Pubblicato da: giulianolapostata | 30 aprile 2011

Multivisioni – 30 aprile 2011

 Multivisioni

Consigli appassionati su cosa vedere – e non vedere! – in TV

“Il cinema americano ha successo perché loro fanno bene i film. Noi facciamo bene la pizza”

R. Benigni

 “Il cinema italiano è deprimente”

Q. Tarantino

Un qualsiasi stupido film americano contiene sempre un insegnamento, a differenza di un qualsiasi artistico film inglese”

 L. Wittgenstein

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Sabato 30 aprile

Blood diamond (E. Zwick, USA, 2007), 18.35, DT

Forse quello che fa più male di questo ottimo film – potente, semplice e sincero – è lo spot della FAO che viene mandato prima dei titoli di testa. ‘Aiutateci a sconfiggere la fame nel mondo’, dice: ma come è possibile, se la realtà è quella che vediamo? Africa, anni Novanta. La Sierra Leone è devastata dalla guerra civile, che contrappone i sanguinari ribelli del RUF alle forze governative. Solomon è un povero pescatore nero, che vive sulla costa assieme alla sua famiglia, e sogna un avvenire di riscatto sociale per i suoi figli. Quando il suo villaggio viene assalito dai RUF, i suoi scompaiono nel caos, mentre lui viene ridotto in schiavitù e costretto a scavare diamanti per finanziare la guerriglia. Nella miniera Solomon trova uno splendido diamante rosa, e capisce che quello può essere il mezzo per fuggire da quell’inferno, ma mentre lo sta nascondendo il villaggio viene attaccato dai governativi, e lui stesso arrestato. In carcere conosce Danny Archer, bianco, un tempo mercenario ed ora avventuriero in proprio, che scopre casualmente il suo segreto, e decide di rubargli il diamante promettendogli, in cambio, la liberazione della famiglia. Con l’aiuto di Maddy Dowen, reporter americana che cerca di raccontare le sofferenze del continente africano e le complicità del Primo Mondo nel loro sfruttamento, i due si imbarcano in un ‘viaggio allucinante’ che li porterà attraverso i più spaventosi orrori dell’Africa moderna: i soldati-bambini, strappati alle famiglie, drogati, condizionati, fino a trasformarli in bestie feroci senz’anima; la miseria di milioni di persone sulla quale pochi eletti, distanti migliaia di chilometri, lucrano immense ricchezze; il saccheggio da parte dell’Europa e degli USA delle risorse naturali di un intero continente; la disperazione e il caos di intere nazioni in cui il colonialismo non è mai finito, ma ha solo cambiato nome, vesti e metodi. Chi è responsabile di tutto questo? Noi, che compriamo avorio, petrolio e diamanti ottenuti col sangue? Il capitalismo moderno e globale, che gestisce il mondo intero come una riserva di caccia? Gli africani stessi? “Mio nonno mi raccontava delle guerre tra tribù nemiche – racconta Solomon – e questo lo capisco, ma com’è possibile che la mia gente faccia questo a se stessa?”. Eppure, potremmo rispondergli, da qualcuno la sua gente l’avrà pur imparata questa ‘barbara’ cultura della sopraffazione ad ogni costo, del disprezzo assoluto della vita, dell’assenza di ogni valore: questa par essere l’eredità che il colonialismo e la civiltà bianca hanno lasciato agli africani, e c’è da vergognarsi, ad essere bianchi e ‘civili’. ‘Non è possibile far niente’, vien da rispondere a quello spot, ed ogni intervento sarà una goccia nel mare, addirittura un’inutile e grottesca elemosina, se non cambieranno alla radice gli schemi, culture e valori su cui questo mondo si regge. Grazie a film come questo – che tanto ricorda il bel Lord of War di Andrew Niccol (2005) sul commercio internazionale di armi, non a caso sponsorizzato da Amnesty International – che ci aiutano a capirlo. Grazie agli ottimi interpreti: un Leonardo di Caprio irriconoscibile, maturo e reale; una Jennifer Connelly sensibile e misurata (oltre che bellissima); e soprattutto Djimon Hounsou – che già avevamo ammirato nel magico In America (2002) di Jim Sheridan – qui semplicemente strepitoso per l’intensità delle sue capacità interpretative.

