Pubblicato da: giulianolapostata | 23 aprile 2011

“Cappuccetto Rosso Sangue”, C. Hardwicke, USA, 2011

Spesso è davvero sottilissima la linea rossa che divide la puttanata dal capolavoro. Qui, bisogna dirlo subito, è davvero esile, ma bisogna anche riconoscere che Catherine Hardwicke è una brava blade runner, e riesce a cavalcare la lama senza (troppi) scadimenti e con parecchi successi. Pregevole, innanzitutto, l’idea  di riprendere l’antica fiaba europea, esplicitandone quei contenuti sessuali cancellati e resi non leggibili nelle versioni infantili, ma che pur sono presenti in modo forte ed evidente nella sua struttura originale. Quindi Cappuccetto Rosso è qui Valerie, una bellissima ragazza di Daggerhorn, un villaggio sperduto tra i boschi, contesa tra il boscaiolo Peter e il fabbro Henry. Sessualmente attratta dal primo, è stata promessa dalla madre al secondo, perché è un buon partito. Ma vi sono altri problemi a Daggerhorn. Da generazioni, un lupo mannaro tiene sotto assedio il villaggio, e ad ogni luna nuova pretende una vittima. Finora la popolazione lo ha sempre soddisfatto offrendogli una bestia, ma una notte, inspiegabilmente, il lupo rompe il patto e uccide una fanciulla, proprio la sorella di Valerie. Assetato di sangue, nei giorni successivi il lupo si scatena nel villaggio e punta proprio a Valerie, la quale scopre incredula di avere con l’Animale uno strano e magico legame. Essa ora dovrà dunque difendersi dal lupo, ma al tempo stesso scegliere tra i due uomini che l’amano, e il suo cammino sarà pericoloso e misterioso. Una sceneggiatura, dunque, davvero piacevole, densa ed appassionante, anche se non sempre i dialoghi sono all’altezza, e scadono nel banale più trito, quasi da commedia adolescenziale. Non possiamo tacere – parliamone subito, così ci leviamo il pensiero – di alcune altre cadute assolutamente deplorevoli: l’elefante di bronzo (ma daaai!), la festa di villaggio al ritmo di un inconcepibile medievalrock, il Lupo Mannaro che assomiglia un po’ troppo a Gmork della Storia Infinita. Detto ciò, non si possono che lodare, perché di gran livello, la fotografia (Mandy Walzer) e le scenografie di Thomas Sanders, che se ogni tanto esagera con nebbie e nuvole, produce comunque un risultato finale veramente di ottima qualità. Il villaggio e le case sono davvero ‘da favola’, come le abbiamo sempre sognate leggendo Perrault o i Grimm, e i boschi e le montagne sono intrisi di ‘paura’, ché è essa, non il banale ‘orrore’, una delle principali componenti delle fiabe. A loro va senz’altro metà del merito di questo film. A chi l’altra metà? Ma certamente ad Amanda Seyfried, bravissima, raffinata interprete del suo personaggio, di cui riesce ad esprimere tutte le componenti e le sfaccettature: la purezza e la sensualità, l’ingenuità e la ‘saggezza’ di donna, il timore ed il coraggio. I suoi occhi sgranati guardano al mondo che la circonda con stupore, e vi aggiungono magia e mistero. Attorno a lei, praticamente il deserto. Gary Oldman pare vestito per una recita parrocchiale, e l’impegno è dello stesso livello. Shiloh Fernandez e Max Irons  sembrano convinti di essere sul set di un sequel di American Pie, per le fattezze e lo stile recitativo. Una regista più esperta li avrebbe cacciati dalla produzione a schiaffoni, ma non si può pretender tutto. Godiamoci il film così com’è: non è affatto da buttar via, e c’è tanto di peggio in giro.

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