. E tuttavia, se ognuno potesse vivere pienamente e compiutamente la sua vita, dar forma a ogni sentimento, espressione a ogni idea, realtà a ogni sogno, credo che il mondo accoglierebbe un così puro flusso di gioia da dimenticare tutte le malattie del medievalismo e tornare all’ideale ellenico, forse a qualcosa di più sottile e prezioso dello stesso ideale ellenico. Ma anche i più temerari fra noi hanno paura di se stessi. La mutilazione dei selvaggi ha la sua tragica sopravvivenza nella negazione di sé che deturpa la nostra vita. Noi siamo puniti per le inibizioni che ci imponiamo, ogni impulso che cerchiamo di soffocare fermenta nella nostra anima e ci intossica. Il corpo pecca, ma una volta che ha peccato ha superato la sua colpa, perché l’azione è una forma di purificazione: nulla più rimane, se non il ricordo di un piacere o la voluttà di un rimpianto. L’unico modo per liberarsi di una tentazione è di abbandonarvisi: resistete, e la vostra anima si ammalerà di nostalgia per le cose che si è vietata, di desiderio per ciò che le sue mostruose leggi hanno reso mostruoso e fuori legge”.

È stato forse per il timore di confrontarsi con un simile ‘profeta’, e con un simile, gigantesco ed inarrivabile modello, che il cinema ha praticamente sempre evitato “Il ritratto”. A parte il film di Albert Lewin (USA, 1945, bello ma algido), non mi risultano altri tentativi di portare sullo schermo il libro. Numerosi sono, invece, i film ‘alla Dorian Gray’, le cui atmosfere testimoniano dell’enorme influsso, ovviamente anche estetico, che l’opera ha avuto e continua ad avere sulla cultura moderna. Per citarne solo due, il bellissimo From Hell (Allen & Albert Hugues, USA, 2001) e le scene londinesi di Bram Stoker’s Dracula (USA, 1992). Questa volta, a raccogliere la sfida – con coraggio, forse con incoscienza – è Oliver Parker, regista di non eccelso lignaggio, che ha al suo attivo altre due riduzioni dal teatro di Oscar Wilde: Un marito ideale (GB, 1999) e L’importanza di chiamarsi Ernesto (USA/GB/Francia, 2002), nessuna delle due di particolare eccellenza. Bisogna dire che qui, se il compito era comunque impari, è stato perlomeno svolto con onestà e discreto rispetto. Bella la ricostruzione della Londra di fine Ottocento, ottime le atmosfere sordide dei quartieri miserabili della città, conturbante la sensualità delle esperienze cui Dorian si abbandona. Ottima la sceneggiatura, in cui le battute sono quasi sempre una pura e semplice trascrizione di quelle del romanzo (e vorrei ben vedere il contrario!), e ben scelti i volti, anche se ho trovato Colin Firth forse un po’ troppo mefistofelico e sulfureo nella parte di Lord Henry, e Rachel Hurd-Wood forse un po’ troppo in carne per quella di Sybilla Vane. Difetti? Purtroppo parecchi, ma, come ho detto, non vale la pena di prendersela. Spiace, intanto, che la ricerca di emozioni e piaceri di Dorian sia stata ridotta a sesso, alcol e droghe, tagliando completamente tutta la sfera delle sue esperienze artistiche ed estetiche. Spiace ancor di più che sia stato cancellato l’espediente del libro ‘galeotto’, questa presenza quasi magica che s’impadronisce delle mente e dell’anima di Dorian, che lo vorrà sempre presente vicino a sé. Infastidisce la connotazione eccessivamente horror data al quadro, e quando l’immagine torna dalla tela al volto di Dorian, non è chi non vi veda una curiosa somiglianza con Zio Tibia … Comunque, signori, questo è quel che offre la ditta. È poco, direte voi: sì, è vero, ma per chi, come me, ha amato alla follia quel libro, dedicandogli anni di studi e riletture, è già un regalo. Comunque, buona visione.

