Pubblicato da: giulianolapostata | 30 aprile 2011

Una battaglia di ‘libertà’

Nella spietata crociata che da sempre la Chiesa Cattolica conduce contro la libertà di pensiero, e da alcuni decenni a questa parte in particolare contro l’autodeterminazione delle donne ed il loro diritto a decidere liberamente del proprio corpo, si è vista ogni cosa. Messe in suffragio dei feti abortiti; funerali pubblici dei suddetti feti; monumenti funebri per i feti medesimi; grottesche ‘esportazioni’ di ovuli fecondati e congelati per evitare che venissero ‘abortiti’ e potessero invece trovare una famiglia disposta ad ‘adottarli’, eccetera. Buon ultimo ecco, sull’Avvenire del 28/4/11, un editoriale di Lucia Bellaspiga, che ci racconta la lacrimevole istoria di un feto abortito un anno fa all’ospedale di Rossano Calabro. Nessun espediente retorico viene risparmiato per suscitare la commozione del lettore, a cominciare dal nome di fantasia scelto per indicare la madre: “Maria”, che altro?! E il feto, come viene chiamato? “Angelo”, of course! Che “oggi sarebbe un bambino di un anno: lo avrebbe compiuto proprio il giorno di Pasqua, in questo tempo di Resurrezione. Oggi avrebbe soffiato sulla sua prima candelina”. Segue la sprezzante ironia contro la madre: chissà “di cosa stava morendo”, per aver preteso l’aborto anche dopo il terzo mese in nome di “un grave pericolo per la sua salute fisica o psichica”, “declassando così il bambino da figlio ad aborto”, anzi, a “rifiuto speciale”. Ci racconta ancora la Bellaspiga che nel 2008 la Regione Lombardia, presieduta da quel bravo cristiano di Formigoni, aveva imposto un limite tassativo di 22 settimane e tre giorni per gli aborti terapeutici, ma medici senza cuore e senza dio hanno presentato ricorso al TAR, vincendolo. Chi credete che li rappresentasse? Quell’altro senzadio di “Vittorio Angiolini, il legale di Englaro per la morte di Eluana”. Vade retro Satana. Tutto sommato, nulla di nuovo, se non l’ennesima testimonianza dell’intima insofferenza – chi mi legge sa quanto io diffidi dal termine ambiguo e razzista di ‘intolleranza’ – della Chiesa nei confronti della libertà individuale. Ed è difficile capirne la ragione. Perché non si è mai visto un miscredente senzadio trascinare per forza una coppia di cattolici in tribunale a divorziare, e meno ancora lo si è visto legare una donna cattolica sul lettino del chirurgo perché le venisse praticato un aborto. Mentre in compenso, dall’altra parte, si è visto di tutto. Donne già sul lettino chirurgico inseguite fin sulla porta della sala operatoria da imprecisate ‘associazioni per la vita’, perseguitate e terrorizzate perché rinunciassero al ‘delitto’ che stavano per commettere. Si sono visti, negli USA, medici abortisti assassinati a colpi d’arma da fuoco sulla porta dell’ospedale da ‘militanti’ antiabortisti, ed altri loro colleghi costretti a vivere in clandestinità e sotto scorta perché anche loro minacciati di morte dai medesimi militanti. Eccetera. Sempre e ancora, insomma, si combatte la stessa battaglia, quella tra l’autodeterminazione individuale e chi, in nome della sua Verità ‘rivelata’, vorrebbe quell’autodeterminazione conculcare. Non smettiamo mai di combatterla, quella battaglia: e non in nome dell’aborto, ma in nome della pura e semplice Libertà.

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