Pubblicato da: giulianolapostata | 22 aprile 2011

Multivisioni – 23 aprile 2011

Multivisioni

Consigli appassionati su cosa vedere – e non vedere! – in TV

“Il cinema americano ha successo perché loro fanno bene i film. Noi facciamo bene la pizza”

R. Benigni

 “Il cinema italiano è deprimente”

Q. Tarantino

“Un qualsiasi stupido film americano contiene sempre un insegnamento, a differenza di un qualsiasi artistico film inglese”

 L. Wittgenstein

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Sabato 23 aprile

Codice Mercury (H. Becker, USA, 1998), 16.45, DT

Un bambino autistico riesce a decifrare un segretissimo codice della CIA (ma porcaputtana, perché non è mai successo anche a me, che da bambino non ho mai capito un c**** di matematica, e da grande pure?!) per nascondere i nomi degli agenti infiltrati nel mondo, Naturalmente l’Agenzia ordina di uccidere il bambino e la sua famiglia e naturalmente entra in scena un poliziotto buono e con gli scrupoli di coscienza che riesce a sottrarlo ai cattivi e a svelare l’inganno. Quasi ridicolo, come a volte riesce ad essere solo Bruce Willis. Lasciate perdere.

Domenica 24 aprile

Cielo sulla palude (A. Genina, Italia, 1949), 03.00, Rete4

Film ignobile, che propone il ‘mito’, totalmente falso e creato ‘scientificamente’ dalla Chiesa, dal Fascismo e dalla DC (come sempre uniti nella lotta), della contadinella che ‘preferì essere uccisa piuttosto che perdere la verginità’. Per conoscere la verità storica su questo falsità, assolutissimamente da leggere “Povera Santa, povero assassino”, di Giordano Bruno Guerri, Bompiani, 2008.

Lo squalo (S. Spielberg, USA, 1975), 23.25, Italia1

Già visto cento volte, direte. Proprio tutti? E comunque, una seconda visione – una scoperta, appunto, per chi non lo conoscesse – questo gioiellino la merita senz’altro. Un piccolo capolavoro di costruzione e di tensione, una storia ‘semplice’ in cui la paura è vera e forte, un’ottima e poco considerata interpretazione del sensibilissimo Richard Dreyfuss, e – last but not least – uno squalo di gomma che terrorizza più di qualsiasi effetto di computer grafica, che allora nemmeno si sapeva cosa fosse. Senz’altro uno dei migliori film di Spielberg, che vi resterà nel sangue: ve ne accorgerete quest’estate a Jesolo, quando andrete a fare il bagno di sera …

Jesus Christ Superstar (N. Jewison, USA, 1973), 14.45, DT

Quanta nostalgia, di fronte a questa rilettura hippy della vita di Gesù. Non sono passati solo più di trent’anni, è passato un mondo. In quello, anche il Vangelo poteva servire a predicare pace, uguaglianza e tolleranza (e a che altro dovrebbe servire?!); nel nostro, invece, laici e non solo lo usano per incitare a nuove guerre di religione, sventolando dissennatamente e assurdamente la bandiera di Lepanto. Forse non sarà un capolavoro, forse denuncia ancor oggi le sue origini di musical, forse usa un linguaggio semplicistico: ma la sua freschezza, ingenuità e sincerità sono rimaste intatte e meritano senz’altro che se ne consigli la visione, soprattutto a quei tanti giovani che probabilmente lo ignorano del tutto.

Arancia meccanica (S. Kubrick, GB, 1981), 00.55, DT

In un’Inghilterra futuribile ma non troppo, Alex e i suoi Drughi imperversano nella città uccidendo, rubando e stuprando, sostenuti dalla droga ma soprattutto dalla teorizzazione dell’assoluta amoralità di ogni azione. Alex verrà arrestato e ricondizionato, ma il mondo che ritroverà fuori dalla prigione sarà ancora una volta inadatto a lui. Immaginifico e scioccante, indubbiamente, ma tutto sommato abbastanza ‘banale’ e soprattutto, oggi, molto datato, ed anche abbastanza noioso. Un altro film di Kubrick per cui è davvero difficile usare la parola ‘capolavoro’.

Billy Elliot (S. Daldry, GB, 2000), 22.50, DT

Billy, figlio di un minatore inglese (un lavoro da ‘veri uomini’), alla boxe (uno sport da ‘veri uomini’) preferisce le lezioni di danza (un’attività da ‘finocchi’). Vincerà la sua battaglia e diventerà un celebre ballerino. Sciocchezzuola inutile e vacua, buonista e disneyana nel senso peggiore del termine, che non merita assolutamente il consumo di due preziose ore della nostra vita.