Giovedì 12 maggio

State of Play (K. MacDonald, USA, 2009), 18.15, DT

In un’altra occasione ho scritto che gli americani dovrebbero farsi assegnare il marchio D.O.C. per i legal thriller, tanti sono, e quasi tutti ottimi, quelli usciti dalla loro cinematografia, ma forse ancor di più dovrebbero farselo dare per i film sulla stampa e sulla libertà di stampa, per loro non semplici elementi costitutivi di una società civile, ma veri e propri miti ‘salvifici’, ultima spiaggia cui ricorrere quando tutti gli altri valori sembrano essere caduti. La lista sarebbe lunghissima, e quasi tutta gloriosa, con pochissime cadute di livello (per esempio, di recente, il balordo Fino a prova contraria, C. Eastwood, 1999) ma con innumerevoli successi: uno per tutti, il mitico, magnifico L’ultima minaccia (R. Brooks, 1952), che questo bellissimo film di MacDonald – attenzione: già regista, nel 2007, del magnifico L’ultimo re di Scozia –  ricorda per molti versi. Anche qui siamo di fronte ad una prossima e possibile chiusura del giornale, in questo caso per colpa dei nuovi proprietari che vogliono vendite e soldi cash – a costo di sbattere in prima pagina mostri e marchette – ma anche per l’incalzante concorrenza di Internet, che Bogart – beato lui – nemmeno sapeva cosa fosse. Ma, mentre nel film di Brooks era il Direttore a combattere in prima linea per la sopravvivenza del giornale ma soprattutto per la ‘verità’, qui il Direttore è una figura, se non ambigua per lo meno tormentata (una bravissima Helen Mirren), stretta com’è tra la necessità di far contento il ‘padrone’ dandogli quello che vuole e il rispetto per il suo vecchio redattore, Cal McAffrey (un mostruosamente bravo Russel Crowe). E’ proprio Cal, qui, che, come Bogart nel film di Brooks, prende su di se l’incarico e il dovere di cercare la ‘verità’, ad ogni costo e nonostante tutto, che si tratti di vecchi amici o di vecchi amori. La storia va solo accennata, tra l’altro, tanto questa sceneggiatura è perfetta: intelligente, urgentemente immersa nel quotidiano, con una costruzione dei tempi semplicemente mirabile, con situazioni di fronte alle quali non sai se commuoverti per la loro forza o applaudire per la genialità delle atmosfere e delle citazioni (e ditemi se non profuma di Frank Capra quella scena in cui, a notte ormai fonda, Cal sta battendo sulla tastiera le ultime parole del suo pezzo, mentre Direttore e redattori, muti e a bocca aperta, lo spiano da dietro le spalle). Una sceneggiatura da Oscar, se mai ne ho vista una. Cal, appunto ‘vecchio’ cronista dell’inesistente Washington Globe, inciampa in una storia apparentemente banale: un piccolo spacciatore e un ragazzo qualunque ammazzati con due colpi precisi, al petto e alla testa, una sera, vicini uno all’altro, e senza motivo. Cal capisce che c’è qualcosa di strano quando, nel cellulare dello spacciatore, trova il numero dell’assistente del senatore Stephen Collins, attualmente impegnato in una campagna di indagine e moralizzazione contro una grossa compagnia di contractors in Irak (ma non solo lì). Quando poi la medesima assistente nelle stesse ore viene suicidata sotto i vagoni della metro, allora Cal parte in caccia. Quel che troverà sarà brutto, sporco, doloroso ed anche molto pericoloso, ma mai, nemmeno una volta, gli passerà per la mente di ritirarsi o far sparire qualche carta scomoda, perché, ancora una volta, “questa è la stampa, bellezza”. Tra le molte considerazioni cui questo film induce, c’è anche quella del perché la stampa italiana non abbia mai ispirato non dico un filone, come appunto negli USA, ma nemmeno sporadici episodi filmici (se non ricordo male, sono davvero poche le pellicole su questo tema: Sbatti il mostro in prima pagina, M. Bellocchio, Italia/Francia, 1972, e pochissime altre), e la risposta forse sta nel rapporto particolare che il giornalismo italiano ha, secondo me, sempre avuto con la politica. Sarebbe difficile trovare, nella stampa italiana, un ‘tipo’ come Cal. Il punto è che spesso i giornalisti italiani sono politicamente ‘schierati’, o ‘in quota’. Non voglio dire affatto che si tratti di embedded – è un’offesa infamante, che non penso assolutamente – ma semplicemente che per molti di loro prima viene l’opinione – la loro personale, o quella cui sono fedeli – poi il mestiere. E’ evidente che anche Cal, nel suo agire, ‘fa politica’ – sarebbe ingenuo se non stupido negarlo – ma la fa ‘da fuori’, da ‘professionista’ dell’informazione, che analizza e spiega i fatti senza – apparentemente – alcun coinvolgimento personale nei fatti stessi e nei poteri che li hanno messi in moto, in nome unicamente della ‘verità’ e della ‘libertà di stampa’. Che sono miti, favole, forse: oggi come nell’america di Brooks; ma quant’è bello, qualche volta, sentirsele raccontare, le favole. Venendo all’oggi, e sempre relativamente all’Italia, è difficile immaginare un Cal in un paese che Freedom House, organizzazione no-profit e indipendente, ha appena declassato – unico Paese europeo – nella classifica di quelli in cui esiste la libertà di stampa, retrocedendolo dal gruppo dei “Paesi con stampa libera” a quelli in cui la libertà di stampa è “parziale”. La causa è, secondo la F.H, la “situazione anomala a livello mondiale di un premier che controlla tutti i media, pubblici e  privati”. Nell’attuale classifica, l’Italia viene retrocessa assieme a Israele, Taiwan e Hong Kong, e in una classifica che va da 0 (i Paesi più liberi) a 100 (i meno liberi) l’Italia ottiene 32 voti: unico Paese occidentale con un punteggio così basso. I primi sono cinque nazioni del nord Europa (tanto per cambiare): Islanda, Finlandia, Norvegia, Danimarca e Svezia: gli ultimi Corea del Nord, Turkmenistan, Birmania, Libia, Eritrea e Cuba. No comment, ma una sola domanda: voi ve lo vedreste Cal a lavorare al TG4 con Emilio Fede? Io no, sinceramente. A proposito: Freedom House non è stata fondata da un’oscura accolita di terroristi bolscevichi, ma da Eleanor Roosevelt, nel 1941. Un ultimo consiglio: non alzatevi subito dalla sedia, non perdetevi i titoli di coda, un gioiellino, una specie di piccolo film nel film. I personaggi sono usciti di scena, rimane solo la macchina da presa che segue lentamente, passo per passo, la ‘fattura’ del giornale: prima i rotoloni di carta che arrivano alla tipografia, poi i negativi che vengono inseriti, poi la stampa, i nastri che trasportano i giornali ai camion, le copie nei distributori, la mano che ne prende una. Non c’è il febbrile clanger di rotative che accompagna le parole finali di Bogart, ma una pacata e forte consapevolezza di aver fatto la cosa giusta. Ancora una volta, “questa è la stampa, bellezza, e non puoi farci niente”. Assolutamente imperdibile, s’intende.

