Pubblicato da: giulianolapostata | 25 aprile 2011

“Il Codice Da Vinci”, D. Brown, Mondadori, 2003

La pubblicazione, nel 2003, del romanzo di Dan Brown, che così immenso successo ha avuto, ma soprattutto l’uscita del film che da esso è stato tratto, hanno scatenato nella Chiesa reazioni d’una violenza inaudita, che definire isteriche è poco, ai limiti del vilipendio e dell’aggressione. Scomuniche, integralismi, inviti al boicottaggio, invocati autodafè: la Santa Inquisizione è tornata trionfalmente in campo, con tutto il suo armamentario di intolleranza e di furore ideologico. Vediamo qualche piccolo esempio di questa nuova crociata. Sulla Repubblica del 7 maggio 2006, il cardinale di Curia Francis Arinze scrive: “Esistono mezzi legali per ottenere che alcuni rispettino i diritti di altri”. Naturalmente non lo sfiora neppure lontanamente l’idea che tra gli “alcuni” che amerebbero veder rispettati i propri diritti ci sono anche coloro che hanno letto il libro e vorrebbero vedere il film: quisquilie, per una Chiesa che ha minacciato di tortura  Galileo Galilei, e che appena nel 1781 ha acceso l’ultimo rogo sotto una ‘strega’. Continua il cardinale: “La figura di Cristo non può essere usata liberamente: quelli che bestemmiano Cristo approfittano della buona disposizione dei cristiani”. Sulla stessa linea Monsignor Javier Echevarria, prelato dell’Opus Dei, che sul Corriere del 12 maggio 2006 dichiara: “Dicano quello che vogliono dell’Opera, ma non bestemmino la fede” (le sottolineature sono mie). Ma le avevamo già sentite, parole come queste: pochi mesi prima, quando quattro vignette su Maometto – stupide, certo, ma non per questo blasfeme – avevano indotto alcuni fanatici ad aizzarne altri per le strade, fomentando sangue e distruzione. Del resto, altrimenti non può pensare chi ritiene di essere il detentore assoluto ed infallibile di una verità ‘rivelata’, al quale perciò ogni studio o variazione sulla propria fede appare non come un semplice fenomeno di indagine intellettuale, ma come un atto sacrilego. Illuminanti, poi, riguardo alla ‘competenza’ e all’approfondimento con cui le alte sfere ecclesiastiche si sono accostate al Codice, sono le parole di altri due prelati, sempre sulla Repubblica del 7 maggio 2006. Monsignor Angelo Amato, “teologo di fiducia del Papa”, accusa il libro di “offese, calunnie, errori e falsi”. Poco più avanti, il cardinale Luigi Poggi, Archivista e Bibliotecario di Santa Romana Chiesa (le maiuscole non sono mie) afferma: “Chiunque conosca le cose, sa che ciò che viene raccontato nel Codice non è vero. Anzi, mi meraviglio che abbia avuto tanta fortuna”. Ma quando il giornalista gli chiede se lui il libro l’ha letto, questi, con esemplare arroganza risponde: “Assolutamente no: a più di ottant’anni non intendo perdere il mio tempo”. La stessa risposta dà Monsignor Echevarria a Vittorio Messori, quando questi gli dice: “Naturalmente il libro Lei lo conosce bene”. “Niente affatto – risponde il prelato – l’ho solo sfogliato: non ho tempo da perdere con romanzetti per sprovveduti”. Un atteggiamento che non abbisognerebbe di commenti, se non per dire che, nonostante i molti ‘perdoni’ chiesti da Woytila, l’umiltà è ancora una virtù molto poco praticata, in Vaticano. Del resto, quale sia il concetto di ‘verità’ ancora corrente nella Chiesa, il cardinale Poggi lo illustra poco più avanti, quando, al giornalista che gli chiede come lui si spieghi il successo travolgente del libro, risponde: “Se ci sono lettori cattolici che di fronte a tali invenzioni mettono in dubbio la storia reale (la sottolineatura è ancora mia) del Cristianesimo, significa che sono deboli nella loro fede”. Come si vede, siamo ancora al “Credo quia absurdum” di Tertulliano, al rifiuto di qualsiasi ipotizzabile riflessione individuale sulla mitologia cristiana: la Controriforma è viva e lotta contro di noi. Ineffabile è poi l’atteggiamento del cardinal Poggi nei confronti della Storia (anche qui la maiuscola è mia), quando, concludendo l’intervista, afferma perentoriamente: “Nei primi secoli ci sono state molte interpretazioni: Ario, per esempio, sosteneva che Cristo non era Dio. Ma poi il Concilio di Nicea ha preso posizione in via definitiva. Bisogna stare attenti a questi tentativi di presentare nuove versioni: se si comincia a toccare la figura di Gesù, tutto traballa, anche la Resurrezione”. Alcune considerazioni. Primo. Che per sostenere le proprie idee ci si appelli ancora ad una riunione tenuta milleseicentoottantun anni fa da una banda di fanatici complici di quel serial killer che fu l’Imperatore Costantino, è per lo meno bizzarro: ma in un “paese libero” (come dicono nei film americani) ognuno è padrone di fondare le proprie opinioni dove meglio ritiene. Secondo. Anche al cardinal Poggi non passa nemmeno per l’anticamera del cervello che al mondo ci sia qualcuno per cui il Concilio di Nicea è solo una pagina di Storia, e che conseguentemente desidera – ‘mi consenta’ – ragionare con la propria testa. Terzo. Non per essere ‘volgare’, ma non vorrei che, più che i dogmi, ciò che il cardinale temerebbe di veder traballare – se davvero si diffondesse un’interpretazione alternativa della mitologia cristiana – sia l’immensa macchina di potere che la Chiesa cattolica è divenuta nei secoli. Beh, lo si può anche capire: la prospettiva di perdere il posto è sempre spiacevole. 