The Ring (G. Verbinsky, USA, 2002), 22.50, Sky

Fa veramente orrore. Non nel senso che spaventa a morte: proprio nel senso che fa schifo. L’idea di base sarebbe stata anche buona, ma la tragedia è stata che il regista si è dimenticato di scrivere anche una conclusione logica, per cui, dopo circa due ore di una storia pseudomisteriosa e assurda (ma che c…. c’entrano i cavalli che impazziscono?!) in cui continuate a dirvi: ‘Ah, adesso finalmente vediamo qual è la spiegazione’, lui vi pianta lì in mezzo alla strada con una soluzione semplicemente incomprensibile, al che voi vi alzate, lo mandate affan…. e vi noleggiate Frankenstein. L’ambientazione è alla lunga (cioè dopo un quarto d’ora) francamente comica: ma che disgraziato paese è quello lì? Ma possibile, porca miseria, che piova sempre a dirotto?! E – se foste duri di comprendonio e non vi foste accorti che state vedendo un film dell’orrore – ci pensa la fotografia a farvelo capire: continuamente virata in un verdino-cadavere-marcito-nell’acqua che no, non è un difetto del vostro tv color: è proprio una scelta ‘stilistica’ d’autore. Se trovate il regista, picchiatelo anche per me.

Domenica 1 maggio

10.000 a.C. (R. Emmerich, USA, 2008), 21.25, Italia1

Certo non sarà un Maestro del cinema, Roland Emmerich, uno di quelli i cui film costituiscono esperienze estetiche e culturali che ti segnano l’esistenza. Ma un bravo artigiano questo sì, senza ombra di dubbio, e quando vai a vedere i suoi film puoi star sicuro che a) sono fatti ‘bene’, b) non è mai tutto da buttar via, e qualcosa di buono da conservare c’è sempre (a parte – lo dico subito così mi tolgo il pensiero – quell’incredibile boiata di Indipendence Day, 1996, evidentemente concepito in una notte insonne dopo un’indigestione di rane fritte). Così è stato per Stargate (1994), bel ‘peplum’ fanta-archeologico, per Godzilla (1998), divertente ed ironica rivisitazione del mitico lucertolone giapponese, per Il Patriota (2000), ottimo e documentato film sulla Rivoluzione Americana, e per L’alba del giorno dopo (2004), catastrofica profezia sulle alterazioni climatiche. Qui torna al lavoro con una storia fanta-preistorica, ambientata tra gli Yaghal, cacciatori delle montagne. Quando i mammuth, le loro prede favorite, si fanno sempre più rari, il capotribù decide di oltrepassare quel confine apparentemente invalicabile, e di cercarne la causa. Ma non fa più ritorno. Dopo molti anni sarà D’Leh, suo figlio, divenuto adulto, a ripetere l’impresa, di fronte alla fame sempre maggiore della tribù. Oltre quelle cime scoprirà un mondo inaspettato: sole ardente, deserti, popoli dalla pelle scura, animali ferocissimi e mai visti prima. Scoprirà anche un regno spietato, i cui leggendari fondatori provengono forse da Vega o forse da Atlantide, che sfrutta uomini e mammuth per costruire i suoi edifici sacri, immense piramidi di pietra e metallo. Spinto da un’ampia gamma di sentimenti, D’Leh riuscirà a riscattare la propria dignità e la libertà degli schiavi, e a tornare sulle sue montagne ricco di esperienza e di sapere. Dicevamo dunque. A) Ben fatto, non c’è che dire, e solo la bellezza della tigre dai denti a sciabola o dei magnifici mammuth vale la visione. La storia è semplice ed elementare, come un romanzo di Salgari o di H. Rider Haggard ma ben raccontata, con personaggi ‘potenti’ ed essenziali. Affascinanti e magiche le locations (Nuova Zelanda, Sud Africa, Namibia). B) Non è tutto da buttar via. Né da un punto di vista antropologico-culturale – le figure degli sciamani, la scoperta dell’agricoltura – né da quello dei ‘messaggi’: l’amore per il proprio popolo, la solidarietà tra ‘diversi’, la dignità di ogni essere umano. Aggiungeteci la solita grande abilità di Emmerich nelle scene d’azione ed avrete due ore di buon divertimento. Non è Ermanno Olmi, dite? Lo so anch’io, ma tra questo e Vacanze al mare – diciamo la verità – comunque non c’è gara.

Rollerball (J. McTiernan, USA, 2001), 15.50, Raisat

Per la serie “il remake che non si doveva mai fare”, un film balordo, insulso ed inutilmente fracassone. Perché un attore intelligente e sensibile come Jean Reno si sia fatto coinvolgere in questa boiata, bisogna chiederlo a lui. Recuperate invece, appena potete, l’originale di N. Jewison, del 1975, con James Caan: un capolavoro.