Adventureland (G. Mottola, USA, 2009), 19.20, Sky

Saranno passati sì e no vent’anni tra gli adolescenti di American Graffiti (1973, il poeticissimo capolavoro di G. Lucas) e quelli di Adventureland, eppure sembra un altro mondo. Quelli, appena usciti dalla loro età, ancora sulla soglia del mondo adulto, avevano – o per lo meno credevano di avere, il che in fondo è lo stesso – davanti a sé un futuro colmo di promesse e di sogni, magici e rutilanti, e – ed è questo che conta – tutti realizzabili. Questi, degli anni Ottanta, tanto per cominciare dall’adolescenza non sanno nemmeno come provare ad uscire. Ci sono imprigionati dentro da una crisi che spegne prima di tutto, appunto, i loro sogni, che gia si rendono conto di non poter mai realizzare. Un “lavoretto di merda” è tutto quello che possono sperare, e aver studiato Shakespeare o il Rinascimento non è che serva a molto. Né li possono aiutare i loro genitori. Anche qui il confronto è interessante. Quelli di Lucas erano orgogliosi dei loro figli: li spedivano nel mondo sicuri dei successi che avrebbero ottenuto, delle montagne che avrebbero scalato. Questi di Mottola sono stupidi e meschini, ‘vecchi’ e morti dentro, e coprono la loro miseria con qualche bicchierino di troppo bevuto di nascosto, o inventandosi una formale ed inconsistente rispettabilità. Non possono offrire nulla ai figli, neppure economicamente – anche loro stanno cercando di sopravvivere al reaganismo – ed anzi questi ultimi appaiono loro come dei fastidiosi parassiti, ai quali mettere in conto l’affitto e le spese della macchina. Così accade a James (Jesse Eisenberg, delicato e sensibile), che dopo il diploma avrebbe dovuto partire in viaggio premio per l’Europa, e che invece vede svanire i soldi a causa del declassamento aziendale del padre. Così è per Em, figlia di un padre inesistente e di una matrigna che è una grottesca maschera piccoloborghese. Entrambi  si ‘arruolano’ nel personale di Adventureland, uno sfigatissimo luna park estivo. Per racimolare qualche soldo, certo, ma anche per fuggire il più possibile da quella malinconia dell’anima. Ognuno poi ha la sua storia. James è goffo e insicuro. È ‘vergine’, ragion per cui tutti lo sfottono allegramente, ma è ancora convinto che una botta e via non sia quel che lui cerca. Em – una bella ma soprattutto bravissima ed intensa Kristen Stewart: altro che vampiri! – cerca di seppellire la morte che ha nel cuore facendo sesso con Connel (Ryan Reynolds, veramente bravo), un uomo sposato molto più vecchio di lei. Anche tutti i loro giovani colleghi sono variamente alla ricerca di se stessi, come, per esempio, Joel (uno strepitoso e ‘sotto le righe’ Martin Starr), simpaticissima satira dello stereotipo dell’intellettuale ebreo sfigato e depresso. Mentre ad Adventureland trascorre una spenta estate, i ragazzi, nonostante tutto, maturano, scoprono valori semplici ma essenziali – amicizia, dignità, rispetto (“Antisemita di merda!”) – crescono interiormente. James ed Em s’innamorano, ma entrambi capiscono che la scopata selvaggia non serve, e che bisogna crescere dentro, eventualmente anche soffrendo, perché anche il sesso abbia un senso. Quando l’estate finisce e il parco chiude, ognuno è pronto per il mondo, portando con sé quel po’ di saggezza e di maturità che è riuscito ad acquisire. Non è molto, ma è già qualcosa. Anzi, tutto sommato, guardando la realtà di fuori, è moltissimo. Mottola racconta la sua ‘piccola città’ con affetto, simpatia e discrezione, senza mai esagerare, senza nemmeno scivolare neppure per un istante nella commediola adolescenziale sporcaccioncella. Ottimo film , intelligente e delicato.