I cannoni di Navarone (J. L. Thompson, USA, 1961), 21.00, Sky

Un gruppo di partigiani deve distruggere due enormi cannoni piazzati dai Tedeschi in un’inaccessibile isoletta greca, che fanno strage delle navi alleate. Appassionante, estremamente spettacolare, giustamente eroico, molto ben fatto, e con un cast eccezionale. Raro passaggio tv, da non perdere.

Factotum (B. Hamer, Germania / Norvegia / USA, 2005), 00.45, DT

Molti conoscono Charles Bukowski (1920-1994), che nelle sue opere descrive, con linguaggio crudo ma efficace, la vita degli emarginati nelle grandi città americane. Da uno dei suoi romanzi è tratto questo bellissimo film. Il protagonista – chiaramente lo scrittore stesso, i cui romanzi e novelle costituiscono un’unica autobiografia – è uno scrittore che, per mantenersi, passa da un lavoro all’altro, perdendoli tutti, sia per la sua insofferenza ad ogni regola sia per la sua ‘passione’ per l’alcol e le donne. Tuttavia ciò non genera in lui alcuna reazione ribellistica, antisociale o distruttiva. Chinaski – così si chiama il personaggio – attraversa rifiuti e fallimenti con dolente sopportazione, quasi conscio che ‘così dev’essere’. Non c’è rabbia, in Chinaski, ma solo un’assoluta estraneità ad un mondo il cui ordine e le cui regole gli sono, non tanto nemiche, quanto semplicemente incomprensibili. C’è invece, in lui, l’immenso ed umile coraggio dei perdenti, di coloro che hanno ‘scelto’ una vita ai margini, e non se ne lamentano, ma anzi di quell’esistenza fanno un punto d’osservazione specialissimo ed esclusivo per cercare la verità. Non c’è una trama precisa, in questo film, come del resto non c’è nel romanzo da cui è tratto e in genere nelle opere di Bukowski. Vi sono solo momenti, giorni, sequenze di esistenza, una dietro l’altra, tutte apparentemente uguali, tutte nella sostanza diverse, perché da ognuna Chinaski ricava una scintilla di vita e di dolore, ma anche, a suo modo di felicità. Ogni tanto si ferma, per l’urgenza insopprimibile di tradurre su carta la sua vita, le vite e le storie che ha incontrato. Spedisce le sue pagine agli editori, ma poi riparte, senza nemmeno curarsi di verificare se siano state accettate o meno. Scrivere per lui non è tanto una professione, quanto, oserei dire, una missione: quella di testimoniare la straziante vitalità sua e del suo mondo. Hamer racconta questa esperienza con delicata tenerezza, ed intimo rispetto, inframmezzando quei brevi flash di vita con brani dalle opere di Bukowski stesso. Matt Dillon lo coadiuva in quest’opera con una recitazione al di sopra di qualsiasi lode, anticipando la grandissima prova che darà di lì a poco nello splendido Crash di Paul Haggis (2005). Sua degna compagna la bravissima Lily Taylor, donna allo sbando, che Chinaski incontra, prende, lascia, riprende per poi lasciare definitivamente. Non per disamore – che anzi li unisce un’affinità intima e fortissima – quanto per l’impossibilità di fermarsi, per il bisogno di andare e andare attraverso la vita. Film minimalista, ma, come accade spesso a questo genere di films – vedi il magico Bubble (Steven Soderbergh, 2005) – assolutamente essenziale, intimamente poetico, profondamente ‘vero’, Factotum è un capolavoro da riscoprire, dopo il suo troppo veloce passaggio nelle sale di qualche mese fa, ed è anche il primo film che, finalmente, renda giustizia all’arte di Bukowski, che dell’orribile Storie di ordinaria follia (Marco Ferreri, 1984) disse semplicemente: “Questo film buttatelo nel cesso”. Può essere anche un’occasione per riscoprire le opere di Bukowski, Virgilio alcolizzato nell’inferno dell’emarginazione e del rifiuto: l’unico, assieme ai grandissimi Jack Kerouac e Ferdinand Céline – i soli Santi laici della letteratura del Novecento – che abbia saputo cantarne la tragica bellezza.

Lunedì 25 aprile

Quo vadis? (M. LeRoy, USA, 1951), 15.35, Rete4

Dal bel romanzo omonimo di Henryk Sienkiewicz, Premio Nobel 1905 (da rileggere), un peplum di lusso, come se ne facevano solo cinquant’anni fa, e come li facevano solo gli americani. Fastoso, turgido, commovente, kitsch … nel suo genere, un capolavoro. Grandissimo ‘gigione’ Peter Ustinov nella parte di Nerone. Imperdibile.