Philadelphia (J. Demme, USA, 1993), 11.30, DT

Un giovane e brillante avvocato di Philadelphia viene improvvisamente licenziato in base a generiche motivazioni di inefficienza. In realtà, lo studio ha saputo che non solo è gay, ma anche sieropositivo, e vuole liberarsene come se fosse un appestato. Lui cerca giustizia, ed affida la sua causa ad un abile avvocato, che però è omofobo. Raro passaggio in tv di questo bellissimo e coraggioso esempio di cinema civile, questa volta indirizzato a combattere i pregiudizi mentali, culturali e sociali che tuttora moltissimi ancora nutrono contro i malati di AIDS. Pregevolissima l’interpretazione di un giovane Tom Hanks. Da vedere.

Lunedì 2 maggio

The Peacemaker (M. Leder, USA, 1997), 21.10, Rete4

Per vendicare il suo popolo martoriato, un guerrigliero bosniaco ruba una testata nucleare per farla esplodere a New York, nel cuore dell’Impero. Bello, avvincente e, soprattutto, terribilmente verosimile, da far venire i brividi. George Clooney, recitasse anche la parte di Frankenstein, non si schioda dal petto il cartello con su scritto ‘Che strafigo che sono’. Comunque vale la visione.

M il mostro di Dusseldorf (F. Lang, Germania, 1931), 13.55, DT

Uno sconosciuto maniaco terrorizza la città, violentando ed assassinando bambine. Per acciuffarlo, la polizia scatena una caccia all’uomo che disturba gli affari della malavita, la quale decide di catturarlo e di processarlo essa stessa. Molto più di un thrilling ante litteram, soprattutto un’indagine sugli abissi del cuore umano, e sulla pulsione del Male. Semplicemente stupendo Peter Lorre nella parte dell’assassino (Murder, in tedesco). Prodigiosa la fotografia (la tromba delle scale deserta, quando la madre chiama la figlia; la palla che rotola via eccetera) di un genio del cinema espressionista. Assolutissimamente imperdibile.

Alice in Wonderland (T. Burton, USA, 2010), 14.30, Sky

Ahi-ahi-ahi: e due …Nel 2008 Burton ci aveva lasciato con Sweeney Todd, la storia vera del barbiere londinese che nell’Ottocento uccideva e trasformava le sue vittime in pasticci di carne a prezzi popolari. Fu quello un eccezionale esercizio di stile, una grande dimostrazione di mestiere, ma anche un film sostanzialmente vuoto, che non scendeva di un pollice sotto l’elegantissima superficie. Perdonabile tuttavia: e, appunto, per la solita, grande abilità dimostrata e perché – si pensò – anche gli artisti come lui hanno bisogno di un po’ di relax. Lo si aspettava alla prova successiva, quella Alice di cui si favoleggiava da tempo. Quale soggetto migliore per un visionario dark come Burton, dissero moltissimi suoi fans? È vero, dissero subito molti altri, ma stiamoci attenti, perché proprio per questo il Nostro corre uno dei rischi peggiori: quello di fare un film ‘alla Burton’, senza riuscire nemmeno questa volta a raggiungere le radici della sua ispirazione. Stiamo a vedere. Ora abbiamo visto, e avevano ragione loro. Dopo Mars Attacks (1996) e Il pianeta delle scimmie (2001), questo è certamente non tanto il film più brutto di Burton, quanto il più inutile. Acuto è il rimpianto del cartoon disneyano del 1951, col quale questo film è strettamente imparentato, non solo per il soggetto, quanto – ed è questo il punto – per la produzione. Paradossalmente però, il passaggio dal cartoon al film non solo non ha giovato, ma è stato disastroso. Colpa anche dei sessant’anni trascorsi. Nonostante tutta la pruderie degli anni Cinquanta, tuttavia allora il politically correct era ancora un concetto abbastanza sconosciuto. Ne risultò così un cartoon acidino e cattivello, allusivo, inquietante anzichenò, che non a caso non è mai stato ai vertici delle preferenze dei bambini per quel che riguarda la produzione disneyana classica. Ma, appunto, il tempo è passato, Disney è diventata una major, muove somme favolose, e non può permettersi errori. Il risultato è dunque, questa volta, un film che più piccoloborghese non si può: politically very correct, pudico, beneducato. Un film che non contiene una sola scintilla di originalità e di provocazione, e che si adagia in un perbenismo familiare della domenica desolante. Un film in cui i ‘cattivi’ vengono liquidati in fretta, per evitare che qualcuno in sala si faccia domande (e c’è più trasgressione in un capello del Principe Azzurro di Shrek che in tutto il Fante della Regina Rossa) e i buoni sono loffi e noiosi. Un film in cui, tra l’altro, Burton è completamente assente: sparita la cattiveria irriverente di Beetlejuice (1988), spariti gli incubi dark e sanguinosi di Sleepy Hollow (1999), spariti i sogni e gli strazianti ricordi di Big Fish (2003). Rimane una storia banale, nello svolgimento e nella conclusione. ‘Istruita’ dalla sua permanenza in Wonderland, Alice diventa un mercante in Cina. Fantastico! Tutto ‘sto casino per trafficare in oppio e schiavi?! Sarebbe questa la lezione ‘libertaria’ del personaggio?! Aridatece il cartoon, per favore … Ad affossare definitivamente la storia contribuiscono massicciamente i trucchi. Come ha scritto il critico di Liberazione – mi inchino a tanto sarcastico genio – il Cappellaio Matto sembra la caricatura del Mago G di Galbusera. E, aggiungo io, Anne Hataway, nella parte della Regina Bianca, pare la caricatura di Cicciolina, con l’aggravante di essere evidentemente in preda ad una grave crisi confusionale. Sarà stata una scelta registica o si era fatta un cannone prima di andare sul set? Non lo sapremo mai. Quel che sappiamo è che questo è un film fallito, che ci siamo annoiati a morte, che abbiamo buttato via i soldi, e che Burton è (era?) un altra cosa.