Venerdì 13 maggio

A history of violence (D. Cronenberg, USA, 2004), 22.55, DT

Attenzione al titolo, prima di tutto. In inglese ‘history’ corrisponde al nostro ‘storia’ nel senso di ‘disciplina scientifica’ (altrimenti, una storia è ‘a story’). Dunque, quella che Cronenberg ci presenta in questo film forte e bello non è ‘una storia di violenza’, ma ‘Una Storia della violenza’. Insomma, potremmo dire che più che ad un film, siamo davanti ad una lezione, un esempio, un racconto didascalico (senza nessuna connotazione negativa del termine) a tema, con una tesi da dimostrare. Sta a noi individuarla e capirla, questa tesi, ma il compito, a questo punto, non sembra difficile, già a partire dalla gelida scena iniziale – in cui, secondo me, è evidente e voluto il richiamo ‘spirituale’ a quel capolavoro che è Henry pioggia di sangue (J. McNaughton, USA, 1990). Due assassini si spostano senza meta e senza scopo da una città all’altra. Dove si fermano, uccidono. Non per sadismo, per malvagità, per odio sociale o che altro: semplicemente perché questa pulsione agisce in loro, ‘semplicemente’, ‘naturalmente’. Quando arrivano nella tavola calda di Tom, stanno per fare lo stesso, ma lui – amico di tutti, marito e padre affettuoso – si trasforma a sua volta, istantaneamente, in una spietata macchina di morte, e li annienta. La notorietà che questo gesto gli procura attira nella sua ‘Piccola città’ (mai Thornton Wilder, scrivendo nel 1938 l’omonima e dolcissima pièce teatrale, avrebbe potuto immaginare che vi si nascondesse tanto male) dei gangster, che accusano Tom di non essere quello che dice, bensì un killer ‘ritiratosi’ alcuni anni prima da una grossa banda. Tom nega, più che può, ma quando i tre minacciano di far del male alla sua famiglia, elimina spietatamente anche loro, e dopo di loro anche i testimoni del suo lontano passato. La violenza, dunque, è presente ovunque, e non è eliminabile. Può essere messa da parte, respinta in una vita precedente, come fa appunto Tom, ma all’occorrenza riemerge, prepotente ed assoluta. Può essere controllata e razionalizzata, come fa suo figlio adolescente, ma ad un certo punto riemerge, e si propone come unica soluzione. Anche sua moglie, madre e tenera amante, quando respira quest’atmosfera si trasforma, e lascia libera la rabbia. Ripeto: più che un racconto, uno ‘studio’, asettico, ‘freddo’ perfino, sulla violenza come fiume sotterraneo che scorre nell’animo umano. Di questa tesi è testimonianza anche lo stile cinematografico di questo magnifico film. Abituati come siamo al solito stereotipo del film d’azione, in cui la violenza viene esibita, annunciata, usata funambolicamente come materiale narrativo, qui ci troviamo di fronte a scelte stilistiche completamente diverse. La luce, per esempio, che è sempre debole, ‘opaca’, normale, mai smagliante e prepotente. O le stesse scene di violenza, che vengono riprese con estrema oggettività e freddezza, senza nessuna esibizione o nessun compiacimento. Paradossalmente, più che ad un film girato su un set pare di trovarsi di fronte ad un ‘documentario’, nel senso di registrazione di documenti e testimonianze. Film ‘di testa’, tanto quanto il bellissimo e recente Crash di Haggis era un film ‘di cuore’, HOV è dunque una lucida analisi della presenza in noi della violenza, condotta con spietata oggettività, ed è un film di rara intelligenza e rigore. Viggo Mortensen è definitivamente uscito dalla Terra di Mezzo, e si presenta come attore abile e corposo. Suoi degni partners la bravissima (e bellissima!) Maria Bello ed il prodigioso esordiente Ashton Holmes nel ruolo del figlio adolescente. Assolutamente imperdibile, of course.