Inside man (S. Lee, USA, 2006), 21.10, Italia1

Capita abbastanza spesso che i registi ‘radicali’ del cinema americano decidano di fare un film per mostrare il ‘lato oscuro’ del capitalismo. Poiché però, “per la contraddizion che nol consente”, non è loro possibile andare fino in fondo, i risultati sono spesso bizzarri. A volte ne vien fuori un prodotto più che onesto e convincente, come, ad esempio, il bel Wall Street, di O. Stone (1987), che ci racconta la totale ‘amoralità’ che sta dietro alle speculazioni di borsa. Altre volte, invece, ci ritroviamo per le mani un film come questo, tanto strampalato e tirato per i capelli quanto modesto e ‘piccolo’. L’assunto di fondo sembra essere quella battuta attribuita a B. Brecht, secondo la quale “è più immorale fondare una banca che rapinarne una”. Così la sembra pensare – ma gli spettatori lo scopriranno ‘solo vivendo’, e con tanta pazienza – l’organizzatore di una strana rapina ad una banca di New York. Ci sono soldi, naturalmente, in quella banca, a pacchi, ma ci sono anche cassette di sicurezza, e come si sa le cassette di sicurezza racchiudono spesso inconfessabili segreti. Una di esse appartiene, pensate un po’, al fondatore della banca in persona, un uomo molto anziano, che appena viene a sapere della rapina in corso si mette in contatto con una strana donna, una specie di Robin Hood per ricchi, specializzata per tutelarne gli interessi e difenderne, appunto, anche il più ignobile dei segreti. Non possiamo andare oltre nella narrazione, per non rovinare il piacere di scoprire il meccanismo, probabilmente l’unico piacere di un film tutto sommato abbastanza scontato. Il segreto di C. Plummer – quello su cui, appunto, sembra fondarsi tutto l’assunto morale del film – è, in fondo, abbastanza banale, e, sia pur con tutto il rispetto per quella magnifica serie, più che un film sulle contraddizioni del capitalismo fa venire in mente una puntata della Piovra, se non il vecchio e pesantissimo Dossier Odessa (1974). ‘Tutto qui?’ si chiede lo spettatore, che sulle vergognose origini di molte celebrate ricchezze ormai ne ha sentite tante da aver bisogno di qualcosa di peggio, per stupirsi. Meno piatto e noioso di Malcom X (1992) (se non altro perché si sta a vedere come va a finire), meno confuso e pasticciato di SOS (1999) (ma qui gli fa gioco la sua struttura da ‘poliziesco’), Inside Man lascia davvero il tempo che trova. Quanto a Denzel Washington, penso che con questo film abbia esaurito ogni possibile variante di espressioni nella gamma del poliziotto-che-sembra-cattivo-ma-è-buono-e-intelligente. Sarebbe davvero curioso vedere se, la prossima volta, riesce a fare qualcosa di diverso. Permettetemi di concludere con una malignità. Come sappiamo, a New York non corre precisamente buon sangue tra la comunità nera (spesso islamica) e quella ebraica, e dunque a me non me lo toglie dalla testa nessuno che ci sia un minimo spunto antisemita, magari del tutto involontario e inconscio, nell’aver dato al rabbino il ruolo che ha. Come diceva Andreotti, “a pensar male si va all’Inferno ma ci si azzecca”.

Il partigiano Johnny (G. Chiesa, Italia, 2000), 21.05, DT

Buona versione, senza infamia e senza lode, del romanzo di Fenoglio. Vedibile, ma senza troppe aspettative.