Martedì 3 maggio

Il braccio violento della legge n. 1 (W. Friedkin, USA, 1971), 21.10, DT

“Popeye” Doyle è un poliziotto di New York dai metodi troppo sbrigativi, che, nonostante la scarsa simpatia dei suoi superiori, riesce a sventare un ingente traffico di droga. Brutale, violento e tesissimo, è uno splendido film d’azione con uno splendido G. Hackman. Niente male nemmeno il primo sequel di J. Frankenheimer, del ’75.

Il braccio violento della legge n. 2 (J. Frankenheimer, USA, 1975), 23.05, DT

Eccola qui la seconda puntata delle avventure di ‘Popeye’ Doyle, da New York a Marsiglia, secondo me buona come la prima, se non meglio. Del resto, in questo genere Frankenheimer è un Maestro.

Bambole russe (C. Klapisch, Francia, 2005), 21.00, DT

Nel 2002, Klapisch firmava il bel L’appartamento spagnolo, vite intrecciate di un gruppo di universitari europei di varie nazionalità che s’incrociano per un anno in un appartamento di Barcellona, commedia tenera ed intelligente sull’incontro di personalità e sensibilità, ma soprattutto di culture. Bambole russe ne costituisce il sequel, forse non all’altezza del primo – perché un po’ dispersivo e a volte un po’ superficiale – ma che di quello conserva comunque la leggerezza, l’affettuosa attenzione ai sentimenti, la delicatezza nel raccontare la vita. Il protagonista è ancora Xavier, trentenne, che ha finalmente realizzato il suo sogno di divenire scrittore. La strada però è ancora lunga e difficile, e Xavier si è adattato a percorrerne i livelli più bassi: fa il ghoshtwriter, e peggio ancora l’autore di sceneggiature per orribili soap televisive. Intanto, oltre alla sua vera natura di artista, e nell’attesa di capire cosa farà da grande, cerca anche di trovare il grande amore della sua vita. Lasciato dalla sua ex – Audrey Tautou, deliziosa come sempre – che tuttavia non si decide mai a lasciarlo in pace, Xavier passa da un amore all’altro, da una donna all’altra, non però come un volgare e cinico sciupafemmine, ma nella convinzione che prima o poi troverà quella giusta. Le donne che incontra, dice, sono come le matrioske russe: dentro ad ognuna ce n’è un’altra, e poi un’altra, e poi un’altra ancora. Alla fine dovrà ben saltar fuori quella giusta per lui. Klapisch segue con affettuosa partecipazione la vita un po’ convulsa sua e dei suoi amici, anch’essi tutti in cerca di un ubi consistam che dia finalmente senso alla loro esistenza, attraverso l’Europa e attraverso vicende e famiglie strampalate ma stranamente ‘normali’. In attesa del terzo sequel – che pare proprio si stia per fare – Klapisch ci ha di recente regalato il suo capolavoro, quel commovente e delicatissimo Paris, attualmente disponibile in DVD, in cui Romain Duris, il suo attore-icona, protagonista anche di queste Bambole russe, ha certamente dato il meglio di sé. Un regista ed un team di attori, da seguire certamente, in un cinema che può presentare alti e bassi, ma che comunque si tiene rigorosamente lontano dalla volgarità e dall’eccesso che troppo spesso, nel cinema odierno, vengono scambiati per arte.