O sono le accuse all’Opus Dei, ad aver toccato un nervo segreto ma evidentemente ipersensibile della Chiesa? L’Opus Dei, la ricchissima e influentissima organizzazione cattolica il cui fondatore, Josemarìa Escrivà de Balaguer, morto nel 1975, è stato dichiarato santo da Giovanni Paolo II, con sorprendente fretta, nel 2002? Ma ci sono i tribunali, per questo, e se davvero le menzogne e l’insulto fossero stati così gravi, perché la Chiesa non ha messo in campo le sue legioni di legali? Anche il giornalista chiede al cardinal Poggi se “la gerarchia ecclesiastica si farà carico di un’azione legale”, ma questi ‘prudentemente’ gli risponde: “Devono essere i cattolici a mobilitarsi: è bene che la Chiesa in quanto tale non intervenga”. Perché “è bene”, cardinale? Ci piacerebbe tanto saperlo. Qualcosa da nascondere? Forse nel libro c’è davvero qualcosa su cui è meglio non attirare troppo l’attenzione della gente e dei media? Per esempio la fonte dei 47 milioni di dollari che, come conferma Echevarria nello stesso articolo, è costata la sede di New York dell’Opus? O dei 250 che costerà il nuovo Policlinico in costruzione a Roma? “Centinaia di milioni di dollari che non vengono dall’Opera – che è solo a servizio della formazione spirituale – ma della generosità degli 85 mila tra uomini e donne che ne fanno parte”, precisa il monsignore. Come al solito: tutto ad majorem gloriam Dei.