L’uomo che verrà (G. Diritti, Italia, 2009), 21.00, DT

Nel precedente film di Diritti – Il vento fa il suo giro, sua opera prima e già capolavoro (https://giulianolapostata.wordpress.com/2010/05/29/il-vento-fa-il-suo-giro-g-diritti-italia-2005/) – sotto la lente del regista stava una malvagità, diciamo così, ‘particolare’. Non che, ovviamente, il suo messaggio contro l’intolleranza – o meglio, contro un’interpretazione piccola e meschina del concetto di ‘tolleranza’ – non avesse anche lì un significato universale. Tuttavia, l’aver ambientato la vicenda nel chiuso delle stradine d’un villaggio occitano poteva dare la speranza che, uscendo ‘all’aperto’, in un mondo più vasto e ‘civile’, quella chiusura e quell’ottusità avessero a dissolversi sotto la luce della Ragione (?!). Ne L’uomo che verrà la prospettiva si è allargata. Non sono più due famiglie, ad essere in guerra, ma due popoli, due culture, due mondi. Anche la prospettiva fisica si è allargata, e se là poteva sembrar naturale che in quelle valli anguste la cattiveria dovesse macerarsi a lungo sotto la neve, qui il paesaggio, sia pur ancora di montagna, ci si mostra però molto diverso: quei declivi bagnati di sole dell’Appennino bolognese, quei prati ampi, quei boschi ancora aperti, non ancora fitti e chiusi, pare impossibile che possano nascondere il Male. Eppure invece c’è, è venuto da fuori, e nemmeno si capisce cosa siano venuti a fare qui, questi tedeschi, e perché mai non siano rimasti “con le loro donne e i loro bambini”. Ora che ci sono, uccidono, feriscono, distruggono, e per quanto queste azioni possano essere assurde in sé, tanto più lo risultano in questa società contadina la cui struttura antropologica è invece quella dell’interagire, del costruire, del crescere. Non esiste spiegazione possibile, a questo Male; non esiste nemmeno un possibile commento, non esistono parole, neppure per condannarlo. Così, proprio il mutismo ha scelto Martina, per rapportarsi col mondo, a partire da quando il dolore l’ha conosciuto vedendosi morire tra le braccia il fratellino appena nato. Ora la madre è nuovamente incinta, ma ciò non le ha ridato la parola. Altri orrori le tengono la bocca chiusa: le bombe sulla città lontana, i corpi dei giovani fucilati ricondotti a casa, i rastrellamenti, le stragi. Che si può dire, di tutto questo? E il cerchio del mutismo di Martina par chiudersi in quello di suo padre, muto anch’egli, e perfino reso sordo, davanti a ciò che non è nemmeno pensabile. L’uomo che verrà lo tiene tra le braccia proprio Martina, ma non si sa come sarà: “Siamo ciò che ci hanno insegnato ad essere”, è il tremendo insegnamento dell’ufficiale tedesco, e chissà chi gli farà scuola, a quel bambino, e di che cosa. Ancora una volta, il messaggio di Diritti è tutto meno che moralistico, o didascalico. La sua è una lezione che viene dalle cose, e perciò nel suo film sono le cose a parlare, non l’ ‘arte’. Il fatto è che, dal punto di vista della scrittura fotografica e cinematografica, questo film pare perfino superiore al precedente. Lunghissime inquadrature fisse, lunghi piani sequenza, scene d’azione pacate ed elementari, composte e ferme, colori figli della terra e delle stagioni, volti di chi davvero ha abitato e forse ancora abita il campo. E se nella stalla il cuore ci balza in petto per un istante, quando riconosciamo, nelle schiene di quelle vacche, quelle dipinte tante volte da Giovanni Fattori, non è perché Diritti ‘copi’ l’arte, ma perché l’arte è tale quando, con qualunque mezzo, parla della vita. Ha avuto dei ‘maestri’, Diritti? Certo, è impossibile, vedendo i suoi film non ripensare a Olmi, ma anche a M. Brenta, e F. Piavoli. Tuttavia è fin troppo evidente come, praticamente fin dai suoi esordi, egli sia Maestro da se stesso. Un Maestro che parla una lingua ‘antica’ e pura, quale pochissime volte nel cinema, soprattutto in quello italiano, ci è dato di ascoltare.

Martedì 26 aprile

Nessuna pietà (R. Pearce, USA, 1986), 21.15, DT

Un poliziotto di Chicago col cuore appena spezzato si trova impelagato in un’indagine nella Louisiana dei Cajun, e naturalmente si innamora di una splendida bionda, ‘la donna del capo’, qui un assassino psicopatico. Vedibile e ben confezionato, forse anche troppo, e spesso la confezione elegante rallenta il ritmo e l’azione. R. Gere abbastanza improbabile sia come poliziotto che come ‘amante’ di Kim Basinger, irresistibile – invece – come sempre.

Robin Hood principe dei ladri (K. Reynolds, USA, 1991), 21.00, Sky

Priva assolutamente di qualsiasi originalità questa versione della leggenda di Robin Hood, oltretutto appesantita dall’interpretazione di Kevin Costner, davvero incapace di volare alto. Invedibile ciofeca, da segnalare solo per il Razzie Awards attribuito a Costner come peggior attore protagonista. Molto, ma molto meglio, se riuscite a trovarlo, Robin Hood, un uomo in calzamaglia, un’esilarante parodia di quel geniaccio di Mel Brooks (1993). Dell’ultimo Robin Hood, il capolavoro di Ridley Scott, ho già detto altrove.

