Pubblicato da: giulianolapostata | 25 aprile 2011

“Amores perros”, A.G. Iñárritu, Messico, 2000

Da sempre invisibile in tv, sia in quella di stato che in quelle commerciali e perfino sul satellite, e da anni introvabile a noleggio e in vendita, è finalmente di nuovo disponibile nel mercato dell’home video questo bellissimo film, opera prima di Inàrritu. Primo capitolo della cosiddetta ‘trilogia dell’incomunicabilità’ – gli altri due sono 21 grammi (2003) e Babel (2006) – AP è forse, soprattutto, un canto sulla solitudine. Oltre e più che questo, è anche un film ‘moralista’, pur se una valutazione come questa può urtare, parlando di un regista come Inàrritu, che nei suoi film sembra limitarsi a raccontare, a ‘mostrare’, e che, se anche lascia percepire nelle sue opere una profonda pietas umana, tuttavia dà sempre l’impressione di mantenersi ‘al di sopra’, e di voler evitare qualsiasi ‘strumentalizzazione’ teorica e moralistica tramite le sue storie e i suoi personaggi. E’ forte tuttavia, in questo film, la sensazione di trovarsi di fronte ad una ‘parabola’ sulla violenza, apparentemente soluzione assoluta di ogni problema che invece tradisce e delude, lasciando ognuno paralizzato e impotente come e forse peggio di prima. Funzionale a questa ‘tesi’ è anche qui l’incrociarsi e lo sfiorarsi di vite, storie e personaggi, estranei tra loro come e forse anche più che nei film successivi, e che pure, alla fine, costituiscono gli elementi di un unico ‘coro’ tragico. Perciò, violenti sono indubbiamente Octavio e Ramiro, possessivamente innamorati della stessa donna, amorali, rapinatori e frequentatori di bestiali combattimenti di cani. Violento, paradossalmente, è Daniel, che abbandona la moglie per l’amante, che insulta a trascura quest’ultima quando si trova psicologicamente e fisicamente ferita. Violento è El Chivo, ex rivoluzionario finito a fare il barbone, assassino prezzolato al servizio del primo che passa. Violenze commesse ‘per amore’, tutte quante, e tutte ‘deludenti’: nessuna di esse paga mai, nessuna produce i ‘risultati’ sperati, ognuna annega nel fallimento. Simboli e vittime, i cani sono un altro ‘coro’ del film: usati come macchine per uccidere da umani stupidi e più feroci di loro, apprendono una violenza da cui non riescono più a liberarsi, e di cui pure sono ‘innocenti’. Divorati dai topi, che come un male oscuro infestano i sotterranei anche di chi pensa con la ricchezza di isolarsi dalla vita. Gettati via come immondizia quando sono inutili, si attaccano a chi li cura e li nutre. Amori e cani, dunque: tutti ugualmente disperati, tutti ugualmente inutili, tutti ugualmente falliti. “Tornerò” promette El Chivo, andandosene dalla città, ma la landa infernale, nera, arida e bruciata, in cui si inoltra, sembra inghiottirlo senza speranze di resurrezione. Opera prima di chi dopo ci ha dato solo capolavori, AP è uno splendido film, che finalmente possiamo recuperare e studiare, nell’attesa della prossima terribile storia di Alejandro González Iñárritu.

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