Pubblicato da: giulianolapostata | 30 aprile 2011

Sacerdoti del Progresso

L’articolo scritto dallo storico Paolo Rossi sul Domenicale del Sole 24 Ore del 24/4/11, a presentazione del suo libro Mangiare, prossimamente in libreria per le edizioni del Mulino, sarebbe irritante se non fosse noioso.

Di irritante c’è il tono saccente e arrogante con cui questo ennesimo sacerdote del progresso liquida sprezzantemente tutti coloro che non la pensano come lui  – “ossessivi, apocalittici della globalizzazione e primitivisti”: tiè! – ma, di contro, di noioso c’è che queste cose le abbiamo già sentite mille volte, ed ormai non riescono più nemmeno a farci arrabbiare. Guarda caso, le abbiamo appena sentite quando mezzo mondo scientifico si è scatenato contro i nemici del nucleare, dopo la tragedia di Fukushima. Ma ci torneremo più avanti.

Vediamo dunque quali sono, per il Prof. Rossi, le strane idee di questi “apocalittici”.

Prima di tutto, “il discutibile presupposto che sta alla base del primitivismo identifica il naturale con il bene, e l’artificiale con il male, un’identificazione che trova un’efficace espressione letteraria nella frase: <Quando il vomere fende la terra incuneandosi in essa e la rivolta, vibra un colpo violento, sconvolge un equilibrio e provoca delle reazioni che l’uomo non conosce né si preoccupa di conoscere>”. E ancora: secondo i ‘primitivisti’, “il mondo sarebbe più bello, più naturale, più ricco e più biodiverso se gli equilibri non fossero mai stati alterati e se la natura fosse ancora intatta”.

Non sono idee davvero bizzarre?! Sarebbe inutile ricordare al Professore che, per esempio, proprio conformandosi a idee di questo tipo gli Amerindi vissero prosperi e felici per decine di migliaia di anni. ‘Non a caso, e giustamente’ – forse ci risponderebbe – ‘la superiore civiltà dei bianchi li cancellò dalla Storia e dalla faccia della Terra’, echeggiando quel missionario che, benedicendo gli sterminatori, scrisse: “Non capisco come si possa comunicare con selvaggi che, invece di abbattere gli alberi per costruire case, li adorano come divinità”. Ma proseguiamo.

Continua il nostro sacerdote: “La via rappresentata dalla cultura, dall’uscita dal mondo animale, dalla scelta dell’artificialità è, per definizione, rischiosa (…), forse meno rischiosa di quanto non ritengano alcuni giovani fermamente convinti di lottare contro il Male Assoluto e di operare per la salvezza del mondo”.

Ed arriviamo finalmente al nocciolo (atomico?) della questione: il “rischio”. C’è rischio nelle innumerevoli violenze che, dalla Rivoluzione Industriale in poi, l’uomo ha operato contro la Natura? Così risponde il Professore: “Il rischio zero, come ha di recente ribadito Francesco Sala in un limpido libretto che ha scritto contro gli avversari della modificazione genetica, non esiste in alcuna attività umana. Non ha alcun senso chiedere se si è assolutamente sicuri che non esista rischio alcuno in una qualche impresa progettata dall’Uomo. In tutto ciò che l’Uomo pensa o costruisce non ci sono – dopo la cacciata dal Paradiso – sicurezze assolute”.

Capito? E, a parte il fatto che francamente non c’era bisogno del “limpido libretto” di cui sopra per capire che il nocciolo di un reattore rischia di fondersi; a parte il fatto che non capiamo bene cosa c’entri il Paradiso (vuoi vedere che il Prof. Rossi legge De Mattei?!), tuttavia il punto è questo: non ha senso chiedersi se c’è rischio.

E quando il rischio da remota possibilità diventa fatto concreto, che dice il Professore? Cosa pensa delle migliaia di chilometri quadrati contaminati a Chernobyl? E di mezzo Giappone avvelenato, dell’acqua di mare radioattiva che per secoli entrerà nel ciclo alimentare? Delle migliaia di morti per cancro nei decenni a venire? E dell’acceleratore di particelle di Ginevra, che ancora nessuno sa dire veramente se un giorno si trasformerà nella temuta “macchina-di-fine-di-mondo” che molti temono? Boh, chissà: domande ‘primitiviste’. Sta di fatto che, appunto, “non ha alcun senso chiedere se si è assolutamente sicuri che non esiste rischio alcuno” eccetera. L’ha detto anche Margherita Hack, pochi giorni dopo la catastrofe di Fukushima, quando ha dichiarato che per il Progresso bisogna rischiare, e se l’Uomo non avesse mai rischiato “non avrebbe nemmeno imparato ad usare il fuoco, perché col fuoco le foreste potevano incendiarsi, ed ora saremmo ancora all’età della pietra”:

(http://www.ilgiornale.it/fotogallery/margherita_hack_dice_si_nucleare/id=2936-foto=1slideshow=0).

Povera donna, che pena.

Della stessa idea, appunto, è anche il Professore: “Tutto ciò che chiamiamo civiltà e cultura ebbe inizio perché i nostri più lontani progenitori scelsero di non adottare il cosiddetto, oggi di continuo invocato, principio di precauzione. Se lo avessero fatto, oggi saremmo ancora simili alle ‘scimmie’ delle prime inquadrature di 2001 Odissea nello spazio”.

Forse, è vero. Ma probabilmente saremmo più felici, e certo non saremmo governati da Maestri Stregoni come questi.

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Responses

  1. Caro Giuliano, trovo apodittica l’affermazione che “gli Amerindi vissero prosperi e felici per decine di migliaia di anni”. Ho l’impressione che non siano vissuti più felici, o più infelici, di tutti gli altri gruppi umani, vittime ad esempio delle continue guerre tribali – su cui specularono gli Europei – con le connesse crudeltà. La tua visione idilliaca è probabilmente anti-storica al pari di quella rousseauiana. Circa poi le “violenze” dell’uomo sulla natura, direi che quest’ultima non pare da meno: è in ogni caso una bella lotta. Sui rischi infine non saprei che dire: vero è che, a non voler rischiare nulla, la mattina non dovrei uscire di casa (tegola in testa o altro incidente). Il punto è correre rischi ragionevoli. E allora mettere in mezzo il solito rottame di Cernobyl o le obsolete centrali giapponesi collassate col maremoto non è il massimo della corretta metodologia di ragionamento. Fortunato te, comunque, che vivi in quella bella casa collinare.


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