Brothers (J. Sheridan, USA, 2009), 21.10, La7

Da anni invochiamo una proposta di Legge composta di un solo articolo: “È proibito fare i remakes”. Anzi, se siamo ancora in tempo vorremmo suggerire a Berlusconi di inserire detto articolo nella manovra, togliendo una delle innumerevoli cazzate che ci ha messo: farebbe felici i cinefili, e il resto d’Italia. Se avessimo avuto quella legge, ci saremmo risparmiati, per esempio, questo film, deludente al punto da far rimpiangere il già sgradevole originale di S. Bier (Danimarca, 2004). La storia è la stessa: ma proprio la stessa, come diremo tra poco. Il capitano Sam Cahill viene dato per disperso dopo una missione in elicottero sull’Afghanistan. A casa rimangono la moglie, le due figlie e il fratello Tommy, un ‘poco di buono’, ubriacone e nullafacente. Ma proprio la tragedia pare tirar fuori il meglio da Tommy, che un po’ alla volta dà una sterzata alla sua vita. Si presta a mille lavoretti per rimettere in sesto la casa, si propone come una specie di ‘padre alternativo’ alle bambine, aiuta la cognata ad uscire dall’abisso di dolore in cui è precipitata, al punto che la sua amicizia comincia a trasformarsi in amore. Riesce perfino a  riconquistare l’affetto del padre, ombroso reduce del Viet-Nam semialcolizzato, che gli aveva sempre preferito Sam, un eroe, un perfetto ragazzo americano. Quando però il fratello viene ritrovato e torna a casa, tutto prestissimo si infrange: Sam porta con se un orribile segreto, maturato nei mesi di prigionia, che lo sta distruggendo. Nuovamente, sarà  Tommy, il ‘brutto anatroccolo’ di casa, a tendergli una mano e a salvarlo, ad un passo dall’abisso. Come scrivemmo per l’originale, una storia bella e tragica, che tuttavia mai, nemmeno per un istante, trova il colpo d’ala per diventare arte e messaggio. Il film si trascina stancamente, per colpa di una sceneggiatura stanca e superficiale, che o riproduce tout court l’originale (va bene che questo è un remake, ma a volte si ha la fastidiosa sensazione di vedere un calco), o riesce addirittura a peggiorarlo (come nella figura del padre ‘deluso’, rozza ed approssimativa, decisamente inferiore al potente personaggio della Blier), o accumula banalità, per difetto di autentica ispirazione (troppe volte viene ripetuto ‘sono tuo fratello’: sostanza, non parole). Anche qui, incredibilmente, accade la stessa cosa del film originale: due ottimi attori protagonisti (la Portman non è che si dia eccessivamente da fare) la cui interpretazione tuttavia pare galleggiare nel vuoto senza corpo di un film che, insomma, non ha ragion d’essere. Incomprensibile un simile risultato da un regista che, oltre al bel Nel nome del padre (Irlanda, 1993), ha firmato nel 2003 (GB-Irlanda) lo stupendo In America, un capolavoro di poesia e di umanità che non ha più avuto seguito. Poscritto. Gli Dei perdonino chi ha paragonato Brothers a Nella valle di Elah (P. Haggis, USA, 2007): diciamo che deve aver visto un altro film.

Possession (N. LaBute, USA/GB, 2002), 21.00, DT

Tipico esempio della legge cinematografica (spesso sbagliata, peraltro) per cui da un bel libro si ricava sempre un brutto film. Il libro è il raffinatissimo romanzo omonimo della scrittrice inglese A. S. Byatt (Einaudi Ed.), in cui si racconta la storia di due ricercatori universitari che tentano di svelare il mistero di un’ipotetica relazione tra un poeta vittoriano ed una poetessa coeva. Nel film, ne rimane una storiellina d’amore abbastanza noiosetta, sostenuta soprattutto dalle mossettine della, peraltro appetibilissima, G. Paltrow. Lasciate perdere e compratevi il libro.

Mercoledì 27 aprile

Stand by me (R. Reiner, USA, 1986), 21.05, DT

Quattro ragazzini partono per un viaggio lungo il fiume. Hanno sentito dire che, qualche chilometro a valle è incagliato il cadavere di un loro amico annegato, e vogliono provare il brivido della morte, ma invece l’avventura si trasformerà in un viaggio di formazione, una poeticissima, dolente ed immensamente struggente meditazione sul passaggio dall’adolescenza all’età adulta. Capolavoro poetico e di introspezione, e rara occasione per godere della presenza di Richard Dreyfuss, attore grandissimo e misconosciuto: per apprezzarne la raffinatissima sensibilità, guardate l’ultima scena, completamente ‘muta’, a parte la voce narrante. Assolutissimamente imperdibile.