Mercoledì 4 maggio

Specie mortale (R. Donaldson, USA, 1995), 23.10, Rete4

Un’accidentale mescolanza di DNA umano ed alieno dà vita ad un essere mostruoso che, sotto mentite (ma femminili, e molto appetitose) spoglie, cerca un umano per accoppiarsi e così perpetuare la specie. Banale e tutto sommato noioso. Totalmente improbabile Ben Kingsley nella parte dello scienziato. Lasciate perdere.

Un mercoledì da leoni (J. Milius, USA, 1978), 21.05, DT

California, Anni Sessanta. Tre amici spendono tutte le loro giornate sulle tavole da surf, che non è solo sport, ma rito virile, ricerca mistica dell’assoluto, ‘prova di sangue’ che li lega indissolubilmente l’uno all’altro. La vita, il tempo, e soprattutto il Viet-Nam, li dividono e li disperdono, ma verrà il giorno in cui si ritroveranno ancora sulla spiaggia, ad aspettare la mareggiata, e l’onda più grande di tutte, che li porti ancora una volta e per sempre verso l’azzurro. Poetico, profondamente malinconico ed intenso poema su una generazione spezzata dalla guerra – l’ennesimo, ma uno dei più belli che il cinema americano ci abbia dato, assieme al Cacciatore di Cimino, dello stesso anno – UMDL è anche un lirico racconto di amicizia virile. Uno dei tanti capolavori del grande Milius. Assolutissimamente imperdibile.

Indian, la grande sfida (R. Donaldson, Nuova Zelanda/USA, 2005), 21.00, DT

La storia vera del neozelandese Burt Munro che nel 1967, con pochi soldi in tasca ma un insopprimibile entusiasmo, partì con la sua vecchia moto Indian per lo Utah, dove riuscì a stabilire dei record tutt’ora imbattuti. Il tutto cucinato sotto forma di una favoletta dolciastra dal buonismo insopportabile. Anthony Hopkins gigioneggia atrocemente: quasi quasi sono meglio i numerosi comprimari, davvero bravi.

Giovedì 5 maggio

Highwaymen (R. Harmon, USA, 2003), 00.35, DT

Dello stesso regista del bellissimo The Hitcher (1986) è la storia di un uomo alla ricerca di un serial killer psicopatico su ruote, che gli ha ucciso la moglie. Anche qui, buone atmosfere e belle scene ‘di strada’, ma la costruzione dei personaggi è troppo schematica e stereotipa. Comunque un film interessante, da vedere.

Sherlock Holmes – Soluzione sette per cento (H. Ross, USA, 1976), 21.00, DT

Ormai pesantemente dipendente dalla cocaina (che assume in una soluzione al 7%), Holmes si fa convincere da Watson ad andare in cura presso un giovane ma già celebre medico viennese, tal Sigmund Freud (che qualche rapporto con la cocaina ce l’ha anche lui …). Qui si troverà a dover risolvere il mistero dell’assassinio di una tossicodipendente, e nell’indagine metodo deduttivo ed analisi freudiana si mescoleranno genialmente. Bellissimo pastiche sul celeberrimo investigatore inglese, che Nicholas Meyer ha tratto dal suo libro omonimo, uscito nel 1973 (da leggere), è anche un film intelligente e convulso, raffinato ed elegante, con un bellissimo inseguimento in treno ed un cast di alta qualità: Robert Duvall, Vanessa Redgrave e Laurence Olivier. Imperdibile.