Ovosodo (P. Virzì, Italia, 1997), 21.00, DT

Semplice e delicata storia sugli amori e le illusioni giovanili di uno studente livornese degli anni ’80. Non sarà da urlo, ma non è da buttare.

Shutter Island (M. Scorsese, USA, 2009), 00.15, Sky

Nel 1954 Teddy Daniels è un agente federale, che viene inviato al manicomio criminale di Shutter Island per indagare sulla misteriosa sparizione di una detenuta. La donna, incarcerata per aver annegato i suoi tre figli, è come svanita dalla sua cella, lasciando dietro di sé solo un incomprensibile biglietto. Teddy prova a seguirne le labilissime tracce, trovandosi però di fronte all’incomprensibile ma ferma ostilità sia dei medici che del personale di guardia. A complicare, anche materialmente, le indagini si aggiunge un furibondo uragano, che sconvolge le strutture dell’istituto e impedisce ogni contatto con la terraferma. Daniels inoltre comincia ad essere tormentato da incubi ed allucinazioni sul suo passato di soldato in Europa, quando dovette entrare nel Lager di Dachau appena liberato, e soprattutto dai ricordi della moglie morta tragicamente. A partire da questo plot, a metà tra il thriller e il paranormale – e di cui non sveleremo ovviamente il prosieguo, essendo il ‘vediamo come ca@@o va a finire ‘sta storia’ l’unica consolazione, si fa per dire, che rimane agli spettatori di questo film – Scorsese si intorcola in una vicenda sempre più complicata, gioca al rimpiattino col pubblico mediante continui mutamenti e stravolgimenti di percorso a 180°, si serve indegnamente di ogni possibile trucchetto di ‘genere’: indizi falsi, ambigui suggerimenti, verità apparenti e apparenti colpevoli, obbligando lo spettatore a resettarsi ogni cinque minuti e a ricominciare da capo, vittima di una manipolazione di minuto in minuto sempre più irritante. Lo stile adottato è funzionale a questa intenzione. Barocco, ipertrofico, eccessivo ed inutilmente ‘suggestivo’, procede per ‘accumulo’ visivo, fin quasi a provocare una indigestione di immagini fine a se stesse che, anche questa, irrita lo spettatore, perché è anch’essa senza giustificazione alcuna. A partire dall’immagine iniziale – e speriamo davvero che sia casuale l’evidente somiglianza del profilo di Shutter Island con quello dell’Isola dei morti di Arnold Bocklin (1880) – tutto nel film è ‘grosso’ e ‘tanto’: la pioggia che scende torrenziale, la luce livida degli esterni notturni, gli interni sepolcrali … Tutto ‘troppo’, ma senza sostanza. Ma tutti questi eccessi non producono nessun climax, anzi. Al punto che lo stesso Scorsese ad un certo punto fa precipitare bruscamente ed improvvisamente la tensione – sapete, come quando state facendo all’amore e suona il telefono … – delegando lo scioglimento dei mille capi della vicenda ad una lunga e banale ‘conversazione teatrale’ che col resto del film pare non aver quasi nulla a che fare. Lo spettatore, da parte sua, già da tempo si sta annoiando mortalmente, e quest’ultima trovata gli dà il colpo finale. Shutter Island appare dunque uno dei peggiori film di Scorsese: confuso pseudo thriller senza catarsi finale, inadeguato pseudo film manicomiale che fa acutamente rimpiangere Io ti salverò (A. Hitchcock, 1945). Una vera delusione.

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