Luther (E. Till, Germania, 2003), 21.00, DT

Il film narra, molto sobriamente, la vita di Martin Lutero (1483 – 1546), il fondatore della Riforma Protestante, ripercorrendone le tappe principali. Lo troviamo prima semplice monaco agostiniano, e poi docente di Filosofia e Teologia all’Università di Wittenberg. Inviato a Roma per conto del suo Ordine, Lutero vi concepì un profondo rifiuto per la corruzione morale e materiale della Chiesa romana, e in particolare per la pratica delle vendita delle indulgenze, allora introdotta da Papa Leone X per finanziare la costruzione della basilica di S. Pietro. Ritornato in Sassonia, egli affisse alla porta dell’Università le sue famose 95 Tesi, in cui, pur senza apertamente atteggiarsi a riformatore e ribelle, segnalava abusi ed esprimeva dubbi e pesanti critiche su alcune dottrine. Forte della Protezione del principe Federico II di Sassonia, Lutero proseguì sulla sua strada riformatrice. La Chiesa lo scomunicò, ma egli bruciò pubblicamente la Bolla papale di scomunica, dedicandosi poi a tradurre in tedesco la Bibbia, permettendone così la lettura a tutti i credenti. Curiosa è la scelta narrativa fatta dal regista e dallo sceneggiatore. Nel film è infatti completamente assente qualsiasi accenno agli aspetti teologici della Riforma Luterana, vale a dire il problema della grazia e della predestinazione, che, del resto, Lutero aveva assorbito da S. Agostino. Viene invece dato ampio spazio alle vicende storiche che accompagnarono la vita e la predicazione di Lutero – la Guerra dei Contadini, i contrasti tra feudatari ed Imperatore ecc. –  e grande risalto viene dato alla questione della vendita delle indulgenze. Di conseguenza, uno spettatore ‘ignorante’ di teologia, potrebbe credere che tutto quell’immenso rivolgimento sia avvenuto solo per la questione delle indulgenze: che fu certamente importante, ma non certo fondamentale, come invece fu – ognuno lo sa – la questione teologica. Scelta davvero bizzarra, come ho detto – tanto più se si tiene conto che, tra i finanziatori dei film, risulta un organismo legato alla Chiesa Evangelica Luterana – di cui mi sono a lungo chiesto il perché. Forse si è voluto evitare di addentrarsi in problematiche ‘alte’, che avrebbero richiesto trattazioni argomentate e raffinate? O forse si è pensato che un film del genere si rivolge soprattutto ad un pubblico ‘colto’, che conosce l’argomento? Quale che sia la spiegazione, sta di fatto che, secondo me, tale scelta mutila il film di un’importante chiave di lettura del fenomeno protestante. Detto ciò bisogna riconoscere che la narrazione scorre, per tutto il film, dignitosa e corretta – tanto da far apparire quasi eccessiva la strepitosa performance del grandissimo Peter Ustinov – evitando, e qui è evidente l’influsso della Chiesa Evangelica, ogni tentazione agiografica nei confronti del personaggio. In conclusione, un buon film storico, con un ‘difetto’ di fondo che è difficile decidere se sia difetto davvero, o caratteristica voluta. Allo spettatore la scelta.

La vita segreta delle parole (I. Coixet, Spagna, 2005), 16.25, DT

Parafrasando il Morandini, ‘un brutto titolo (non viene mai spiegato) per un brutto film’. Come ho scritto per La spina del diavolo di G. Del Toro, 2001, la Coixet è una di quelle che credono che per cucinare occorrano per forza ingredienti forti, e non si rende conto che così facendo spesso si producono solo polpettoni indigeribili e scadenti. Qui la protagonista è un’infermiera serba torturata e stuprata durante la guerra nei Balcani che si trova a curare un operaio ustionato su una piattaforma petrolifera (‘li me’ cojoni!’ direbbero a Roma). I toni e le battute sono spesso quelli di una soap, la storia è improbabile ed inverosimile nello svolgimento. Tim Robbins è comunque un grande attore, anche in boiate come queste, ma che spreco.

Giovedì 28 aprile

Il colosso di Rodi (S. Leone, Italia/Spagna/Francia, 1961), 18.45, DT

Bel peplum dei primi anni Sessanta (dài, confessatelo: sono adorabili), spettacolare e avventuroso, e una regia che vale da sola la visione.

Blu profondo (R. Harlin, USA, 1999), 22.50, DT

In una stazione sottomarina, un medico modifica la struttura genetica di alcuni squali per effettuare delle ricerche. Quando un tifone semidistrugge la stazione, gli squali, resi superintelligenti, attaccano gli esseri umani, per fuggire e riprodursi in libertà. Magnifico thrilling mozzafiato, senza un solo attimo di tregua, con eccezionali effetti speciali e riprese subacquee. Non ve lo perdete.