Agora (A. Amenàbar, Spagna/USA, 2009), 21.10, Sky

Morta nell’anno 415 dell’Era Cristiana – ma molto probabilmente lei avrebbe preferito che quell’anno venisse denominato come il 1168esimo dalla fondazione di Roma – Ipazia visse ad Alessandria d’Egitto. Era figlia di Teone, filosofo, matematico e custode del Serapeo, il tempio dedicato a Giove Serapide che era anche sede della famosa e preziosissima biblioteca, che custodiva i tesori del sapere greco. Allevata dal padre negli studi filosofici e matematici, divenne una delle persone più colte del suo tempo, ed uno dei filosofi più prestigiosi, tanto da essere chiamata a dirigere la Scuola Filosofica fondata da Plotino, nella quale teneva regolarmente lezione. Fu anche matematica ed astronoma di immenso valore, prodigiosamente in anticipo sui tempi. Nonostante, come vedremo, delle sue opere nulla sia rimasto, sembra estremamente probabile che essa fosse giunta ad intuire l’esistenza di quello che oggi chiamiamo Sistema Copernicano, e dell’ellitticità delle orbite celesti. Ciò nonostante – anzi, proprio per questo – Ipazia entrò presto in contrasto col clero cristiano, che, dopo le persecuzioni dei primi secoli, con Costantino prima e soprattutto con Teodosio poi (Editto di Tessalonica, 380 d.C.) aveva rialzato la testa, divenendo potentissima gerarchia e sistema di potere. A Tessalonica esso era rappresentato da Cirillo (oggi Santo e Dottore della Chiesa), un fanatico sanguinario che prima perseguitò ferocemente i pagani, poi rivolse il proprio odio contro gli Ebrei: a lui si deve l’invenzione del termine e del concetto di ‘Deicidio’, che tanta ‘fortuna’ conoscerà nei secoli avvenire in ambito cristiano. Quelli che – nei primi pogrom della Storia: Cirillo fu un precursore – non vennero cacciati dalla città, vennero massacrati a migliaia, e i loro cadaveri bruciati in pubblici roghi; anche qui, Cirillo fu fiero antesignano dei futuri orrori che avrebbero segnato i rapporti col mondo ebraico. Ipazia non poteva certo sottrarsi a quella furia. Malvista perché pagana e ‘politeista’, nemica perché assertrice del diritto di pensare liberamente – di contro ad una Chiesa che esigeva la sottomissione cieca ed ottusa alle Scritture (“Inginocchiati!” impone il Vescovo Sinesio al Prefetto Imperiale; ed era vissuto anche prima, nel II° secolo, l’apologeta Tertulliano, cui viene attribuita l’affermazione: “Credo quia absurdum”, ‘Credo in quanto è assurdo’) – odiata perché donna che pretendeva di agire liberamente in una società che, da semplicemente maschile, il Cristianesimo stava trasformando in ferocemente misogina, anch’essa soccombette alla barbarie montante. Rimasta sola dopo l’assassinio di Teone, tradita dai vecchi allievi, tutti ben presto riparatisi sotto l’ala protettrice della nuova Chiesa, alla fine venne arrestata dai Parabolani, una Militia Christi composta di fanatici ignoranti, veri e propri sicari agli ordini di Cirillo. Venne lapidata, le vennero cavati gli occhi mentre ancora respirava, poi venne squartata. Le sue opere vennero bandite e bruciate e di esse oggi, come abbiamo detto, non rimane nemmeno un rigo. Successivamente, la Chiesa operò nei suoi confronti anche una vera e propria damnatio memoriae, se è vero che, prima del film di Amenabàr e di alcune opere a stampa uscite di recente, rarissimamente la storiografia e forse mai la letteratura si erano occupati di lei. Agora – l’Agora delle città greche, lo spazio nel cuore della città ove filosofi e cittadini si recavano liberamente a filosofare – le rende finalmente onore, strappandola dalle nebbie dell’indistinto e narrando pubblicamente il suo genio, la sua storia e la sua tragedia. Non è stato facilissimo nemmeno questa volta, squarciare il velo del silenzio, tant’è vero che, uscito due anni fa in Spagna con grandissimo successo, il film ha incontrato forti quanto misteriose e vaghe resistenze per essere distribuito in Italia. Niente di nuovo, comunque. Perfino i fumettoni di Dan Brown hanno conosciuto la persecuzione e l’ostilità delle