Oppure le interpretazioni storiche e teologiche che il Codice propone della mitologia cattolica non sono poi così strampalate come si vuol insinuare? E’ curioso come, in tutti gli articoli e le dichiarazioni che abbiamo avuto modo di consultare fino ad oggi, non una parola venga detta contro il celebre saggio di M. Baigent, R. Leigh e H. Lincoln “Il Santo Graal”, Mondadori Editore, al quale, per sua stessa ammissione, Dan Brown si è ispirato (‘troppo’ ispirato, addirittura, secondo gli autori, i quali l’hanno citato per plagio: processo poi conclusosi con l’assoluzione di Brown), un libro che di tutto può essere accusato meno che di superficialità ed approssimazione, e che se ha un difetto è quello di essere spesso ‘noioso’, data la mole di dati sotto la quale seppellisce il lettore, il quale magari si aspettava di leggere una storiaccia alla Kolosimo su Gesù e i dischi volanti, e invece si trova alle prese con una ponderosissima indagine storica. Come mai questo silenzio? Anche qui, forse è più ‘prudente’ evitare che le indagini e le ricerche continuino e si approfondiscano? Come che sia, l’attacco si è concentrato tutto sul libro di Brown, sul quale – l’abbiamo già accennato – si è aperto un fuoco spietato, anche da parte di insospettabili. Delude profondamente, per esempio, che un uomo di ampia cultura come Monsignor Giovanni Ravasi si sia unito al coro dei crociati scrivendo, sul Domenicale del Sole 24 Ore, il 23 aprile 2006, che si tratta di “scempiaggini storiografiche che non meritano nessuna seria considerazione”. Certo: il Codice è solo un thrilling, di buona ma non eccelsa costruzione, di semplice e non certo raffinata scrittura, e chi volesse prenderlo per un saggio di antropologia religiosa farebbe come chi leggesse il Viaggio al centro della terra prendendolo per un trattato di mineralogia. Tuttavia, anche se questa non è certo la sede per un dibattito di antropologia religiosa, quanto poco sia vera l’affermazione di Mons. Ravasi è evidente a chiunque questi studi abbia praticato almeno un poco, leggendo, tra gli altri, lo stupendo saggio di Franz Baumer La Grande Madre: scenari da un mondo mitico (ECIG Edizioni, 1995), gli studi di Erich Neumann, di Marija Gimbutas, di Riane Eisler: o la sterminata letteratura sul Graal di cui è qui impossibile dare nemmeno un cenno (e speriamo che per Mons. Ravasi non siano “scempiaggini” anche James Frazer o Jessie L. Weston). Lo ripeto: lungi da me l’idea – che sarebbe assurda, anche solo a fronte dei pochi nomi citati – di trasformare un semplice thrilling in un nuovo saggio rivelatore sul Graal e sulla Dea. Tuttavia, di fronte a questa crociata dell’intolleranza, mi è corso il dovere di alcune semplici ed obiettive puntualizzazioni: per amore di verità, ed anche perché, davvero, l’odore di Index Librorum Prohibitorum sta cominciando a diventare decisamente troppo forte e, come ha scritto Heinrich Heine, “chi brucia i libri, presto o tardi arriverà a bruciare esseri umani” (se già non l’ha fatto, come la Chiesa Cattolica). Una cinica conclusione. Nei giorni successivi alle dichiarazioni succitate, sull’Avvenire Angelo Amato, segretario della Congregazione per la Dottrina della Fede, ha guidato la crociata per il boicottaggio: la maggioranza dei lettori ha concordato con lui (rilanciando: ‘perché non boicottiamo tutti i prodotti Sony?!’ Chissà perché mi vengono in mente i talebani, che impiccavano i televisori ai pali della luce …), qualcuno ha dissentito debolmente. Ron Howard, il regista, si è incazzato, e sulla Repubblica del 12 maggio 2006 ha dichiarato: “Boicottare il mio film è da fascisti”. E la Sony che ha fatto? La Sony ha taciuto. Saggiamente, perché sapeva bene che, come l’accusa di plagio a Brown ha significato milioni di copie vendute in più sia per lui che per gli autori del Santo Graal, così tutto quel ridicolo can-can alla fine è servito solo a portare al cinema qualche milione di spettatori in più, ingrassando a dismisura i portafogli di tutti gli interessati. Così alla fine, a perdere sono stati tutti: Gesù, l’Opus Dei, cardinali, monsignori e compagnia bella, e a vincere è stato uno solo, Mammona. Com’è da sempre. Ne valeva la pena?

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