Il mio migliore amico (P. Leconte, Francia, 2006), 19.25, DT

François è un antiquario parigino di successo. Ha una bellissima casa, molti ‘amici’ di buon livello (bon chic bon genre, come si dice a Parigi), un’agenda fittissima di impegni, ed alcune idiosincrasie, tra le quali quella di non voler guidare nel traffico della città. Ha anche una donna, apparentemente innamoratissima di lui, ma questa relazione pare quasi ‘scivolargli’ addosso, senza coinvolgerlo minimamente nell’intimo. Dello stesso tipo sono anche i suoi rapporti col suo prossimo – gli ‘amici’ di cui sopra, i clienti, la gente che incontra e di cui ha bisogno: formalmente cordiali, educati e brillanti, senza che però nulla di sé vi rimanga compromesso. La sua vita scorre così, ‘felice’, sino a quando proprio la sera del suo compleanno, uno di coloro che egli considera appunto ‘amici’ gli getta addosso, crudamente ma con assoluta sincerità, la verità: lui non ha amici ‘veri’, non ne ha nessuno. Quelli che stanno attorno a quel tavolo sono sì dei buoni conoscenti, legati a lui da vincoli sociali ed economici, ma l’amicizia è un’altra cosa e, tanto per dirne una, probabilmente nessuno di loro verrebbe al suo funerale. François rimane irritato da questa uscita, che considera tanto bizzarra quanto assurda, e addirittura infantilmente scommette: entro la fine del mese, presenterà loro “il suo migliore amico”. Ha meno di quindici giorni di tempo. Convintissimo di risolvere la faccenda in poche ore, François si trova invece subito a sbattere la faccia con una realtà che non sospettava: di tutti quelli che affollano la sua agenda, nessuno si ritiene suo amico, men che meno quelli che lui riteneva più vicini. La sua sicurezza comincia lievemente ad incrinarsi, e rendendosi conto che, se non vuol perdere la scommessa – l’unica cosa che pare interessarlo – un amico ora deve farselo, sceglie come ‘maestro d’amicizie’ proprio il tassista che di solito lo scarrozza per Parigi, un giovane semplice, di modestissima cultura, di cui però l’ha colpito la straordinaria capacità di stabilire legami di simpatia praticamente con chiunque incontri. Comincia così uno stranissimo rapporto, che ha come scadenza la fine del mese che si avvicina, e come obiettivo la conquista di questo sospirato quanto – sembra – irraggiungibile “miglior amico”. Giorno dopo giorno, François sarà costretto a fare i conti con l’aridità della sua vita, e con la meschinità dei suoi rapporti umani; imparerà che l’amicizia non si insegna e nemmeno, come naturalmente lui pensava, si può comprare; conoscerà livelli di relazione umana che nemmeno sospettava che potessero esistere e che, di conseguenza, fatica a capire, perché gli sono estranei; scoprirà di essere davvero senza amici, solo come un cane; e dovrà trovare la strada, intima e inesplorata, della vera amicizia. Ancora una volta, questo è Patrice Leconte: il poeta a volte tragicissimo (Il marito della parrucchiera, 1990) a volte lieve e quasi favolistico (Confidenze troppo intime, 2003) dell’animo umano, che egli indaga e racconta sempre con massima levità, poesia e umanissima pietas. Lo coadiuva, questa volta, uno dei suoi attori-icona: quel Daniel Auteuil dall’immensa sensibilità, che dopo aver dato vita, in passato, ad uno dei personaggi più disperati del cinema francese (N. Garcia, L’Avversario, Francia/Svizzera/Spagna, 2002), ha dimostrato di sapersi cimentare anche in ‘commedie’ amare come questa, con una recitazione limpida e sfaccettata, praticamente perfetta.

Moon (D. Jones, UK, 2009), 17.45, Sky

Sam lavora sulla ‘faccia oscura della Luna’ (dovrebbe essere una metafora dell’oscurità della sua situazione? Una delle mille citazioni di questo film che sembra scritto con pagine strappate dai copioni di cento altri film di fantascienza? Mah, ne riparleremo) in una miniera completamente automatizzata di cui è l’unico operatore, ad estrarre l’Elio 3, un preziosissimo minerale che, sulla Terra, ha risolto il problema delle fonti di energia. Sua unica compagnia è il robot Gerty, perché i contatti con la Terra sono interrotti a causa del guasto del satellite-ponte. Mancano solo due settimane alla fine del contratto di tre anni, dopo di che Sam potrà tornare a casa, dalla moglie e dalla figlia, ma durante un’uscita alla miniera Sam ha un incidente. Si risveglia nell’infermeria della base, assistito da Gerty, e quando esce per vedere cos’è successo, scopre nei rottami del suo veicolo un altro uomo gravemente ferito. Lo soccorre e lo porta con se, ma a quel punto comincia a porsi un problema. Da dove salta fuori quel tipo? Non doveva essere Sam l’unico abitante della base? Forse le cose non stanno proprio come sembrano e come la compagnia mineraria continua a raccontargli nei suoi messaggi? Agli spettatori – a quelli che avranno il coraggio di vederlo fino alla fine – l’ardua sentenza. Moon è un film che definire noioso sarebbe già azzardato, perché significherebbe riconoscergli un qualche livello di creatività, sia pur negativa, che invece è anch’essa assente. Più che altro non è un film: è, come abbiamo anticipato, un frullato non amalgamato di altri film, una collezione di citazioni cui si fatica perfino a tener dietro. È anche – e forse questo è ciò che alla fine irrita di più – un frullato di incongruenze, illogicità, sospesi e assurdità, tanto che, volendolo recensire con due righe, come si faceva una volta sui quotidiani, si potrebbe cavarsela con: “Non si capisce un c****”, ed avremmo già finito. La povertà di mezzi, tragicamente evidente – peraltro giustificata ed anzi funzionale quando il film è di suo pregnante di simboli: penso a quel grandissimo capolavoro che è Gattaca (A. Niccol, USA, 1998) – si accompagna qui ad un’altrettanto tragica povertà di idee. Non una sola idea originale che sia una viene a infondere un po’ di vita in una storia che procede per conto suo, cui assistiamo con totale estraneità emotiva, rilevando freddamente gli innumerevoli quanto vuoti tentativi di creare una tensione. Clone (pour cause …) abortito e inutile, Moon è un film da dimenticare, come da dimenticare in fretta è la ridicola performance di Sam Rockwell, suo unico interprete. Aridatece “Il pianeta proibito”, per favore.