gerarchie cattoliche: figuriamoci se non sarebbe accaduto lo stesso per questo film, che non di fantastiche sciocchezze narra, ma di quel fanatismo ed intolleranza che sono stati la cifra della storia del Cristianesimo, e le cui manifestazioni sono ben vive ancor oggi. Eppure sbaglierebbe – ed Amenabàr l’ha pubblicamente ed esplicitamente affermato – chi volesse vedere in Agora un pamphlet anticristiano. Certo: la ‘fondazione del Mito’ cristiano avvenne nel sangue, e se mai è accaduto che il Cristianesimo sia stata una religione d’amore e di pace, certo non lo fu in quei secoli, quando i detentori del potere erano degli assassini seriali impegnati solo a difendere se stessi, mentre le gerarchie ecclesiastiche non avevano altra funzione che di fornir loro il supporto ideologico adatto. Sarebbe tuttavia bastato solo che al film fosse stata allegata una ‘appendice’, che si fosse andati avanti non di molto, di soli due secoli: e si sarebbe arrivati al 642 d.C., Anno 20esimo dall’Egira, quando un altro fanatico, il Califfo Omar, in nome di un’altra fede, l’Islam, bruciò nuovamente la Biblioteca di Alessandria. Si dice che la sua motivazione sia stata che “o in quei libri ci sono cose già presenti nel Corano, o ci sono cose che del Corano non fanno parte: se sono presenti nel Corano sono inutili, se non sono presenti allora sono dannose e vanno distrutte”: se anche fosse leggendaria, come pare, è tuttavia perfettamente verosimile, e illuminante. La questione, infatti, non sta nel cercare di stabilire se esista un cristianesimo ‘buono’ ed uno ‘cattivo’ (falso problema che Amenabar smonta subito mostrando la sostanziale identità tra la posizione di Cirillo e quella di Sinesio) – come per esempio si sta cercando di fare da anni col ‘mito’ del Cristianesimo Postconciliare – né se esista parimenti un Islam ‘estremista’ ed uno ‘moderato’. Il problema è semplicemente e radicalmente un altro, e si chiama religione rivelata. Qualsiasi Rivelazione – giudaica, cristiana, islamica – contiene di per sé l’idea di Verità assoluta, non discutibile perché derivante direttamente da Dio. Il ‘fedele’ (muslim: ‘devoto a Dio, fedele a Dio’) di ognuna di queste Rivelazioni ha, non il diritto, ma il dovere di combattere chiunque la pensi diversamente, che in quanto tale è negatore della Verità, cioè negatore di Dio, naturalmente l’unico. Il ‘Male Assoluto’ è dunque il concetto stesso di Rivelazione. Certo, Ipazia è stata una martire del Paganesimo – e per questo la onoriamo, e libiamo ai suoi Mani – ma prima di tutto è stata una martire del monoteismo e della folle arroganza delle religioni rivelate. E sbaglierebbe anche chi volesse farne una specie di martire laica del Libero Pensiero, una specie di Santa illuminista. Non è il Libero Pensiero, quello che Ipazia rivendica, ma semplicemente la libertà di pensiero, la libertà di poter scegliere la visione del mondo preferita e di praticarla liberamente, senza scomuniche, senza persecuzioni e naturalmente senza chiese. Finché il Dio sarà sopra di noi, invece che dentro di noi, ciò non avverrà mai. Amenabàr racconta questa ‘storia’ con esemplare limpidezza. Tanto la ricostruzione storica è precisa e puntuale – persino il cielo notturno osservato da Ipazia è quello del tempo – quanto la narrazione è sobria e rigorosa, senza nessuna concessione a facili emotività, e l’ovvio romanzare delle vicende, che sempre si accompagna al film ed al romanzo storico, qui viene usato non per caricare ad effetto bensì per alleggerire certe situazioni, che troppo irrazionale orrore avrebbero suscitato nel pubblico se mostrate nella loro verità: per esempio, appunto, la morte della filosofa. Un film, come ho scritto non molte altre volte, ‘da mostrare a scuola’, come lezione sulla libertà e sulla tolleranza, ricordando sempre, come bene ha scritto Ferdinando Menconi su “Il Ribelle” n. 19/2010 (www.ilribelle.com), che “la tolleranza può anche essere una potente arma data in mano a chi tollerante non è, e che essa non può essere applicata agli intolleranti”.