Venerdì 29 aprile

Io non ho paura (G. Salvatores, Italia/Spagna/GB, 2003), 23.50, Canale5

Anni 70 circa (lo si intuisce dalle sigle dei Telegiornali che vengono inquadrati nel film). Nella campagna pugliese (lo si intuisce dall’accento dei personaggi), in mezzo a sterminati campi di grano – spesso, a dire il vero, fotografati in stile Mulino Bianco – vivono poveramente, in varie masserie semidiroccate, alcune famiglie dall’occupazione non precisata, ma che comunque sembrano non essere contadini. I loro bambini, tra i sei e i dieci anni, vagano liberi per i campi, giocando ed esplorando. In una casa abbandonata non lontana, Michele, uno di loro, scopre un pozzo nascosto da un coperchio metallico, e nel pozzo un bambino. Michele non impiegherà molto a capire che si tratta di un bambino rapito, tenuto in ostaggio, e che nella vicenda sono coinvolti anche i suoi genitori, a loro volta ‘ostaggi’ del capobanda, un milanese violento e scostante. Nei giorni successivi egli torna più volte dal rapito, gli parla, entra in confidenza con lui e riesce addirittura a distrarlo dall’angoscia e dalla solitudine in cui è precipitato. La scoperta di questa amicizia proibita fa precipitare la situazione. Il capobanda decide di eliminare l’ostaggio, e a ricevere l’incarico è proprio il padre di Michele. Un film pieno di buone intenzioni, nessuna delle quali pienamente realizzata. Evidente, per esempio, la sua tesi secondo la quale violenza e sopraffazione si ‘imparano’. Esse sono presenti anche tra i bambini – e, funzionalmente, il regista evita di descrivere idillicamente il loro mondo – perché, sembra volerci dire, le hanno assorbite dall’ambiente degli adulti. Purtroppo, nonostante questa sua intenzione sia proposta come tesi con tutta evidenza, essa rimane del tutto indimostrata. Le due vicende non si legano, non si risolvono l’una nell’altra, sembrano addirittura quasi estranee, e trovano un punto d’incontro solo nel drammatico finale. Lo stesso dicasi della fotografia, che probabilmente doveva suggerire solitudine, ma che invece rimane sullo sfondo, anch’essa ‘indimostrata’, senza particolari motivi di interesse. E così dicasi, anche, della eccezionale performance di Abatantuono, che dà vita ad un personaggio di grande efficacia, che tuttavia appare irrisolto: si rimane insoddisfatti, di fronte alla sua figura, in un certo senso con la sensazione che sia stata sprecata una grande opportunità, un personaggio ricco e forte, che avrebbe potuto dirci molto di più. Tutti i personaggi, a dire il vero, sembrano sprecati, lì dentro. Il padre, che prova a spiegare al figlio (e allo spettatore!) le motivazioni della sua violenza, ma non ci riesce; la madre, che sembra anche lei dover esprimere un ‘ruolo’ che non si concretizza; il bambino, eccezionalmente bravo, ma la cui storia ed esperienza di vita non hanno rapporti con la storia generale, e soprattutto, anch’esse, non ‘insegnano’ niente. Alla fine vien da chiedersi: ‘A che è servito?’, ed è un gran peccato. E’ dai tempi di quel miracoloso Mediterraneo che Salvatores non riesce più a indovinare un film. Nonostante tutte le sue ambizioni, anche questo non fa eccezione.

Misery non deve morire (R. Reiner, USA, 1990), 22.45, DT

Uno scrittore di soap di successo esce di strada nei boschi innevati del Nevada. Lo soccorre un’infermiera folle che, apprendendo che lui sta per far morire Misery, il suo personaggio favorito, lo sequestra e lo tortura per mesi, finché non le scriverà un nuovo romanzo in cui la farà rivivere. Tutto sommato, pur tenendo conto della presenza di Kathy Bates (antipatica ma obiettivamente molto brava, che per questo ruolo ebbe l’Oscar), è un thriller molto ben fatto ma modesto, che si esaurisce in se stesso. Comunque da passarci due ore.

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