Venerdì 6 maggio

Non ti muovere (di e con S. Castellitto, Italia/Spagna/GB, 2004), 23.50, Canale5

E’ difficile non avercela su col cinema italiano vedendo ‘cose’ come questa, che non è un film, ma una soap melensa ed insopportabile, esagerata e retorica, in cui un medico, meditando al capezzale della figlia, in coma per un incidente di moto, rievoca la propria passione per una barbona sottoproletaria. Un perfetto ‘prodotto’ popolare, infarcito di musica pop ruffiana e tonitruante. Castellitto (che gli Dei gli perdonino il suo Maigret in tv) è una delle sciagure del cinema italiano, e Penelope Cruz è una sciagura del cinema in assoluto.

Apocalypto (M. Gibson, USA, 2006), 21.10, Sky

Non vi sono spiegazioni per l’attacco ‘terroristico’ scatenatosi contro questo film di Gibson, accusato di avere un tale contenuto di violenza esplicita e di ferocia da rischiare di turbare le menti, giovani e meno giovani, che vi dovessero assistere. Sgombriamo il campo, intanto, da questa sciocchezza. Apocalypto è meno violento e meno feroce di uno qualunque dei tanti horror in circolazione. Qualcuno ha visto The Hostel?! “Ma mi faccia il piacere”, direbbe Totò. Sta di fatto, comunque, che una congiura contro Gibson sembra proprio esistere. E’ cominciata con The Passion (2004), uno dei film, secondo me, più intensamente religiosi degli ultimi anni, accusato di antisemitismo e di tutte le nefandezze annesse e connesse possibili. Poi il buon Gibson ci ha messo del suo, quando, fermato alla guida della sua macchina ubriaco come una scimmia, si è messo ad insultare i poliziotti con insulti razzisti e, pare, effettivamente anche antisemiti (dato e non concesso che avesse una sia pur vaga idea di quello che stava dicendo in quel momento). Poi arriva Apocalypto, e salta fuori che, oltre a quanto detto sopra, la scena in cui il prigioniero fugge attraversando una distesa di cadaveri è ‘antisemita’ perché ricorda le distese di cadaveri di ebrei nei lager … Scemenze che si commentano da sole. Detto ciò, c’è da chiedersi: perché tanto rumore? Perché tanto rumore ‘per nulla’? Eppure sarebbe stato così semplice: bastava poco. Bastava dire che Apocalypto è un film noioso, nonostante l’espediente della caccia all’uomo che, unico, tiene in piedi la storia, e trattiene gli spettatori sulla sedia: ‘Visto che abbiamo pagato il biglietto, vediamo almeno come va a finire’. Che è ingenuo e stereotipo: i cattivi sono, appunto, ‘brutti e cattivi’; i buoni sono belli, buoni e amanti della famiglia. Che è di modesta fattura, e che, con buona pace delle esotiche locations, pare girato in uno studio in mezzo alle piante di plastica. Che è strapieno di errori storici. Cito dall’articolo di Cinzia Dal Maso sulla Repubblica del 5 gennaio 2007: “Nel film si vedono arrivare le navi spagnole con la croce e si intuisce che sono i buoni giunti per spazzar via l’impero del male. E’ un errore storico gravissimo. La civiltà maya classica crollò tra l’VIII e il IX secolo d.C., mentre gli Spagnoli arrivarono sei secoli dopo”. E ancora dallo stesso articolo: “Per rendere più veritiera l’ambientazione storica, Gibson fa parlare gli attori in lingua maya yucateca, ma, commettendo un errore, usa la lingua moderna. Sarebbe come se, in un film su Platone o Aristotele, li facessimo parlare in greco moderno”. Eccetera. Insomma: bastava dire: è un brutto film, punto e basta. E magari far notare qualche ‘infiltrazione’ cristiano-integralista abbastanza ridicola, se non fastidiosa. Per esempio, quegli spagnoli ieratici che arrivano con la croce in mano, in nome della quale commetteranno, sia pure sei secoli dopo, il più grande genocidio della storia. Oppure che, in un film che parla di ‘primitivi’ seminudi, strapieno di stupri e di violenze di ogni genere, Gibson, con prodigiosa abilità, riesce a non farci intravedere nemmeno l’ombra di una tetta … Bastava dire così, e sarebbe stato più che sufficiente per demolire un film del genere. Ma così no, così si ottiene il rischio di fartelo diventare perfino simpatico, il povero Gibson,e di trasformarlo da ‘colpevole’ (ma di che? Di aver fatto un brutto film? Sarebbe lunga, allora, la lista …) in vittima. E io, chissà perché, sono sempre stato dalla parte delle vittime preconcette … Se fossi stato in lui, quasi quasi avrei chiesto i danni per la proibizione ai minori di quattordici anni …

(Data del sabato; giorni in grassetto; titoli sottolineati)

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